Guardo, con occhio non attento quanto sarebbe necessario, a quel che accade nel conflitto in Ucraina, iniziato con un atto di guerra dalla Russia, e a quel che accade in Palestina, avviata ad una soluzione finale della convivenza sullo stesso territorio, di popoli diversi.
Il mio occhio non scava sufficientemente, credo, per ragioni di autodifesa.
Il baratro della guerra, e quello della sopraffazione, sono difficili da guardare.
Ma scelgo anche, di non farmi risucchiare dalla cronaca, per non restare ubriaco d’immagini ed informazioni, e propaganda, e per provare, invece, ad indagare, il più possibile libero da condizionamenti, le dinamiche di fondo, che stanno trasformando questo tempo, e che, molto probabilmente, segneranno il prossimo futuro.
Provo a scrivere, in estrema sintesi, che stiamo assistendo ad un processo storico iniziato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Un processo storico che vede il Capitale decidere di governare direttamente il pianeta, senza più delegare ad una qualsiasi classe politica, e senza più accettare alcuna mediazione rispetto alla propria fame continua ed inesausta, di profitto, a qualunque costo.
Naturalmente, questo “movimento” del Capitale s’intreccia, talora strumentalmente per acquisire anche legittimazione morale, sia con ideologie e religioni ( o perversioni di queste “narrazioni collettive” ), che con specifiche caratteristiche sociali, politiche, culturali, ed economiche, di ciascuna zona del pianeta.
Le forme, ed i modi, con cui questo processo s’avanza, prevedono innanzitutto l’abbattimento di ogni limite.
Ecco quindi, che si sostiene non esista il cambiamento climatico, e di conseguenza si agisce; si distrugge ogni reale validità e riferimento al Diritto Internazionale, e alle pattuizioni e Dichiarazioni che hanno dato vita alla Organizzazione delle Nazioni Unite, che, probabilmente, sarà il prossimo organismo ( sia pure sempre posto nella quasi impossibilità di realizzare i propri fini istituzionali ), ad essere delegittimato/cancellato, o, semplicemente, del tutto ignorato dal reale movimento delle relazioni internazionali; non si riconosce la validità dei deliberati della Corte Penale Internazionale.
Sono stati abbattuti quasi tutti i confini che limitavano la libertà di spostamento dei capitali, e si sono rese una serie di imprese multinazionali, semplicemente impossibili da raggiungere per le legislazioni nazionali: si pensi alle tasse che, in particolare le imprese di comunicazione/informatica, non pagano, o si pensi alla totale autonomia organizzativa di ciascuna filiera produttiva, che può spostare interi settori di lavoro da una zona del pianeta ad un’altra, provocando traumi e sommovimenti, per i quali non v’è alcuna responsabilità che possa essere perseguita.
Sul piano interno, dei singoli Stati, è posta radicalmente in discussione la tripartizione dei poteri; il Capitale, pare infatti non accettare più nemmeno la mediazione liberale, che provava ad equilibrare e rendere autonomi, poteri diversi della società, in funzione di un controllo reciproco che impedisse il prevalere di ciascun potere sull’altro; e vengono ostacolati, cancellati, resi inoperanti, o addirittura subordinati, innanzi tutto per via economica, tutti i sistemi di controllo ( dalla libera informazione, all’esercizio della funzione giurisdizionale etc. ); viene depotenziato ogni intervento dello Stato con finalità di tutela del bene comune ( dalla Sanità, all’Istruzione, all’Università, etc. ); l’unica funzione che si vuole potenziare, è quella esecutiva: direttamente detenuta dal Capitale ( anche criminale ), o da suoi portavoce.
Ma il limite più grande che, nei fatti, è stato abbattuto, riguarda l’esercizio della forza, che è divenuto l’unico strumento per l’affermazione di interessi nazionali, e, troppo spesso, anche l’unico strumento utilizzato da associazioni private che, per promuovere i propri fini, muovono guerra ai singoli Stati ( come preconizzato da Eric J. Hobsbawm, e come accade nel caso di organizzazioni terroristiche e/o criminali ).
L’esercizio della forza, prevede che le proprie ragioni siano affermate, quali che esse siano, solo attraverso la distruzione, totale o parziale, per un verso, del vecchio ordine nato dalla Seconda Guerra Mondiale, e per l’altro, attraverso la distruzione, totale o parziale, di quello che è considerato il proprio nemico. E’ solo l’esercizio della violenza che conferisce ragione e legittimità morale alle proprie affermazioni, anche quando siano profondamente contraddittorie tra loro.
Solo l’esercizio della violenza, è divenuto lo strumento attraverso il quale condurre al proprio buon fine i propri interessi più bruti e primitivi, che presuppongono, comunque, la subordinazione del proprio nemico o del proprio alleato, e la preservazione del profitto delle imprese con sede e origine nel proprio Paese.
L’invasione del Kuwait, da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, fu il pretesto utilizzato dal Capitale ( e il Capitale prevalente è quello statunitense ), per far riprendere un ciclo economico positivo, attraverso l’investimento pubblico nell’industria militare privata, sia in tecnologia, che in armamenti veri e propri, e riaffermare una primazia statunitense sui mercati, recuperando lo svantaggio che l’industria americana pativa, nei confronti dell’industria tedesca e giapponese.
Analoga funzione ebbero poi i travestimenti successivi dell’“esportare la democrazia”, o della legittima reazione ad attacchi terroristici nel proprio Paese ( ancora una organizzazione privata che muove guerra ad uno Stato ).
Non vi sono state, se non nelle forme e nella propaganda, sostanziali variazioni nella linea di politica estera degli Stati Uniti: sempre al servizio di quanto suggeriva il ciclo economico delle proprie imprese; sia che governassero i Repubblicani, che i Democratici.
La vera, e sostanziale differenza, consiste oggi nell’esplicito attacco ad ogni forma di regolazione multilaterale pattuita sin qui, e nella subordinazione, anche formale, al puro proprio interesse economico immediato ( anche personale dei dirigenti politici dei rispettivi Paesi ), persino quando questo significhi umiliare i propri tradizionali Alleati, in varie forme, e quando significhi far pagare a loro, il riavvio di un ciclo economico positivo ( forse ), per le imprese del proprio territorio.
Il Mondo, vede erodere, da decenni, e oggi sempre più furiosamente, la propria Libertà, e le proprie forme di Democrazia. Il Mondo vede erodere da decenni, e oggi sempre più furiosamente, il principio di Eguaglianza, e quello di Giustizia.
Il mondo si sta lasciando condurre per mano dentro una nuova era di controllo tecnologico finalizzato al mantenimento del dominio e del privilegio di pochi, e della subordinazione di tantissime e tantissimi; di progressiva restrizione e annullamento della libertà personale e collettiva, in cambio di una idea minima di consumo e di sopravvivenza, accettata per paura; e di una sovrabbondante offerta di illusori giochi e protagonismo individuale, attraverso l’uso dei Social Media, e di tutti i sistemi di intrattenimento.
Chi sta conducendo l’offensiva contro ogni certezza ( molte delle quali traballanti, in verità ) del Vecchio Mondo, per primo, ed in maniera più chiara e coerente, ha intuito gli usi della nuova comunicazione di massa, sommata alla vecchia, ai fini del controllo e della manipolazione di massa.
Come nelle più coerenti e terribili narrazioni distopiche, tutto è finalizzato ad ottenere un dominio incondizionato, e magari non immediatamente percepito dalle popolazioni.
In economia e nell’esercizio del potere politico.
Se nel passato era possibile, attendersi forme di ribellione interna, individuale e collettiva, anche violenta, alle progressive restrizioni della Libertà, e alla erosione di ogni Giustizia Sociale, nell’orizzonte odierno, tale ipotesi appare del tutto irrealistica. Le forme del conflitto nei confronti dell’autorità costituita, paiono passare di più per forme di indifferenza apatica, o per forme di criminalità capaci di momentanee esplosioni deflagranti, che per forme di resistenza organizzata.
Questo ci restituisce il quadro di una società, almeno nella parte europea del mondo, quasi interamente secolarizzata e fortemente impaurita dalle possibilità di perdita del proprio status; impegnata a cercare possibilità di difesa delle proprie opportunità, attraverso strategie individuali e familiari, di chiusura verso l’esterno, innanzi tutto, ma anche centrate sul tentativo di valorizzare beni accumulati dalle generazioni precedenti, che ne avevano avuto la possibilità materiale, anche grazie all’espansione, in varie forme, dello Stato Sociale ( e talora questi beni sono invece utilizzati a solo scopo di sopravvivenza, erodendone così il valore).
Su questo regresso dell’orizzonte, fanno leva le forme della comunicazione, caratterizzate, innanzitutto, dalla perdita di autonomia del giornalismo ( realizzata anche attraverso la concentrazione in poche mani, delle proprietà più influenti e attraverso la totale precarizzazione del lavoro d’informazione, sempre sottoposto al ricatto occupazionale ), e dalla sua conseguente perdita di autorevolezza e credibilità. E’ questo un tassello fondamentale di una strategia complessiva che, per questa via, ha in larga parte neutralizzato l’incidenza della funzione di controllo e freno all’uso del potere, da parte dell’opinione pubblica, destinataria, invece che d’informazione, di manipolazione e pura propaganda.
La possibilità d’uso dei Social Media, diffusori più o meno consapevoli, di falsità spacciate per verità, soprattutto sul piano pre-politico ed emozionale ( la diffidenza nei confronti del diverso alimentata in varie forme; la semplificazione di ogni complessità attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, e non di soluzioni; l’attacco alla razionalità scientifica in nome di presunte libertà di opinione etc. ), annulla ogni funzione di mediazione, tra chi voglia veicolare una informazione e chi ne sia fruitore, generando l’illusione che la Verità sia la Verità solo perché si sostenga essere così, e magari s’incontri il consenso di tanti altri impauriti dalla complessità.
Tale intorbidamento dell’acqua e dell’aria in cui ci muoviamo, diviene ancora più fosco e pericoloso oggi che ci troviamo di fronte, tra gli altri, a due conflitti il cui esito determinerà conseguenze future molto pesanti e difficili da governare.
La comunicazione e l’informazione proveniente dalle zone di guerra; e l’informazione e la comunicazione a commento di quanto avviene, sono esse stesse forme attraverso le quali si combatte una battaglia globale, il cui obiettivo finale è plasmare le coscienze e ridefinire, anche per questa via, le gerarchie mondiali, oltre gli orizzonti stabiliti dopo la Seconda Guerra Mondiale.
E’ divenuto possibile oggi attaccare uno Stato sovrano, come la Russia ha fatto con l’Ucraina, mantenendo una totale vaghezza sugli obiettivi finali del conflitto, considerati non negoziabili anche quando pubblicamente sconosciuti. Ciò consente enormi margini di manovra, interni ed esterni, ma produce il concreto rischio che l’unico obiettivo realisticamente accettabile della guerra, di fronte al proprio popolo e di fronte all’intero mondo, sia l’annientamento totale del nemico e la sua subordinazione al vincitore, senza alcuna reale possibilità di mediazione; quasi fossimo tornati alle campagne di conquista operate dagli imperi del passato.
E’ divenuto possibile oggi, sotto gli occhi di un intero pianeta, e senza provocare apprezzabili reazioni internazionali capaci di incidere sullo stato delle cose, procedere ad una guerra di conquista interna, del tutto indifferente alle sorti della popolazione civile del territorio oggetto di conflitto – anzi, privilegiato bersaglio delle armi – ; la cui unica salvezza consisterebbe nell’espatriare non si sa bene dove, mentre è sottoposta ad una feroce e criminale strategia di soffocamento in ogni direzione possibile, Senza neppure sentire vergogna nel rivendicare l’annientamento totale della popolazione “nemica”.
Ed in spregio di ogni pattuizione che regolava lo status di quei territori; e di ogni determinazione in merito, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Gli incontri di questi giorni tra il Presidente degli Stati Uniti d’America, ed alcuni dei suoi alleati europei e il Presidente dell’Ucraina, confermano il quadro di una narrazione distopica, in cui il più forte, che prima amava presentarsi benevolmente, diviene improvvisamente dispotico, perché non ha più alcun interesse a mascherare le reali intenzioni del proprio potere, che sono quelle di subordinare totalmente ai propri interessi, tutti quegli Stati e quelle popolazioni che s’illudevano d’avere una propria autonomia.
E a conferma che non vi siano reali margini di trattativa, poiché si punta ad una sconfitta totale del nemico, persino nella interpretazione degli incontri, le letture divergono; somigliando sempre più ad un immaginario sceneggiato televisivo, che ad ogni puntata, rimetta in discussione tutto quello che, precedentemente, sembrava acquisito.
Ma, la contraddizione continua delle proprie determinazioni, ed affermazioni, da parte dei vari soggetti in campo, è uno dei tratti caratteristici del Totalitarismo, così come raccontato da Hannah Arendt: e questo, tutte e tutti dovrebbe interrogare.
Il presidente Putin, ha scommesso sul cambio di presidenza statunitense, e ha vinto, e ora fa leva sul disinteresse americano per le sorti dell’Ucraina, e sulla debolezza dell’Unione Europea, per continuare a perseguire il fine di una annessione totale di quel Paese, e, forse in seguito, l’obiettivo di ricostituire, intorno ai propri confini occidentali, una corona di Stati-fantoccio, che difenda da ipotetici attacchi provenienti da Ovest, e ripristini lo status di potenza mondiale della Russia, e la sua capacità di influenzare a proprio vantaggio le relazioni col resto dell’Europa – mercato conteso -.
Il vero sconfitto delle guerre in corso, è la possibilità che l’Europa potesse trasformarsi da ricco mercato, in soggetto politico autonomo sulla scena mondiale: anche per colpa dei più importanti Paesi europei, Italia in primo luogo. Siamo, e resteremo vassalli del capitale statunitense, se vogliamo mantenere, formalmente indipendente da altri concorrenti al ruolo di egemonia del pianeta, il simulacro delle nostre Libertà e delle nostre Istituzioni : e lo dovremo fare a nostre spese, pagando dazio, in molte forme, alcune delle quali umilianti, al nostro più forte alleato, che non sente verso di noi, alcuna responsabilità.
Tra queste forme di tributo, il silenzio e l’inazione, imbarazzanti, quando non colpevolmente complici, nei confronti di Israele, presidio statunitense in un’area strategica del pianeta.
Se solo si togliesse il velo della propaganda e della manipolazione, oltre che delle personali idiosincrasie dei commentatori nostrani – impegnati troppo spesso a schierarsi con chi è potente, ma del tutto indifferente al loro pensiero, a meno che questo non sia funzionale ai propri obiettivi, o a meno che non sia esplicitamente servile – ci accorgeremmo d’essere nel mezzo di una transizione in cui grandi poli egemonici, stanno costituendo la propria capacità militare ed economica, anche rafforzando la propria presa su ogni situazione precedentemente, almeno formalmente, autonoma, in vista di una resa dei conti finale, che vedrà contrapposti tra loro grandi sistemi, ciascuno dei quali però, caratterizzato dalla forma capitalistica di produzione ( al di là dei rivestimenti ideologici ).
A quel punto, potrà prevalere la capacità di accordo e mediazione, ma sempre sulle spalle di tutti gli Stati vassalli, per consentire ai grandi sistemi di continuare a lucrare un profitto capitalistico santificato da strutture imperiali e feudali; oppure andremo verso un conflitto generalizzato, magari preceduto da conflitti regionali, via via sempre più estesi e distruttivi.
La grande debolezza dello schieramento politico contrapposto a chi oggi siede in quasi tutte le stanze del potere, consiste esattamente nel non essere in grado di contrapporre a questa strategia globale, un pensiero altrettanto universale, che magari abbia poi sue specifiche declinazioni territoriali, perché è, in parte, esso stesso convinto che non vi siano alternative al modo di produzione capitalistico, e non comprende il cambiamento di fase, illudendosi che sia ancora possibile un compromesso simile a quello socialdemocratico costruito sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale.
Non vi è una ricetta unica ( ammesso vi sia effettivamente ), che consenta di andare oltre la strettoia che ci porterà ad un conflitto globalizzato ( si vedrà poi, se armato o in altre forme ), ma di sicuro, essa avrà bisogno di una sua specifica forma di comunicazione, capace di ribaltare l’attuale gerarchia delle fonti nel sistema comunicativo globale. E a questo, occorrerebbe pensare, e in questa direzione occorrerebbe agire.
Nel frattempo, le popolazioni civili, continueranno a soffrire indicibilmente, e la Giustizia sarà calpestata in ogni luogo possibile.
Nel frattempo, l’Europa per prima, dovrà cambiare le sue classi dirigenti, e scegliere strade totalmente diverse da quelle sino ad ora percorse.
Continuare a non porsi obiettivi di questa natura, e a quell’altezza, non farà che stringere al nostro collo il collare del guinzaglio cui siamo tenuti.
Occorrerebbe inoltre, cancellare, una volta per tutte, l’ipocrisia che dipinge una parte di mondo come patria di Diritti e Libertà, mentre è impegnata a fare affari, anche non trasparenti, con i peggiori regimi del mondo; mentre è impegnata a chiedere ad altri Stati ( pagando Turchia, Libia ad esempio, o Messico, per altri versi ), di trattenere illegalmente ed ostacolare in ogni modo chi voglia raggiungere Europa, o Stati Uniti, senza sforzarsi invece di porre fine a politiche colonialiste di spoliazione delle materie prime dei paesi più poveri, e senza sforzarsi di immaginare credibili politiche migratorie e realistiche politiche di integrazione culturale e sociale, al netto delle politiche di contrasto ad abusi, reati e violazione del Diritto Internazionale.
Mi colpiscono, l’indeterminatezza di tutti i governi europei ( e di quello statunitense, ovviamente ), e il silenzio della Commissione, riguardo i reali e praticabili obiettivi da porsi rispetto al conflitto tra Russia e Ucraina. Non mi riferisco ai contorni precisi di un ipotetico accordo. Ma proprio gli obiettivi politici, che, semmai, possono innervare un accordo credibile.
Il silenzio sugli obiettivi, è il primo segnale che la Democrazia sta pervertendo sé stessa, e che, in una certa misura, siamo coinvolti direttamente in questo conflitto, poiché con tutta evidenza, gli obiettivi politici ( ammesso vi siano obiettivi sui quali si concorda ), sono trattati alla stregua di un segreto militare e non sono sottoposti a dibattito pubblico.
Così come, per converso, mi colpisce, di questa ultima terribile fase di quanto accade in terra di Palestina, colma certamente di orrendi crimini di guerra e forse di un Genocidio, che il governo israeliano, usi invece la comunicazione per dire al mondo, esattamente cosa intende fare e quali obiettivi politici intenda perseguire, e mi colpisce che il mondo si accomodi tranquillamente a tutte le violazioni del Diritto Internazionale commesse, e a tutte le violazioni dei deliberati ONU commesse; rivelando, anche per questa via, l’ipocrisia di chi, a parole, ha sostenuto la retorica del “Due Popoli, Due Stati”, senza avere in realtà nessun elemento fattuale e concreto che consentisse di arrivare a questa possibilità, ma solo, evidentemente, mascherando uno sprezzante disinteresse per le sorti di milioni di persone, native di quei luoghi.
Entrambe questi conflitti, stanno trasformando la comunicazione; tutta la comunicazione, in ogni ambito, in uno strumento di guerra e a sostegno di una parte in causa.
La retorica guerreggiante e di chiusura all’ascolto, e al confronto, è un altro segnale del montare di un clima da conflitto globale.
Come si disinnescano, tutte le micce già accese ?
Se i governanti del mondo, non assumono responsabilità, per le conseguenze delle proprie azioni, tocca ai popoli, assumere responsabilità, e cambiare i governanti.
E’ tutta qui, la terribile semplicità della condizione che viviamo. Ed è tutto qui, il primo necessario passo da compiere.









