Ogni gradino di scala
è una scusa
per provare a raggiungere il cielo.
Anche quello intrappolato
contro un soffitto povero
che di celeste profuma, egualmente,
pur se non libero.
E anche quando finiscono
i gradini di ogni più alta casa,
vale ancora salire
e oltre.
Sei tu lì
tra sacre nuvole
e dura fatica che resiste
e te mi sei sole.
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Da questo sole coperto, a tratti,
da pietose nuvole,
effonde un calore che non conosco;
di pianta rustica, che nell’arsura cresce
e nasconde con colori pieni,
lo stento e la paura
d’arrivare mai al cielo.
Mi scalda,
nel mezzo d’una tramontana verde
e gli occhi mi chiude inatteso.
E però non so che farci
di questo caldo che mi insidia e,
inutilmente,
mi fa correre il cuore
come un respiro corto.
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Una nocca di corda
incrostata di alghe secche
e salsedine aspra,
legava la prora della barca
al molo antico
fatto ormai di pietre di mare e
furiose onde di ponente.
Gemeva, il legno della barca costretta,
piegandosi controvoglia al vento,
e alla sua solitudine dimenticata.
Scrostati i colori,
e spaccati remi dall’arso tendere
e l’opera viva ormai fessurata tanto
da lasciare sul fondo della chiglia,
un’acqua torbida
che m’avrebbe affogato.
Senza orizzonte,
era il timone;
lontani i giorni delle creste bianche
spezzate dalla tempesta
che rinasceva limpida.
Il desiderio restava,
di rotte all’alba e porti riparati,
come una sabbia spersa
da una mano indifferente.
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Sentire posso
il respiro sottile delle piante arse
e il fragore festoso
dei frutti che maturano
sotto questo stordente sole di cicale.
E sentire posso
le nuvole farsi ombra
e posso ancora aspettare,
di poter bere sorsi di cielo.
Eppure nulla
vorrei sentire
e scolorire solo, come una roccia
al tempo del vento.
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Libero
come una candela accesa al vento,
forte
come un silenzio senza colori,
chiaro
come uno specchio spento e
profondo
come un cielo fino alla luce
e vivo
aggrappato alla sabbia di un castello
e non m’importa, delle onde di luna.
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Non spendo in oro
tutti i sogni toccati
aspettando di trovarti.
E non spendo in oro
tutto il tempo scorso
a leggerti.
Né spendo in oro
i mattoni azzurri di Babilonia
sfiorati con te.
E neppure spendo in oro
di non esserti degno
tutta la paura.
Non c’è cambio
per l’unica acqua
che sciolga dalla sete.
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Accendi il cielo, per me;
anche a notte
fammi guardare solo il lato argento,
delle foglie, perché siano alba
mentre ancora mi dibatto
tra le reti della notte senza luna, e
di candele non sento bisogno
perché ho ricordo del fuoco tuo
e mi basta
per dar incendio alle stelle.
In silenzio,
mi monta la furia
di ogni assenza fredda
e m’abbraccio, da solo,
e solo in te,
sento rifugio.
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Ripongo oggi,
in una piccola scatola metallica;
quei fili d’erba all’alba
prima righe d’inchiostro nero
poi fiori cui hai concesso colore.
Quelle piccole pietre bianche
scosse sull’asfalto
dai passi d’una cerva veloce,
leggera come su di me le tue dita.
Le piume cave
di un gheppio tra i rami
che guarda la femmina volare
e la sostiene.
La terra tra le mie dita
che cresce frutti dolci
come il luminoso nudo tuo,
sguardo.
E a me resta solo
la strada vuota
e d’assenza è la mia memoria.
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È volata una farfalla sul dolore
e l’ha avvolto di seta,
tra mele e silenzio.
Sotto le sue ali
ha visto il campo assetarsi
incendiarsi,
di ferite secche frangersi.
Dal cielo s’è tagliato l’azzurro
per ognuno dei giorni di respiro.
E ancora per le lune prossime.
Sebbene anche sale, sia piovuto
su quel campo, ch’era fertile di terra nera,
e tensione tenera,
un seme,
un seme solo la polvere ha cullato
e protetto
e che pregando acqua, trema,
nello spasimo che arde fiorire i colori
di aperte braccia.
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Di tutto il vivere che posso
cerco nel giorno la luna,
e i resti di verità che non ho.
Di tutto il vivere che posso
il vento mi governa
ma non riduce in ruggine
davanti a te
il mio tremare.
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T’imporrebbero i giorni ormai scorsi,
del martello su un ferro curvo da dirizzare,
il silenzio vuoto e scuro;
che ogni pianta asseta
nell’estate arsa d’assenza.
E colmo d’assurde attese sperse
cerchi invece la stazione dimenticata,
dove s’incrociano i binari
che pure mai più,
incontrarsi avrebbero dovuto.
E tanto sei sconciato
da carezzare le spine dei rovi
e farti apparire frutti rossi e dolci
dove c’è solo sangue che scola.
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Tenera, la luce notturna
allo sparire degli angoli
e dei confini della paura;
rassicurante,
lascia la mano,
e permette il volo
solitario
che cade
da freddo colpito
nel cuore abbandonato.
E a nessuno interessa la carezza
di lontane stelle
mentre abbracciati
alle sole proprie spalle
senza fuoco si muore.
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Su una barca di legno celeste,
sono nato in mezzo al mare,
senza approdi agli occhi
e solo.
Dal vento che alza le onde
non ho difese,
e solo amare di più, posso.
Dal sole che m’arde
e dalla pioggia che mi piange,
non ho difese,
e solo amare di più, posso.
Dalla notte non ho orientamento di stelle
e dal giorno non ho voli d’ali
che mi cantino terra,
e solo amare di più, posso.
Solo amare di più
mi affama di restar vivo,
nella mia barca di legno celeste e bianco
che apro
a chi mi voglia compagno di orizzonte.
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Scavalco il cancello.
Cerco la strada tra rovi
e anneriti mattoni di campagna
che mi porti ad un ulivo straziato
di cui ancora possa sentire,
con le mani sulla corteccia nera,
la linfa scorrere verso il cielo,
perché ho bisogno
di credere che mi resti vita
nel rotolare quotidiano
verso un pozzo senza desideri.
Scavalco il cancello.
Nessuna resa
al tempo della polvere.
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Niente,
io capisco.
Non capisco il vento che cambia direzione
e trasforma lo scirocco in un sorso di fresco;
né capisco della farfalla la fragilità
su un fiore piegato dal giorno arso.
E neppure posso capire
l’inutile cadere di mele selvatiche
sul bordo d’asfalto della mia fame.
Non so capire la rinuncia
d’un legno affinato da mani secche
di salsedine e terrore,
ad affrontare le onde potenti
del mare bambino.
Non riesco a capire il castigo
di buio
per una lucciola d’essere stata stella.
Capire mi sanerebbe forse il cuore
in brani strappato e differenziato;
mi proteggerebbe credo,
dall’ultima insostenibile ombra,
lasciando schiusa una finestra
sulla luce che ancora mi cerchi.
Sebbene io nulla capisca.
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Dolce l’uva
come a primavera un violino
che piove
di lontane stelle
luce.
Di seno maturo il frutto
e di mattutino oblio
il succo acre
di un ricordo sfuggente.
Pari a cercar ombre
la notte tenue
fino ad alba anche
che gli occhi mi chiuda.
A sempre.
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Gialliscono, da poco,
le foglie del grande ippocastano,
cariche di falsi frutti spinosi;
già cantano autunno
prima che s’appressi
al mio cuore.
Sempre inseguo un tempo futuro
come potessi mai raggiungerlo,
ché sempre avanti mi sposta
l’invano afferrarlo.
Ma io non ho che un sempre transeunte
presente,
e sempre mi mostra,
oltre le finestre, l’autunnarsi dei giorni miei.
E le toccherò un giorno presto,
le cadute foglie di ruggine,
del grande ippocastano.
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Sarò il tuo tetto
sarò
sarò il ponte
sarò il ponte che unisce le mani
e sarò l’attesa.
Sarò quel giorno
anche dopo che sarà finito.
E sarò le rose
e sarò le lacrime, lucenti, del mattino.
Sarò fertile
delle tue parole e
sarò la porta mai chiusa
e
sarò custode
di ogni rifiuto che mi ha tagliato.
E sempre sarò
il sasso che salta sul mare
fino alla prossima onda.
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Trattengo il fiato,
prima della pioggia e
anche prima che dalle nuvole cada il sole;
mi respira il vento
e porta con sé
tra montagne e case di legno
e interrotti voli d’uccelli;
fino alla porta d’una stalla,
tra ortiche e legno sfranto,
dove mi rifugio nella paglia,
dal tuono e dagli alberi piegati.
Aspetto ora, solo che il mondo accada,
aggrappato al filo secco
della mia nuda vulnerabilità.
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Dai tregua ai miei desideri
buio
fai arbata liscia delle onde
che ad ogni passo
i miei miraggi scuotono.
Nascondimi buio
mentre inseguo l’ultima luce di tramonto
perché nessuno di me rida
di quanto ragazzo spezzato ancora sono
e scoperto.
Addormentami buio
pure se
neppure i sogni
posso permettermi.
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Cancellami, sole,
che negli occhi ti ho fisso,
ogni desiderio mio, e lasciami
solo confuse nere macule,
che toccare m’è proibito.
Nascondimi luce
mentre inseguo
di un’auto che s’allontana,
l’ombra incerta e veloce,
e che m’irride,
fuggevole.
E fermami giorno,
mentre con ogni gesto immobile
verso il passo successivo vado,
per non essere presente
e diventare polvere spersa al mattino
entro la mia finestra.
Nulla.
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Stecca, la musica del silenzio
e s’apre
sui petali di geranio umile
come un’acqua che nutra
quando tutto intorno è sete.
Improvvisa, la tua risata
ha illuminato le stelle
e m’ha illuso
d’essermi vicina.
Sulle dita ho sentito polvere d’oro
posarsi,
come una pioggia stranita,
e la notte era amica
dolce d’abbraccio
che di dosso mi scivola
la prigione e mi scioglie.
Cerco una coperta
che dai sogni mi protegga
e il rumore delle strade
mi restituisca sovrano,
perché come nebbia
si sfarini ogni attesa.
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Un passo avanti
un calcio in aria,
e cado sulla mia ombra rossa,
ed è un passo più vicino
alla mia rabbia,
e al bordo della strada, in curva,
quando guido veloce,
e vorrei volare
e cadere,
e sentir scoppiare le vene e
sbandare.
Due passi avanti
sul palco
dove non sono mai stato
perché mai ho recitato
ogni musica che sogno
per te.
Indietro, un passo
sino alla luna nel pozzo e
al silenzio che non riesco,
a farmi dentro. Fermo.
Sono un bersaglio perfetto. Fermo.
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Gli infiniti errori che miei sono
hanno odore di pietanza bruciata
e sapore d’acqua amara
e mi piegano.
Sono strade che segno
e ripercorro,
per inetta condanna di passo d’asino
e pegno,
sempre pago
come inevitabile schiaffo
al troppo che presumo.
Unica scusa forse
l’amore col quale tento.
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Versami in un bicchiere
l’aria che ti gira intorno;
fammi sorridere
sul ballatoio di un palazzo cadente
perché è solo l’ultima possibilità
che non ho.
E resta lì;
potrei voler parlare
di ogni giorno, e di ogni notte
e di ogni amore che ogni giorno
e ogni notte imparo.
Parlare con qualcuno,
e uscire dalla galleria sotto un ponte
mentre il cielo disegna le stelle mai morte
e trovare
trovare quanta ombra cancella
il buio.
Portami,
il frutto dolce, di tutte le parole
che non dici.
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Mi resta la pioggia
per immaginare che l’immenso
mi sia vicino.
Mi resta scalare
ogni goccia d’acqua dispersa
per toccare la notte.
La pioggia, mi resta,
per bere una nuvola
di impalpabile fumo e ricordi di mare.
Mi resta sentire nella schiena
il brivido freddo del vento,
come il ricordo morto di una carezza.
Non cerco riparo
non ne voglio più;
della pioggia mi resta
il sapore di lacrime senza angeli,
e solo nudo mi resta
essere;
per sentirle bene
le ferite di cielo.
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Un altro giorno ancora
di fiori nati dove non dovevano
e di passeri che s’inseguono
tra le foglie del lauro.
Un giorno ancora
a seguire il volo lento degli aironi
oltre i neon dei centri commerciali.
E ancora un giorno
a fermare i battiti del cuore sotto la pioggia
per non ascoltarne d’essere musica
il bisogno.
Fino a sera un altro giorno
ad immaginare il giorno dopo
un respiro ancora
oltre l’angoscia che s’inserpenta.
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Cadranno, dallo sguardo della foglia,
le gocce d’acqua di cielo,
onde, dei loro ricordi di nuvola
e mari lontani.
Dense,
dell’odore di mani innamorate
immerse, in rivi dolcissimi
di roccia bianca e tonda,
prima di toccare la pelle
del silenzio.
Cadranno,
a morire in terra e a rinascere
verde erba tenace
e brada.
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Questa fredda coperta notturna ancora
che più di un’ombra
m’ignora,
e neppure mi lascia galleggiare
sull’acqua del porto
tra le luci polverose
di spenti lampioni arrugginiti,
mi pare un tiepido abbraccio,
appetto a non vedermi
nel riflesso di un vetro di finestra,
come se mai camminassi verso te.
Tra poco nasce mattina e
posso lavar via i sogni.
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Una leggera farfalla
di ali brune e arancio
posata appena su uno stelo,
come i miei pensieri aggrappati
al mio trattenuto respiro,
oscillava al vento.
( Antico lenzuolo appeso sulla terrazza
ad asciugare profumato
di cotone bianco e pulito,
in cui nascondermi bambino ).
E m’è venuta un istante
tra le mani incerte;
appena il tempo
di chiederle di portarmi con sé.
Io cenere gravata da terra.
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Da mare pieno, la riva
è solo una riga nera, prima delle nuvole.
Conosci quelle strade
e ne sai l’odore di cordame salso
e nafta bruciata.
Dietro il molo c’era il fondaco
degli ebrei cacciati,
e la terra, da mare di onde
scuro come la disperazione,
è solo una riga nera di quaderno,
dove non si può scrivere.
E ritornano
le campagne sterili lasciate indietro,
in fuga dalla Spagna, dalla morte,
dall’abiura, dalla fame,
dalla mietitura accurata di vite,
forse umane.
Resta lontana la terra.
Resta solo l’amore
a difesa del sole,
delle figlie, delle donne di rosa.
Questo amore che non vuole nessuno.
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Ti ho aspettata, nove calendari lunari,
luna.
T’ho vista entrare dalla mia finestra
e fermarti ombra sulla parete
della mia vuota stanza di lavoro
e mi sono fatto di presso
per carezzarti
fredda, di muro ingrigito
e di ogni mia preghiera
colma
come una fronte calda
di febbre bambina.
Ti ho aspettata
ancora nove calendari marini
latte dei tuoi riflessi
e t’ho vista sorgere
dietro le torri dei fuochi d’allarme saraceno
alta sugli speroni di roccia
e mi sei volata incontro
e ho la pelle di salsedine.
E ti ho aspettata
oltre nove calendari
guardando dentro di me
ogni primitivo mondo che hai creato
e solo tra le tue mani
sono riuscito ad afferrarmi
e per questo ti aspetto
per le lune prossime che verranno
fin oltre dopo, che me ne sarò venuto via.
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Rocciosa nebbia rotolante
sul mio andare spaurito:
non avevo il sole per bussola
e neppure occhi ardenti
che mi fossero guida.
Solo l’erba arsa e dal vento chinata
ai lati dell’aria tremante di furia.
Eppure avanti ho seguitato
fidandomi solo d’ogni mio lento passo
e ancora,
ad attendere
la luce cantata dagli uccelli che
di lontano, sui prati percossi dal buio,
si danno riconoscenza e cuore,
come un gesto di carezza al bambino
che appena sveglio
prima d’ogni coscienza,
della madre veda le labbra
accoglienti, di parole salvifiche.
Finché s’è mutato il buio,
in un latte azzurro e grigio e oro
dai cui lombi nascevano i monti
e i liberi lupi,
della luna testimoni
e della fame che la notte custodiva.
Allora ho chiuso gli occhi
e ho ascoltato nel sangue
battere il tuo nome.
Veloce.
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Tiepido autunno
di ancora verdi mani
ribelle alla sera
sempre ti perdi
tra i voli di desideri
che non migrano
e s’incidono
più ancora nella corteccia
respirante
d’ogni pensiero,
che in terra scivola
lento
di sé lasciando ferite vive
aperte.
Tra spine atroci
nascondi frutto dolce
e ne ho indosso il sangue.
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Tanto mi chiedo
quale linea in me separi
giorno da scuro
e guardo possibili
risposte.
Amori ci sono,
mai separati
vivi,
in ogni onda di mare
che è sempre lo stesso mare
fermo fino al profondo.
E momenti,
in cui le mie inconsapevoli mani posano
verso la notte
i miei più recessi dolori.
E lì restano.
Senza memoria.
E senza respiro m’accorgo
di quanto male
io preghi sonno.
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Questo cielo azzurro
che si specchia ardente
sulle dorate foglie d’ippocastano,
all’inverno mi chiede
di non arrendermi.
Segnato dai voli neri
di irregolari storni
che tracciano impossibili pensieri
lasciati aperti
come porte all’amore.
Appena bianco
d’impalpabile vapore marino
che annuncia prossima ombra.
Mi chiede come sia bellezza
solo oltre la mia finestra,
e a me sorda.
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Del giorno
mi resta la sera
e le nuvole fredde
e i colori ancora vivi.
Del giorno
mi resta aver visto il sole
aver immaginato
che mi placasse la pelle.
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Mi ritrovo smarrito
a camminare
su un asfalto da poco bagnato
di solitaria pioggia
caduta mentre era sole leggero
nel dirado di nuvole,
e non avevo strada.
D’andare ho deciso
da solo e sperso
verso
l’unica uscita che mi resta.
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Attacco un pezzo di notte
ad ogni giorno
che alla mente riviene,
e mi ricordo
d’aver scorso il tempo
come pagine veloci.
Una volta, potevo sapere
che sarei stato atteso;
ora so
che nessuno ho da aspettare
perché ho completato il buio
e me n’è rimasta una sola stella
tra le dita accesa.
Sino al mattino
sino ad ogni mattino del mondo.
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Troppo poco
ti ho difeso dal buio e
troppo poco
ho scaldato il ghiaccio
che ti chiudeva e
troppo poco
ho chiamato il tuo nome al mare
perché ne liberasse l’ormeggio e
troppo poco
alla luna ho cantato la gioia mia
d’essere salvo, sul margine del bosco,
per tua mano e
troppo poco
ho compreso i tuoi silenzi,
per raccoglierne il peso.
Al sorriso di un bambino chiedo perdono
per non essere mai abbastanza.
==============================================================
Vento
da sud,
spinoso di fichidindia e sale di scoglio
aspro tagliente, luminoso a notte,
come una coda di rabbia
sul mare indomato;
rovesci caldo
nel nulla delle mie mani
e strappi tegole
dalle mie braccia di calce.
Non mi lasci attese;
neppure storie di spaventapasseri dimenticati;
solo cerchi dai quali non so uscire.
E fabbrico vele allora,
che tu possa tagliarle
se riesci,
e schiantare l’albero maestro,
e non mi fermerai
neppure con la paura
fino alle mura della città vecchia,
fino al mio rifugio
di sgretolato tufo.
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Una preghiera, vorrei saper scrivere
che mi porti a primavera
e muti, il volo delle vespe in api e
in fiori, gli steppi arsi piagati, del campo,
che cammino incosciente.
Una preghiera che sani l’albero scortecciato e nero
e di nidi lo empia, e canti
e ne alzi i rami
a ringraziare l’irraggiungibile cielo,
vorrei poter avere.
E possa questa preghiera
immarcescire le foglie secche e il dolore
e mutare la caduta in frenesia di vita e amore
proprio ora, che più sento
del verno il gelo e il morso e l’indifferente alito di morte.
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Verranno nuove case
e tralicci di ferro
dagli immensi capelli elettrici,
incontro ai miei occhi
mentre corro,
da opposta direzione,
ad un luogo segreto,
dove posso infine guardare le cime piegate
di alberi, strette da passeri
senza nido e cantori di promesse.
Verranno ai miei occhi incontro
i profumi di quello che sarà:
dei petali arsi sulla pelle,
delle parole che piovono e
delle braccia che slargano
al vento fragile dell’incontro.
E senso prenderà
il tagliente vuoto che traverso.
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Questa primavera senza stagione o autore,
di foglie perse e di colori che spengono la luce
non riesco a guardarla.
Devo difendermi
dallo sgomento dell’orizzonte insterilito
e dall’infinito desiderio di fiori accesi.
Fisso lo sguardo basso in terra
nascondo in me il bisogno
di fresco e aperto cielo.
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Non ti saluto, sole
perché non oso vederti togliere buio
e non ti guardo, sole
perché quando oltre l’ombra mi poggio
mi riveli il colore del mondo
che non so arrivare.
E non sento il tuo calore, sole
perché sei estate sempre
mentre autunno m’incatena.
Scavi sole
dentro i solchi della terra
e porti la forza della linfa
e di te m’innervo.
Finanche a notte.
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