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Cosa significa, essere una persona ?

Gen 24, 2024 | Commenti

Un mio carissimo amico, mi ha chiesto cosa renda tale, la persona; cosa dia, al vivente umano, la dignità di persona.

E’ un atto di irreparabile presunzione, pensare io, di poter rispondere a questa domanda. Ma è una gran bella domanda e, io, alle tentazioni non so resistere, in genere. A mia parziale discolpa, per quel che scriverò, se offenderò la logica, la storia, l’antropologia o la filosofia, o la psicologia, o qualunque altra disciplina s’occupi dell’umano, posso scrivere che le risposte che proverò a raccontare, sono solo mie, e rappresentano me solo; di esse mi assumo intera la responsabilità, e la paternità. Persino non pretendo abbiano inoppugnabile verità.

Se dovessi invece offendere qualcuno, me ne dispiacerebbe, ma sarei disponibile a discutere, di ragioni contrarie alle mie, purché argomentate. Diciamo che reputo l’eventuale l’insulto folcloristico o cattivo, ma non troverei, credo, sufficienti ragioni per prenderlo in considerazione.

In premessa, credo occorra sottolineare ( e forse le domande, per come sono state poste, sottintendono una simile evenienza ), che è data una possibilità di vivente umano, ma non persona.

Il che apre scenari da indagare, interessanti, e insieme, inquietanti.

Innanzitutto, verrebbe da chiedersi chi decida, e sulla base di cosa, se un vivente umano, sia, o meno, una persona.

Si tratta di terreno assai scivoloso, e che potrebbe prestarsi a numerosi equivoci, o, persino, ad una quantità tale di errori e sottovalutazioni, nelle conseguenze di ciò che posso affermare, da rendere di gran lunga più saggio, semplicemente, fare appello alle tonnellate di pubblicazioni sul tema, senza dover cimentare in questo le mie malcerte conoscenze e convinzioni.

Io, direi di sospendere, le considerazioni in merito a simili questioni.

Non per sfuggire alla loro pesantezza, ma per provare a immaginare un modo giusto, di rispondere.

Innanzi tutto, perché credo sia proprio d’ogni vivente, traversare anche periodi diversi, in cui possa essere considerato “persona”, ed altri in cui tale apprezzamento sia molto più difficile

Io direi che, per decidere se un vivente umano, possa essere, o meno, considerato una persona, sarebbe opportuno attendere la sua fine. Il momento in cui, cioè, cessi la sua vita. E dopo, provare a trarne un bilancio. Interrogarsi. Naturalmente, interrogarsi sulla natura di un vivente umano, è lecito ogni istante, così come ogni istante è lecito regolare il proprio comportamento rispetto all’idea che ci facciamo dell’altro, ma dobbiamo sapere che questo tipo di opinione, o giudizio, o addirittura sentenza, si presta ad un certo grado di arbitrarietà, che sarebbe bene provare a limitare, il più possibile.

Insomma, per analogia, anche se non così profonda come dovrebbe, dobbiamo essere consapevoli che, se Cesare Battisti fu per noi, un eroico patriota socialista, per gli austriaci, era solo un traditore che, secondo la loro legge, giustamente impiccarono.

Grosso modo, direi possano aprirsi tre possibilità.

Quel vivente umano era una persona.

Quel vivente umano, non era una persona.

Quel vivente umano, aveva tratti da persona, ma gli occorrerà del tempo, da prelevare dall’eternità che lo attende, per migliorare sé stesso, dopo la propria dipartita, e arrivare ad essere persona.

“Codesto, solo oggi, possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Forse, sarebbe opportuno seguire Montale, e magari accettare l’idea che sia possibile solo accogliere ciò che definisca un vivente umano “non persona”, piuttosto che camminare sullo scivoloso terreno della definizione.

Penso invece che, innanzitutto, occorra introdurre una prima considerazione importante.

Pur se ogni vivente umano dovrebbe conservare sempre un irriducibile nucleo di diritti che ne rispettino la sua natura di essere, molto vivente umano ha sperimentato nella storia, e sperimenta ancora oggi, una condizione di “non persona”, per ragioni indipendenti dalla propria volontà.

174517 era il numero tatuato sul braccio di Primo Levi, ad Auschwitz.

Hannah Arendt nella sua opera spiega, argomentandolo in modo inoppugnabile, che l’universo concentrazionario dei campi di sterminio, l’assoluto arbitrio che vi regnava, la contraddittorietà delle regole e dei comportamenti dei persecutori, la totale noncuranza per il valore intrinseco della vita umana, avevano un unico scopo precipuo, sin dal momento dell’ingresso nel campo, con l’acquisizione di una nuova identità sancita dal numero tatuato sul braccio. La totale cancellazione di ogni caratteristica di persona per il vivente umano che attraversava da prigioniero, i cancelli del campo. La persona ridotta a vuoto contenitore. Nella migliore delle ipotesi, e per un tempo comunque breve, prima della sua “soluzione finale”, un puro strumento di lavoro per i fini, inconoscibili, del Reich.

Credo sia possibile dire che un tale processo di annientamento della persona, abbia certamente, in parte, interessato i prigionieri dei Gulag sovietici, e di altri campi sparsi nella storia recente, ma interessi oggi, anche larga parte dei sistemi detentivi praticati dai regimi dittatoriali e autoritari, e talvolta, purtroppo, non solo da quelli.

La reificazione del vivente umano, è stata, ed è tutt’oggi, una conseguenza di molti dei processi di produzione, di beni o servizi. Importanti società di consulenza, con sedi in tutto il mondo, passano il loro tempo a scomporre in segmenti sempre più minimali ogni singolo processo produttivo, con lo scopo di spossessare il vivente umano di ogni sapere inerente quel processo produttivo; vuoi per sostituirlo con una macchina; vuoi per renderlo talmente privo di contenuto, da poter essere effettuato anche da un essere non umano; una scimmia, ad esempio. Lo scopo di queste procedure è certamente accrescere il profitto della proprietà, vendendo loro nuove soluzioni organizzative per i loro affari, ma anche, e soprattutto, selezionare una forza lavoro il più possibile e, auspicabilmente, totalmente servile; che non discuta, non si ribelli, e sia totalmente ancillare rispetto al fine del profitto finale per la proprietà aziendale.

Verrebbe da chiedersi se persino il credo religioso, o un certo modo d’intenderlo, non richieda un analogo spossessamento. Se cioè l’adesione integrale al dettato del credo religioso, qualunque credo religioso, non presupponga la rinuncia a sé; alle proprie qualità personali e l’affidarsi senza discussione alcuna ai dettati dell’istituzione religiosa, quale che essa sia, chiamata ad esaminare il grado di ortodossia nell’adesione di ciascun vivente umano che ricada sotto il proprio potere e ad esercitare su di esso un comando senza mediazione alcuna nella vita quotidiana.

La riduzione in assoluta povertà, di importanti quote d’umanità, il cui unico pensiero attenga al procurarsi le risorse per il proprio sostentamento, solo il proprio, neanche quello familiare o della propria comunità di riferimento, indubbiamente può privare il vivente umano, magari solo temporalmente, di ogni sua caratteristica di persona, riducendolo ad un puro essere impegnato solo nella propria sopravvivenza. E per questa pronto magari ad infrangere regole, leggi ed interdetti, anche in modo grave e brutale.

Talune malattie, in specie quelle invalidanti la sfera cognitiva, affliggano esse dalla nascita, o a vita iniziata, indubbiamente privano il vivente umano che ne sia colpito, di molte, o tutte le caratteristiche di una “persona”.

Questi sono macroesempi, non esaustivi, di sistemi che, strutturalmente, non hanno bisogno, o cancellano, o intendono cancellare anche radicalmente la qualità di persone del vivente umano. Naturalmente, esistono nel concreto, varie gradazioni di questa “cancellazione”, e è sempre bene provare ad articolare giudizi e considerazioni in merito.

Esiste, una graduatoria, per quanto oscena, anche nel male, e tenerne conto è una norma essenziale che consente di non scivolare a propria volta nella perdita delle qualità di “persona”, in nome di astratte purezze di giudizio che fanno paura, per la loro fretta, anzitutto, come direbbe frate Guglielmo da Baskerville.

Forse allora, è il caso di avventurarsi in un tentativo di ricerca delle qualità che di un vivente umano, fanno una “persona”.

Anche qui, immagino che una premessa abbia senso, se non altro su un piano di cautela nella costruzione di “definizioni”. A me pare che le caratteristiche di una “persona”, siano tutte tra loro correlate. In una persona possono coesistere in differenti modalità e gradazioni, ma dovrebbero esser presenti tutte, e tutte insieme, per poter articolare al meglio l’idea di cosa possa essere una “persona”. Non ho scritto, di cosa “dovrebbe essere” una persona, perché non mi pare il caso di immaginare una tavola delle leggi. Ce ne sono altre e ben più autorevoli di qualsiasi cosa io possa scrivere.

Intendo limitarmi al poter essere, perché non pretendo di dare esaustività alle mie definizioni e alla mia ricerca. Ad essa si può aggiungere, ed essa si può meglio strutturare.

Una persona, riconosce di non essere sola al mondo, anche quando prediliga la propria solitudine, misantropa, persino. Questo riconoscimento, non è scontato, né banale, perché, immediatamente, produce un senso del limite, sotto vari rispetti, e anche numerose responsabilità, sotto moltissimi altri.

La persona riconosce l’esistenza dell’altro, e pone a sé stessa il limite di non violarne il confine, anzi, sente su di sé la responsabilità del rispetto di questo limite, e magari anche del sostegno nei confronti dell’altro.

Il riconoscimento dell’altro, implica la gelosia e la cura per la propria libertà, e, di conseguenza, la cura e la gelosia anche per la libertà dell’altro. Reciprocamente, e nei confronti di terzi.

Comincia a non essere persona, chi non riconosca quindi l’essenzialità della relazione, relativamente alla condizione umana, e di una relazione in cui ciascuno pienamente e liberamente esprima sé stesso, a partire dal limite e dalla propria responsabilità nei confronti dell’altro.

Dalla relazione, dalla responsabilità, dal limite e dalla cura per la libertà, discendono numerosi altri principi, che mi pare siano anch’essi connessi tra loro, ma che abbiano una loro storicità, per un verso, e un loro carattere negoziale, per l’altro.

Partendo cioè dalle caratteristiche di fondo appena indicate, esse trovano materiale svolgimento nella storia dell’umano, secondo le caratteristiche proprie dell’epoca in cui esse si trovano ad operare. Il riconoscimento dell’altro ha guidato il legislatore di diverse epoche storiche, producendo diversi frutti nella relazione tra umani, ed altri, magari per noi oggi imprevedibili, ne produrrà. E tali frutti determinati storicamente, sono stati più buoni, migliori, e più duraturi, quanto più abbiano avuto carattere negoziale; sia stato per essi cioè, ricercato il libero consenso della maggior quantità possibile di vivente umano.

La persona, riconosce anche un proprio intrinseco limite. La propria morte.

Il vivente umano sperimenta, si potrebbe dire, quotidianamente, la morte. A partire da quella delle persone a lui più care. E alla morte attribuisce un carattere di altissimo rilievo, direi fondante della propria autoconsapevolezza.

Tutti gli uomini sono mortali.

Socrate è un uomo.

Socrate, è mortale.

Questa proposizione fonda l’autoconsapevolezza della propria condizione e della propria sostanza di essere, ma è, anche, nello stesso tempo, il fondamento della invenzione di un linguaggio che struttura le forme stesse del pensiero, almeno per quel che riguarda quanto siamo abituati a definire “civiltà occidentale”, con tutti i difetti e le contraddizioni, e anche con tutto il portato storico sanguinoso che una simile definizione richiama.

La mortalità dell’uomo è la sua condizione esistenziale, e, nello stesso tempo, la condizione perenne del suo interrogarsi sul senso stesso del vivere. Un vivere che ha un inizio, e una fine certa, e tale fine pare rendere vuoto di ogni significato, un vivere il cui orizzonte temporale, rispetto all’eterno, patisce di una tale incommensurabilità da rendere vertiginoso e straniante ogni pensiero in merito a questo rapporto.

Se al nulla siamo destinati, nulla è il nostro vivere.

Ma forse, caratteristica della “persona”, è anche il suo sforzo a riempire di senso un orizzonte temporale minimo che gli è concesso. E il senso, non è solo l’egoistico ( ed esiste anche un “egoismo sano” ) soddisfacimento di esigenze primarie e di esigenze altre; forse il senso è dato dalla ricerca di questo senso, attraverso vari strumenti. Dal pensiero, all’arte, alla scienza, allo sviluppo dell’autoconoscenza. Anche attraverso il riconoscimento dell’assenza di senso.

Ed attiene alla persona, consapevole della propria mortalità, la cura per la vita in sé, e per la propria e altrui sfera riproduttiva.

Ma la cura per la vita in sé, trova un limite nel libero arbitrio; nella neutralità semantica e di giudizio che si dovrebbe avere verso il suicidio, o verso la scelta di porre fine alla propria esistenza quando, a causa di malattia essa non sia più, dal soggetto interessato, considerata degna d’essere vissuta, a suo esclusivo giudizio ( e la comunità dovrebbe assicurare l’assistenza necessaria a che questa volontà sia realizzata nel modo meno cruento possibile ).

Così come la cura per la sfera riproduttiva, implica il riconoscimento che la procreazione debba essere libera e consapevole, e liberamente, e consapevolmente, possa essere interrotto il processo riproduttivo quando esso generi rischi per la salute della madre, o certezza d’infermità irreversibilmente invalidanti in modo gravissimo, soprattutto sul piano cognitivo, per il nascituro; così come debba essere garantita libertà alla donna di interrompere il processo riproduttivo, liberamente ed insindacabilmente, entro un termine certo, e ragionevole, quando ancora i processi vitali del feto non configurino una personalità giuridicamente rilevante.

Su questo terreno, il progresso tecnologico, in particolare nel campo della genetica, mai dovrebbe giungere a reificare il vivente umano.

Ed infine, attiene alla persona l’amore. E l’amore, non può che essere amore per l’altro. Esso ha varie forme e costituisce qualcosa di qualitativamente diverso, dal semplice riconoscimento dell’esistere di un altro. Molte sono state e sono le definizioni che si danno dell’amore, ma io credo che l’amore sia, nella sua essenza più profonda, il desiderio del bene per l’altro. Non di tutte e non di tutti, è l’amore, e esso ha anche varie gradazioni di intensità e di modalità espressive, ma possiamo dire che una “persona”, non possa che essere una persona capace d’amore.

Mi sembra arrivato il momento, di esplicitare, qualcosa che, sino ad ora, può essere intuito dal mio pensiero, ma non ancora arrivato a chiarezza.

Nella estrema complessità e delicatezza che questa discussione implica, io considero acquisite una serie di caratteristiche fisico-chimiche-cognitive-organiche-storiche, che configurino il vivente umano. Tali caratteristiche sono degne di una serie di diritti ed attribuzioni non negoziabili, la cui quantità e qualità è frutto anche dei processi storici che abbiamo vissuto e che vivremo.

Le qualità di “persona” si sommano, variabilmente, temporalmente, o perennemente a questo costrutto complesso ed articolato, cui attribuiamo il nome di donna, o di uomo ( non hanno rilievo qui, le scelte e le identità sessuali di ciascuno ), o, più generalmente, di vivente umano.

Ma possono anche non sommarsi, e produrre un vivente umano, magari perfettamente adattato al mondo in cui vive, o addirittura posto in una posizione di assoluto dominio nel mondo in cui vive, ma al quale non è in alcun modo possibile attribuire la qualità di “persona”.

Io non so, se sono stato capace di rispondere al quesito così come me lo ha formulato il mio carissimo amico. E tanto meno, so se sono stato capace di spiegare in modo convincente e compiuto il mio pensiero. So d’essere disponibile a confrontarmi e a ripensare. E so di non avere particolari autorità per emettere i giudizi che ho emesso.

Mi sforzo, con alterne fortune, d’essere una “persona” e vorrei non dover attendere l’eternità per colmare alcune delle mie lacune. So d’essere debole, e spesso sbaglio. So che condivido con orrendi criminali la stessa natura umana, e questo mi interroga sempre, senza assolvermi mai.

Ma so di amare.

E so che tengo alla mia libertà, anche a quella di porre fine alla mia esistenza, se lo ritenessi opportuno.

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