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Nè rossi, nè neri, solo “liberi” pensieri

Ott 18, 2022 | Recensioni

L’attore Alfredo, durante una terribile crisi idrica a Roma, passa il tempo a inventare improbabili tutorial per risparmiare acqua, o recita poesie con voce impostata, riprendendosi con un telefono, e, facendo immediatamente  circolare in rete le sue esibizioni. Pensa di star facendo qualcosa d’importante, come se tutto dipendesse da lui; come se gli altri aspettassero solo le sue parole per essere, ed essere nel modo giusto.

E’ interessato soltanto a contare quante condivisioni, o commenti favorevoli possano suscitare le sue trovate; non si accorge del figlio che cresce e incontra suoi coetanei arrabbiati e confusi, ridotti a difendere solo una minuscola idea di comunità, e non si rende conto che suo figlio rischia di morire, ma anzi, giustifica il proprio disinteresse egoistico, mascherandolo da educazione libertaria, rispettosa delle pulsioni di un sedicenne, e lo invita ad andare, ma andare da solo, ovunque creda, per non assumersi la responsabilità di offrirgli ascolto, esempio, o guida. Non si dà alcuna pena per la moglie che cerca affetto, ed attenzione, ma la lascia vagare dentro una specie di tresca adulterina neppure reale, ma solo virtuale, con un vecchio compagno di liceo che le consente almeno di sentirsi viva, oltre il proprio alienante lavoro di cassiera costretta a controllare quanta acqua minerale possano comprare le persone.

Il vecchio compagno di liceo è un avvocato, azzimatissimo e indifferente alle vicissitudini di un commerciante fallito, suo cliente – lasciato dietro di sé a vivere in automobile, con la sola compagnia del suo cane, tenuto al guinzaglio con una corda, e delle carte della sua precedente vita ora distrutta – che è solo una causa persa di cui non vuole più neanche ricordarsi, ed è sposato con una dottoressa capace, con la sua dedizione al lavoro, nonostante la sanità pubblica le chieda di risparmiare e non di curare, di scoprire l’inizio di una nuova terribile epidemia, forse veicolata dagli scarafaggi, che ormai hanno invaso la città, e che comincia a mietere le prime vittime, tra cui forse, il figlio dell’attore Alfredo, che lei stessa aveva però investito, senza soccorrere, mentre provava la sua nuova, fiammante auto, guidando velocemente, dentro una Roma traversata da disordini e dai cittadini in fila per ricevere una tanica d’acqua arrivata, per italica solidarietà, in autobotte dalla Valtellina.

Acqua buona.

E, quando i cittadini, involgariti, in fila notano un uomo spiegazzato che chiede informazioni su una persona che forse dovrebbe vivere nei dintorni, ne deducono immediatamente che lui non sia un abitante del quartiere cui l’acqua in autobotte è destinata, ed immaginano voglia anche lui prendere quell’acqua che gli abitanti di quel quartiere ritengono sia esclusivamente di loro spettanza, ed iniziano allora ad urlargli contro: che torni a casa sua e, non appena arriva la Polizia a fermare un probabile linciaggio, si lamenta, la folla di cittadini, di vivere in una dittatura che non le concede il giusto spasso.

L’uomo cercava una donna, che si scoprirà essere sua figlia, infermiera, incinta, e che lavorava in ospedale, insieme alla dottoressa, e viveva con un uomo, ed entrambe questi uomini, suo padre, e il suo compagno, nascondevano segreti oscurissimi, mentre lei stava per dare alla luce una nuova vita.

Il Tevere di Virzì è un immondezzaio osceno, rivelato dalla Siccità; è la nostra natura umana che pervertiamo in narcisismo onanistico, buttandoci dietro le spalle gli scarti del nostro consumo forsennato, mentre la televisione inquadra i resti riemersi dal fondale putrido, di una enorme statua che pare il corpo della Venusia felliniana nel “Casanova”, incapace persino essa, di redimere quella infinita discarica di noi stessi. E cerca, la televisione, esperti che spieghino, pervertendosi telegenicamente, al solo contatto con l’esposizione mediatica, quello che già dovremmo sapere dal primo momento in cui il Sapiens si è alzato in piedi: che si sopravvive solo se si sia in equilibrio; ma persino le parole serie scompaiono, se la preoccupazione principale è mostrarsi ben pettinati e senza capelli bianchi, fagocitati dalla messa in scena.

E ancora cerca, la televisione, facce di gente comune per far finta di fare informazione, mentre invece ormai è tutto solo spettacolo, ristretto entro tempi brevissimi; venti secondi, il massimo di attenzione che possiamo concederci.

Ettore Scola, nel 2003 con “Gente di Roma”, racconta l’inizio della ulteriore mutazione antropologica, dopo quella raccontata da Pasolini,  delle persone, nella Capitale, e nel nostro Paese: l’assoluto distaccarsi dell’individuo da un rapporto di comune presenza e relazione con gli altri, ed il tragico restare soli senza neppure comprenderne la ragione ed il peso: nella propria casa, nel proprio luogo di lavoro, in famiglia, nella propria città, e nel suo racconto di una giornata romana, le sequenze dedicate agli anziani colpiti da demenza, riguardano tutti noi, incapaci di tenere insieme la memoria e il futuro, dentro un deserto illuminato solo da brevissimi lampi di umanità: nel film di Scola, una ragazzina che va a trovare la nonna in una casa di riposo, e le rammenta la sua storia facendole guardare un album di fotografie, o un popolano che in un autobus, intristito dalla pochezza verbale dei ragazzini intorno, declama una poesia del Belli riguardante il numero infinito di modi in cui possiamo nominare persino il miserabile cazzo; nel film di Virzì, due giovanissimi, una italiana ed un africano, disorientati, che si cercano, temendo di non piacersi abbastanza.

Virzì, da parte sua,  ci porta a spasso per una Roma allucinata, ridotta a fondale inanimato, popolato da maschere irrimediabilmente ridotte in solitudine e urlanti non si sa bene a chi, o contro cosa,  su un taxi di libera licenza, guidato da un uomo che è arrivato ad  autosfruttarsi, nonostante stia male, sempre più male, dopo aver perduto il proprio lavoro ed aver cercato di reimpiegarsi, grazie alle “liberalizzazioni” varate da un Presidente di Centrosinistra che vaneggia di coalizioni larghe, scolorite, sempre più anonime, intercambiabili, evanescenti.

“Siccità”, non mette sete.

Come non mettono neanche più rabbia le ruspe che, ad Aquila, scavano il letto dei torrenti senza più acqua, vicino al complesso ex Italtel, magari per prelevarne la pregiata ghiaia.

Ti fa solo chiedere perchè sia possibile considerare realistico tutto quello che hai appena visto. E come ci si sia arrivati.

E spetterebbe a ciascuno di noi, indagarne le risposte. Possibilmente, senza facili ipocrisie e senza nascondersi nulla.

In “Miracolo a Milano”, di Vittorio De Sica, i poveri, quelli che cercano un paese dove “Buongiorno voglia dire veramente – buongiorno – “, nel finale, si dirigono verso le nuvole, cariche di pioggia, per liberarsi, in volo su scope fatate.

A noi oggi, non sembra sia concesso neppure di immaginare e di cercare la Libertà ed il senso vero delle cose, ma solo di sperare, col fucile poggiato al fianco,  in qualche tregua piovosa, almeno per mangiare un pezzo di pizza insieme.

Questa recensione, l’ha scritta l’attore Alfredo, che si atteggia a portatore di verità e di visioni; che pensa che qualsiasi cosa possa dire o scrivere, o recitare, abbia un peso e la capacità di cambiare il mondo, solo che si riprenda dal profilo giusto.

Mentre tutto il suo impegno, dovrebbe essere messo solo nel comprendere il momento giusto per uscire di scena, scacciato via ad ombrellate, come prevede il copione che immagina , per lui, solo otto battute.

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