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” The holdovers” – Lezioni di vita –

Gen 23, 2024 | Recensioni

Su una parete, nella cucina dove lavora la protagonista femminile del film – l’attrice Da’Vine Joy Randolph premiata con il Golden Globe 2024 per questa interpretazione -, sono appese le silhouette stilizzate dei fratelli Kennedy, l’ultimo dei quali, da poco assassinato in quel 1970, in cui il film “The holdovers” è ambientato.

Con lei, madre di un ragazzo appena diciannovenne, rimasto vittima della guerra in Vietnam, sta parlando il protagonista maschile del film, Paul Giamatti, anch’egli premiato con il Golden Globe 2024, come miglior attore protagonista per un film commedia; discutono, da pari, come non ci si aspetterebbe, tra un insegnante di un collegio maschile, negli Stati Uniti delle scuole private, e una donna di colore, addetta alla mensa di quello stesso collegio.

Le auto, che si muovono nel film, le grandi automobili americane degli inizi degli anni ‘70; i capelli lunghi dei ragazzi, studenti, ma contesi, nel loro intimo, tra uno spirito dei tempi che cerca libertà e anticonformismo, e una struttura sociale che invece resta fortemente classista e gerarchizzata; le invettive del professor Hunham ( Giamatti ), ribelli alle cortesie formali che nascondono esclusione, e indirizzate ad una severa, anche troppo, responsabilità individuale ad essere migliori, sollecitano, per tutta la durata del film, domande sul momento in cui il corso materiale della vita, ha cominciato a prendere la direzione sbagliata, negli USA, e nel mondo.

Forse, tutto iniziò a sfasciarsi, quando, l’anno dopo, nel 1971, il Presidente degli Stati Uniti d’America, decretò la fine del rapporto tra dollaro e oro, ponendo termine al regime dei cambi fissi tra monete, negoziato negli Accordi di Bretton Woods del 1944, e dando il via ad un’era di instabilità monetaria e di ancor più accentuata libertà nel movimento dei capitali, determinata da puri rapporti di forza e dagli intenti speculativi delle grandi corporazioni finanziarie e contribuendo a determinare, in ultima analisi, l’attuale situazione economica mondiale, di fortissima sperequazione tra Stati, e di diseguaglianza tra cittadini, in ogni Stato del mondo.

“The holdovers”, quindi, in una certa misura, cattura il momento in cui, dalle speranze apertesi negli anni ‘60 dello scorso secolo, anche sull’onda delle scelte dei fratelli Kennedy, che, forse anche per questo, furono entrambe assassinati, gli USA si aprono ad uno scenario nuovo. Che trasmettono all’intero pianeta.

Uno scenario in cui la competizione selvaggia è l’unico regolatore sociale. In cui l’Istruzione e la Sanità si pagano individualmente, e, per questo, spesso, non sono i migliori a prevalere, ma chi abbia più mezzi a disposizione. Uno scenario in cui la Solidarietà non è una scelta pubblica, governata attraverso gli strumenti dello Stato Sociale, ma una carità privata.

Un film che fa emergere, dal passato, alcune delle nostre piaghe di oggi.

A partire dalla constatazione che sono i poveri, a fare le guerre decise dai ricchi e dai potenti; i poveri, come il figlio di Mary Lamb ( verrebbe da pensare che il cognome della protagonista femminile “Agnello”, non sia stato scelto a caso, ma per simboleggiare una donna agnello sacrificale, vedova, per un incidente sul lavoro, del padre del suo ragazzo, ucciso poi in Vietnam ), che non possono permettersi l’iscrizione alle Università a pagamento degli USA, dove, ai neri e poveri, non si assegna neanche il prestito finalizzato allo studio, che poi lo studente dovrà rimborsare, spesso per lunghissimi anni e a tassi d’interesse iniqui. E l’unica possibilità che resta, è arruolarsi, perché poi, se si sopravviva, sarà l’esercito a pagare gli studi.

Un mondo in cui la vita si misura solo dal successo materiale; dalla propria capacità di apparire e prevalere, e anche dalla capacità di adattamento ad obblighi sociali formali che, soli, garantiscono una porta d’accesso alle parti alte della scala sociale, rinunciando a proprie individualità e convinzioni. Un successo materiale che corrompe e rende egoisti, avidi, incapaci di vedere altra realtà che non sia la propria autoaffermazione.

Il film racconta il percorso individuale del suo protagonista, un professore di lettere antiche, nel rapporto con un suo studente, adolescente, affidatogli durante le vacanze, tra Natale e fine d’anno, per una serie di circostanze che, entrambe, non esiterebbero a definire sfortunate.

Ed è lo scontro tra due persone, l’una in formazione, e l’altra, sebbene rigida, capace ancora di confrontarsi con la realtà e con le emozioni che essa può generare, a costruire un impasto inatteso di impacciate fragilità e nervi scoperti. E’ questa dialettica conflittuale a rivelare la possibilità di una comunicazione oltre i propri ruoli formali, e a consentire una possibile positiva evoluzione umana di entrambe, proprio mentre invece il mondo sta prendendo una direzione che cercherà di negare ogni cittadinanza all’autenticità.

Ed è la tensione, tra le regole formali, anche quelle stabilite dai rapporti di potere tra classi diverse, e una realtà emozionale e sentimentale umana che non vuole essere ingabbiata, a fornire la trama di una possibile liberazione e crescita, dei due protagonisti maschili del film, il giovane ed il vecchio, che rimbalzano in una continua contraddizione delle proprie affermazioni formali, incontrando, ogni volta, in modo progressivamente più profondo e significativo, la propria libera personalità.

Una libertà che non accetta esistenza di destino, ma ad esso si ribella costantemente; una libertà dalla paura di percorrere gli stessi passi dei propri genitori, opponendosi a quella che sembrerebbe una ineluttabile condanna; una libertà di esplorare pienamente i propri sentimenti, e le proprie emozioni, rivelando così la natura oppressiva delle convenzioni.

I veri sconfitti del film sono altri due adolescenti, che, miracolosamente, si sottraggono alla custodia del professore, grazie alle illimitate possibilità economiche del padre di uno di essi, che li porta con sé, in elicottero, verso una vacanza che sarebbe stata loro negata, se uno dei due ragazzi, suo figlio, non avesse accettato di tagliarsi i capelli. Dei due ragazzi, uno, ritorna col volto scottato dal sole sulla neve e senza essere affatto cresciuto nel proprio indifferente e stolido egoismo, e l’altro, i capelli se li taglia, forse perché scopre quanto conveniente possa essere adattarsi al benessere che gli viene dall’essere nato in una famiglia abbiente.

Il film guarda con rispetto, all’infinito dolore che attanaglia la vita della sua protagonista femminile, che forse riuscirà a superare il proprio lutto per l’unico figlio perduto in guerra, grazie al ritorno alla relazione con sua sorella, prossima a sua volta a diventare madre, magari di un maschietto, cui apporrà, come secondo nome, quello del ragazzo perduto; ma è un racconto che rimarca la solitudine della donna, priva di un tessuto sociale di riferimento, di una rete di sostegno e anche di un vero riconoscimento sociale. Per i bianchi, ex studenti del collegio, morti nelle precedenti guerre, ci sono iscrizioni in pietra, sulle mura della scuola. Per suo figlio, una fotografia sorridente, in divisa.

E’ un racconto amaro, e insieme, divertente, perché mostra l’irruzione della realtà sul palcoscenico delle nostre menzogne sociali.

E’ il racconto di un tentativo di dare valore al “merito”, quello intuito dall’umanità di un insegnante, in un mondo che confonde sistematicamente il “merito” col conto in banca.

E’ il racconto della passione di insegnare isterilita dall’indifferenza al significato profondo della formazione, e dalle abitudini, anche quelle dello stesso professore che si trincera dietro la propria integrità.

Forse, è un film che farà strada, nel tempo, proprio perché, con leggerezza, racconta un passaggio storico, pur senza avere l’epica de “L’attimo fuggente”. Perché forse, nelle sue ultime scene, offre il racconto di una possibile bellezza nata dalla scoperta dell’importanza della relazione umana, che si contrappone alle rigidità delle convenienze, spacciate per regole di convivenza.

E nel deserto delle relazioni sociali, la relazione umana, è l’unica possibilità di avere qualcuno che ti tenga su, e ti aiuti.

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