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L’Italia è figlia unica

Ott 19, 2022 | Commenti

A luglio del 1849 viene approvata la Costituzione della Repubblica Romana, ultimo atto dei romani liberi, prima della sconfitta militare che ne interrompe, troppo presto e vigliaccamente, l’esperienza iniziata cinque mesi prima.

Il Papa si è rifugiato dai Borbone, e il suo regno temporale è brevemente interrotto da una insurrezione popolare in cui trovarono spazio e ruolo le donne, per la prima volta nella storia d’Italia, e gli Ebrei, per la prima volta considerati cittadini, ed affrancati dal Ghetto in cui il Pontefice li aveva secolarmente rinchiusi.

Dalla credenza religiosa, dice la Costituzione della Repubblica Romana, non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici. E si è cittadini se originari della Repubblica, o, se stranieri, se ci si risieda da almeno dieci anni ( senza le procedure assurde e lunghissime che occorrono oggi, e che non consentono di costruire una idea di cittadinanza vera e condivisa, ma veicolano invece a chi non è nato in Italia, l’idea di un Paese cui non importa un fico secco di avere per cittadini persone che  condividano i valori espressi dalla propria Costituzione della Repubblica; basta che paghino un bollettino postale da 250 euro, e si sottopongano a defatiganti ed inutili esami di carte bollate ).

A suffragio universale maschile – pur se nella Costituzione non era escluso che anche le donne potessero godere di diritto di elettorato attivo e passivo – venne eletta una Assemblea Costituente chiamata ad elaborare i principi di un nuovo governo.

Basti pensare che, in Italia, il suffragio universale maschile venne introdotto, per i maggiori di 21 anni di età, solo nel 1918, – e quello universale, solo nel 1946 – per comprendere l’assoluta modernità di quanti, in quei mesi, contribuivano ad immaginare una nuova possibilità per Roma e per l’Italia: da Garibaldi, a Mazzini, ad Armellini, a Saffi, all’abruzzese Saliceti, a Goffredo Mameli.

E’ interessante, rileggere oggi alcuni dei principi fondamentali di quella Costituzione.

Innanzi tutto, quella Costituzione rivendica la sovranità al popolo, e il popolo dello Stato Romano, è costituito, è scritto, in una Repubblica Democratica.

La Repubblica, è semplicemente, la cosa pubblica, ed è per questo, che il Costituente del 1849 si preoccupa di precisare che la Repubblica è Democratica.

Si istituisce così un binomio irrinunciabile. La Repubblica, non può che essere Democratica, ed il resto della Costituzione, si preoccupa di dare una serie di specifiche qualità, a questa Democrazia.

Il regime democratico, in cui la sovranità promana dal popolo, e non da un dio che la infonda in un re, e non da un dittatore, o da una oligarchia che se ne sia arrogata la titolarità, ha per regola l’Eguaglianza, la Libertà, la Fraternità, secondo il dettato della Costituzione della Repubblica Romana. E’ la triade della Rivoluzione Francese, che pone fine, in termini di principio, alla diseguaglianza degli uomini di fronte alla Legge, e ai regimi assolutistici.

A distanza di 233 anni, siamo ancora lì.

Abbiamo ancora quelli che, nei fatti, mettono in discussione ed anzi ostacolano l’eguaglianza dei cittadini davanti alla Legge, e ancor più dinanzi alle opportunità sociali, culturali ed economiche; siamo ancora a dover sopportare quelli che pensano che le Libertà, siano solo le proprie e che le proprie siano più importanti di quelle degli altri; siamo ancora a dover subire le mistificazioni di quelli che confondono la Solidarietà attiva tra pari, con la carità agli inferiori.

La Repubblica Romana, con le sue Leggi, e con le sue Istituzioni, si proponeva il miglioramento delle condizioni morali e materiali, di tutti i cittadini.

Una Repubblica “progressiva”, consapevole che, compito del governo della cosa pubblica, è il miglioramento delle condizioni; non il loro peggioramento; non le limitazioni alle Libertà o ai Diritti.

Si scorge qui un legame molto profondo con la nostra Costituzione della Repubblica Italiana, nella parte in cui essa affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto l’Eguaglianza e la Libertà dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se si valutassero attraverso queste parole, tanti provvedimenti legislativi di questi ultimi quaranta anni; se si guardasse ai programmi politici di chi si appresta a governare l’Italia, forse si scoprirebbe un tradimento che nasce nel 1849 e prosegue, fino a perseguitarci oggi ancora quando pensiamo che il compito della Democrazia sia promuovere una migliore condizione umana, e non sancire la sua subordinazione a chi sia più ricco di denari e poteri.

La Repubblica Romana riguarda tutti i popoli come fratelli; rispetta ogni nazionalità, ma propugna quella italiana.

Quella nazionalità italiana, con la cui bandiera eminenti esponenti della Lega intendevano pulircisi il culo; quella bandiera che, durante le manifestazioni della Lega, in giro per l’Italia, i carabinieri, entrati nelle case delle persone, imponevano di togliere dai balconi dove era esposta, perché rappresentava una provocazione, agli occhi dei soggetti che stanno per governarci.

Una Repubblica che vede dei fratelli, negli altri popoli. Che ingenuità risorgimentale.

Gli altri popoli hanno diverso colore da noi. Sono nostri concorrenti sui mercati. E vanno combattuti. Il vecchio nazionalismo oggi si porta come App del proprio telefonino.

E oggi tra quelli che stanno per andare al governo, vi è chi vuole dividere l’Italia, perché sempre più, un diritto non valga allo stesso modo, al Nord e al Sud del Paese.

La Costituzione della Repubblica Romana considera le persone e la proprietà privata inviolabili; si può essere arrestati solo in flagranza di delitto o su mandato del giudice e nessuno può essere distolto dal suo giudice naturale e nessun tribunale speciale può essere istituito.

Mentre arriva al governo una forza politica che ha costruito, negli anni, una intera legislazione penale che serve solo a distogliere il ricco e il potente, dal suo giudice naturale, finché prescrizione non sopraggiunga a cancellare i reati per i quali sono vuote le carceri italiane.

E, sempre secondo la Costituzione della Repubblica Romana, il giudice, nell’esercizio delle sue funzioni, non può dipendere da alcun altro potere dello Stato; mentre si apprestano a salire al governo forze politiche che, a più riprese, ed ancora oggi, intendono sottomettere la funzione giudicante e quella inquirente alle convenienze del potere politico, cancellandone l’autonomia, indebolita da tre decenni di forsennata campagna mediatica.

La Costituzione della Repubblica Romana abolisce la pena di morte, tante volte invocata da autorevoli esponenti di tutti i partiti che compongono l’attuale coalizione di Governo, e che sono evidentemente, più vecchi della data del 1849.

Secondo la Costituzione della Repubblica Romana, la manifestazione del pensiero è libera, e non è ammessa censura preventiva; così come l’insegnamento, è libero.

Quell’insegnamento che autorevoli esponenti di tutti i partiti che compongono la coalizione che si appresta a governare il Paese, vorrebbe tanto irreggimentare, a partire dall’uso di libri di testo “non divisivi” ( che spieghino cioè che il fascismo non era poi così male ), o che, magari, spieghino che l’Evoluzione è un disegno di Dio, e non un processo naturale che la scienza studia e dovrà continuare a studiare per comprendere il più possibile; o a partire dall’adozione di libri in dialetto e dall’assunzione di insegnanti nati solo nei territori dove svolgano la loro funzione, e magari sottoposti al gradimento dei genitori dei loro alunni, o alla valutazione dirimente di un preside manager, il cui compito è far quadrare i conti e lasciare indietro chi abbia difficoltà, non certo contribuire a formare un cittadino, o una cittadina, di questo Paese.

Insegnamento che non può essere libero nell’Università, che deve essere invece sottomessa alle ragioni d’impresa e al numero chiuso che salvaguardi le corporazioni esistenti e consenta di esercitare le professioni, solo quando trasmesse di padre in figlio; figlia, molto raramente.

“Giuriamo far libero, il suolo natìo”, dice il Canto degli Italiani, il nostro inno nazionale, scritto da Goffredo Mameli, morto a ventuno anni, nella difesa della Repubblica Romana.

E, per quanto il senso della parola “Libertà”, sia stato stiracchiato negli ultimi anni, quelle parole, nel senso loro dato dalla Costituzione della Repubblica Romana, e dalla Costituzione della Repubblica Italiana, valgono intatte ancora oggi.

Che lo ricordi, chi si appresta a governare.

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