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Le 10 migliori cover di canzoni dei Beatles, a mio quasi insindacabile giudizio

Nov 3, 2022 | Commenti

10. All you need is love – Echo and the Bunnymen

La voce di Ian McCulloch riempie di noia dandy questa filastrocca, che, se vissuta alla lettera, risolverebbe tutti interi i problemi del mondo. E’ una ninna nanna un po’ distorta che non riesce a credersi fino in fondo, e che sfocia in un Bob Dylan inatteso e rotolante, nel finale, che sembra persino “Hey Jude”.

Ci piace immaginare gli uomini coniglio che cantano questa canzone affacciati ad una finestra inattaccabile dai Biechi Blu.

9. Hello goodbye – Cure

Non deve essere un caso che siano proprio i Cure a cantare questo piccolo inno all’impossibilità di comunicare, o al gusto dispettoso di contraddirsi vicendevolmente anche a costo di allontanarsi l’uno dall’altro. Come se Robert Smith avesse trovato, persino nei Beatles, una buona scusa per non riconoscere sé stesso e continuare a perdersi in una foresta. Senza ritrovarsi.

8. Come together – Arctic Monkeys

L’inno all’orgasmo simultaneo, diventa una insinuante corsa tra piume di struzzo fruscianti e dita sporche di marmellata, mentre, di nascosto nella propria stanzetta, un adolescente brufoloso, piegato sopra la propria chitarra, immagina di sfogliare le pagine della rivista “Playboy” nascosta sotto il cuscino in attesa che i genitori escano. E canta. Canta di conoscere lei, e che lei conosce lui. Ma ancora neppure ha avuto il coraggio di presentarsi.

7. Dear prudence – Siouxsie And the Banshees

Perchè c’è sempre qualcuno che non è più a giocare con noi, e, con noi a guardare il sole dentro il cielo, e a sorridere ? La strega delle brughiere regala a questa canzoncina la stessa ombra del mastino dei Baskerville, gli stessi occhi vitrei di una bambola di ceramica poggiata su un letto alla luce serale, e la stessa indispensabile malinconia che ci serve per sottrarci alle risate stupide intorno.

6. Within you without you – Sonic Youth

La vita scorre dentro di te, e senza di te. E i Sonic Youth tendono le loro chitarre fino a trovare una melodia anche dentro il muro sonoro che usiamo, inutilmente, per nasconderci, per non ammettere che quello che guadagniamo nel mondo, lo perdiamo dentro la nostra anima. Una rilettura ancor più eterea e però graffiante dell’originale, e che lascia addosso una voglia pazzesca di capire cosa ancora avrebbero potuto inventare i Beatles, dopo.

5. Paperback writer – B 52’s

Le due ragazze dai capelli cotonati affrontano la splendida autoironia di questo brano con l’improntitudine di un bimbo che imita le goffaggini del padre, e il suono arriva a somigliare terribilmente a quello delle loro consuete corse in privatissimi paradisi di piscine e milioni di copie vendute. C’è un unico peccato in questo brano, ed è che le voci stranianti dei due maschietti, arrivano solo alla fine, ma davvero ne fanno alzare il livello fin quasi all’istupidimento di un ballo sincopato e, finalmente, senza pensieri.

Vorrei tanto essere uno scrittore i cui libri vengano stampati in formato tascabile, per quanti se ne vendano…

4. And your bird can sing – Jam

Quando una canzone pensata per due chitarre, viene suonata solo da una… il suono si asciuga, s’ischeletrisce e diventa più nervoso, come qualcuno cui abbiano regalato un uccello finto dentro una gabbietta, aspettandosi che canti pure. Ma quando ti succeda, allora è il momento d’allontanarti. E, se mi cerchi, io starò qui intorno; magari non mi trovi, ma è solo perché non ti sei accorta che tutte le cose materiali di cui ti circondi, hanno iniziato a pesare. Paul Weller, porta questa canzone sino al tramonto.

3. Across the universe – David Bowie

Ascoltare Ziggy Stardust che canta le parole che scorrono come una pioggia senza fine dentro un bicchiere di carta, e vedere, letteralmente vedere, le sue labbra truccate che spiegano, cosa possa essere, sentirsi dentro pozze di dolore, e onde di gioia, insieme, significa solo che John Lennon aveva già visto partire l’astronave dei Ragni provenienti da Marte, ed era pronto a passare il testimone. Niente cambierà il mio mondo; proprio perché nel mio mondo, l’unica cosa vera, è il cambiamento.

2. Helter Skelter – U2

La canzone che Bono volle riprendere alla follia che l’aveva usata, e farla tornare ad essere quell’urlo caotico e primordiale che Paul McCartney voleva fosse. Una richiesta di risposta, davanti ad una giostra e lo scontro con l’impossibilità ad essere considerati. Esattamente come può capitare a chiunque si senta rifiutato, senza capirne le ragioni, senza nemmeno conoscerne, le ragioni. La chitarra di The Edge sottolinea la discesa verso una terra che non consente di rialzarsi. Quando non sei amato.

1. Strawberry fields forever – Ben Harper

Niente è reale, niente è più reale che la facilità con cui si vive ad occhi chiusi. Ben Harper colora di soul questa psichedelia che contrappone alla cecità piccolo borghese, l’apertura che ci vuole per trovare campi di fragole per sempre. Sta diventando sempre più difficile essere una persona, quando fuori di noi stessi tutto apparentemente funziona; ed è proprio allora, che smette di importarcene qualcosa. Non facciamo parte di quel mondo lì, meglio stare da questa parte ad ascoltare i violini e i contrabassi di Ben Harper che diventano tablas distorti e la sua voce che gioca con le nuvole.

1 + 1 I’m the walrus – Oasis

Gli Oasis sono il quinto Beatle. Quindi meritano una menzione speciale. Una ghost track. E non poteva che essere questo meraviglioso florilegio di nonsense, da ascoltare seduti su un pop corn, mentre si aspetta un furgone. E si ricorda persino un po’ di cinema espressionista spagnolo ( Un chien Andalou di Bunuel, in collaborazione con Salvador Dalì ). Gli Oasis tirano fuori una parete del suono distorto e meraviglioso, urlato; là dove Lennon scherzava, loro pestano come se non ci fosse un domani. Magnifica.

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