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In nome di un uomo che non ho conosciuto

Dic 9, 2022 | Commenti

Qual è l’ultimo pensiero di un condannato a morte ?

Forse non si riesce, ad aver pensieri. Forse si trema e basta, per il terrore.

E quali, nello specifico, potrebbero essere i pensieri di un condannato a morte, per impiccagione, a ventitre anni di età ?

Forse i pensieri si rivolgono alle braccia della madre, perché lo protegga. O forse i pensieri hanno combattuto il rimpianto per tutto quello che ancora avrebbe potuto essere. O forse i pensieri sono rivolti alla persona che ama, donna, o uomo che sia. Alla tenerezza infinita che si prova quando la persona che si ama, ci guardi, e ci faccia sentire, coi suoi occhi, che stia guardando quanto di più bello, e desiderabile esista al mondo. E ci faccia sentire che i suoi pensieri, ci abbracciano, e ci considerano unici, e preziosi, almeno quanto quegli occhi lo sono per noi.

E quali pensieri, nello specifico, potrebbero essere stati gli ultimi, di un uomo di ventitre anni, condannato a morte per aver manifestato la propria rabbia, e la propria disperazione, nei confronti del proprio Paese che uccide una ragazza – senza che nessuno sia considerato colpevole di questo crimine – solo perché non copre con un velo, abbastanza bene, i suoi capelli ?

Forse sono stati pensieri che avrebbero voluto riportarlo indietro. Costringerlo quel giorno a restare a casa, invece di uscire ed esporsi, in nome di una donna che non conosceva e che, comunque, ormai, era già morta e nulla e nessuno, avrebbe potuto riportare in vita. O forse, sono stati pensieri che l’hanno messo di fronte a tutta l’amarezza che può provarsi, quando si sappia d’essere nel giusto, eppure si muore, per questo; anzi si muore proprio perché si è nel giusto, e la nostra coscienza, da noi stessi, non avrebbe accettato null’altro che restare rigorosamente dalla parte del nostro senso morale, perché la nostra idea di quello che è giusto, e di quello che è sbagliato, fa talmente tanto parte di noi che, rinunciarci, significherebbe rinunciare a noi stessi. O forse sono stati i pensieri di un uomo che si sia trovato a vivere qualcosa di tanto più grande di lui; i pensieri di un uomo che, sì, considerava assurda, la morte che aveva colpito una sua coetanea, e voleva mostrare tutta la sua solidarietà e la sua frustrazione, per questa inconcepibile fine, e però è stato travolto da intero Stato che reprime i suoi cittadini senza alcuna umana pietà. Magari, se si fosse reso pienamente conto del rischio che correva non avrebbe partecipato ad una manifestazione. E ora, comunque, quando sente già i passi incuranti del boia che viene a prenderlo, sente che anche la sua fine, somiglia a quella della  donna per la quale stava lottando. Una fine incomprensibile, nella sua crudeltà senza limiti, ma che lui è pronto ad affrontare.

E quali pensieri, nello specifico, potrebbero essere stati gli ultimi, di un uomo di ventitre anni, che un tribunale, ha condannato a morte, stabilendo che la sua umana pietà per una donna orribilmente uccisa, e la sua rabbia per uno Stato che considera giusto quell’assassinio, sono da qualificarsi come “inimicizia verso dio” ? ( dio, con l’iniziale  minuscola )

Forse sono stati pensieri, rivolti proprio ad un dio, perché lo perdonasse e lo accogliesse, dopo la sua morte; nonostante la morte che stava per fare. Oppure ha provato a guardare dentro l’abisso senza fine di una eternità inconcepibile, e si sarà ritratto, colmo di una paura incontrollabile. Oppure ha maledetto, il dio silenzioso e indifferente, in nome del quale avrebbe dovuto essere ucciso. Oppure, semplicemente, ha posto il suo corpo, ed i suoi pensieri, nelle mani del boia, sentendosi nel giusto, di fronte a qualsiasi dio, e senza timore, per il giudizio che avrebbe dovuto affrontare dopo la morte.

Oppure ha considerato la povera meschina debolezza di un potere politico che chiama “dio”, la propria voglia di comandare sugli altri.

Magari quell’uomo, Mohsen Shekari non ha fatto nessuno di questi pensieri. O magari li ha fatti tutti insieme.

Cesare Beccaria, nel 1764, scrisse un libro: “ Dei delitti e delle pene”. In esso, teorizzava, per la prima volta nella storia, l’assoluta ingiustizia, ed inutilità persino della pena di morte, dal punto di vista di una comunità che voglia difendersi dal male che può essere commesso.

Punizione ben più grave, e terribile, sosteneva, era protrarre nel tempo, magari fino alla fine della vita del reo, la pena. L’ergastolo, avrebbe avuto una funzione deterrente ben più potente, che non lo spettacolo di una morte inflitta pubblicamente da uno Stato, “in guerra contro uno solo” dei suoi cittadini.

E, in quel libro, egli operava una distinzione fondamentale: quella tra reato, e peccato.

Ciò che la religione può considerare moralmente sbagliato, la Legge può non considerare degno di sanzione.

Ed è per questo, che la Chiesa Cattolica, inserì il suo libro nell’Indice dei Libri Proibiti. Quelli da mettere al rogo.

Non può esserci differenza, per la religione, tra peccato e reato.

E’ per questo, che in tutto il mondo, una delle questioni più urgenti da porsi, dovrebbe essere quella di svincolare la vita civile da quella religiosa.

Grazie anche a Cesare Beccaria, questo è quello che, in larga parte, è accaduto nelle democrazie liberali, la cui scelta di separare il reato dal peccato, è però sempre posta in discussione, ancora oggi, dagli integralisti di ogni religione. Uno stato laico, deve difendere questa acquisizione culturale e della coscienza di milioni di cittadini. E la laicità dello Stato, e quindi la sua capacità di avere rispetto delle idee, anche in materia di questioni religiose di ogni suo cittadino, che possono essere profondamente diverse tra loro, ma tutte egualmente degne e da proteggere, si misura ad esempio, evitando di brandire in ogni luogo pubblico, simboli religiosi, come se la presenza di una croce in un’aula scolastica, preservasse gli alunni dal peccato, o li ammonisse a non commetterne, inviando a tutti un messaggio invece niente affatto universale. C’è chi cerca, anche per questa via, anche in questa parte del mondo, di riportare la lancetta dell’orologio, ad un tempo in cui reato e peccato coincidevano.

Un tempo in cui non c’era alcuna differenza, tra il Papa e un Ayatollah.

Il Governo italiano, secondo il suo Presidente del Consiglio, si è detto “indignato”, per quanto avvenuto in Iran.

C’è da aspettarsi, quindi, che si adoperi immediatamente, affinché i 319,444 milioni di euro di esportazioni italiane in Iran ( nel periodo gennaio-agosto 2022, con un incremento di oltre il 13% rispetto all’analogo periodo del 2021 ) e i 112, 35 milioni di euro di merci che l’Italia importa dall’Iran nel periodo tra gennaio e agosto del 2022 ( dati dell’Osservatorio Economico del Governo italiano ), siano ridotti a zero. Perchè non si possono avere relazioni con chi tratta in questo modo la vita delle persone.

Altrimenti l’indignazione espressa dal Presidente del Consiglio dei Ministri, sarebbe solo un insulto alla memoria di Mohsen Shekari. E noi ci auguriamo, che tra i suoi ultimi pensieri, nella cella, prima di essere messo nelle mani sporche di sangue innocente dei suoi schifosi carnefici, non via sia stato anche il pensiero che, purtroppo, rischia di meglio descrivere il mondo, in questo tempo osceno. Quello secondo il quale, il Mercato, non accetta limitazioni; quello secondo il quale il Denaro è la misura di ogni cosa ( altro che un dio ); quello secondo il quale il potere può restare impunemente indifferente alla vita e alla morte delle persone, in nome della propria autoconservazione.

Noi piangiamo, l’umanità di Mohsen Shekari; la sua bellezza, ed i suoi errori. Se ci pensiamo anche un solo istante, noi abbiamo tremato con lui, in quella cella, senza luce di cielo, prima d’essere consegnato ad una morte burocratica e fredda.

Noi dovremmo scendere in piazza, per protestare e per dimostrare solidarietà concreta alle donne e agli uomini che stanno lottando per la propria libertà, e per la bellezza del vivere, che è di tutto il mondo, e dovremmo farlo davanti alle ambasciate dell’Iran, i cui membri dovremmo chiedere al nostro Governo di espellere dall’Italia.

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