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Io sono tuo padre

Ago 28, 2023 | Recensioni

 

La vita di un pastore abruzzese di pecore, o la vita di un pastore senegalese di mucche, può essere travolta, per ragioni a loro imperscrutabili, sconosciute, da eventi che accadono a centinaia, migliaia di chilometri di distanza.

Anzi, nel concreto vivere, quelle ragioni possono persino non avere alcuna rilevanza.

Il dato pratico, è che quelle persone sono portate lì, dentro una trincea della Prima Guerra Mondiale, senza aver mai sentito parlare, prima, dell’Arciduca Francesco Ferdinando, o di Sarajevo, o della Triplice Alleanza.

I poveri vengono presi, arruolati, e portati ad uccidere, o morire, senza neppure sapere perché; senza neppure sapere che esista un nemico. Un senegalese, poteva essere arruolato a forza; strappato dalla sua terra e dai suoi affetti e portato a morire per la difesa, e la maggior gloria, della nazione di cui la sua terra era colonia: la Francia. Una nuova forma di schiavitù. Indiscutibile, coercitiva, definitiva.

Comincia così “ Io sono tuo padre “.

Un pastore senegalese, ritorna nel suo villaggio, con le proprie mucche, insieme a suo figlio. Gli atti quotidiani di una vita povera, ma ricca di senso e di amore, entro una comunità coesa, ma che presagisce le tempeste. Si sa che i francesi, a forza, stanno prelevando i maschi giovani per portarli lontano, in una guerra di cui nulla è noto, se non il rischio della morte.

Il padre non riesce, a difendere il figlio, che viene portato via, e condotto ad un centro di reclutamento.

E qui, il film inizia a raccontare la forza dell’amore di un padre.

Viviamo in tempi forse distratti; forse troppo comodi. O forse, davvero fortunati.

Oggi, l’amore di un padre, siamo abituati a misurarlo in molti modi; quasi tutti legati alla capacità, e alle possibilità, di un genitore, di offrire al proprio figlio i migliori strumenti possibili per condurre una buona vita: ricca di esperienze e di opportunità, curata e scolarizzata, piacevole e felice.

Oggi, le nostre condizioni storiche, raramente, ci pongono di fronte alla necessità di proteggere la vita di un figlio da un pericolo reale, imminente.

Questo film ci riporta ad una essenzialità.

E lo fa, senza retorica; in modo scarno e profondamente significativo, esattamente come la recitazione di Omar Sy, sempre più capace di esprimere emozioni solo con il movimento leggero del proprio corpo, o con l’intensità del proprio sguardo.

Ci si ritrova dentro una esperienza assolutamente aspra e senza mediazioni o sfumature. La vita contro la morte: ma non la propria morte, bensì quella dell’essere che più possiamo amare al mondo; un figlio nostro. Credo non vi sia nulla altro, nella umana esperienza, di così radicale.

E il crinale terribile non lo si percorre, dinanzi ad una malattia o ad un qualsiasi involontario accidente del vivere, bensì, dentro l’esperienza più assente di senso per l’intera umanità: la guerra.

La Prima Guerra Mondiale, fu la prima guerra, nella storia dell’umanità, capace di coinvolgere totalmente, in ogni aspetto del vivere, intere popolazioni, intere entità statuali. Fu la prima guerra dell’industrialismo di massa. Ogni singolo cittadino, di ogni singolo Paese coinvolto, venne considerato mobilitato, anche se il fronte era riservato agli eserciti. Non era mai accaduto prima.

Le guerre, prima, riguardavano piccoli gruppi di uomini ( anche quando gli eserciti mobilitati erano particolarmente numerosi ) in armi, che combattevano tra loro, coinvolgendo, al massimo, in saccheggi e devastazioni le porzioni di territorio che avevano la sventura d’essere attraversate dalle armate, e che spesso erano del tutto ignare, di cosa stesse loro accadendo.

La Prima Guerra Mondiale, mobilitò ogni forma della moderna propaganda, in una lotta che doveva essere di totale annientamento del nemico; le scienze, e la tecnologia, furono mobilitate per portare in campo nuove armi: dai gas tossici e velenosi, agli aerei, ai carri armati. Le industrie videro per la prima volta la presenza massiccia di manodopera femminile che sostituiva quella maschile impegnata al fronte. Anche le donne, erano impegnate nella guerra, per la prima volta nella storia.

Il film vive la guerra dal punto di vista di uomini africani condotti dentro uno scontro, di cui nulla sanno, e nulla devono sapere. Loro unico compito è obbedire. E uccidere, o morire.

E’ il racconto dell’ingresso in un uragano incomprensibile, che tutto spazza via.

Il padre, si è arruolato volontariamente, in Africa, per proteggere dalla morte il figlio rapito per essere portato a combattere. E lo ha seguito fino all’Europa, fino al campo di battaglia che vorrebbe fuggire.

Questa assenza di motivazioni “politiche”, che spieghino la guerra, ci riconduce a primigenie antinomie.

Vita/morte; padre/figlio; giustizia/sopraffazione; egoismo/solidarietà.

E ci racconta come la guerra perverta di sé ogni umanità possibile.

Le donne che sono solo prostitute; la gerarchia del razzismo che usa la guerra per offrire all’inferiore la possibilità di diventare cittadino; il graduato che ha potere di vita o di morte sul proprio sottoposto; la reificazione delle persone e del nemico: la vita individuale non conta nulla, di fronte all’esigenza del vincere, e per vincere altri uomini – ombre che diventano nemico – devono solo morire.

Ma la guerra compie anche perversioni più sottili, mutando una naturale amicizia, che vuole il bene e la salvezza dell’amico, nell’interiorizzazione della logica del sistema entro cui si è travolti.

Il ragazzo rapito dall’Africa, per rispondere alla mano che gli tende il suo superiore, bianco, figlio di generale dell’Esercito Francese, finisce col condividerne l’ideale, quello della vittoria, anche come strumento di ribellione dei figli contro i padri: come strumento di crescita e autonomizzazione.

E qui il film pone a confronto l’etica di una coppia di padri.

L’una, primitiva, elementare, nella quale il padre ha a cuore solo la salvezza del figlio, ad ogni costo; l’altra, occidentale, legata all’onore delle armi, per la quale il figlio è consapevole che il proprio padre, suo superiore in grado, s’accorgerà del proprio figlio, come persona, solo quando lo vedrà caduto in questa guerra.

E pone a confronto il mondo dei valori religiosi, islamici, con quelli cristiani.

L’affidarsi alla volontà di Dio, e la volontà di seguirne i precetti, finanche quelli legati alle proibizioni sul cibo in una situazione di penuria e fame, del musulmano; e, sul letto di una bambina bionda e con gli occhi azzurri, quella croce, simbolo di riscatto dalla morte eterna, che sembra ancora più sola, ed inascoltata, di fronte alla assoluta pazzia degli uomini intorno, impegnati solo ad uccidere.

E pone a confronto una idea di giustizia, per la quale chi voglia essere spietato, e furbo, o sia venuto a patti con la propria coscienza, sia pure per un fine ritenuto superiore, alla fine, non ha il suo compenso in terra, ma paga duramente i suoi peccati, con l’ingenuità di un ragazzo africano che impara un dovere non suo, e che di fronte ad esso, non cerca compromessi o nascondimenti.

Ci si sente nudi, di fronte all’intensità di questa storia.

E non si riesce a guardarla con occhi distanti: difficile fare a meno d’interrogarsi, per un padre, riguardo l’esistenza di limiti, al proprio sacrificio in nome della vita del figlio. E forse una buona storia, serve anche a questo: a farsi domande, a partire però da una unica certezza.

La guerra dovrebbe essere espulsa, dalla storia dell’uomo: ancora non lo abbiamo imparato.

Al Milite Ignoto italiano, magari un pastore abruzzese, chissà, o un contadino meridionale, in barba alla retorica nordista di certe forze politiche, venne concessa la Medaglia d’Oro con questa motivazione:

“ Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria. “

Certe volte, si può misurare la distanza tra la retorica e la realtà.

Certe volte, si può, e per ragioni diverse, essere persino più eroi, di quel che gli altri vorrebbero far vedere di noi.

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