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Dopo la piazza del 7 Ottobre, c’è futuro ?

Ott 9, 2023 | Commenti

In testa al corteo che arriva da via Merulana, cammina con passo veloce, circondato dalla sua scorta e da alcune persone amiche. Vedendolo, abbasso la testa, in segno di saluto e di rispetto. E lui, senza avermi mai visto prima, sorride e mi saluta con la mano, come farebbe un bambino che riconosce un altro bambino col quale ha giocato insieme tempo prima.

Lui, è Don Luigi Ciotti, e io non posso fare a meno di pensare a come possa essere una intera vita dedicata agli altri, senza piegarsi mai; esigendo sempre il massimo da sé stessi. Senza lasciarsi mai prendere dallo sconforto e dalla rassegnazione, senza arrendersi ai colpi bassi, della sorte, e degli uomini.

Una vita preziosa, che guardo camminare spedita verso piazza San Giovanni, verso il palco della Manifestazione.

Questo incontro brevissimo, mi lascia dentro il desiderio di provare a guardare oltre, quello che ho intorno, e più in profondità, se posso. Mi lascia dentro l’urgenza di provare a non essere superficiale, e neanche consueto.

Ho paura di non riuscirci, ma ci provo.

Mentre le persone arrivano in piazza, al loro fianco scorre in bicicletta un ragazzo. E’ uno di quelli che portano il cibo ordinato da qualche parte. Sono le tre del pomeriggio, circa, e Roma è caldissima. E’ un ragazzo immigrato, forse dal Bangladesh, forse dall’India.

Il suo lavoro, consiste nel portare del cibo, già pronto per essere mangiato, in un qualche luogo della città. Da qualcuno che, in un qualche ufficio, sta lavorando magari, e non vuole fermare il proprio lavoro, ma continuare ad usare il proprio computer, mentre addenta una pizza, o una rotellina di sushi.

Quel ragazzo in bicicletta, sta svolgendo un lavoro ancillare, è bene dirlo: dignitoso, come ogni lavoro, ma servile. Soddisfa una esigenza che ha superato le consuetudini, ed è espressa da chi siede su un gradino più alto, della scala sociale.

Un tempo, il pranzo, era il momento in cui qualcuno cucinava del cibo, e lo portava in tavola, per un pranzo tra pari ( a meno che non fossimo in una casa dove questo compito era affidato alla servitù, ma, allora, il tempo, non ha mutato le relazioni sociali… ).

Forse c’era una famiglia riunita intorno a quel tavolo; o una coppia. Al pranzo era dedicato un tempo specifico, che interrompeva altre attività. Chi lavorava, ad ora di pranzo, si fermava ed andava a mensa, insieme magari a centinaia di altre persone. O sedeva ad un angolo del cantiere, o sotto l’ombra vicina ad un pezzo di terra da zappare, e tirava fuori quello che era stato preparato per lui, spesso da una donna.

Ora, non sembrano esservi più, tempi specifici da dedicare al pranzo. Ora, è possibile, tramite una applicazione telefonica, ordinare il cibo che si sceglie e pagarlo, sempre via telefono, ed aspettare che qualcuno, in bicicletta, percorra qualche chilometro, suoni al nostro indirizzo e colmi, per un istante, la nostra solitudine, consegnandoci quel che abbiamo chiesto, e consentendoci di continuare a fare quel che stavamo facendo. Sempre da soli, magari. O, semplicemente, si risponda ad un nostro bisogno, che non è più un momento “sociale” della nostra quotidianità, ma solo una parte della nostra giornata, anch’essa subordinata alla organizzazione del lavoro tipica di una società che non ha più orari o distinzioni, tra tempo di lavoro e tempo del vivere.

Quel ragazzo in bicicletta, ostacolato nel suo lavoro dal corteo sindacale in corso, credo racconti molto bene la tensione; la contraddizione stridente tra una massa di persone che vogliono richiamarsi, anche per il futuro, ai valori della Costituzione della Repubblica Italiana, immaginata e promulgata 76 anni fa, ed un mondo che porta oggi in piazza San Giovanni, da oltre settemila chilometri di distanza, una persona che, per vivere, per sostenere la propria famiglia, trova accettabile portare del cibo a chi non voglia far altro che aprire una scatola e mangiare, mentre magari continua il proprio lavoro, o la propria riunione.

C’erano, lavoratori migranti, nel corteo.

C’erano donne col velo, ed in mano la bandiera della CGIL.

Non c’era uno striscione della Fiat Mirafiori.

Ma erano in tanti dietro lo striscione dei “Lavoratori della logistica – drive ultimo miglio Amazon -”

Gli striscioni, in prevalenza, raccontavano una provenienza territoriale o una struttura sindacale ( Categoria, o Confederazione ), più che luoghi di lavoro, sempre più polverizzati; all’interno dei quali si affollano più condizioni lavorative e umane. Tra lavoratori assunti stabilmente e lavoratori con contratto a termine; o interinale; o lavoratori di cooperative cui è affidata una singola funzione di servizio ad esempio; o lavoratori di una ditta di appalto, o di subappalto. E ciascuno di questi lavoratori, ha un suo linguaggio, e suoi riferimenti, e tra gli uni e gli altri, il dialogo è difficile, talvolta impossibile, perché gli interessi di ciascun gruppo, vengono strumentalmente resi contrastanti con quelli degli altri.

Conoscevo un’impresa di trasformazione agroalimentare, nel Fucino, che, al proprio interno, affidava ciascuna singola fase di lavorazione, a lavoratori di nazionalità diverse, in modo che nessuno potesse comunicare profondamente con gli altri, ma tutti potessero, in italiano, ascoltare gli ordini dei propri capi.

Ho girato per i cortei, cercando di guardare i volti, e di decifrare le storie; senza pretesa di comprendere ed etichettare tutto. E, soprattutto, provando a non filtrare tutto attraverso un mio punto di vista, bensì sforzandomi di raccogliere quel che vedevo, e seguirlo, per provare a capire.

Potrei scrivere che era un corteo che ospitava l’Italia di oggi, e le sue stratificazioni. E con ciò consegnare alla CGIL, e alle Associazioni che l’hanno promosso, se non altro, il riconoscimento d’essere rappresentativi di una larga fetta di realtà. Ma forse, più che di rappresentatività, mi pare si debba parlare di permeabilità: esiste ancora una comunicazione, tra realtà e Sindacato: non è un dato di piccolo conto: ma è ancora una parzialità. Qualcosa che continua ad accadere, nonostante spesso le sclerotizzazioni e la sordità dell’Organizzazione.

Lavoratori e lavoratrici di settori diversi, e pensionati, e studenti ed associazioni.

Alcuni esperti, di cortei. Altri alla loro prima esperienza.

Piccole bande musicali che suonavano con strumenti musicali antichi, musiche antiche. E camioncini che montavano gli impianti di amplificazione in voga tra i Centri Sociali degli anni ‘90, con le loro musiche, in larga parte incomprensibili, per tante persone intorno.

Muratori che citano Ungaretti, paragonando sé stessi su impalcature insicure, ai soldati di trincea della Prima Guerra Mondiale, che cadevano come foglie autunnali e lavoratori ministeriali che chiedevano il rinnovo del Contratto di Lavoro. Metalmeccanici che chiedono “Dignità”, e lavoratori precari che chiedono certezze.

Pensionate e pensionati che camminano insieme e fotografano tutto, e mangiano panini.

Tante persone che si sono mosse anche da centinaia di chilometri di distanza, per essere lì, e che hanno voluto esserci, nonostante i propri dubbi, e le tante delusioni ed incertezze.

Chi banalizzi questo dato, o chi lo nasconda dentro quel tanto di ritualità, che comunque esiste, commetterebbe un errore grave. Chi era lì, aspetta di entusiasmarsi per qualcosa per cui valga la pena muoversi ancora. Se, ancora una volta, si deluderà chi ha deciso di sacrificare la propria fatica, in nome di un futuro migliore, quel futuro, arriverà a chiedere il conto, a generazioni di dirigenti sindacali, innanzitutto che, sin qui, hanno in larga parte solo amministrato il passato, quando non lo hanno insultato coi loro comportamenti presenti.

Un corteo, una manifestazione politica, o politico-sindacale, ha una Piattaforma, cioè delle ragioni che motivano a muoversi, per segnalare al Paese l’esistenza di un problema, o per avanzare delle richieste, o dar voce a delle aspirazioni.

Un tempo, una manifestazione era anticipata da una intensa attività di preparazione. Riunioni, assemblee, volantinaggi, comunicati stampa.

Oggi, molto si svolge via social. O attraverso strumenti di comunicazione immateriali.

Si presume che, chi manifesti, lo faccia mosso dalla convinzione di aderire alle ragioni poste a base della Piattaforma; e che intenda anche portare a casa dei risultati, grazie alla propria mobilitazione.

La diffusione delle ragioni di un movimento; la discussione pubblica che allarghi la consapevolezza ed il consenso, sono oggi processi molto più difficili che in passato. Ed è un paradosso, se si pensi alla pervasività e diffusione degli strumenti di comunicazione interpersonali.

Cinquanta anni fa, un militante politico, o sindacale, avrebbe potuto solo sognare, d’avere per le mani uno strumento che lo mettesse immediatamente in comunicazione con chiunque, nel mondo; che gli desse accesso immediato e pressochè gratuito, ad ogni possibile fonte di informazione e comunicazione in tutto il pianeta; avrebbe solo potuto sognare di usare quello strumento di comunicazione per fotografare, o filmare, qualsiasi cosa e diffonderla immediatamente a migliaia, o milioni o miliardi di persone.

Oggi, abbiamo a disposizione strumenti del genere, ma il discorso pubblico, invece d’arricchirsi, sembra impoverirsi; invece di allargare la partecipazione, sembra coltivare l’esclusione; invece di promuovere la condivisione, sembra sollecitare divisioni, separatezze; invece di favorire il contatto e l’empatia, sembra amplificare solitudini e indifferenza e, spesso, reciproca avversione e addirittura odio.

Ecco allora, che una Manifestazione, come quella di sabato 7 ottobre, è sembrata spuntare dal nulla, in una città che guardava altrove, mentre soffriva un caldo innaturale, e chiudeva molti suoi esercizi commerciali lungo il percorso del corteo.

I giornali del giorno dopo, invece di informare, o indagare, almanaccano su presenze e assenze; su presunte vicinanze o lontananze, su ambizioni personali possibili o su numeri di partecipanti troppo dispari tra loro, perché possano essere considerati credibili. Tanti mezzi d’informazione, si limitano ad insultare, a distorcere, ad ignorare o strumentalizzare.

E sta esattamente in questo vuoto della sedimentazione collettiva di un tema, della consapevolezza di una condizione generale, io credo, la debolezza politica della Manifestazione.

La quantità, e qualità, dei problemi presenti nella vita del Paese; le contraddizioni esistenti ad ogni angolo di strada che si voglia percorrere per provare a dare risposte, richiederebbero rigore e partecipazione diffusa e consapevolezza e comportamenti conseguenti. E profondità d’impegno.

Ma gli attori principali, sembrano, semplicemente, posizionare sé stessi dentro una sceneggiatura la cui lettura è riservata a pochi, e che, comunque, nessuna incidenza sembra avere sulla vita reale delle persone.

Ovunque, nel corteo, da giovani o anziani, si cantava “Bella ciao”.

Come se fosse il segnale di una acuta, e motivata, paura del ritorno all’autoritarismo, ma, nel contempo, era forse il segnale esplicito di una incapacità a trovare nuove parole; nuove forme di aggregazione e nuovi obiettivi da porre a sé stessi e all’Italia.

Troppo ampia la Piattaforma alla base della Manifestazione, e troppo evidente il richiamo ad una sorta di età dell’oro, in cui la Sanità appena riformata, era, forse, pubblica; in cui le Regioni, appena avviate nel loro percorso istituzionale, potevano essere un terreno per sperimentare nuove forme di partecipazione democratica e nuovi protagonismi delle comunità locali, e non il grimaldello per proteggere gli egoismi, e, per questa via, rompere l’unità del Paese e l’Eguaglianza, e l’Equità tra le persone; in cui nessuno poteva davvero mettere in discussione la progressività della tassazione e il disgusto per l’evasione fiscale; in cui contro l’inflazione, c’era il parziale ombrello della Scala Mobile e, comunque, la contrattazione collettiva permetteva reali avanzamenti materiali della condizione delle persone, mentre oggi, si deve addirittura porre la domanda, di come sia possibile che, larghe fasce di lavoratori abbiano un salario contrattuale che non difende dalla povertà.

E l’elenco dei rimpianti per un passato che pure era profondamente problematico, potrebbe continuare.

Ma non si può manifestare, con la segreta idea che sarebbe bello tornare al passato.

Chi era alla Manifestazione di Roma del 7 ottobre scorso, era assolutamente consapevole, io credo, che dovrebbe essere aperta una durissima stagione di lotte per dare risposte al lavoro povero e precario da una parte, ed alla disoccupazione dall’altra; per dare nuovi diritti e tutele ai nuovi cittadini italiani, e ai giovani e giovanissimi: una prospettiva di futuro che, oggi, semplicemente, non c’è.

Occorrerebbe rimettere in discussione consolidati sistemi di garanzie ormai inaccettabili ed allargare le opportunità per chi deve costruire la propria famiglia ed il proprio avvenire.

Nei centri urbani bisogna aprire una vera lotta per il diritto alla casa e contro le speculazioni che stanno trasformando le nostre città in vetrine anonime e in centri riservati al solo consumo.

E chi era alla Manifestazione del 7 ottobre, dovrebbe essere consapevole, che questa lotta la devono aprire quelli che oggi hanno già paura per sé stessi: quelli che comunque hanno un contratto di lavoro, o lavorano nella Pubblica Amministrazione. Se non saranno loro a muoversi, in nome di chi è troppo sotto ricatto per farlo, non ci sarà speranza per nessuno.

E c’è un’altra questione profonda da vincere.

Questa grande lotta di cui c’è bisogno, non può portarla avanti un ceto sindacale che è diventato inamovibile e sottratto ad ogni riscontro dell’efficienza e dell’efficacia del proprio lavoro. Non c’è, e non dovrebbe esserci spazio per quella parte di Sindacato che usa il proprio ruolo per gestire arrogantemente un potere, magari in nome di gruppi, di cordate, a prescindere dal merito delle persone; dalla loro generosità.

Ho visto facce di gente che, per anni, ha gestito e gestisce carriere sindacali, in nome delle sole proprie convenienze, usare i social per promuovere questa manifestazione, con parole che, uscite dalla loro bocca, pervertono il proprio significato e finiscono col sembrare esattamente quello che sono: pura ipocrisia che deprime e insulta le centinaia e centinaia di delegate e delegati, dirigenti sindacali donne e uomini che quotidianamente, da anni, magari in silenzio, si sforzano di difendere sempre il buono che c’è nelle posizioni della CGIL, anche quando sono stati feriti e derisi e scontano sulla propria pelle, anche persecuzioni nei luoghi di lavoro, e rischi personali.

Mentre andavo via da Piazza San Giovanni, due lavoratori, forse provenienti da paesi del Maghreb, si facevano un selfie, col loro cellulare, sorridendo, ed avendo a sfondo le tante persone di Piazza San Giovanni e le bandiere rosse.

Forse per loro, questa è la Democrazia.

Essere liberi di pensare e di agire. Essere liberi d’essere insieme e d’essere felici. Essere liberi, di non avere paura.

A noi, per troppi anni, è sembrato tutto scontato.

Mentre tutto intorno a noi suona il triste rumore della guerra, e dei pianti per le vittime innocenti del terrorismo delle organizzazioni, e degli Stati, noi non possiamo permetterci di considerare scontato proprio nulla. Dobbiamo metterci in cammino, con idee e forze nuove. Con nuove persone.

Con umiltà, e generosità.

Io, in piazza San Giovanni, tra dieci anni, ci vorrei tornare, avendo qualcosa da festeggiare, magari.

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