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“Kissing Gorbaciov” – un documentario che racconta una straordinaria storia vera –

Nov 27, 2023 | Recensioni

A Reggio Emilia, c’è un cinema di proprietà comunale.

Sì, esiste una proprietà pubblica per un luogo il cui fine ultimo è certamente l’intrattenimento, ma forse anche la diffusione, tra persone che fisicamente siano insieme nello stesso luogo, di linguaggi, curiosità, suggestioni. Questa roba, potrebbe essere uno dei modi con cui si continui a fare Cultura, senza inutili paludamenti, ma, semplicemente, lavorando con qualche idea in testa.

Quel cinema, si chiama “Rosebud”: un omaggio a quello che è ritenuto essere forse, il più importante film della storia della cinema: “Quarto potere”, di Orson Welles.

Ed è qui, che il 24 novembre scorso, si è tenuta l’anteprima di “Kissing Gorbaciov”, un documentario realizzato, grazie soprattutto ad una campagna di raccolta fondi dal basso, dalla SMK Factory; una casa di produzione indipendente, attiva dal 2009, animata in particolare da tre giovani autori e tecnici, cui sta particolarmente a cuore l’impatto sociale delle loro opere.

“Kissing Gorbaciov” è il racconto di un avvenimento del tutto inatteso: quello che porta in Italia, in un lontanissimo paesino del Salento rurale, Melpignano ( Lecce ), alcune band musicali attive in Unione Sovietica, nell’estate del 1988, ponendole a confronto con alcuni gruppi indipendenti italiani di allora, soprattutto i Litfiba e i CCCP; seguì poi a questo evento straordinario, una breve tournée di gruppi italiani, Rats, Mista and the Missis, Litfiba e CCCP, a Mosca e a Leningrado.

La prima volta nella storia che, dall’Unione Sovietica uscivano gruppi di “musica occidentale”, storicamente proibita, o a malapena tollerata, in quegli anni, in cui il Segretario del PCUS Michail Gorbacev provava a riformare una situazione sull’orlo del collasso. E tutto questo era reso possibile dall’intraprendenza e dalla fantasia, ai limiti dell’azzardo, di giovani amministratori locali del PCI, che, in un piccolo centro di due-tremila abitanti, del tutto periferico, rispetto ai grandi canali di comunicazione, o di turismo, cominciano a pensare in grande e a cercare una chiave capace di aprire i cancelli di secoli d’isolamento, fisico, sociale, economico, e la trovano nella musica indipendente italiana, capace di gettare un ponte, addirittura fino all’Unione Sovietica, e risvegliando così un interesse nazionale, testimoniato dagli articoli, addirittura in prima pagina, sui grandi quotidiani nazionali dell’epoca.

Conservo il biglietto, di quei concerti a Melpignano.

La “voglia” sulla fronte, che caratterizzava il volto di Michail Gorbacev, diventava sul piccolo stampato, un bacio di labbra rosse.

“Kissing Gorbaciov”, prende le sue mosse esattamente da quello stadio di Melpignano; un piccolo stadio, immerso in una campagna di ulivi e terra rossa, con una sola tribuna ad uno dei lati del campo. Un campo di terra calcinata dal sole, che, ad ogni passo, sollevava una polvere bianca che entrava nei capelli, nelle scarpe, dentro gli occhi.

Lecce, il capoluogo di Provincia, dista poco più di una trentina di chilometri, ma per arrivarci, allora, dovevano percorrersi strade che passavano in mezzo ad innumerevoli paesi. E Lecce, in tutto preponderante, era il centro del Salento. Lecce, fino al 1960, era governata da sindaci del Partito Monarchico, e poi, ininterrottamente, da una Democrazia Cristiana che sfiorava il 50% delle preferenze, con un Movimento Sociale Italiano, che s’avvicinava al 10% dei voti.

In quegli anni, in quella seconda metà degli anni ‘80, accadevano però fenomeni nuovi.

Tanti ragazzi, e ragazze leccesi, avevano cominciato ad uscire massicciamente dalla città per andare a studiare nelle Università delle grandi metropoli: Bologna, Roma, Milano, in special modo, e riportavano indietro, ad ogni ritorno, i fermenti che si muovevano fuori da quel Salento che pareva invece immobile.

Iniziarono ad esserci i primi gruppi musicali “alternativi”, che cercavano una propria strada cioè, richiamandosi in particolare alla musica indipendente inglese della fine degli anni ‘70, primi anni ‘80. Qualcuno, cominciava a porsi il problema di avere a disposizione spazi per suonare, o per stare insieme, magari occupando qualcuno dei tanti stabili abbandonati o dismessi. In città circolavano gruppi diversi, di persone vestite in modo particolare, pettinate ancor più particolarmente.

Era il segno, innanzitutto estetico, del tentativo di dare a sé stessi una identità non conforme a quello che la società s’aspettava fosse il ruolo dei giovani: obbedienti allievi di un sistema soffocato dall’ereditarietà della ricchezza e dei posti di potere, occupati da caste di professionisti e garantiti, con funzione subordinata, da una pletora di piccoli impiegati pubblici cooptati in larga parte per raccomandazione, ma tenuti comunque a distanza dai luoghi dove si decideva.

Era difficile, dare una veste politica a quei fermenti, che, però, trovavano sulla loro strada, quasi naturalmente, per restandone separati, la Sinistra, ed in particolare il PCI, che, sia pure con grandi cautele, li accoglieva nelle Feste dell’Unità, e consentiva loro le prime possibilità di pubblica esibizione.

Il quadro generale del Paese non poteva certo dirsi allegro, con un sistema politico impegnato, a tutti i livelli, a spartirsi ogni singola poltrona pubblica e a dissipare le risorse alimentando un Debito Pubblico che, ancora oggi, neanche iniziamo davvero a pagare.

Maturava però, proprio in quei luoghi, magari non in modo ancora pienamente consapevole, la voglia di fare da soli; di cercare autonomamente strade che potessero consentire l’espressione di energie nuove. E “Kissing Gorbaciov” intercetta e racconta pienamente questo crinale strano, nel quale il concerto di Melpignano dei CCCP, costituisce un vero momento seminale.

Sia pure musicalmente lontani, è, da lì, che i ragazzi cominciano ad accorgersi del lavoro dei Sud Sound System, che sul reggae e rap giamaicano, innestano, come connotato proprio, il dialetto leccese e i temi di un Sud che non vuole più essere un serbatoio di migranti, ma un laboratorio di nuova espressione; è da quel concerto, proprio da alcuni dei ragazzi lì fisicamente presenti e che, una volta partiti per Bologna, innervano il Centro Sociale Occupato dell’Isola del Cantiere, che esce quel brano formidabile, in occasione della Prima Guerra del Golfo nel 1991, che era “Stop al panico”. E’ dal luogo di quel concerto, Melpignano, che poi si inizia ad elaborare l’idea di recuperare il filo lasciato a galleggiare dal grande antropologo Ernesto De Martino, che, coi suoi documentari e i suoi libri, esplorava, alla fine degli anni ‘60, il tarantismo, come espressione di una cultura contadina primitiva, ma ricchissima di significati, per arrivare poi alla grande esplosione della “Notte della Taranta”, che ha attraversato la fine degli anni ‘90, e fino ad oggi, nonostante una sua attuale forse troppo insistita commercializzazione, fecondando il territorio con l’incontro tra tante culture musicali “altre”, che si sono misurate con la “pizzica” salentina.

Il documentario proiettato a Reggio Emilia, racconta i CCCP di quegli anni e la loro potentissima presenza scenica. La loro fu una serata strana, perché non tutti i gruppi che erano venuti da oltrecortina erano ascoltabili. L’esibizione prima dei CCCP fu assolutamente deludente ed incredibilmente fuori luogo, in quel contesto e con quel pubblico.

Un pubblico di giovani particolarmente numeroso ed entusiasta che, forse per la prima volta, si ritrovava insieme ad ascoltare una musica che esso stesso provava a ripetere nelle proprie cantine e nelle proprie masserie di campagna.

Un pubblico che, in larga parte, considerava del tutto fuorvianti, polemiche e discorsi sul filosovietismo dei cantanti, ma che invece era assolutamente entusiasta della loro musica dura, ipnotica e visionaria, e dei loro testi che, finalmente, affrontavano lo straniamento ed il disagio che prendeva chiunque si confrontasse con una realtà che cercava scorciatoie consumistiche sempre più marcate, ed esibizioni sempre più sfrontate di ricchezza e potere, per mascherare una desolante assenza di senso e di tradimento delle promesse che i decenni precedenti avevano consegnato nelle mani di chi sentiva più urgente la necessità di rispondere alle aspirazioni di giustizia e di progresso di una terra troppo spesso sfruttata e dimenticata.

Alcuni dei gruppi che precedettero i CCCP presentavano una musicaccia pomposa e sonnolenta da anni ‘70, che era ormai stata spazzata via dall’iconoclastia del punk inglese ormai da anni, e, personalmente, temetti che a qualcuno sarebbe venuta voglia di salire sul palco e cacciarli via non esattamente in modo utile alla diplomazia internazionale.

Sia pure con le immagini semiclandestine ed analogiche degli anni ‘80, il documentario raccoglie invece l’entusiasmo che i CCCP scatenavano sotto il palco, e racconta, con delicatezza, lasciando parlare alcuni tra i protagonisti di quella storia, il senso di altissima bellezza di quel che si stava vivendo.

Tutto quello che era sempre stato marginale e tenuto lontano dalle più importanti possibilità di espressione, si prendeva la scena e lanciava una sfida ad un futuro tutto da costruire.

Quella polvere che si sollevava ballando con Annarella e Fatur, sembrava scuotere dal profondo un sistema che aveva il suo proprio unico fine nel perpetuare sé stesso.

E le immagini poi, del tour in Unione Sovietica, punteggiate dagli interventi di quasi tutti i protagonisti di quegli eventi, raccontano dell’ansia di dare una dimensione artistica e di significato liberatorio ad ogni gesto che quei giovanissimi musicisti compivano, aprendo una strada che, solo dopo, altri musicisti – magari grandissimi nomi dello show-business internazionale – hanno compiuto.

La strada che i CCCP e gli altri, invece stavano, letteralmente creando, era il tentativo di una saldatura inedita, e che forse avrebbe avuto enormi conseguenze politiche e storiche se qualcuno l’avesse colta, tra il desiderio di libertà dei giovani russi, di Leningrado, in particolare e la loro consapevolezza di mezzi espressivi e di dialogo, e l’arte che i CCCP, e non solo loro, usavano come grimaldello per svelare le contraddizioni che, anche a Sinistra, il capitalismo produceva nella coscienza delle persone e nella loro vita materiale.

“Kissin Gorbaciov” mostra lo sbigottimento del mondo, dinanzi a quel che accadeva, e che era forse un sintomo della caduta del Muro di Berlino che, di lì a pochi mesi, avrebbe travolto il Socialismo Reale, insieme con le speranze di un Occidente più giusto ed equo, dando il via a rivolgimenti storici che ancora non pienamente comprendiamo, mentre li stiamo vivendo.

E mostra anche la gioiosa carica eversiva di chi aveva il coraggio di esplorare, con la musica, quelle periferie, quelle notti abbandonate, quella umanità che ancora resisteva ad una omologazione triste che, di lì a poco, ci avrebbe travolti tutti.

Penso di poter dire che non ho assistito, tuttavia, ad una operazione nostalgia.

Penso invece che sarebbe assai interessante, una volta che questo filmato possa girare il più possibile per l’Italia, provare ad inquadrarlo meglio, in una sorta di catalogo storico di possibilità perdute sì, ma che ci lasciano una piccola luce utile ad esplorare ancora, per un verso, e ad accendere nuovi fuochi per l’altro, sol che si riesca a mantenere una integrità di sguardo che getti tutta sé stessa nella mischia, senza risparmiarsi e senza risparmiare nulla alla piatta ipocrisia dominante.

Quella integrità di sguardo che il documentario ricostruisce con dolcezza quasi e a cui davvero vien voglia di dare un’altra possibilità, perché non è detto che tutto debba essere necessariamente arido e avido.

Spero che “Kissing Gorbaciov” trovi la strada per essere visto il più possibile, perché non parla solo a chi era fisicamente presente, in quegli anni; ma anche a chi, ben più giovane, oggi cerchi nuove forme espressive e non pacificate e non mercificate, capaci di parlare a tutto il mondo, anche adesso che ce ne sono, pienamente, le possibilità tecnologiche.

E’ stato possibile farlo in un momento storico di contrapposizione frontale tra blocchi potere, e senza gli strumenti tecnici oggi disponibili; potrebbe essere possibile, nell’era della comunicazione globale, aver qualcosa da dire e dirla in modo che tutti la ascoltino.

Una regola, vale sempre: “ A mali estremi, estremi estremi “.

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