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“C’è ancora domani” solo se decidiamo che siamo noi, gli artefici del nostro destino.

Dic 4, 2023 | Recensioni

E’ molto difficile andare a vedere un film, di cui, sostanzialmente, si conosca già tutto; di cui tanti, hanno scritto e parlato. Ancor più difficile, andare a vedere questo film, “C’è ancora domani”, mentre nel Paese, il tema della violenza contro le donne è il tema principale, anche se non ancora abbastanza, della discussione pubblica.

E, forse, difficilissimo, è andarlo a vedere da uomo, questo film; ponendosi nella condizione di non sentirsi mai assolto, ma neppure individualmente colpevole, eppure, “de te fabula narratur”, come direbbe Orazio, ma anche Umberto Eco, ne “Il nome della rosa”.

Questa narrazione, parla anche di me.

Paola Cortellesi mostra, innanzitutto, una notevole capacità di scrittura.

Mette in scena una storia minima, se vogliamo, collocandola dentro un particolare, e fondamentale momento storico per l’Italia, mostrandoci però uno spaccato di realtà, credibile, non retorico e nemmeno didascalico.

Noi viviamo, mentre il mondo vive con noi, e ci cambia, senza che noi ce ne accorgiamo, o ne razionalizziamo i passaggi essenziali; mentre siamo impegnati nelle nostre vite quotidiane, più o meno significative, o interessanti, tessute come sono, sostanzialmente, dalla nostra volontà a star bene; a migliorare le nostre condizioni materiali; o a vivere secondo abitudini e schemi mentali che consideriamo, non solo immutabili, ma “giusti”.

La scrittura di Paola Cortellesi, regista e co-sceneggiatrice, sembra planare dall’alto, sugli accadimenti, che hanno delle loro dinamiche, cui Delia, la protagonista Cortellesi-attrice, pare essere costantemente succube, e dominata, proprio mentre cerca invece di salvaguardare una propria integrità ideale e morale.

Io le conosco le donne che, in famiglia, tenevano, di nascosto, qualche spicciolo per sé stesse o per i propri figli, o “per un domani”, in cui potevano tornare utili, e lo facevano con le stesse modalità, e con le stesse movenze, di un carcerato che strappi per sé qualche brandello di sole, dalla pena che sta scontando. Donne che erano dipendenti, gerarchicamente, prima che economicamente, in casa; anche senza che venissero alzate le mani nei loro confronti. Comportamenti vissuti e praticati come un destino; come un ruolo da recitare dato per già scritto ed acquisito.

Queste donne avevano in testa alcuni grandi obiettivi nel vivere, e tra questi il mantenere unita ed in piedi una famiglia, talvolta anche malgrado i loro mariti, e a questi obiettivi, sacrificavano sé stesse senza porli in discussione o rimodularli, semplicemente perché erano talmente interiorizzati, da costituire una propria seconda natura.

E Paola Cortellesi ne restituisce tutto il non detto, il non esplicitato, con una recitazione che sottrae a chi osservi, l’idea che quella persona abbia una propria soggettività, impegnata com’è a scusarsi per ogni proprio passo e per ogni proprio errore, secondo l’imperscrutabile e arbitrario metro di giudizio dell’uomo; impegnata com’è, a soddisfare ogni richiesta, da chiunque provenga; impegnata com’è, a rendersi invisibile ed accettata.

Dopo aver rinunciato al proprio sogno di donna che s’innamora di un uomo.

Eppure, germoglia in lei qualcosa che ha vagamente a che fare con l’idea che, nonostante la propria vita, esista qualcosa, o qualcuno, capace di riscattarne, in un colpo solo, anni ed anni d’esistenza grigia: il grigio di un film in bianco e nero  in cui l’unico colore, sembra essere quello di un nero americano che non vede l’ora di ringraziarla perché gli ha restituito il solo ricordo della propria famiglia che aveva con sè, e che aveva, accidentalmente, smarrito.

E tutte le fioche luci della propria vita, provengono da altri inferiori come lei: un nero americano, appunto; altre donne, amiche, o persino le committenti dei suoi lavoretti, che, pur se di una classe sociale più alta, condividono il suo destino femminile, che dovrebbe essere di silenzio; di assenza di autonomia; comunque di subordinazione all’uomo.

E l’unica conflittualità esplicita che lei è in grado di esprimere, si rivolge contro una sua pari: un’altra donna che metta in discussione la possibile ascesa sociale della propria figlia, attraverso il matrimonio con qualcuno che è buono per diventare marito, solo perché ha una maggiore disponibilità economica, persino se proveniente da origini oscure e non commendevoli.

Lei ha interiorizzato l’idea che, per una donna, la sola possibilità di autorealizzazione, e, addirittura, di ascesa sociale, provenga dalla sua relazione con un uomo a lei superiore, innanzitutto, sul piano economico.

Nei confronti dei suoi “superiori” uomini, dal marito, al suocero, le è consentito, e lei si permette, solo il sotterfugio, il nascondimento, la dissimulazione.

Eppure, Paola Cortellesi non costruisce un film solo sulla violenza dell’uomo contro la donna, ancor più realistico perché raccontato con i “normali”, e possibili intermezzi del vivere, che prevedono una risata; una boccata di sigaretta o il morso ad una tavoletta di cioccolata, scambiato con un ex innamorato che, per tutto il film, pare offrirle una via di fuga dalla sua condizione, ma comunque sempre dentro una situazione sentimentale di coppia, sia pure non caratterizzata dalla violenza e dall’indifferenza; magari persino da amore, ma, in ogni caso, dentro uno schema che perpetuerebbe quel legame uomo-donna, da ripensare integralmente, in quel momento storico, ed in parte anche oggi, pur se vissuto come bellezza e sostegno reciproco.

Paola Cortellesi costruisce un film decisamente “politico”, nel senso più ampio e nobile del termine.

E quel che ci dice dovrebbe essere ascoltato con estrema attenzione, da chi oggi nel Paese cerca una possibile strada per condurre la discussione pubblica su questioni che incontrino davvero il sentimento delle italiane e degli italiani. Il tema della relazione sociale, familiare, economica, e di potere, tra uomini e donne, in Italia, è oggi il tema più forte, e che più radicalmente può essere capace di rimettere in discussione gli attuali equilibri politici, solo che si abbia il coraggio di non metterlo insieme a tante altre battaglie sui diritti civili, pure importanti, ma non così decisive come questo tema, della parità tra uomo e donna, che ha connotati potenzialmente esplosivi per gli equilibri sociali italiani. Pur che si abbia il coraggio di usare nuovi linguaggi, che siano consapevoli certo, dei retaggi storici e delle diverse storie sociali e umane dei due sessi, ma che non contrappongano programmaticamente uomini e donne tra loro, pur sapendo che, in ogni caso, una dose di dialettica e di contraddizione e di conflittualità esiste ed esisterà in ogni caso.

Paola Cortellesi ci mostra un duplice piano, di possibile riscatto della donna, dalla sua condizione di subordinazione radicale: il primo, e più immediato, ha a che fare con la relazione tra donne; con la possibilità cioè che le donne, tra loro, siano capaci di fare rete, di sostenersi vicendevolmente, senza cadere nella trappola della egemonia culturale maschile, che disegna un unico modo di presiedere alle relazioni: quello della dinamica tra chi ha più potere, e chi ne ha meno, e quindi subisce, fino alla violenza fisica e all’umiliazione psicologica.

L’altro, per nulla scontato oggi, ci parla della partecipazione alla vita politica del Paese: ci segnala che ci sono momenti in cui, a partire dall’esercizio del diritto di voto, la propria individuale e personale assunzione di responsabilità è capace di modificare, non solo la direzione di una nazione, ma anche la propria condizione individuale e materiale, esplicitando a tutti noi, e a tutte noi, ancora una volta, che non esiste alcun destino cui dobbiamo sottostare, ma che siamo liberi di scegliere e di essere e che è proprio l’esercizio di questa libertà a costituire il fattore di cambiamento più importante e decisivo.

E Paola Cortellesi ce lo dice mentre il nostro paese sembra sperimentare, da tempo, una idea di Democrazia senza partecipazione popolare. Ce lo dice mentre una parte importante d’Italia, pensa che la democrazia possa ridursi ad una delega in bianco, consegnata ad una sola persona ( chiamatela “premier”, o come vi pare, ma ha sempre lo stesso rancido puzzo di “capo” ), che trasformi, definitivamente, l’idea di governo, in una idea di comando.

Se non si comprenda questa questione sino in fondo, e cosa vi sia in gioco, ci aspettano tempi davvero difficili.

Ed è esattamente su questo crinale, che avviene la trasformazione della donna Delia, che, dalla rassegnazione, passa all’azione, alla scelta, alla modificazione concreta delle prospettive e delle possibilità. E’ la partecipazione alla vita politica del paese, in prima persona, che la rende protagonista della propria vita, e non il ritrarsi da essa. Persino se si tratti di una scelta che, alla fine, sembra mantenere intatti equilibri che, invece, sta profondamente modificando, anche investendo sullo studio e sul sapere delle donne.

E mi pare del tutto sintomatico, che siano state le parole, ed il racconto di una donna, a mettere in luce, con questa chiarezza e potenza, questo punto essenziale in questo momento della storia d’Italia.

Chi perda questa occasione, oggi, condanna l’Italia ad altri venti anni almeno di oscurità, di arretramento sociale, politico ed economico; culturale, soprattutto.

Sta qui, tutta la forza delle scelte cinematografiche fatte da Paola Cortellesi, che conduce la sua storia ad un epilogo inatteso, proprio perché avremmo dovuto averlo sotto gli occhi, dalle giornate dal 2 e 3 giugno del 1946, e ce lo siamo colpevolmente dimenticato.

Chapeau.

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