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Elezioni Regionali Abruzzo 2024. Qualche prima considerazione.

Mar 11, 2024 | Istantanee

Per la prima volta, da quando, quasi trenta anni fa, il Presidente della Giunta Regionale ha iniziato ad essere eletto con voto diretto delle cittadine e dei cittadini, la coalizione al governo, ha conservato la propria maggioranza, riconfermandosi alla guida dell’Abruzzo.

Rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2019, si è recato a votare quasi l’1% in meno degli aventi diritto. Ad Aquila, invece, ha votato quasi il 2% in più degli aventi diritto.

In provincia di Aquila, nel 2019, Marco Marsilio ottenne 78196 voti; nel 2024 ha ottenuto 89154 voti. Superando così, di oltre il 14% il proprio risultato elettorale precedente. Legnini, ottenne 46695 voti; oggi, D’Amico, 56251, incrementando, apparentemente, il voto al Centrosinistra per oltre il 20% ( occorre però tener presente che, nelle scorse elezioni, il dato elettorale del Movimento 5 Stelle, che si presentava da solo, era di di 19354 voti; il che significa che, sia pure un po’ arbitrariamente, in realtà il Centrosinistra è arretrato di quasi il 18% dei voti ).

Nella città di Aquila, Marsilio, nel 2019, ottenne 17244 voti; il suo sfidante Legnini, ottenne 12960 voti. Nel 2023, Marsilio ha ottenuto in città 18633 voti; il suo sfidante D’Amico, ha ottenuto 16706 voti: vale a dire cioè, che Marsilio ha ottenuto oltre l’8% in più dei consensi, mentre invece rispetto alle elezioni precedenti, il suo sfidante ha apparentemente incrementato il proprio risultato, quasi del 29% ( anche qui, però occorre considerare che il Movimento 5 Stelle, si presentò da solo, ed ottenne 2962 voti, il che, sempre un po’ arbitrariamente, significherebbe che, in realtà, il Centrosinistra, rispetto alle scorse elezioni, è aumentato, sì, ma solo del 4% circa ) .

Il Centrosinistra della Provincia di Aquila, riscontra una debolezza significativa oltre la città di Aquila.

Al momento, non intervengo, con considerazioni sul risultato delle singole liste, o degli eletti. Credo sia giusto concedersi un po’ di riflessione in più.

Diciamo che, nell’immediatezza del risultato, sembrano apparire due elementi importanti, sul piano politico.

Da un lato, il manifestarsi di un indubbio consolidamento della egemonia politica del Centrodestra, che passa dai 299949 voti del 2019, agli attuali 327660, con un incremento del proprio consenso, di oltre il 9% ( d’altro canto, il Centrosinistra, cui stavolta s’aggiunge il Movimento 5 Stelle, passa da 195394 voti a 284748, con un incremento apparente di oltre il 45% dei voti ottenuti – in una situazione in cui, con il dato attuale, non avrebbe comunque vinto neanche le elezioni precedenti – ma, sempre tenendo presente che nel 2019 il Movimento 5 Stelle si presentò da solo, ottenendo 126165 voti e, quindi in realtà, il dato del Centrosinistra, segna, sia pure un po’ arbitrariamente, un arretramento reale di oltre il 12 %  ).

Dall’altro, il permanere, addirittura in una percentuale vicina al 50% dell’elettorato, di una situazione di profondo disincanto nei confronti della politica, in senso largo, che ha portato complessivamente alle urne 630605 elettori quest’anno, contro i 643287 del 2019, con un decremento del 2% circa.

Sul dato elettorale, influiscono una molteplicità di fattori, anche di carattere politico nazionale, o di modalità con le quali è stata condotta la campagna elettorale: si possono cioè rinvenire numerosi elementi, diciamo “contingenti”, che hanno favorito un certo esito. E, con un po’ di tempo e di calma in più, anch’essi andranno affrontati. Ma è indubbio, che si stia stabilizzando una forte egemonia politica.

Questa egemonia politica conosce, e spesso coincide, con la profonda presa sul territorio abruzzese e aquilano, della Democrazia Cristiana antecedente la caduta del Muro di Berlino; è passata per la sua ridefinizione berlusconiana, e, oggi, approda convintamente alla destra dello schieramento politico, avendo tagliato quasi ogni relazione con i tradizionali corpi intermedi della Società, a partire dalle Organizzazioni Sindacali, passando per la Chiesa.

Si presenta cioè, per essere interprete della modernità in chiave tecnologico-regressiva.

Agita sì, simboli tradizionali: dal lavoro della terra, alla famiglia tradizionale “cristiana”, alla difesa dell’italianità, ma senza immaginare un ritorno al passato, bensì essendo benissimo integrata nei meccanismi economico-finanziari e sociali, di un Paese che ha largamente abbandonato la propria storia rurale e industriale, ed è entrato, sia pure in forme speculativo-subordinate, dentro un’epoca di servizi e finanza globalizzata; dentro un’epoca di radicale ridefinizione delle fonti informative, dentro un preponderante peso della comunicazione via social. Dentro una dinamica di polarizzazione sempre più forte ed evidente, nella redistribuzione della ricchezza, che favorisce la scelta della Destra, di abbattere ogni dovere e controllo fiscale per parlare direttamente a quella parte di società che più da esso, si sente rappresentata, e per questa via, consentire loro di incrementare il reddito generato, mentre tra i lavoratori dipendenti e i pensionati, l’erosione delle disponibilità complessive, per effetto dell’inflazione e della scarsa capacità contrattuale del Sindacato, produce un impoverimento progressivo, che aumenta gli allarmi per le paure esterne, su cui la Destra agisce pesantemente, e vincola sempre più alla relazione familiare per il mantenimento di condizioni vivibili, persino in situazioni non emergenziali. Penalizzando in questo, largamente i giovani.

Questa nuova egemonia politica si basa essenzialmente sulla piegatura privatistica di ogni funzione pubblica; sull’inseguimento di tutti gli interessi, anche contraddittori tra loro, ma che possano essere soddisfatti attraverso il solo utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche – di cui gli esponenti istituzionali della Destra si fanno collettori – oltre che del patrimonio materiale e immateriale della comunità; sulla corrività con le scelte senza mediazioni ed egoistiche, di parti sempre più grandi della società civile; sull’eliminazione dei problemi troppo complessi o responsabilizzanti, dall’agenda delle questioni di cui occuparsi. O ignorandoli, o contrastandoli, in nome di una facilità/semplicità di risposta spesso fuorviante, o, cercando capri espiatori su cui scaricare le contraddizioni presenti.

Oltre che, ovviamente, sull’uso spregiudicato del potere e sulla distribuzione, certo più semplice quando si sia al governo ad ogni livello, di incarichi e prebende, che hanno anche la funzione di allargare il gruppo dirigente, e anche questa possibilità, si consoliderà ed estenderà ulteriormente.

In questo quadro, il centrosinistra si connota più per le proprie divisioni interne ( in questa fase visibili solo a livello nazionale, ma che non tarderanno a manifestarsi anche localmente ), che per la capacità di proporre una propria strategia che consenta di intervenire sui problemi presenti, e che offra anche una visione di futuro. In assenza di una voce unica, o, almeno, di alleanze strutturalmente definite, in termini di programmi almeno, se non di valori, quello che è accaduto in Abruzzo, può somigliare terribilmente allo scenario che avremo davanti al momento della votazione su un Primo Ministro direttamente individuato dai cittadini, e, solo per questo, in grado di porre radicalmente in discussione l’equilibrio istituzionale della Costituzione della Repubblica Italiana.

Se si voglia provare a risalire la china, da un astensionismo che sta diventando un dato strutturale della società italiana, francamente, c’è una sola strada, che consiste in un lavoro di lungo periodo che renda tangibile, agli occhi dei cittadini, che l’impegno e la partecipazione alla vita democratica del Paese, se non producono nell’immediato, effetti capaci di mutare in meglio le condizioni materiali dei soggetti, assicurino almeno la trasmissione di uno spirito, e di una pratica della rappresentanza, che non sia limitata al momento elettorale, ma che sia capace di motivare le persone, verrebbe da dire, ogni giorno.

Nessuno garantisce che si sia in presenza di un astensionismo vicino alle ragioni del Centrosinistra, anzi, l’assenza di partecipazione alla vita democratica del paese, connota spesso un atteggiamento di indifferenza alle sorti della cosa pubblica, che non dovrebbe far parte del bagaglio ideale di chi si senta schierato in favore della Democrazia.

Perchè il punto è esattamente questo: che una bassa percentuale di persone impegnate nella vita politica del paese, e una bassa percentuale di votanti, favoriscono la tendenza di questi anni, a comprimere, gli spazi della Democrazia, in alcuni casi, arrivando, per via democratica, all’instaurazione di autoritarismi pericolosi, che è la strada cui, presumibilmente, si dedicherà la compagine di Governo, soprattutto all’indomani magari di una affermazioni nelle vicine Elezioni Europee, e all’indomani di un quadro internazionale che, sempre più, va componendosi in questo senso.

Ci aspettano altri 5 anni di governo regionale della Destra.

Il Centrosinistra, sulle questioni di merito, e non sulle arroganze da primo della classe in lettere, latino, o geografia, sarà capace di produrre, costantemente nel tempo, una capacità di mobilitazione, almeno simile a quella dimostrata in questa ultima campagna elettorale ?

Ed inoltre, vuole comprendere il Centrosinistra che, da oltre un trentennio, nel nostro Paese è egemone, non solo una politica di centrodestra, ma soprattutto una cultura, di centrodestra, che occorrerebbe contrastare investendo seriamente su una propria politica culturale, ad ogni livello ?

Per ora mi fermo qui, ma proverò a riflettere un po’ più a fondo, e a fornire anche qualche possibilità di elaborazione, spero utile, a chi avrà il compito di mobilitare le forze del Centrosinistra nel prossimo tempo che verrà.

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