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Quasi Cento Ancora

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Storia dell’uomo che aveva perso la ragazza con la corona

Mag 9, 2023 | Quasi cento ancora

Dentro la stanza della casa famiglia psichiatrica, a Barete, era notte.

Il buio era rotto solo dalla luce tremolante del televisore acceso. Una fiamma fredda; grigia e bluastra che pareva respirare, accendendosi, talora e affievolendosi, quando inspirava l’ombra per ricacciarla poi in scintille polverose che arrivavano agli occhi semichiusi di Lorenzo, steso sul proprio letto, sotto le coperte. Sveglio, forse. Incosciente, forse, da anni ormai.

Dentro lo schermo, al tramonto, Charlot, guardava il volto triste, e bellissimo, di Paulette Goddard, e accostava, teneramente, le dita agli angoli della sua bocca, e li spingeva verso l’alto, costringendola ad un sorriso, forzato, dapprima, nonostante fossero seduti sul bordo di una strada grigia e deserta, e poi sempre più colmo d’energia e di quella luce scintillante che le faceva folgorare gli occhi. Allora, lei e Chaplin s’alzavano, e guardavano verso l’orizzonte di una strada dritta come una freccia acuminata, che si perdeva nel cielo, tra le montagne. Il vagabondo si scrollava di dosso la polvere del tempo e delle sconfitte, e prendeva per mano la donna al suo fianco, e con la sua camminata sghimbescia, si dirigeva verso un mondo di possibilità ancora vive, e da raccogliere, con la forza gentile di chi sa d’essere dalla parte debole del mondo; quella però capace di non arrendersi davanti alla prepotenza e all’avidità altrui.

Lorenzo sentì un groppo in gola. E una sensazione nuova, di pianto ritrovato.

Gli parve, coscientemente, di essere appena sveglio da un sogno. Un sogno che gli restava fermo nella bocca arida, come un nodo impossibile da inghiottire, e si sentiva il cuore battere fortissimo e il sudore tagliargli le gambe. Ebbe paura. E cerco di respirare con la bocca aperta, per non farsi mancare aria.

Ma era anche un risveglio dalla nebbia. Un cerbiatto giovane che usciva dalla caligine e si guardava intorno, per provare a riconoscere il mondo, e cercare luce; luce che non aveva più abitudine, a guardare.

Lorenzo iniziava a svegliarsi.

Erano state forse le immagini che uscivano dal televisore. Quel dolore che si trasformava in volontà di andare avanti, ancora, fino al proprio orizzonte.

Lorenzo, improvvisamente, ebbe coscienza che Sofia era morta.

Era morta in un incidente stradale, tre giorni prima del giorno che avevano scelto per sposarsi, e Lorenzo non era più stato capace di pensare.

Da allora, era stato ricoverato, in ospedale, prima; in una clinica poi, e, infine, lì dove era ora, da tanti anni, a Barete.

Lorenzo capì che era inutile, pensare ad una nuova crostata con la marmellata di fichi, da preparare, per la domenica successiva. Sofia non c’era più. La sua torta, non l’avrebbe più mangiata; con un brivido di freddo, Lorenzo si chiese chi, avesse mangiato la torta che, ogni domenica, da tanti anni, lui continuava a preparare per la colazione di Sofia, che non poteva più, immergerla nel latte, o nel caffè.

Quando sognava, Lorenzo, si rese conto, ora, sognava Sofia. E quando gridava; gridava il suo nome, e quando parlava, parlava di lei. E si rese conto della propria tristezza, e di quanto era stato triste, e lontano.

Anni interi con lei dentro, mentre lei non era più con lui, e lui non era stato capace di comprenderlo, di saperlo. Aveva solo chiuso una porta, ed era andato via. Come se fosse possibile oscurare la realtà, e lasciarla dietro mura di negazione totale e scura. Senza nemmeno le lacrime. Perchè non potesse più essere, né essere esistita in una qualsiasi parte del mondo, o della sua vita.

Lorenzo si alzò lentamente dal letto.

Improvvisamente, tornò consapevole del proprio corpo. Ne sentì il dolore dei muscoli rattrappiti e asciugati dalla propria fissità. Ogni gesto, e ogni passo costava il dolore della prima volta, e, per la prima volta, Lorenzo sentiva i propri occhi umidi, e una lacrima, scendere, dal bordo esterno dell’occhio, e scivolare, via, bevuta dalle guance assetate, lasciando di sé, solo una traccia di sale grinzoso, eppure vero.

Scostò la tenda, dalla finestra, chiusa all’esterno da inferriate rugginose, e guardò fuori, verso il buio appena scalfito da lampioni lontani. Avvertiva il vento, dalle ombre nere dei rami d’albero che spazzavano leggermente l’asfalto, e le automobili parcheggiate, oltre il muro di cinta, lungo una strada lontana.

Mentre invece la stanza era calda, e ferma.

Lorenzo andò in bagno, ed accese la lampadina, posta sul soffitto, al centro della stanza. Si guardò, dentro lo specchio fissato sopra il lavandino. Il volto che vedeva, non era quello che ricordava di sé.

Era molto dimagrito, ed i capelli s’erano ingrigiti, disordinati. Aveva la barba lunga, e le labbra gli parvero assottigliate, in una smorfia di continuo rifiuto. Come se avesse tenuto i denti stretti e le labbra serrate, per un tempo che aveva dimenticato di contare. I propri occhi stessi, cerchiati dalle rughe, gli parvero smarriti, impauriti. Come se cercassero qualcosa cui appoggiarsi, per riprendere orientamento, ed equilibrio.

Lo toccò, il proprio volto, con le mani. Ed era come toccare un vecchio muro di tufo sgretolato, e gli parve di sentire le proprie dita scavargli, la pelle, e lasciarne cadere brandelli ai propri piedi, che, d’improvviso, sentì nudi, sul pavimento freddo.

Lorenzo tornò indietro, e sedette sul bordo del proprio letto. Spense il televisore e restò quasi al buio. Teneva gli occhi aperti, per riconoscere i contorni della stanza che da tanto tempo abitava, senza mai saperlo. Non sapeva più niente, in realtà.

Per un attimo, fu preso dal pensiero che avrebbe potuto far finta di nulla. Avrebbe potuto continuare a vivere come un uomo senza più memoria, o mente; senza più alcuna coscienza di sé stesso.

Si alzò, lentamente dal letto.

Voleva vedere la tomba dove Sofia era stata sepolta, tanti anni prima, e dove lui, non aveva mai portato un fiore. Era un’urgenza che saliva dallo stomaco vuoto.

Si diresse verso la porta della propria stanza. Anche se era ancora notte, voleva cercare un infermiere, e parlarci. Voleva uscire da lì, e tornare ad Aquila.

Magari, esisteva ancora, la casa in cui aveva abitato.

Colonna sonora: “ When I dream “ – Teardrop Explodes

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