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Quasi Cento Ancora

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Storia dei cavi del computer

Set 30, 2022 | Quasi cento ancora

Il primo di ottobre del duemilaventidue, il brunirsi del cielo non riusciva a promettere il fresco di pioggia che avrebbe reso quasi vero quel principio d’autunno in cerca di tregua dal calore furioso d’estate appena oltrepassata dal calendario.

Per lei, era solo un altro pomeriggio di lavoro, quasi sera ormai, immaginava, guardando l’orologio dorato che portava sul proprio polso sinistro.

I suoi gesti si ripetevano essenziali; studiati nell’esperienza del tempo, per sistemare ogni oggetto col minor susseguirsi di movimenti possibile, e con la precisione apparentemente casuale richiesta per allestire, in modo invitante per i possibili acquirenti, il negozio di computer in cui era impiegata, aperto in un vano centrale del Centro Commerciale che, un tempo, segnava come un confine ultimo la periferia ovest della città, ed ora invece raggrumava a sé decine di altri edifici commerciali, e direzionali, e industriali, sbilanciando Aquila, ben oltre le sue vecchie mura.

Mentre si muoveva nello spazio espositivo, in attesa dei clienti, si studiava di non guardare mai, oltre la vetrina che la separava dal grande corridoio illuminato, entro cui le persone camminavano, tenendo stretto in mano il proprio cellulare, e guardandosi intorno distratte, in attesa inconsapevole che qualcosa svegliasse la loro attenzione satura di colori e suoni, capaci persino di cancellare le mura in cui i loro passi erano quietamente costretti.

Non voleva dare ad alcuno l’impressione che il suo sguardo, quand’anche involontariamente incrociato, divenisse esca, e scusa buona per far finta d’essere interessati ad un acquisto, ed avvicinarsi.

Tenere annuvolati i propri occhi di mattino viola, era una delle tante forme della sua personale difesa dal sentirsi confinata dentro una vasca d’acquario, ed esposta, come per una recita senza sipario, per ogni istante di tempo del suo orario di lavoro. Le pareva frequentemente, che persino i pensieri propri, pure muti, restassero denudati, davanti ai curiosi fermi oltre il vetro, apparentemente intenti a commentare i prezzi dell’ultimo prodotto appena uscito, a miracol mostrare, da sconosciute fabbriche cinesi.

Ma, senza nemmeno confessarlo a sé stessa, era anche un modo per non dargli impressione che lo stesse aspettando, pur senza essersi mai dati appuntamento, mentre invece lo cercava, di nascosto, tra i riflessi dei volti che fluivano dietro la vetrina.

S’era accorta, da qualche tempo, che un uomo, in orari diversi, talvolta a distanza di giorni, e ancora giorni, dalla volta precedente, arrivava fin davanti all’ingresso del supermercato, a lei di fronte e, lì, si fermava per un momento, indeciso se entrare, o se invece apparentemente seguire il nuovo pensiero, più importante certamente, che mostrava gli fosse arrivato, inatteso.

E aveva ancora notato che, simulando poi una goffa casualità, quell’uomo finiva sempre col voltarsi verso il suo negozio, indagandone le presenze, e fermandosi a guardarla, un soffio di istanti lunghi troppo oltre l’eventualità impreveduta, tanto da darle la certezza che quell’uomo fosse lì esattamente, e solo per lei.

Ed era proprio quel ripetersi di gesti approssimativamente studiati, a non farle paura; a raccontarle di una attrazione costante e forse indefinita, ma solitaria e intimidita.

S’era ragionata che quel comportamento fosse dettato da rispetto timoroso: quello di un randagio che, di notte, dalla strada, guardi le finestre illuminate di una casa, sapendo di non potervi entrare, e restandosene perciò fermo, sull’opposto marciapiede, quasi si sentisse sazio anche solo d’essersi avvicinato al calore che gli avrebbe rotto il freddo indosso, e volesse evitare ogni rimprovero che lo riconducesse immediatamente alla propria realtà di escluso.

Altri, invece, di solito, entravano nel negozio fingendo di voler sapere dei computer in vendita, ma interessati solo a guardare lei più da vicino e i confini del suo corpo, disegnati da abiti aderenti, che indossava sempre neri.

Non sorrideva neanche, in questi casi; né ne guardava i volti. Fingeva di cercare le informazioni richieste, concentrandosi sullo schermo del proprio computer, posto vicino alla cassa, così da risultare il più possibile estranea, e lontana. Astratta, quasi.

Oppure infilava le mani nei grovigli di cavi d’alimentazione che fuoriuscivano dagli schermi e dalle tastiere, come se l’immergesse in nidi di serpenti addormentati, che non avrebbero mai sfiorato le sue dita di dea cretese dal seno nudo, per collegare le unità tra loro e mostrarne il funzionamento con voce neutrale; proveniente dalle nuvole stesse, fino a rivolgersi, appena possibile ad altri nel frattempo sopravvenuti, senza lasciar mai un discorso ancora aperto, ma solo silenzio esauriente e conclusivo.

Immaginava, in alcuni momenti di quiete, d’ascoltare i suoi passi entrare dalla porta, e poi chiuderla, serrandola con la chiave, ed immaginava di girarsi verso di lui, sorridendo sorpresa, per quel gesto che tutti, nel Centro Commerciale avrebbero potuto vedere, rendendo definitivo l’abbraccio, che pensava di ricevere, e che, sapeva, non si sarebbe fermato, mai.

Un abbraccio forte, e sicuro, che l’avrebbe protetta dal buio, in cui lasciava cadere suo marito, e sua figlia, fermi nella casa lontana di cui stava finalmente rompendo le sbarre vischiose, che, sebbene mai confessate prima, neppure a sé stessa, le pesavano sempre sul respiro.

E si sgomentava, di quel desiderio sortole in gola, e provava a ricacciarlo dentro un sacco ammucchiato in un canto d’una soffitta spenta, perché smettesse d’esistere e, anzi, non le si fosse mai, e proprio mai affacciato dentro.

E fu proprio allora, mentre chiudeva gli occhi per cancellare via ogni pensiero prima che si trasformasse in colpa, che le parve di sentire un trambusto provenire da fuori, e guardò.

Lo vide caduto in terra, appena entro il supermercato, dove erano esposte piante e fiori, scivolato, forse, proprio mentre la guardava; proprio perché la stava guardando.

Inavvertitamente alzò il braccio, come per chiedergli di non andar via, ma senza pronunciare parole, mentre l’uomo, rialzatosi immediatamente, si rassettava i pantaloni guardandosi intorno, ma non verso di lei, ed allontanandosi frettolosamente, tra la folla che continuava, tranquilla, a scorrere.

Colonna sonora : “ Don’t go “ Yazoo

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