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Terapia musicale. Quando le canzoni aiutano. I Clash.

Nov 27, 2025 | 2025, Commenti

‘Fanculo.

E’ quello che dico a me stesso, quando voglio staccarmi dalle mie illusioni, o dai miei desideri, o dai miei sogni; e anche quando sento la necessità di cambiare direzione. E so, quanto sia difficile, cambiare direzione, e so che ci vorrà tempo, perché le cose cambino, e cerco di abituare la mia testa a fare un passo per volta: a non guardare a quel che ottengo ora, dai miei sforzi, che è nulla, ma a quello che posso raggiungere dopo. Al momento in cui, di più, io possa essere vicino a quello che dovrei essere.

Forse le canzoni servono a portarci dentro un loro mondo, togliendoci, per qualche tempo, da quello in cui siamo abituati a vivere. Dentro, e fuori di noi.

Forse in ciascuno c’è una chiave che s’apra, con la musica, a mondi diversi, e possibili.

O anche impossibili, ma capaci paradossalmente, di restituirci terreno sotto i piedi, e aria da respirare, e un domani da guardare e cercare.

Ognuno ha chiavi diverse; o, più chiavi per diverse situazioni. Non c’è una chiave migliore di altre; o meglio, noi sappiamo che, in un determinato momento, c’è un’unica chiave che apra le porte dalle quali vogliamo passare. Ed è la nostra, e basta; solo nostra.

Io, quando sono perso, e mi prende l’angoscia del presente, e l’angoscia dell’eterno, mi affido ai Clash.

Appena dopo essermi mandato affanculo.

I Clash mi riportano alla sostanza del vivere. Alla sua materialità senza giustificazioni. E a quello per cui valga la pena, vivere, e vivere con la schiena il più possibile dritta.

Mi fanno sentire che, vivere, è anche una responsabilità: verso gli altri, e verso me stesso.

Mi riportano all’orizzonte terreno: a qualcosa che, spesso, perdiamo di vista, perché troppo impegnati a guardare dentro il nostro ombelico, o talmente lontano, da non poter vedere davvero, nulla. Soprattutto, i Clash, mi permettono di guardarmi da fuori, e di prendere in giro il mio piccolo e quieto vivere.

Hanno la retorica dell’innocenza; ed ogni tanto, è bello pensare alle questioni fondamentali del vivere, come lo si poteva fare da ragazzi; ed è bello, quanto duro, misurare la coerenza delle proprie scelte di fondo – i principi che noi stessi dovremmo seguire – rispetto alle azioni effettivamente compiute.

Ho scelto dieci canzoni, tra le loro.

Naturalmente, si tratta di una scelta del tutto arbitraria, e magari persino soggetta a ripensamenti, nel tempo. Ma queste canzoni, mi aiutano.

Sono quasi una terapia.

  1. Train in vain ( traccia nascosta )

  2. Garageland

  3. Somebody got murdered

  4. Straight to hell

  5. The call up

  6. One more time

  7. Guns of Brixton

  8. Radio Clash

  9. Ghetto defendant

  10. Lost in the supermarket

  11. Stay free

Train in vain ( Stand by me ) – traccia nascosta, che dovrebbe essere l’ultima, ma va ascoltata per prima –

Succede, che l’amore venga tradito. Succede, che qualcuno dica che ami, e poi va via, dicendo di sentirsi in trappola. L’amore rifiutato, si fa allora un sacco di domande. Ma, prima di tutto, crede alla buona fede dell’altro, e però poi s’accorge che esiste una realtà dei fatti; ed in quella realtà, qualcuno, non ci è stato accanto; non ci è più accanto, anche se noi, senza, non sappiamo vivere.

Sembra una canzone soul, però veloce. E sembra proseguire, da sconfitti, la preghiera di Ben E. King, che chiedeva d’aver vicino la persona amata (Stand by me), per non aver paura; e la paura s’è trasformata nel frattempo, in una solitudine reale, agghiacciante e dolorosa.

Va ascoltata, quando l’amore è stato tagliato via, ed ancora schizza il sangue. Perchè bisogna credere a quello che succede, pure se fa male.

Non prendere atto della realtà, produce solo nuovo dolore, disorientamento, vertigine.

Dici che sei al fianco del tuo uomo: ma dici qualcosa che non capisco. E che non è vera.

Con questa canzone, s’inizia a far diventare dignità il proprio dolore.

Garageland

Non me ne frega un cazzo, di quello che fanno i ricchi, e non me ne frega un cazzo di dove decidano d’andare.

Me ne frega, di tutto il danno che fanno al pianeta, e alle altre persone. Ma del loro modo di vivere, proprio, non me ne frega un cazzo.

Io, dentro una macchina di lusso, non ci sto bene. Io non voglio farmi servire da nessuno. Nello spettacolare albergo vista sull’Universo intero, io, ci starei parecchio scomodo.

I ricchi possono essere ricchi, ma, per quanto mi riguarda, la loro ricchezza non deve divenire danno per gli altri, e va tassata, e parecchio, perché la ricchezza, va redistribuita.

Io vengo dalla terra dei garage, e i vostri segni di riconoscimento, il più delle volte, sono pacchiani, patetici, e senza stile. Riempite le vostre vite di qualsiasi bene di consumo possibile, perché sono vuote, il più delle volte.

Io, vengo dalla terra dei garage; ascolto musica da garage, e col mio rivelatore di stronzate, vi riconosco a chilometri di distanza.

Ottima, quando s’esce dal luogo sbagliato.

Somebody got murdered

La violenza è protagonista della nostra quotidianità. I mezzi d’informazione raccontano violenze reali d’ogni genere e crudeltà. Opere cinematografiche, letterarie, teatrali, fumetti… raccontano la violenza e la rappresentano.

Può essere accaduto che la violenza, in una qualche forma, abbia colpito noi, o le persone che amiamo.

La violenza, racconta la canzone, è una macchia sul pavimento che qualcuno provvederà a lavare. Mentre ognuno è impegnato a curare i propri affari.

Non so, se siamo nell’era della violenza (che spesso cerca giustificazione), o se l’uso, anche politico, della violenza (anche quando venga solo minacciata) sia ormai l’unico linguaggio utilizzato nelle relazioni umane ad ogni livello.

Questa canzone, pone un limite alla violenza: “ avevo tanta fame, ma non abbastanza da uccidere “, perché, persino dinanzi alla propria sopravvivenza, si può decidere di rinunciare all’uso della violenza. Ed è un messaggio fortissimo, mentre tutt’intorno volano i coriandoli dell’indifferenza.

Questa canzone aiuta a ricordarsi di restare persona, proprio mentre intorno, tutto, cerca di estirpare la nostra umanità.

Straight to hell

Gli immigrati cantano, la notte, e non si sa perché: potrebbero essere dappertutto; potrebbero essere in una zona di frontiera, una terra di nessuno, dove non c’è diritto di asilo.

Forse cantano per farsi coraggio.

Dritti all’inferno.

Andremo tutti dritti all’inferno.

E’ una canzone che mette in cima alle macerie del mondo, e fa ballare; chiudere gli occhi e pensare alle cose più stupide e prive di senso, che si possano fare, mentre si festeggia in cima alla lista dei propri fallimenti, e vicini al momento i cui comprendiamo quanto di noi, non ci sia alcun bisogno.

Dentro la guerra del Vietnam, i Clash vedono i tentativi di sopravvivenza, e di illusione dell’umano. Un bambino, magari, propaganda prostitute, per raccogliere qualche soldo; per aggrapparsi all’illusione d’esser portato via dal luogo dove è nato. La debolezza, dell’umano.

E le eterne dinamiche della guerra. Di un esercito occupante, che, oltre a far guerra, vive una quotidianità di regole diverse. Il mercato della sopravvivenza, dove i deboli vendono, e i forti si prendono quello che vogliono.

Ed è quello che accade nei periodi di pace; magari solo un po’ meno visibilmente.

Forse ci andremo tutti, dritti all’inferno; ma vale lo stesso la pena provare a deviare la strada. Questa canzone serve a sentirsi a posto con sé stessi: a sapere di aver fatto tutto al meglio, anche quando si perde; ad affrontare la perdita, consapevoli della sua profondità, ma provando a mantenere lo sguardo su un orizzonte. Senza dogane e muri.

Di questa canzone, Mick Jones, ha fatto una versione diversa, insieme a Lily Allen: semplicemente strepitosa.

The call up

Vivevo a Lecce. Discutevo se fosse più opportuno, per difendere le proprie idee da un mondo che, ad ogni istante avrebbe potuto travolgerci, imparare ad usare le armi, adempiendo al proprio dovere di svolgere il servizio militare di leva (anche, se, usare le armi, poteva venir buono anche per fare la Rivoluzione, o la Resistenza). Oppure se fosse possibile difendere le proprie idee, e tutto quello che s’ama, imparando e praticando una forma radicale di lotta non violenta (molto difficile, e dura, da immaginare davanti ai fucili spianati, o ad un bombardamento, o ad un regime dittatoriale).

Scelsi di sapere che il mio gesto non contava nulla, ma corrispondeva a quello che più profondamente sentivo. Che la volontà di pochi potenti e violenti, non poteva, e non doveva prevalere sulla volontà di pace di tanti e tante. Nonostante ogni uso di violenza possibile.

Credere nell’esempio: nella forza dei gesti.

Era un tempo in cui sembrava possibile separare il torto dalla ragione; era un tempo in cui v’era acuta la consapevolezza, anche per le testimonianze di chi davvero l’aveva vissuta, la guerra, che l’unico modo per porre fine alla violenza, era, innanzitutto, una assunzione di responsabilità individuale. Dichiarare con grande nettezza da che parte si stava, e pagarne il prezzo.

Ho sempre fatto così, per ogni condizione della mia vita, e, per questo, sono sempre stato sconfitto, e abbandonato in un angolo.

“ C’è una rosa per cui voglio vivere

anche se Dio sa, che potrei non averla incontrata,

C’è un ballo, ed io dovrei essere con lei. “

One more time

Siamo abituati a girare la testa altrove, di fronte alla povertà. Siamo abituati a far finta che non esista, e ad averne paura. Siamo abituati a nascondere la polvere sotto il tappeto. Siamo abituati a considerare la presenza della persona povera, un fastidio.

Siamo abituati a rinchiudere i problemi in luoghi che hanno altre regole, rispetto al mondo esterno.

Abbiamo pervertito persino il senso della parola che, prima, classificava i luoghi della povertà e dell’esclusione: il ghetto.

Il ghetto, era il luogo dove i diversi, gli Ebrei, potevano vivere; separati dai Cristiani, sotto il loro controllo; sottoposti a vessazioni ed esclusioni. Il ghetto era il luogo dove la minoranza nera era confinata nelle città statunitensi dalla legislazione separatista, anche quando era stata abolita.

Era il luogo dell’apartheid sudafricano, prima di Mandela.

Poi, è divenuta una parola utile a designare, genericamente, situazioni di disagio e di criminalità. Infine, qualcuno l’ha trasformata in un marchio; in una appartenenza, che talvolta guardava, e guarda, narcisisticamente alle proprie condizioni di degrado; e segue magari le regole di clan criminali.

Più raramente, è stata una parola capace di raccontare percorsi di riscatto e di libera crescita.

I Clash, con un reggae ipnotico, sembrano portarci per mano agli incroci di strade abbandonate, dove una vecchina, per passeggiare, deve conoscere il karate; dove un ragazzino che ha imparato il kung fu, prova le sue competenze nelle arti marziali, sulle prime persone che gli capitano a tiro.

Però, i Clash, ci raccontano anche la ribellione radicale, contro la povertà e la separatezza: quella ribellione che intende spezzare un vincolo vero, e i vincoli veri, sono quelli del potere, e del potere economico.

Perciò, ad ascoltarla, anche da uomo morente, vien voglia di pensare che sia possibile interrompere, quel giro che prevede la ripetizione continua delle stesse cose. Una volta ancora.

O, magari, mai più.

Guns of Brixton

Cosa è, la repressione ?

Azione condotta con metodi violenti contro movimenti di opposizione o contro manifestazioni di protesta e di dissenso politico o sociale: è così definita, nei dizionari.

Andrebbero aggiornati, i dizionari.

Oggi, la repressione è molto più sottile. La repressione è la falsa offerta del consumo senza limiti. La repressione è il sistematico occultamento della realtà, col rumore di fondo della comunicazione manipolata e della propaganda; col silenzio sui nodi veri della nostra vita di oggi, piena di superficialità vuote, e di ansie artificiali. Piena di paure instillate come un veleno lento.

Cosa farò, quando la Legge avrà bussato alla mia porta ? Uscirò con le mani alzate, o poggiate sul grilletto di una pistola ?

La domanda vera che i Clash fanno, riguarda quel che farò, quando un potere ingiusto verrà a bussare alla mia porta: mi arrenderò, o deciderò di combattere ?

Ascoltarla significa sempre decidere di non aver paura; tenere la schiena dritta. Posso essere schiacciato, bruciato, pestato, ma dentro di me, devo trovare la forza di reagire. Devo trovare le pistole di Brixton. Io che non ho mai toccato un’arma devo trovare una forza in più, per oppormi alla repressione. Quando carica con i manganelli, e quando riempie la mia vita di inutili luccichii, che non mi daranno un solo respiro in più. Quando tenta di addormentarmi con promesse che non potrà mantenere.

La repressione vera, oggi, ha disegni molto lucidi, e strumenti molto più potenti del passato per conseguire i risultati mortiferi che si propone.

Tifiamo rivolta. Direbbero i CCCP.

Radio Clash

Dentro il salotto, irrompe un satellite pirata, che manda un segnale radiofonico, che si scontra coi canali “ufficiali”.

Le nostre belle radio di oggi. Senza nessuna libertà per chi è dietro il microfono. Ad ogni canzone, il conduttore del programma deve ripetere il nome della radio e tutti i suoi indirizzi social e streaming, o i canali video che consentono la cosiddetta “radiovisione”; deve interloquire costantemente con i suoi ascoltatori, portando in discussione temi o banalmente disarmanti, o talmente complessi da richiedere conferenze; ma in realtà, del parere dell’ascoltatrice, inviato via sms, mail, o tramite i canali social in tempo reale, non frega nulla a nessuno. Serve solo come tecnica per fidelizzare il cliente; per farlo sentire coinvolto, per dargli qualcosa da rosicchiare. L’equivalente radiofonico delle storielle strappalacrime di cani e gatti sulle pagine on line dei grandi quotidiani. E trasmette musica preconfezionata e predigerita; quella delle cosiddette “playlist”: selezioni di canzoni concordate tra la proprietà della radio e le case discografiche, o i siti di streming. Per cui ci si può ritrovare tranquillamente con un conduttore radiofonico che, mentre sta per trasmettere un disco di musica “death-metal”, discetta coi suoi ascoltatori se, all’asilo, sia meglio, per merenda, il panino confezionato dalla mamma, o il cestino preconfezionato fornito dalla apposita ditta.

La radio dei Clash

“non si iscrive, nell’ombra psicopatica della mano destra bianca”.

Spesso mi chiedo perché non siano stati ascoltati di più, i Clash.

Questa canzone è la prima, o comunque tra le primissime, realizzate da artisti bianchi, che riprende le modalità della musica rap nera. I Clash erano aperti, nel modo giusto: rielaboravano la propria identità nel confronto con altre culture, ma erano loro, senza cedimenti e allargavano il proprio sguardo; stimolavano. Questa canzone andrebbe messa ogni volta che la stazione radio è sintonizzata sui canali normalizzati. Ogni volta che qualcuno prova a normalizzarmi, o a rinchiudermi dentro uno stereotipo io penso ai quattro che, nel video della canzone, paiono camminare ciondolando a ritmo di musica, in equilibrio precario sul cornicione alto di un palazzo.

Guardo dall’alto, e penso:

“questa non è l’Europa libera; l’Europa libera non può essere un’alleanza di eserciti e basta. Ma ora questo suono è coraggioso, e vuole essere libero, comunque libero”.

Le radio dovrebbero essere libere; le persone, dovrebbero essere libere. E questa è una canzone che si batte contro la fine della libertà.

La libertà è responsabilità, essenzialmente, scriveva Albert Camus; un altro che costringeva a stare coi piedi ben saldati alle nuvole.

Ghetto defendant”

Io ci sto male, nella città dove vivo. Nel tempo, le hanno tolto grazia, e umiltà. E aria. L’hanno sparsa e separata. Ne hanno reso quasi impossibile l’incontro. Ne hanno cancellato l’umano limite di provare a vivere con poco, e renderlo guardabile. Ne hanno trasformato parte importante degli abitanti, in calcolatori d’interesse, spesso al servizio di qualcuno che sono pronti a tradire. Per interesse.

Questa canzone, mi serve per sforzarmi, ogni volta, d’immaginare soluzioni che non siano solo razionali, ma visionarie. Visionarie come le parole e la voce di Allen Ginsberg, poeta psichedelico.

E questa canzone mi serve anche per imparare, ogni volta, che non posso capire tutto. Che, ogni tanto, dovrei affidarmi solo alla sensazione dell’aria che avverto. E le parole di Ginsberg, anche quando sembrano solo pennellate di una manieristica estetica incomprensibile, lasciano tracce che germogliano:

“murati fuori dalla città, cacciati a bastonate dalla città che conta, abbiamo spruzzato peste dal nido, siamo corsi via dalle periferie”.

L’esclusione, è la cifra che informa di sé le nostre città.

I locali esclusivi; gli alberghi esclusivi; i quartieri esclusivi; le vacanze, esclusive e l’esclusiva automobile di lusso. Le transenne che ancora ci escludono da parti fondamentali della città. I circoli esclusivi che governano i flussi economici. I cancelli tutt’intorno alle nostre case, che escludono ogni estraneo. E ci costringono all’automobile per andare da un centro commerciale, all’altro.

Il centro come scenario. Esclusivo, però.

E Ginsberg, e i Clash, raccontano di un altro poeta ancora, Rimbaud, “ il principe del ghetto dei poeti di fogna”. Lui, la sua città, Parigi, voleva avesse il volto della Comune rivoluzionaria. Voleva ribaltarla, la città.

Questa canzone, mi aiuta a pensare che quello che vedo dietro i finestrini della mia auto, quando guido per la mia città, meriterebbe di essere ribaltato.

“Tutto si agita, alla vigilia, sulla gran nave del progresso”.

E’ ora di dargli una direzione.

Lost in the supermarket

Di tutto uno splendido doppio trentatre giri, questa è la canzone che ho ascoltato di più. Talmente tanto che, un giorno, per rimetterla da capo, dopo averla appena ascoltata, ho sollevato con le dita il braccio dello stereo, che però mi è scivolato, e la puntina, proprio su questa canzone, ha tracciato un piccolo solco trasversale, che, ad ogni nuovo ascolto, la fa somigliare sempre più ad una automobile che abbia un pistone, ogni tanto non funzionante. Singhiozzante.

Ma il disco, non l’ho cambiato.

Di tutto uno splendido doppio trentatre giri che esplora ogni genere musicale con gli occhi e la raffinata crudezza dei Clash, è tra le canzoni che più somigliano ad un rock classico. E a me il rock classico, francamente, non piace proprio. Ma la voce di Mick Jones, e il tono malinconico di una canzone che corre veloce, me l’hanno sempre fatta amare moltissimo.

E’ una canzone da usare ogni volta, come una domanda.

E la domanda riguarda la natura, di quel che io stia facendo. Se cioè le mie scelte siano, o meno, dettate dal miraggio di un supermercato che mi offre, a prezzo speciale, una personalità garantita.

Viviamo in un mondo che, mentre pare esporre una strabocchevole possibilità di consumi possibili, in realtà, omologa tutto. Prende l’umano, lo modella come fosse un gioco per bambini, fatto di plastilina, e lo fa essere, solo in quanto consumatore. Consumatore in cambio di una personalità garantita ( e scelta da altri ). O meglio, possessore delle personalità che riesce ad acquistare. Un umano ad un’unica dimensione, perfetta per essere socialmente controllato.

Un umano non più capace di scorrere nell’aria, abbracciato alla amata/o, come in una tela di Chagall. Solo un umano che, ossessivamente, mette mano al portafoglio e cerca di riempire i propri vuoti comprando merci in larga parte indifferenti alla sua sopravvivenza.

La canzone funziona da spia d’allarme; da autocoscienza severa.

Si va nel supermercato, alla ricerca di una propria identità personale, quando s’è abitato in una casa circondata da siepi alte, che non permettono di guardare oltre, e sovrastati dai rumori della famiglia che litiga, al piano di sopra. Come a dire che tutto cerca di tenerci chiusi da qualche parte, e ci libera dal tunnel, solo davanti alle luci di un centro commerciale.

Ma la personalità garantita, non è nel supermercato; io mi sono perso, e il silenzio, mi fa sentire solo.

Bisogna guardare sempre, oltre le siepi.

Dopo l’ascolto di questa canzone ci si libera, almeno per un po’, dall’idea che, per piacere, si debba essere simili a modelli preconfezionati, e, soprattutto, dall’idea che sia possibile aggirarsi solo tra modelli preconfezionati per cercare sé stessi.

Meglio guardare altrove. Meglio guardare più profondamente in sé stessi; meglio guardare con meno superficialità possibile, all’altro.

Stay free

Forse, nella vita di ognuno, c’è un amico, o un’amica, che, ad un certo punto della propria vita, magari in circostanze sfortunate, ha sbagliato scelte, e s’è fatto/a male, magari persino tanto da perdere la propria libertà.

Il sentimento, è ambivalente. Perchè si sa che noi stessi, avremmo potuto essere al suo posto (magari abbiamo avuto solo più fortuna), e, nello stesso tempo, pensiamo che noi non avremmo fatto quelle scelte. Ci saremmo fermati un attimo prima; o avremmo scelto un’altra direzione.

Sono solo speculazioni mentali; quelle che si fanno quando si prova a ricostruire quel che è accaduto, e a cercarne una ragione. E quando ci pare d’aver trovato il filo che tiene insieme gli eventi avvenuti, siamo persino capaci di pensare che esista un destino.

Un destino che porta te in cella, necessariamente, e me in cielo, necessariamente, meritatamente, certo.

E, invece, non c’è nulla di già scritto. Ogni giorno, noi possiamo cambiare le nostre scelte, e darci un’altra storia.

E chiediamo, al nostro amico, o alla nostra amica, di essere sempre sé stessi, e di restare liberi. Non giudichiamo. Semmai possiamo raccomandare di farsi meno danno, o di far meno danno. Perché vorremmo abbracciarlo/a più spesso, e più spesso poter bere una birra insieme.

Quando ascolto questa canzone, penso sempre al pezzo di cielo che si può guardare dalle sbarre del luogo dove ci rinchiudiamo da soli. Per scelte che sembrano senso del dovere; per scelte nate da inutili sensi di colpa. Per scelte che fanno e hanno fatto male a qualcuno.

E penso che quel pezzo di cielo celeste e luminoso, è quello che dovremmo sempre guardare, magari con uno sguardo senza ostacoli, davanti al mare, insieme a qualcuno per noi importante.

Restare liberi, e liberi di essere sé stessi.

E’ un soffio, gentile e umile come una preghiera affidata al vento. Non so mai, se il vento abbia la direzione giusta, o se sparga le mie preghiere in un deserto infecondo, ma io continuo a pregare.

E a dire a me stesso, che devo restare libero.

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