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Alla ricerca di un senso, per il proprio dolore.

Apr 30, 2026 | 2026, Commenti

Viktor E. Frankl, è stato uno psichiatra austriaco, ebreo.

Aveva ottenuto un visto, per espatriare dall’Austria agli Stati Uniti, quando al potere c’erano i nazisti. Ma fece scadere il suo visto, e restò in Austria, per non lasciar soli i propri anziani genitori. La sua amata moglie, i suoi genitori, furono portati nei campi di concentramento, come pure lui stesso; che fu l’unico a scampare dalla morte.

Nel lager, Frankl sopravvisse indagando la capacità dell’uomo di resistere ad estreme sofferenze e disagi; nella più totale incertezza per la propria condizione; sempre avvolto dalle ali della morte, che era ovunque, intorno a lui.

Frankl, dopo il lager, e dopo aver appreso della perdita di tutti i suoi affetti, fu capace di razionalizzare la propria esperienza, e raccontarla in un libro (“L’uomo alla ricerca di senso”), nel quale si domanda, senza infingimenti o ipocrisie, come sia stato possibile, in quelle terribili circostanze, conservare una propria umanità, capace, con la luce dei pensieri di salvare la propria stessa esistenza: nonostante un dolore che sempre più disumanizzava chi lo viveva; nonostante persecuzioni e ferite continue; nonostante la disillusione e la disperazione per il destino di sé e dei propri cari; nonostante la assenza di senso.

Albert Camus fu un giornalista e scrittore francese, morto nel 1960 a soli 47 anni. Fu antifascista, militante nella Resistenza francese, ma di idee libere, dopo una iniziale adesione al Partito Comunista. Ricevette il Premio Nobel per la letteratura, e fu autore di romanzi, saggi, e opere teatrali. Amico di Ignazio Silone.

Credo sia difficile inquadrare in poche righe il pensiero, assai complesso, rigoroso e aperto di Camus; così come non è possibile brevemente riassumere e semplificare la ricerca di Frankl; però penso sia possibile provare a far dialogare tra loro, per alcuni tratti, le parole di Frankl, e quelle di Camus.

L’esperienza del lager, per Frankl, inizia come per ogni altro internato: “non ci rimaneva altro che il nostro corpo nudo, privato persino dei capelli; ciò che possedevamo era, nel senso più letterale, solo la nostra esistenza spoglia”.

Se si volesse, o si potesse, per un istante, trascendere, il luogo e il momento storico cui quelle parole si riferiscono, si potrebbe accettare che questa descrizione, si riferisca alla nostra vita; già così come è, senza neppure bisogno del lager.

“Quando una persona si confronta con la realtà di un destino segnato dalla sofferenza, dovrà accettarla come il suo dovere, il suo unico dovere. Dovrà prendere atto che, anche nel dolore, la sua condizione è singolare e incomparabile nell’intero universo. Nessuno può alleviargli la sofferenza, né subirla al suo posto. La sua opportunità esclusiva risiede nel modo in cui sostiene il proprio fardello”.

Le parole di Frankl, davvero, se decontestualizzate, potrebbero rappresentare gran parte delle esperienze di vita, nostre, e di chi conosciamo. Perdita delle persone che amiamo; personali fallimenti o sconfitte; fine di relazioni significative; cambiamenti della nostra condizione materiale che non dipendono da noi, ma, magari, da come va un Titolo in Borsa; o da un dittatore che fa guerra ad un altro dittatore.

La nostra vita “normale”, si confronta costantemente, col dolore, la sofferenza e la perdita.

“Una felicità, intesa come mera evasione dal dolore”, direbbe Schopenhauer, citato da Frankl.

E’ incomparabile, ovviamente, la condizione di un internato nel lager, con quella di un essere umano che, normalmente, faccia colazione con un pane fresco, per ricordare qui l’immenso dolore di Primo Levi.

Allontaniamo però, per un solo istante, le ragioni politiche, economiche, ideologiche, e criminali, che furono all’origine dei lager: sapersi condannati, in realtà, è la quotidiana condizione umana; certo, nei lager, la condanna era del tutto arbitraria e immotivata; così come l’uso della violenza e della sopraffazione, quotidiano; l’indifferenza per l’umano, poi, era il requisito di base richiesto ai suoi carcerieri. Ma, in una certa misura egualmente, nel quotidiano vivere ci colpisce la morte inattesa nostra, o di una persona amatissima; o possiamo essere (per buona sorte, più raramente) oggetto di immotivata violenza: e la Natura, ci ricordava già Leopardi, è del tutto indifferente alle nostre malattie e alle nostre perdite.

L’esperienza che racconta Frankl, si presta quindi ad essere estesa (con le cautele di una analogia di proporzionalità), all’esperienza umana più generale

Camus pone radicalmente, il problema dell’esistere in rapporto con la sua finitezza.

“La sola libertà possibile è nei confronti della morte. L’uomo veramente libero è colui che, accettando la morte come tale, ne accetta nello stesso tempo le conseguenze – vale a dire il capovolgimento di tutti i valori tradizionali della vita.”

Camus, ci indica il terribile paradosso della nostra più essenziale libertà che, per esprimersi pienamente, deve assumere in sé, tutte le ragioni dell’assenza di vita. Deve superarle, dialetticamente.

“Vivere, è quel che fanno tutti. Ma saper diventare padroni della propria morte, questo è il difficile.”

Se Frankl trae spunto dalla oscena esperienza di morte dell’Olocausto, per ricercare le ragioni del vivere, Camus, arriva a non averne bisogno, per cercare le ragioni della sua ribellione.

Non perché l’esperienza del lager non sia rilevante; ma perché la semplice umana esistenza, di per sé, pone interrogativi di fondo a quella simili.

“Se si è davvero convinti della propria disperazione, bisogna agire come se si sperasse – o uccidersi. La sofferenza non dà diritti”.

Queste parole di Camus, sono scritte nel maggio del 1935, e guardano alla condizione umana. Nuda; senza retorica e senza il costante processo di rimozione che avviene nella nostra mente, e che ci consente di vivere, pur sapendo che moriremo. Pur sapendo che il dolore per noi, è sempre dietro l’angolo del prossimo giorno, o del prossimo istante. O dentro di noi, sempre.

“Questo universo non tende a nulla e non viene da nulla, perché è già compiuto, e lo è sempre stato. Non ha tragedia, perché non ha storia. E’ inumano…In esso, la necessità è infinita, l’originalità e il caso non hanno parte. Tutto è monotono.”

Camus – che qui riecheggia le parole di Frankl sull’uomo denudato di ogni propria individualità – da questa amara consapevolezza, cui dovrebbe corrispondere una “animalesca” rassegnazione, trae invece una serie di “imperativi morali”, si potrebbe dire, che fondano la sua ribellione, e cioè, la sua ricerca di senso.

“Non esiste libertà per l’uomo fin quando non ha superato il timore della morte. Non però con il suicidio. Per superare, non bisogna abbandonare sé stessi. Saper morire a viso aperto. Senza amarezza…l’essenziale era di non accettare e di lottare sino all’estremo.”

“Di fronte alla peste (i mali del mondo), la sola parola d’ordine di un uomo, è la rivolta.”

“Ciò che conta, è essere veri”.

“Non di essere felice, ora mi auguro, ma soltanto di essere cosciente…Ogni minuto della vita, ha in sé un valore miracoloso, e un volto eternamente giovane”.

“Non staccarsi dal mondo. Non si fallisce nella vita quando la si pone in piena luce. Tutti i miei sforzi, in tutte le situazioni, le sventure, le delusioni, tendono a ristabilire i contatti. E anche nella tristezza, quale desiderio di amare e quale ebbrezza alla semplice vista di una collina nell’aria della sera.”

“Impegnarsi a fondo. Poi accettare con eguale forza, il sì e il no.”

“-Tremerai davanti alla morte.- Sì, ma non sarò venuto meno a quella che è la mia sola missione: vivere.- Non arrendersi alla convenzione e alle ore d’ufficio. Non rinunciare. Non rinunciare mai – esigere sempre qualcosa di più.”

“E’ la volontà di essere felici, che conta, una specie di enorme coscienza sempre presente.”

“Lo spirito rivoluzionario è tutto nella protesta dell’uomo contro la condizione dell’uomo.”

“Trovare il modo d’andar fuori misura, nella misura.”

“Partire alla ricerca del tempo che non è ancora venuto.”

“Il vero coraggio, è passivo, è indifferenza alla morte.”

“L’unica legge dell’individuo è essere e superare se stesso…Il rifiuto di sparire dal mondo, dalle sue gioie, dai suoi piaceri, e dalle sue sofferenze.”

“Non aspettarsi nulla e non chiedere nulla se non questa capacità di dare e di lavorare.”

Camus costruisce, per sovrapposizioni successive, un Vangelo di laica ricerca. Cerca la dignità dell’umano, nella sua fragilità e finitezza; nella sua capacità di provare a rispondere. Sente il combattimento, costante, e immaginifico, contro il proprio definitivo limite  che tutto può rendere arido e insignificante. Sente il coraggio di chi contrappone la propria consapevole volontà di lottare, pur sapendo già la sconfitta, alla disperazione.

La volontà di essere felici.

Ma si può avere, una simile volontà, quando il dolore ci sommerge ? Quando abbiamo perso il nostro più caro affetto ? Possiamo permettercela, questa volontà, quando tutto intorno a noi, ci obbligherebbe ad una perenne angoscia ? E’ nella relazione con l’altro, forse, la possibilità di sentire la pienezza del vivere ? E’ nel disfarsi della propria solitudine, che si può rinvenire, davvero, il miracolo del tempo che ci è dato di abitare ?

E’ dalla nostra ribellione, ad una condizione cui non possiamo sottrarci, che nasce il valore del vivere: non più solo mera esistenza.

Dal terribile pozzo senza fondo del lager, dove le condizioni sono più taglienti e cattive; dove ogni istante si sfida la volontà di morte posta in essere dai carnefici nazisti (e non solo), dove all’umano stato di comunque condannati alla fine della nostra esperienza, si somma l’azione nefanda di una ideologia criminale tesa all’annientamento, Frankl cerca risposte.

“La realtà perdeva la sua vividezza e tutti gli sforzi e le emozioni erano focalizzati su un unico compito: preservare la propria vita e quella degli altri compagni.”

“Un tempo ciascuno di noi aveva avuto, o almeno aveva coltivato l’illusione di essere qualcuno. Ora eravamo trattati come vere e proprie nullità.”

Frankl racconta la “reificazione” delle persone, ma, mentre lo fa, cerca uno sguardo che vada oltre.

“E’ proprio accettando la sfida di soffrire con coraggio, che si conferisce alla vita un significato che persiste fino all’ultimo istante, e lo mantiene letteralmente fino alla fine.”

Ecco allora, che si apre ai nostri occhi, una improvvisa strada che diviene necessario percorrere. Ecco allora, che appare all’orizzonte umano qualcosa che rende il suo esistere degno; in una qualsiasi situazione o in un qualsiasi contesto.

“L’amore rappresenta il fine ultimo e l’obiettivo supremo verso cui l’essere umano può tendere. La salvezza dell’uomo è attraverso l’amore e nell’amore. Capii come un uomo che non ha più nulla in questo mondo possa ancora conoscere la beatitudine, anche se solo per un breve momento, nella contemplazione dell’essere amato. Nella situazione estrema più misera che si possa immaginare, nella condizione di non potersi esprimere attraverso l’azione, quando la sua unica conquista può consistere nel sopportare le sue sofferenze con dignità e rettitudine, anche allora, l’uomo può, attraverso l’intensa e amorevole contemplazione dell’immagine della sua amata, che egli serba dentro di sé, trovare la piena realizzazione personale.”

“Il vero significato dell’esistenza si trova nel rapporto dell’individuo con il mondo esterno, piuttosto che essere limitato all’interno della sua persona, o della sua psiche, come se fosse un sistema isolato…più un individuo si dimentica di sé stesso, dedicandosi a una causa da seguire o ad un’altra persona da amare, più si eleva nella sua umanità e realizzazione.”.

Anche Frankl, come Camus, vede nella relazione con l’altro una ragione sufficiente per vivere, e vivere pienamente; e anche Camus, come Frankl, vede nell’amore la forza dirompente che di sé, illumina e rende prezioso il vivere: “conosco un solo dovere, ed è quello di amare.”

“Per questo l’uomo si realizza solo nell’amore, perché vi trova in forma folgorante l’immagine della propria condizione senza avvenire…noi siamo del mondo che non dura. E tutto ciò che non dura – soltanto ciò che non dura – è nostro.”

E’ la possibilità dell’amore, allora, a consentire d’immaginare che qualcosa possa ancora accadere e quindi, è solo dalla possibilità dell’amore, che può determinarsi la direzione che scegliamo di prendere.

Scrive Frankl: “l’essere umano ha sempre la possibilità di scegliere il proprio comportamento. L’uomo può conservare un residuo di libertà spirituale, di indipendenza mentale, anche in condizioni così terribili di stress psichico e fisico…anche quando all’uomo viene sottratto tutto, rimane un’ultima e inestinguibile libertà: quella di scegliere il proprio atteggiamento in ogni circostanza e di determinare il proprio destino.”

E ancora: “Temo una cosa sola: di non essere degno delle mie sofferenze…la vera essenza della vita si rivela nella capacità di preservare l’integrità morale di fronte alle imposizioni crudeli che ne circoscrivono l’esistenza.”

Camus aggiunge una nota “politica”, che discende direttamente dal suo interesse per l’altro: “Se mi sembrava necessario difendere la conciliazione tra libertà e giustizia, era perché in essa, secondo me, consisteva l’ultima speranza dell’Occidente.”

Scopriamo oggi, quanto siano state profetiche le sue parole.

Vi è qui il rovello di chi, acquisito il rigore derivante dalla assunzione, su di sé, di una condizione umana già duramente determinata, cerca un possibile anello di congiunzione tra morale e politica: tra individuo e comunità (“…nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce, gli occhi mortali incontra al comun fato e che con franca lingua nulla al ver detraendo confessa il mal che ci fu dato in sorte e il basso stato e frale…l’umana compagnia tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia…” aveva scritto Leopardi), e indica, per questo, che la giustizia, non può essere disgiunta dalla libertà, e che questa, è la più vera e profonda eredità culturale dell’Occidente.

Dovrebbero saperlo, quello che si riempiono la bocca di una libertà del potere e dei capitali, che ignora del tutto la giustizia.

E, alla fine della sua ricerca, Frankl, dopo aver osservato sé stesso, e tutti gli internati dei suoi anni nei lager nazisti, constata un dato ineludibile: “E’ un tratto distintivo dell’essere umano poter sopravvivere solo con lo sguardo rivolto al domani, in un certo senso, come se l’eternità fosse possibile…chi perdeva la fiducia nel futuro, nel suo futuro, era condannato. Con la perdita della speranza, svaniva anche la sua forza spirituale, lasciandosi andare in un declino che portava al deterioramento mentale e fisico.”

E Camus, dal canto suo, incontra la stessa esigenza di futuro; ma anche la sua ambivalenza: “E’ in questo modo che riesco a star fuori della malattia e della rinuncia, alzando la testa con tutte le mie forze per respirare e per vincere. E’ il mio modo di disperare ed è il mio modo di guarirne.”

E ancor più, Camus, indaga cosa vi sia, dietro questa idea di futuro: “E se l’uomo ha bisogno di pane e giustizia, e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha anche bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore.”

Scrive Frankl: “…non esiste nulla nel mondo, che possa aiutare a superare le circostanze più avverse, quanto la consapevolezza di avere uno scopo nella vita…l’essere umano ha bisogno di dedicarsi attivamente al raggiungimento di obiettivi significativi e alla realizzazione di compiti scelti in piena libertà.”

E’ Nietzsche allora, citato da Frankl, a tracciare la via: “Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come”.

Non penso, esistano ricette, per ognuno utili, per affrontare nel modo migliore possibile, la propria vita ed il proprio tempo, anche quando questo sia un tempo di costante dolore.

Ci sono dolori che tolgono il fiato; che neppure li si osa pensare.

E non penso neanche che esista un modo “giusto”, di affrontare la propria vita, o di confrontarsi con la violenza generalizzata, e la morte.

Penso però che esiste la paura, e l’angoscia anche; ed esistono la perdita, ed il lutto.

Occorre decidere ( o accorgersi che, nei fatti, si è già deciso), se rassegnarsi, e restare per questo, immobili (come se l’assoluta immobilità; il nascondimento di tutto, consentisse di superare davvero il dolore dell’aver vissuto e la paura del vivere), o avere delle ragioni per rivoltarsi contro la propria condizione. Camus, e Frankl, ne propongono alcune.

L’amore. Il futuro. La libertà. La dignità di sé stessi e il proprio essere veri. La disciplina, e il coraggio che ci vogliono. La giustizia. La bellezza. L’altro, o l’altra.

Forse, dobbiamo solo ascoltare il nostro corpo, che vuole vivere; scrive Camus: “…una comprensione di sé attraverso il corpo. Il corpo, autentico strumento di cultura, ci indica i nostri limiti…” ; ma, proprio per questo, ci indica, contemporaneamente, che esistono delle possibilità.

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