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Vola, donna, e possa tu trovare senso.

Ott 25, 2023 | Storie

Può accadere, di trovarsi davanti a qualcosa, o a qualcuno, che illumini di una diversa luce, eventi, o situazioni, che siamo abituati a considerare più o meno sempre allo stesso modo, perché, più o meno, nella nostra esperienza, presentano sempre le medesime caratteristiche.

Quando si parli di occupazione, o di perdita di posti di lavoro, spesso e volentieri, ci troviamo di fronte a fenomeni che, da tempo, presentano caratteristiche tipiche e simili, in ciascuna situazione concreta: una crescente precarizzazione delle forme di lavoro; una crescente arbitrarietà, nelle decisioni di far cessare un rapporto di lavoro; una crescente propensione delle imprese, ad evadere, o ad eludere gli obblighi contrattuali e di Legge; una forbice che si allarga sempre più, talora in modo assolutamente indegno, tra il salario percepito dal Lavoratore, o dalla Lavoratrice, e la quota di profitto che le imprese acquisiscono dal lavoro umano. Solo per citare alcune delle caratteristiche con le quali è possibile, giornalmente, venire a contatto in una sede sindacale.

In realtà commetteremmo un errore grave, se ci limitassimo a vedere questi fenomeni, che pure sono macroscopici, come gli unici a caratterizzare la relazione di lavoro dipendente oggi.

A prescindere dalle situazioni in cui il lavoro è comunque una esperienza positiva, sotto molteplici profili, se volessimo provare ad indagare più a fondo, nelle situazioni di malessere, o di disagio, dovremmo provare ad aggiungere degli altri elementi al quadro; forse persino più profondi e significativi, in alcuni casi.

Lei è una giovane donna, diplomata, che, incontra il lavoro regolare ( dopo qualche esperienza “in nero” ), già a venti anni. Il lavoro che spesso ci si trova da fare a quell’età, quando ancora si studia in Università, e si decide d’essere, almeno un po’, indipendente dalla propria famiglia: va a lavorare presso esercizi di ristorazione. Poi, il lavoro diventa un’esperienza più totalizzante, e, in una nuova attività lavorativa, a tempo pieno, scopre d’esser capace di lavorare nel settore amministrativo. Cresce, quindi, il suo livello di professionalità e di competenza, oltre che, ovviamente, il suo salario.

Passando attraverso ancora due aziende, sempre in ambito amministrativo, arriva infine alla sua ultima esperienza lavorativa, che sembra costituire il salto di qualità, anche perché, dopo quasi dieci anni dal suo primo lavoro, le viene offerto un contratto a tempo indeterminato, in un importante studio professionale di Aquila.

E’ il momento quindi, anche di compiere alcune scelte di vita, di grande significato.

E lei decide di aprire un canale di finanziamento, perché intende andare a vivere in una propria abitazione; intende cioè divenire assolutamente autonoma dalla sua famiglia.

Si tratta di una scelta importante, che, ovviamente, coinvolge varie sfere, non ultima, quella emotiva: il distacco da una condizione, per quanto “comoda”, di figlia, ad una condizione di donna indipendente, è un passaggio che riguarda anche i suoi affetti, le sue abitudini; si potrebbe dire l’intera sua vita, fino a quel momento.

Certe volte, le donne però, pensano sia possibile impegnare sé stesse su più fronti, e lei vuole riprendere i suoi studi e conseguire una Laurea in Lingue e Mediazione Culturale.

Già una volta, un altro suo datore di lavoro, le aveva detto che lei “chiedeva troppi diritti”: stavolta, il grande studio professionale, le nega, esplicitamente, di avere accesso allo strumento contrattuale delle cosiddette “150 ore”, per poter studiare: la possibilità cioè, di usufruire di permessi, ad esempio, per studiare in modo più approfondito in prossimità di un esame.

Ed ecco, la luce nuova che illumina le relazioni di lavoro, nella nostra città, ma non solo, e che lei, in una certa misura, incarna perfettamente.

Posta di fronte ad una scelta, se mantenere un posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato, o provare ad inseguire una sua ragione di vita, che le renda piacevole un lavoro futuro, e nonostante i gravosi impegni finanziari assunti, lei sceglie di studiare all’Università.

Lei si è posta il problema del “senso”, che il lavoro ha nella vita di una persona, e ha scoperto che un luogo di lavoro, in cui l’organizzazione del lavoro, e le relazioni tra colleghi, e con la proprietà, siano improntati a soli criteri competitivi, senza che nessuno valorizzi e incoraggi gli sforzi e la responsabilità dell’altro, non ha rilievo sufficiente, di fronte alla possibilità della propria autorealizzazione, e, tanto meno ha peso di fronte alla propria alienazione in quel lavoro, al senso cioè di estraneità, insoddisfazione e assenza di stimoli che ha incontrato.

Nonostante questo le possa creare seri problemi economici, e comunque, il rallentamento pesante, nella realizzazione delle scelte che aveva fatto per il proprio futuro.

Ci si dovrebbe porre, io credo, non solo il problema di tutelare le condizioni di lavoro, il salario, la dignità delle persone, il rispetto di Leggi e contratti, ma anche qualche domanda sulla qualità, del lavoro; sui suoi scopi; sulla sua funzione nella realizzazione della personalità umana.

Ci si dovrebbe porre qualche questione riguardo ad una organizzazione del lavoro che non può essere costruita solo sulla massimizzazione del profitto, e sulla spersonalizzazione delle relazioni umane; ma magari anche sull’idea di “comunità”, che debba porre a sé stessa, non solo l’obiettivo di essere sul mercato, ma anche il traguardo di una crescita personale, di chi lavora, sul piano dei saperi, anche non immediatamente attinenti l’attività lavorativa, e sul piano della vivibilità e del proprio tempo di lavoro.

Se non cambiano i luoghi di lavoro, ed il loro funzionamento, nessuno può pensare che cambi la società.

I luoghi di lavoro, proiettano oggi nella società, troppo spesso, sopraffazioni, violenza, sfruttamento, violazione delle regole, autoritarismo, ma anche assenza di significato, o meglio forse, un significato esclusivamente legato alla massa monetaria che si muove e da cui si può trarre profitto.

Alle persone si chiede di stare in un luogo di lavoro, di rispettarne le regole, anche quando queste significhino ignorare diritti contrattuali e di Legge, e di limitarsi a percepire uno stipendio, senza far domande e senza farsi domande.

Questa è l’alienazione dal lavoro dei nostri tempi.

Bisogna essere contenti di avere un lavoro purchessia, e da questo ricavarne un salario che, troppo spesso, arriva a stento a coprire le necessità primarie del vivere.

Se la scelta che la giovane donna ha fatto, divenisse un fatto politico se fosse capace di stimolare riflessioni profonde sul ruolo del lavoro nella nostra società e sulle sue concrete espressioni, sempre più spersonalizzanti e gerarchizzate, potrebbe indicare una strada importante da percorrere. Impegnativa; forse non immediatamente percettibile, nelle sue potenzialità di liberazione delle persone, in una situazione in cui il lavoro comunque rappresenta, innanzitutto, lo strumento essenziale per il sostentamento materiale, ma certo gravida di futuro possibile, se ci fosse sufficiente coraggio da iniziare a percorrerla.

Di sé stessa, lei dice che che lavorare come Lavoratrice dipendente, nella sua esperienza ultradecennale, è stato un inferno, perché non si viene considerati come persona e lei ora, ha bisogno di respirare.

Sarebbe importante, per il Paese, io credo, se ci interrogassimo su quella necessità di respiro, e su cosa sia necessario fare per permettere a tutte, e a tutti di respirare. Abbiamo bisogno di risposte collettive, perché le vie d’uscita individuali, possono non essere sufficienti, o per tutte e tutti raggiungibili.

Un lavoro schifoso, o privo di senso, pure se dà uno stipendio, resta schifoso e privo di senso, ed è ora di smetterla di chinare la testa.

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