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Storie brevi – tante –

Lug 3, 2024 | Storie

Uscire in mare con la barca, chiede fede nell’orizzonte.

Barca di legno dalla chiglia fonda e le murate curve; un albero maestro alto e lucente, che sostiene una grande vela quadrata, di lino e canapa grezza e corde salate.

Dal porto s’esce coi remi, per incontrare fuori, i venti, e con loro tracciare la rotta.

Onde di mare spumoso e silenzio senza più terra.

Donne sull’isola, ad attenderti. E i mostri terribili della paura scura, come un vino di sangue.

Da prua guardi il cielo e senti frangersi l’aria sul tuo petto, mentre la salsedine brucia gli occhi e le lacrime. I piedi nudi, sul fasciame, s’aggrappano al sole che secca.

È un viaggio. È il tuo viaggio.

Alle spalle l’infanzia morbida. Davanti, le tue mani seccate dai giorni che cercano la tua compagna, che ti sostenga ancora, mentre cammini nel giorno e nascondi la debolezza tua.

Ma ora cerchi e conosci e cadi.

Governa il tuo viaggio tra le stelle amiche e oltrepassa ogni male che soffri.

T’aspetta la notte, e solo se vivi furioso, puoi sognarci dentro, ancora col tuo respiro.

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Vieni via con me.

Ti porto a conoscere la spiaggia dove il sole va a dormire, e ti faccio ascoltare che musica che fa, il mare, se chiama il tuo nome.

Ti porto a vedere dove si colorano le barche, così posso chiederti, che colore hanno, le nostre mani che si tengono strette.

Ti porto a vedere i fiori che crescono sulle dune: perché tu ti accorga che quando ti accarezzo non gualcisco mai i petali della tua pelle.

Ti porto a volare su una libellula, perché amarti ci rende leggeri, come ali trasparenti e capricciose.

Però, se vuoi, resta.

Vuol dire che io proverò a portare tutto dove sei tu.

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Gli metteva febbre, addosso.

Passava tutto il tempo a pensare a lei. Ci provava, ad andare oltre, con la mente, almeno per qualche minuto: inseguiva di tutto, coi pensieri; razzi, navi, treni, eppure, tornava sempre a lei.

Questo continuo rincorrerla sembrava averlo condotto in una stanza chiusa, le cui pareti, progressivamente, si restringessero, e se ne sentiva l’incombere dolorosamente, nella testa.

Persino i muscoli del corpo, parevano fiaccati, spezzettati, frantumati dal suo dolcissimo passaggio, nei suoi sogni più arditi, dei quali gli restava ora, solo l’indolenzimento delle gambe, della schiena.

L’arsura, che gli provocava guardarle le labbra, ed il desiderio di baciarla, come per placare una sete crudele, gli lasciava ora un dolore sordo alla gola. Una ferita irrimarginabile e tagliente.

L’attesa di lei, mentre era steso a letto, lo consumava, tremandone braccia e mani. Gli era impossibile restar fermo, eppure, ogni movimento gli provocava cascate gelide di dolore. Muto e metodico.

E quando lei arrivò, finalmente, e suonò alla sua porta…

– Allora…esci che andiamo al mare ? –

– Non posso…ho 38 e 4, mi sono appena preso un Neoduplamox…-

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Nuovo cinema darsena.

Qui le foto, dovrebbero essere solo in bianco e nero. La scala dei grigi che s’arrampica al cielo, nasconde pance, e smagliature e rughe. Tramuta goffaggini in poesia impacciata, e toglie il tempo di dosso alle cose e alle persone.

Qui, la musica che s’ascolta, è quella del vento, che riesce a liberarsi degli angoli di case che la speculazione ha incistato a ridosso della scogliera, e del mare di tramontana, blu come un sogno interrotto, esattamente nel momento in cui stavi slacciando il reggiseno della donna amata.

Qui, le persone che arrivano, salutano. Buongiornano tutti, amici, parenti, compaesani e stranieri. E poi s’inizia a parlare. Della cena della sera prima, di quel che s’è iniziato a preparare per pranzo. E di politica anche, con una vaga punta di rancore, verso evasori fiscali, furbi e merde in genere.

Qui, i cani vagano liberi. Più sono grossi e più vagano liberi. Senza calpestare asciugamani e senza disturbare signori timorosi. Bisogna star solo attenti a non trovarsi nei loro pressi quando si scrollano dopo il bagno.

Qui si parla solo dialetto.

E devi impararlo per forza. Altrimenti la conversazione langue. Però si accettano anche dialetti stranieri. Quello di Picciotti ad esempio o de Taglianu. Il leccese persino. Ma il dialetto di Nardò no. Una vecchia rivalità riguardante la sede vescovile, impedisce rapporti diplomatici.

Qui, l’età media dei bagnanti è l’età della Repubblica. E l’Inps si strugge a vedere tanti pensionati che nuotano felici, o che fanno cerchio, per ore, in acqua alta, a conversare.

Qui, l’unico problema, è che non passa il venditore di mandorle e cocco, e il caffè, te lo devi portare da casa. Ma, soprattutto, qui, il vero problema, è che non si paga niente.

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Avevo visto un bambino.

Per inseguire una palla, s’era perso per le strade dietro il mare. Rotolava, la palla, come una luna disordinata e libera, senza più cielo.

Passavano moto ed automobili, ed il bimbo, più basso del parabrezza, correva invisibile, tra marciapiedi ed incroci.

Con un piede, un vecchio zio stanco, fermò la palla e la prese in mano, sollevandola.

Ed il bimbo la vide, da lontano.

Un grosso cane randagio, prese il bimbo per mano, e lo portò dal vecchio zio con la palla.

Il vecchio zio, ricordò d’essere stato bambino, prese due pietre, e le poso’ a terra, ad una certa distanza tra loro.

Poi fermò il traffico, con una occhiataccia.

E si mise tra i pali, pronto a farsi segnare dal bambino, con la sua palla bianca e rossa.

Il cane faceva la guardia e di lì, fino ad ora di merenda, non passo più neanche una sola auto.

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Esisteva, davanti al lungomare di Scirocco, un vecchio edificio abbandonato.

Un tempo, lì, trovavano ricovero le “ragazze madri”. Donne che, per varie ragioni, erano sole, coi loro figli appena nati, e venivano allontanate dai loro luoghi d’origine, che non potevano tollerare una donna senza marito, e neanche una donna che, magari, mettesse al mondo un bimbo frutto d’una violenza.

Erano donne povere. Certe sventure, alle donne ricche, non succedevano.

Poi quell’istituzione perse il suo significato, e le donne sole con un bimbo, ebbero il diritto di provare a condurre una vita come tutti gli altri, magari più difficile e complicata, ma, se non altro, non marchiata dal rifiuto sociale.

E quell’edificio era rimasto lì, chiuso a tutti e circondato da mura e inferriate alte un paio di metri, e una strada, a due corsie, lo separava dagli scogli, e dal mare.

Nei pomeriggi d’estate, anche quando il sole batteva duramente e l’aria usciva da un forno riscaldato per cuocere la parmigiana di melanzane, si scavalcavano le inferriate, e s’entrava dentro il grande cortile di mattoni spezzettati, spesso, e ingombro di materiali di risulta che, ogni tanto, qualcuno ci buttava dentro. Una decina di bambini, almeno.

Su una parete dell’edificio, era dipinto, con una vernice blu tremolante, un rettangolo, abbastanza grande e alto, da diventare una porta, per giocare al calcio, e, di fronte, due sassi in terra, delimitavano l’altra porta, che, per traversa, aveva l’altezza delle inferriate e, per confine, il mare, ogni volta che qualcuno tirava pedate scocomerate troppo forti. E bisognava farsi il bagno, per recuperare il pallone, se non era burrasca.

Capitava di correre, in quel cortile, e farsi anche male.

Una volta, capitò che un chiodo bucò le scarpe da ginnastica, e il piede anche, conficcandosi dentro ben bene. E spargendo sangue rosso un po’ dappertutto.

Però, l’Ospedale era lontano neanche un paio di chilometri. E, al Pronto Soccorso, anche se lo chiedeva un bambino non accompagnato, arrivato lì correndo, tutto sudato, una antitetanica, la facevano seduta stante, senza nemmeno far tanta fila e senza tante domande.

Una buona fasciatura, e si poteva tornare a giocare a pallone.

E’ quella fame di vita lì, che faceva giocare con bambini sconosciuti, che sfidava il vento e il mare e le punture d’antitetanica, che bisognerebbe curarsi di alimentare.

Sempre.

Quell’edificio è stato abbattuto.

Al suo posto, ora, c’è un piccolo palazzo, bruttino, in verità. Qualcuno ci abita credo.

Ma non c’è più un posto dove i ragazzini giocavano liberi.

Il mio piede però, non mi fa mai male.

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Il bambino ha una infinità capacità di ripetizione. E variazione.

Nel canto di un cortile, col suo pupazzo in mano, urla, e canta, e rumoreggia e innalza storie al cielo.

Le cicale hanno smesso di sfregarsi le elitre, e lo ascoltano in silenzio, perché i suoi toni superano ogni muro del suono, e lo abbattono.

Inutilmente la mamma lo invita ad essere più discreto e a rispettare l’onusta età della nonna.

Il bimbo grugnisce e acutizza i suoni, e lì specializza in rotture di cristalli entro un raggio di millemila piedi.

Vibrazioni elettromagnetiche in bassa frequenza percuotono i pini, che rilasciano lacrime di resina viscosa e profumata, generando appiccicume che sollecita reiterate grida di emozionata consapevolezza.

Le mani sporche sono annerite. Che la mamma vorrebbe emulsionare, se non fosse colta da stizzosa impotenza. Il pargolo è assai veloce, e innesta nell’aere una sirena portuale che fa tremare i panni stesi intorno. E non si fa prendere.

Le mie orecchie lacrimano, da varie ore. Ho nostalgia della Fontana Luminosa ad ora di punta.

Chiudo il libro, fermo alla dotta introduzione, e apro una bottiglia di vino rosso.

Tanto, sono già parecchio stordito.

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Temeva qualcuno le avesse rubato il piccolo anellino che le aveva regalato la nonna, e che portava sempre in borsa. Una piccola fede d’argento brunito, decorata con asterischi di stelline incise, lungo tutta la corona.

La cercava, senza trovarla.

E, d’improvviso, ricomparve, al tatto, sul fondo della borsa, e sentì dentro un gran sollievo, per non aver tradito la fiducia antica della nonna, e perché avrebbe potuto sentirla ancora a lei legata, lungo un filo di tempo lasciato libero nel cielo e nel vento, e non spezzato.

E la fece uscire, dalla sua borsa, perché voleva mostrarla all’uomo che aveva di fronte, al quale si sentiva avvicinare da una attrazione leggera; un incontro veloce degli occhi, che non riuscivano a lasciarsi.

Ma mentre l’alzava, alla luce del giorno, la piccola fede andava trasformandosi, tra le sue dita, assumendo dapprima la forma bronzea di un semicerchio di mattoni massicci, di castello medievale, entro cui s’apriva una finestra tonda, come un occhio; per trasformarsi poi, nella parte inferiore, nella scultura leggerissima, pendente come una bolla di sapone che modellasse lentamente il proprio corpo, di un gatto dorato, dalle forme tonde e lisce e aggraziate, che sorrideva sornione, proprio mentre, invece, nella parte superiore dell’anello, germogliavano ferendola, punte, lance, rostri, corna, uncini, che, visti in controluce, su un inatteso tramonto, parevano dita protese a toccare il sole, bisognose, oranti, più che minacciose armi.

La meraviglia, per quanto le stava accadendo tra le dita, divenne stupore, quando si volse nuovamente verso l’uomo che aveva di fronte, e che non era più, l’uomo cui prima voleva mostrare l’anello, ma una versione ridente e beffarda di Jack Lemmon, con gli occhi bistrati di nero, il volto pallido di biacca, ed un accenno di rossetto sulle labbra; qualcosa a metà tra il suo ruolo in “A qualcuno piace caldo”, e la sua interpretazione di un principe svampito ( sosia del co-protagonista ), nel film “ La grande corsa “, sempre con Tony Curtis, e con Natalie Wood, invece di Marilyn Monroe.

Il volto sorridente, ed insieme triste di Jack Lemmon iniziò, davanti ai suoi occhi, a subire una continua mutazione, che le parve inevitabile, visto ch’era a conoscenza che l’attore era ormai andato via dal mondo, e lo vedeva materiarsi, per così dire, trasformarsi cioè, dapprima in chiaro legno d’albero, e pietrificarsi poi, sino ad essere inghiottito, come un enorme gigante del passato, in una alta falesia ai piedi d’una spiaggia, boscosa in cima, e stratificata, mutando di colore il volto dell’attore in fette orizzontali, come appartenenti a diversi strati geologici o ad un nastro che, dipanandosi, ne scomponesse le sembianze, ed infine, lo vide collassare, su sé stesso, polverizzandosi, aggredito dalle onde del mare che gli s’incuneavano dentro.

In silenzio.

E paura, le prese. Come se stesse assistendo alla fine di un mondo, senza che le arrivassero gli echi della nascita di nuove possibilità di vita.

Fu allora, che le tesi la mano, restando però ai margini del suo buio. Ma col braccio aperto a lei ben visibile.

Non perché il mio aiuto fosse importante. Ero certo potesse da sola scorgere una nuova strada per rampicare tra le ginestre del vulcano; ma perché sapesse di non essere sola, mai.

Semplicemente.

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Da qualche parte, c’è un bicchiere di vino che ci aspetta, su un tavolino basso di una spiaggia. Il mondo è al tramonto e il mare scintilla del sole che s’affoga, dietro l’orizzonte. Tu e io siamo seduti su una sdraio, i piedi nudi infossati nella sabbia serale. Indossiamo una camicia, bianca, sopra un paio di braghette corte, a disegni cachemire, come usava un tempo finito. Il vino è rosso, anche se è estate. Tu fumi una delle tue sigarette sottili, e io mi sono fatto da solo una sigaretta disonesta. Me lo posso permettere, a novantacinque anni. Tu ne hai due di meno, ma sei più malmesso di me. Infatti, ogni cinque minuti chiami una ragazza perché t’aggiusti la coperta sulle gambe. Però sono abbastanza sicuro che saresti capace anche da solo. Chiacchieriamo. Ma non di ricordi. I ricordi sono noiosi. E poi, a una certa età, non sono più neanche tanto sicuri. Parecchia roba s’inventa. Parliamo del futuro. Del prossimo viaggio che faremo. Ad Algeri possibilmente. Tu mi tolleri, ma solo perché sai che sono fissato con Camus. E anche perché ti ho accontentato qualche mese fa, e ti ho portato a Montecarlo, dove, a poker, hai spennato uno stupido arrogante arricchito. Voglio andare ad Algeri. Mi voglio prendere la peste, e voglio scoprire, se è vero, che l’unica questione seria, è come essere un santo senza Dio. Tu sei raccomandato. Tu Dio ce l’hai e veglia su di te, attraverso un angelo biondo, e con gli occhi azzurri, e la mira buona.

I soldi ci sono, il resto verrà.

Moriremo. Lo sappiamo. Ma nel frattempo il vino deve essere buono, la conversazione migliore, e i sogni, assolutamente eccellenti.

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Non lo so, da che dipenda, la tristezza.

Forse dipende dalla distanza tra te, e l’orizzonte delle cose che sogni. Allora scegli di sognare meno, oppure decidi di sognare cose più vicine. E però t’accorgi, che neanche questo, ti toglie di dosso il velo d’ombre che t’inciampa i piedi, perché allora, semplicemente, ti sembra d’essere piccolo, piccolo piccolo, incapace di sognare in grande, e d’avere il coraggio d’affrontare le tempeste necessarie per superarlo, quel tuo orizzonte.

Forse dipende dal fatto che ti sei svegliato, e hai iniziato a ricordarti di tutte le cose che non hai fatto, e di tutte quelle che avresti dovuto fare. E allora, mentr’eri sotto la doccia, invece di lavar via le cispe dagli occhi e la pigrizia del sonno, ti sei solo sentito nudo, e bagnato, e indifeso, e pesante, per tutti i pesi che non hai portato e per tutti quelli di cui non ti sei liberato.

Hai voglia, a strofinarti.

Le occasioni che hai perso, e le tue scelte sbagliate, ti rimangono addosso peggio d’un pennarello indelebile.

Forse dipende dal fatto che avresti voluto cucinarti una torta di mele e crema, da mangiare per colazione, ed invece t’accorgi che hai pure finito i biscotti secchi integrali, e l’unica cosa che puoi inzuppare nel latte, è un pezzo di pane vecchio, e ci vorrebbe un po’ di zucchero nel latte, per dargli sapore. Ma anche lo zucchero, hai finito e ti sei dimenticato di ricomprarlo, perché non lo usi quasi mai, in verità, visto che ti piace dire che la vita, è già dolce di suo.

E, finalmente, col caffè, che prendi senza zucchero, perché è vero, che la vita è già dolce di suo, visto che, comunque, puoi alzarti e sperare di star bene, capisci che forse la tristezza dipende dal fatto che, stamattina, non l’hai baciata.

Non s’aggiusta un giorno, senza i suoi baci.

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Scese dal treno, e si ritrovò nella piccola stazione deserta, che era a valle del paese.

Portava con sé una grossa e vecchia valigia di pelle marrone, lisa, sugli angoli; piena di vestiti e libri. Era luglio, e nel cielo azzurrissimo di montagna, c’era un sole secco che ardeva i fili d’erba e le pietre e pareva attossicare l’aria.

Davanti a lui, appena fuori dall’unico binario, c’era solo un piccolo spazio asfaltato, al termine di una breve strada in discesa. Seduto sul cofano di un’auto parcheggiata, un uomo s’accendeva una sigaretta, ed andò da lui, per chiedere indicazioni.

Se avesse seguito la strada asfaltata, avrebbe potuto arrivare al paese dopo due o tre chilometri, in salita, da percorrere sulla Tiburtina Valeria, lungo tornanti sul bordo di burroni e muri bassi; se invece avesse voluto percorrere il sentiero sterrato che vedeva alla destra del piccolo largo, ci sarebbero stati da fare, solo sei-settecento metri di salita, e sarebbe arrivato al paese, appena sotto al campo di bocce.

Decise di percorrere il sentiero sterrato. E iniziò subito a sudare, e ad essere tormentato da nugoli di mosche piccole, e tutte nere. Dalle quali cercava di difendersi invano, fendendo l’aria con l’unica mano libera. Svoltò una piccola curva a gomito e, davanti a lui, proprio nel centro della stradina, erano ferme due vipere: le riconobbe subito, per la loro coda piccola e tozza, che pareva un appiccico posticcio al resto del corpo. Posò in terra la valigia, tremando, e provando a frenare il suo primo impulso a fuggire, tornando indietro di corsa, senza nemmeno portarsi dietro il proprio bagaglio. Ricordò, però, d’aver letto, da qualche parte, che il rumore avrebbe potuto allontanare i rettili, e, allora, cominciò a sbattere i piedi per terra, più forte che potesse, e ad urlare, battendo anche le mani.

Lentamente, molto lentamente, i due rettili si mossero e si persero nell’erba ingiallita intorno al sentiero.

Restò ancora fermò a pestare i piedi in terra, fino a sentire un dolore che andava a sbattere direttamente dentro la testa, e, d’improvviso, ripresa in mano la valigia, iniziò a correre urlando, e superò, senza respirare, il punto in cui aveva visto i serpenti per arrivare, qualche minuto dopo, in vista delle primissime abitazioni del paese. Si fermò, allora, ansando. Sentiva il cuore battere velocissimo e le tempie pulsare. Righe di sudore gli scendevano dalla schiena e il volto era completamente bagnato di paura.

Sul portone di legno scolorito della prima abitazione che oltrepassò, erano ancora visibili i segni dei colpi d’accetta che Berardo aveva inciso con forza, per provare ad entrare in casa da sua moglie, che pensava a letto con un altro.

Accanto all’ingresso della casa di sua nonna, disabitata da anni, era rimasta una piccola catasta di legna da ardere, dalla quale, mentre poggiava la valigia sugli scalini d’ingresso, vide uscire una grossa lucertola, e muoversi quella che pareva proprio essere la coda d’un topo.

Ebbe un brivido di disgusto, e pensò che avrebbe dovuto buttar via tutto, appena possibile.

La serratura s’era indurita di ruggine, e il piccolo portone cigolava terribilmente di ferro invecchiato, come un gesso insassito passato sulla lavagna a scuola. Sulle braccia, la pelle s’era raggrinzita e i peli parevano percorsi da una corrente elettrica che li agitava leggermente, pur senza vento.

Da fuori, vide la casa aprirsi, totalmente buia, all’interno, e ne sentì l’odore leggermente rancido di legna bruciata, provenire dal camino della cucina; appena superò la soglia, ebbe la sensazione sul volto, d’aver messo la faccia in mezzo ai capelli di qualcuno, ma si rese subito conto con disgusto, d’essere entrato dentro una grossa ragnatela polverosa e che proprio sopra gli occhi, qualcosa si stava velocemente muovendo. Lasciò cadere la valigia, ed iniziò uno scomposto balletto urlacchiante, mentre con le mani cercava di ripulirsi il volto dallo schifo che si sentiva addosso.

Chiuse gli occhi, per la paura. E, quando gli parve di non sentire più nulla d’appiccicoso sulle labbra, abbassò finalmente le mani, e provò a riprendere un respiro regolare.

Entrò in casa.

Accese le luci, che funzionavano, perché nonostante il tempo trascorso, e l’assenza di chiunque da quella casa, i suoi genitori avevano continuato a pagare le bollette, e poggiò la valigia nel mezzo della grande cucina d’ingresso.

Era arrivato lì, in quell’inizio di mese, per fuggire dal dolore d’essere stato lasciato dalla ragazza che amava. Voleva restare solo, da qualche parte sperduta. Studiare un po’ e provare a recuperare sé stesso, scosso e piegato com’era, da quando aveva saputo, che lei, aveva un altro.

Appena dietro la cucina, c’era il bagno, dove si diresse perché voleva darsi una rinfrescata. Entrò nella stanza, e tolse la camicia, restando così a torso nudo. S’avvicinò al lavandino, e aprì il rubinetto. Dapprima gli parve di sentire le tubature rimuoversi e far scorrere l’acqua, ma non scendeva neanche una goccia; avvicinò così il volto alla canna per capire se ci fosse una ostruzione al fluire dell’acqua, e proprio allora, dal tubo sgusciò via qualcosa, che lo fece sobbalzare disordinatamente e gridare insieme e sbattere violentemente con la testa alla specchiera appesa sopra il lavandino, che cadde, rovinosamente a terra, frantumandosi e facendo schizzare in terra innumerevoli frammenti di vetro.

Dentro il bacile del lavandino, una piccola rana lo guardava gonfiando la gola.

Lui sentì che sulla gamba destra, dal polpaccio verso la caviglia scorreva qualcosa, dolorosamente. Guardò: era un piccolo rivolo di sangue; evidentemente, era stato ferito da una scheggia di vetro. Prese dalla tasca un fazzoletto di carta e tamponò la ferita, premendo leggermente sul punto da cui il sangue usciva.

Una piccola lacrima gli bagnava gli occhi.

Tornò in cucina.

Riprese la valigia in mano e salì le scale a chiocciola per arrivare nella stanza da letto dove dormiva la nonna, e, prima di lei, i suoi genitori, i bisnonni Santuccio e Checchina. Poggiò la valigia sul letto e l’aprì. Prese in mano un primo paio di pantaloni e si girò verso l’armadio posto sulla parete al fianco del grande letto matrimoniale, per riporli.

Aprì l’anta e, gli cadde addosso un enorme corpo femminile, vestito di trine e fiocchi, dagli occhi vitrei e fissi, orrendi e dalla bocca piccola, rossa, che pareva piegata in un sorriso cattivo.

Cadde all’indietro, sul letto, urlando d’angoscia rappresa per questa ulteriore aggressione orribile.

Era una vecchia bambola, che, quasi a grandezza naturale, raffigurava una elegante dama dell’Ottocento.

Ma lui, con la faccia immersa nel letto e le mani che afferravano e torcevano il vecchio copriletto e le lenzuola, urlava d’uno spavento incontenibile.

Fu allora.

Fu allora che s’alzò, di scatto, con una agilità sorprendente, e si pose dinanzi allo specchio lungo fissato su una delle ante dell’armadio. Le unghie delle sue mani parevano appuntirsi come coltelli d’acciaio brunito; dalla sua gola usciva un rantolio cupo e sordo, mentre dalla bocca, che s’allargava, deformandosi, per i denti che stavano diventando enormi zanne affilate, usciva una sottile goccia di bava trasparente e filamentosa.

Con rapidi movimenti si spogliò totalmente nudo, strappandosi di dosso, contemporaneamente, enormi brani di pelle, sotto cui esplodeva una pelliccia grigia e nera, folta, sotto la quale si torceva guizzando una muscolatura sempre più possente.

Ora, davanti allo specchio, i suoi occhi diventati gialli, e luminosi, come una brace ardente, vedevano un enorme lupo mannaro in piedi sulle zampe posteriori e pronto a scattare con feroce violenza.

– Adesso basta. Fatevi sotto ! –

Disse, gorgogliando una sorta di ruggito ululante che piegò, rabbuiandola, l’aria intorno…

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– Ma tu la sai cosa è la tristezza ? –

– No… spiegamelo… –

– La tristezza, è sapere esattamente

come è il cielo. Sapere quando fa

alba, e dove, e i suoi colori di arancio

e rosa e quel blu, fondo, che rompe

la notte. E è sapere il tramonto, e il

suo rosso di cuore innamorato e

sangue e le nuvole, che

ingrigiscono…e le nuvole! Le nuvole

che disegni con la fantasia, e sono

draghi e angeli e fughe, e poi

piovono, le nuvole, dal cielo, l’acqua

che ti disseta e piange con te…è

sapere questo e le stelle di notte, e

la tristezza allora, è sapere che non

lo puoi toccare; che non lo puoi

stringere tra le tue braccia; che non

puoi sentirne il profumo…nulla. –

– Ma che tristezza è questa ? Tutti

sanno che il cielo non si può

toccare… –

– È vero, e anche io lo so. Ma io, una

volta, sono stato toccato, dal cielo,e,

da allora, tutto quello che so, è che

non si può vivere, senza cielo. –

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Una notte come questa, potrebbe essere.

Una notte in cui la luna s’è poggiata sul tetto scosceso d’una vecchia casa di pietra. E io ci salgo sul tetto quella notte. Cammino in equilibrio sulla fila centrale dei coppi, che luccicano, sotto la luce lontana della luna, mentre i cani abbaiano ai rami dei faggi, che sembrano mani lanciate a sfiorare le stelle.

E in una notte come questa, finalmente si fermano, gli orologi, mentre m’aggrappo al comignolo e mi siedo, sul tetto. E fa freddo, perché questa notte il caldo non aveva voglia d’uscire dalle lenzuola.

Potrò guardare da lassù.

Fin oltre tutte le strade e cercarti.

Ti cercherò tra i sogni lasciati liberi, quella notte, che sarà una notte come questa.

I sogni che corrono sui tetti, quando nessuno li vede, e io non li disturberò. Riconoscerò il tuo sogno, appena lo vedo, lo so. Il tuo sogno canta. E poi gioca felice in bici e s’arrampica sui fiori e dalla cima d’un tulipano mi guarda.

E questa notte, una notte come questa, io mi solleverei dal tetto, perché mi guarda, il sogno che è tuo e volare, mi fa.

E io mi sentirei come ora. Come un palloncino colorato, che cerchi le mani del bimbo suo.

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Una sala d’attesa del mattino.

Una specie di spazioporto, appena fuori i vetri, di una grande area, dedicata a chi si svegli a notte, e non voglia ancora dormire.

Vi si accede, e ci si siede su poltrone comodissime. Ognuna diversa, secondo i desideri di ciascuno. Uno sdraio da mare; una poltrona da cinema; una sedia da dentista (a chi piaccia il genere…); una sedia coi braccioli, da biblioteca…insomma, di tutto.

Si aspetta lì il proprio turno di partenza.

Ci sono razzi che portano su pianeti belligeranti, per far guerra con sé stessi. Navi spaziali che vanno a caccia di stelle cadenti. Aeroplanini di carta che trasportano verso ricordi antichi.

Stanotte aspetto sia pronta una Vespa intergalattica. Vorrei che mi porti verso bellezze che non ho mai vissuto e verso un tempo che mi dia piacere nel viverlo e urgenza d’esserci dentro e travolto.

Tra poco arrivi, e finalmente, possiamo andare. Con noi, non portiamo nulla. Solo il meraviglioso futuro che costruiremo.

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Una delle tante espressioni della solitudine, era l’assenza di gelato dal suo frigo.

Forse era perché pensava tanto poco a sé stesso che, riusciva facile, dimenticare di dedicarsi qualche momento piacevole, morbido. O forse, quell’assenza, significava solo che non sentiva di meritare attenzioni; neanche da sé stesso.

Però, in questo momento, avrebbe voluto poter sentire il sapore di un gelato. Crema, e cioccolata magari. Insieme, come da bambino. Come se fossero un abbraccio. Ma non c’erano abbracci intorno.

Oltre i vetri della finestra, la notte della città viaggiava coi fari accesi, tra le insegne luminose dei negozi, e dei bar. E nessuno sarebbe passato a chiamarlo, per uscire; e a nessuno poteva telefonare, per inventare qualcosa insieme.

Forse fu perché non c’era gelato in frigo, o forse fu perché il telefono, l’aveva buttato via; forse fu per qualche altra ragione, che salì sul tetto. Da lassù, le strade sembravano le righe sghembe di un quaderno disordinato, e gli prese una gran voglia di scriverci sopra, a quel quaderno. Con le proprie vene esposte, dopo aver volato, fin lì.

C’era un gatto, sul tetto, che s’avvicinò a lui, e cominciò a strusciarsi, miagolando un richiamo alla luna. Lo lasciò fare. Era bello da guardare. Era tanto tempo che non guardava più cose belle.

Distolse lo sguardo, dal traffico indifferente, sotto di lui. E si stese, sul tetto. Guardava il cielo buio, mentre il gatto cercava uno spazio sotto le sue braccia. C’erano stelle, in cielo.

Quella solitudine, era solo un altro modo di essere vivo. Per ora.

Tutto qui.

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Sono andato alla fermata del bus.

Nessuno però, portava al mercato di una città orientale, piena di colori e cammelli e odori di spezie e tappeti.

E neanche un bus, partiva per una città del nord, sulle rive di un mare freddo e fondo, circondato da boschi di betulle e foglie già d’autunno.

Allora mi sono seduto su una panca arrugginita e ho guardato le luci di notte sull’ asfalto, e ho ascoltato dei cani abbaiare, lontani.

Non ho abbastanza fortuna, da poter andare dove desidero, e neanche voglia però, di restare dove sono.

E neanche posso comprare un biglietto, per farmi accettare da qualcuno.

Mi metto a camminare, allora. L’unico viaggio che posso permettermi, è dentro le mie parole appese ad un lampione.

Vado incontro all’alba.

E so, che anche il giorno non si accorgerà di me.

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Disegnavo una donna, su un quaderno. Non erano le mie mani, a muovere la matita, ma forse gli sguardi che s’incontrano ad una porta, per caso. Oppure le voci, che s’ascoltano al telefono, quando si prova ad immaginare un volto.

Volevo che il mio disegno fosse imperfetto, e lasciavo zone d’ombra; mani con le unghie mangiate, una bocca senza mai rossetto.

Mi riusciva difficile, farla sorridere, e vincere la tentazione di carezzarle il seno, mentre la disegnavo.

E prendeva forma, sul mio quaderno, e la vedevo in cima ad una scogliera, ed il mare sotto, che schiumava di onde alte: tutto, pur di raggiungerla, e il cielo sopra, che piegava i raggi del sole per sfiorarla, e chiederle di volare.

Ma più di tutto, volevo disegnarla libera. Libera di cercarmi e di correre fino da me, se avesse voluto.

E forse è stato per questo, che non dormirò stanotte.

Perché la sentirò uscire dal mio quaderno e farsi un caffè. E aspetterò di sapere, se potrò svegliarmi, domani.

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La scarpata era ripida, ma piena di cespugli, cui aggrapparsi, quelli che non avevano spine.

Per scendere, si cercava di tenere il corpo il più possibile vicino a terra; indietro, rispetto ai piedi, per non perdere l’equilibrio e scivolare giù.

Giù, passavano i binari del treno.

S’era lontani, dalle stazioni, e i treni correvano veloci, dentro un corridoio di roccia e erbe, e, a guardare da sotto, il cielo era una striscia azzurra e lunga, come un nastro di nuvole.

I bambini, coi pantaloni corti e le scarpe sformate, scendevano giù dalla scarpata, il più lentamente possibile, affondando i piedi nella terra, fino a far entrare i sassi dentro le calze sbrillentate sulle caviglie. Si ferivano e graffiavano, le gambe, ma non si sentiva dolore.

In silenzio, perché nessuno li sentisse dalle case vicine, scendevano giù in piccoli gruppi, di tre o quattro, e arrivavano rossi, e sudati, con le spine nelle mani.

Appena giù, uno di loro poggiava un orecchio sulle rotaie.

L’avevano visto fare nei film coi cowboys, e i Pellerossa. Gli indiani sentivano così, l’arrivo del cavallo ferrato.

Dalle tasche, tiravano fuori rapidamente, i chiodi nuovi, raccolti nei cantieri, caduti ai muratori; e li poggiavano, con cura, per lungo, sulle rotaie, fin quando non restassero in equilibrio, perfettamente in mezzo alla testa di acciaio del binario.

E poi risalivano, a mezza costa della scarpata. Cercavano un punto un po’ più largo, e passabilmente piatto, e sedevano a terra, aggrappati a un sasso, magari; le pietruzze segnavano il culo e le gambe.

E aspettavano che passasse il treno, senza conoscerne l’orario.

E poi, il treno passava.

Buttava fumo nero e rumore; ogni carrozza traballava, dietro la motrice, e andava veloce, come un proiettile di cannone puntato sulla luna.

Erano sicuri, loro, che il treno non avrebbe avuto problemi, coi chiodi e, una volta passato, e allontanatosi, scendevano di nuovo sui binari, ed iniziavano a cercare sulle rotaie e tra i sassi.

I chiodi erano diventati coltellini.

Buoni per essere armi. Per spaventare chi voleva fare lo spavaldo e il duro. Buoni per intagliare gli alberi e farci fionde. Buoni per incidere il proprio nome sul banco, o su un mattone di casa.

Buoni per sembrare più grandi.

I grandi hanno sempre armi e combattono.

E i bambini devono imparare a difendersi, e a partecipare, alle guerre dei grandi. La guerra è un gioco. Un gioco grande. Da film al cinema.

Era un gioco lontano, per quei bambini, che pensavano di diventar grandi con la guerra.

Qualcuno di loro, però, avrebbe imparato, che si diventa grandi davvero, solo senza la guerra.

Senza la guerra. Si diventa grandi giocando.

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C’era una piazza, grande.

Aveva un solo ingresso, ed era come entrare in un salone, grande, come quelli che una volta, nelle case, restavano sempre chiusi, per essere aperti solo agli ospiti importanti.

C’era una chiesa, grande, in quella piazza, e un campanile e edifici, grandi, che, tutti insieme abbracciavano lo spazio vuoto, come mani che proteggano qualcosa, o qualcuno.

C’era un silenzio, grande, quella notte.

E il ragazzo era seduto in terra, sugli scaloni d’ingresso alla chiesa.

Su di lui, il cielo notturno, era una grande coperta scura, che le luci dei lampioni non scalfivano.

Quel ragazzo, dentro, sentiva un vuoto, grande, e pieno di lacrime. Era solo, nella piazza, e pensò che poteva vincere la vergogna.

Iniziò a cantare, ad alta voce, una canzone d’amore, inventata sul momento, senza rime, di poca musica, stonato.

E però cantava.

E sentiva come se stesse provando a riunire il mare, con le mani, dentro un piccolo buco scavato da bambino, per riempire il vuoto e, amare.

Poi, gli prese un sonno, grande.

Scelse un angolo della piazza e si stese in terra, rannicchiato, poggiò la testa sulle braccia e chiuse gli occhi.

Sentiva il rumore del mare, grande, dentro di sé.

Come un mare visto dalla finestra, mentre si fa l’amore.

Restò con gli occhi chiusi, senza dormire, ad ascoltare il silenzio, grande, a cantare la sua canzone d’amore. Stonato.

Un giorno, forse, sarebbe arrivato il mattino.

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Era un primo pomeriggio e la sala cinematografica era quasi deserta. Scelsero di sedere tra le poltroncine leggermente a lato del centro dello schermo. E restarono in silenzio. Pur se seduti vicino, parevano tra loro estranei. Ascoltavano i passi e le parole di altri spettatori, pochi, che lentamente arrivavano.

Finalmente si spensero le luci, ed iniziò il film. Quando i due protagonisti s’incontrarono per la prima volta, lui s’accorse che lei, a bassa voce, recitava le battute della ragazza, e anche dell’uomo, quasi in leggero anticipo. Aveva letto il libro, da cui il film era tratto, tempo e tempo prima, e lo stava vivendo, nella sua relazione con lui, e al cinema ora, lo vedeva coi propri occhi per la prima volta. Come se, dal buio stesso della platea, nascessero l’ombra sua, e dell’uomo che aveva accanto e sullo schermo prendessero luce insieme, e vita, ancora per la prima volta e di nuovo, sempre per la prima volta del primo bacio.

Lui le cercò la mano, e la strinse.

Quelle due mani unite erano necessarie. Ed erano una promessa a cercarsi sempre, perché la storia che raccontava il film era il linguaggio che loro due s’erano scelto per parlarsi. E lo imparavano insieme, come unica aria che potessero respirare.

Fuori dal cinema, il mare era calmo, e caldo. L’aria aveva odore di sabbia bagnata.

Tornò il silenzio tra loro, al ritorno alla realtà dopo il film.

S’erano accorti che quello che vivevano insieme era più profondo ancora, delle emozioni scoperte leggendo un libro, ed erano leggermente storditi, come se l’intero mondo si fosse accorto di loro.

Una volta in auto, lui le prese ancora la mano, e la ringraziò, perché lei era lì. Perché lei era.

Perché lei dava senso al vivere.

Quella sera, il sole, non sarebbe tramontato mai.

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Prese un pezzetto di carta; lo strappo del bordo di un libro, lo stese sul muretto posto a guardia del burrone, lungo la strada che andava al paese, e cercò le parole per rivolgersi a lei, che sedeva sempre lontana da lui, in classe, e che, ogni volta che lo guardava, scuoteva leggermente la testa, come se fosse stata sempre certa, che qualunque parola lui le avesse potuto dire, sarebbe stata già ascoltata, o inutile, o, magari, addirittura, una ferita irrimarginabile.

Per questo, lui le scrisse pochissime frasi. Cercando di non commettere errori, o sbavature. Come se avesse una sola possibilità al mondo, per farla girare una volta sola, verso di lui, e vederla sorridere.

Temo di non sapere ancora, cosa sia l’amore. Però, so che esisti tu. E a me, basta. “

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Metteva insieme qualche centesimo alla volta. Qualche moneta trovata per strada. Qualche altra, guadagnata facendo piccoli lavoretti.

Cercava di mangiare il meno possibile, per arrivare prima alla somma necessaria. Certe volte, gli serviva una settimana, più o meno; altre, una decina di giorni. E ogni giorno, ci pensava, pensava a quanto mancava per arrivare a metter da parte quello che gli serviva.

E, finalmente, arrivava il giorno.

Allora si alzava, di buon mattino, dalla casa fredda, quasi distrutta dal sisma, dove abitava da solo, da tanto tempo, e andava dal fioraio.

E comprava un tulipano. Ogni volta di un colore diverso. E poi andava davanti ad un casale, dove un tempo era un vecchio ristorante, colpito dal terremoto e mai più risanato. Era lì, che l’aveva vista, una volta. E si sedeva per terra, in un angolo, a guardare il tulipano. E poi, piano, con dolore quasi, ne staccava i petali, uno ad uno, immaginando di avere tanti fiori con sé, e di poterli spargere su un letto, per lei.

E allora aspettava la sera.

E poi se ne andava via, guardando sempre in terra, mentre camminava, per cercare qualche moneta, per il prossimo fiore, per lei.

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Io lo sapevo, che lei aveva paura del vento. Temeva che, se l’avesse scoperta fuori di casa, le avrebbe portato via l’ombra, lasciandola indifesa, quand’era scuro, senza che nessuno le tenesse compagnia.

E temeva il vento, anche mentre era dentro casa, perché pensava che, entrando dal camino, il vento la portasse via, sulla cima dei tetti, tra panni svolazzanti e tegole senza equilibrio.

Allora io presi un gran lenzuolo bianco, lo legai forte ad una bicicletta, e lo aprii poi, come una immensa vela, e iniziai a correre, veloce, e poi velocissimo, e arrivai fino alla sua casa, e allora il vento nella vela, mutato in musica, mi fece volare fino alla sua finestra, e io bussai, da dietro il vetro e le chiesi di aprire.

Aveva paura, lei, del vento, e forse anche di me, che volevo solo proteggerla.

Allora le mostrai una nuvola, nera nel cielo nero, e le chiesi di guardarmi, mentre salivo fin lassù, e ci arrivai, proprio lassù, pedalando contro vento.

E al Dio dei venti, chiesi di toglierle ogni paura.

Non lo so, cosa m’ha risposto, il Dio dei venti. E non so, se lei ha smesso, d’aver paura. Un soffio di vento più forte degli altri, m’ha portato via.

Ho cercato, d’aggrapparmi alla luna. Ma non ci sono riuscito.

Una foglia autunnale, che volava via, m’ha detto che forse potrò tornare un giorno. Se lei, ascoltando il vento, sentirà che la chiamo sempre, dal mondo lontano dove sono finito.

Un mondo senza ombre, senza luci, senza vento, senza vele e senza foglie, senza tetti e senza musica.

Senza lei.

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Era in una stanza. E doveva rivestirsi, dopo il sonno. Cercava per questo, un interruttore della luce. Oltre una porta chiusa, sapeva esserci il padrone della stanza. Perciò, c’era, un interruttore della luce. Non si può vivere, senza luce.

Iniziò allora, a premere i tasti di interruttori presenti in quella stanza. Un tasto accendeva un frullatore. Un altro, una radio. Si sentiva a disagio, per un buio che si spandeva, e per essere vestito, solo con maglietta e boxer. E perché gli pesava, sapersi ospite in quella stanza, e voleva andare via.

Confusamente, sentiva, che se non fosse riuscito ad accendere una luce, non sarebbe potuto uscire, da quella stanza. Infine, trovò una sorta d’interruttore generale che, accese tutto.

E si sentì sollevato. Ma percepì, però, che, da quella stanza, non poteva ancora uscire. Era il suo luogo di lavoro, e le sue abitudini, gli facevano risentire le stesse voci, e gli stessi gesti. Condivideva quel luogo con persone sgradevoli, di cui non poteva liberarsi.

Poggiati da una parte, ritrovò i suoi vestiti, e le sue scarpe. Si rivestì. Era più tranquillo, ora, sentendo la pelle di camoscio intorno ai propri piedi e le suole di gomma.

Capì quindi, che per uscire da lì, doveva ritrovarsi. Dai ricordi, arrivò la voce antica del radiocronista di una partita di calcio. Sentiva odore di mandarino, e la stanza, inondata di luce solare, aveva al centro una bellissima vasca da bagno, antica.

Non c’era più, un padrone dietro la porta. E neanche il letto sfatto dove aveva dormito, e nemmeno le voci che dicevano come comportarsi. Sentì una voce di donna, che non aveva mai smesso di cercarlo, e aspettarlo

Per andare oltre doveva ritrovare le proprie ingenuità, e così tornare libero, e forte. E sapeva anche di essere amato. Non c’erano più stanze. Ma un bosco verde, fresco.

Sorrise, come un ragazzo che torna a casa alle sei del mattino mentre i genitori lo ascoltano aprire la porta, arrabbiati. Voleva solo cercare lei, che lo aveva aspettato.

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I jeans erano scoloriti, sulle ginocchia.

Trovati su una bancarella del mercato; bastava indossarli con un maglioncino, sopra, appena più lungo della cintura e, forse, nessuno si sarebbe accorto che non avevano un marchio. Le scarpe da ginnastica vecchie, forse potevano combattere gli occhiali miopi, nel raccontare un ragazzo da autobus. Uno di quelli che, a scuola, non andavano in motorino, o accompagnati dai genitori.

In classe, era seduto a metà aula, sotto una finestra, dalla quale il sole non entrava mai, e la pioggia ne rigava i vetri, solo quando soffiava un vento greco.

Lei, era seduta all’ultimo banco, ed era il motivo per cui il ragazzo non guardava quasi mai la cattedra.

Un giorno, la professoressa d’italiano non arrivò in classe, e sembrava che, nella scuola, nessuno se ne fosse accorto. I ragazzi, rimasti soli, iniziarono a parlare tra loro, e il tono delle voci, e delle risate, s’alzava sempre di più.

Solo il ragazzo sotto la finestra, non parlava con nessuno. Ad un certo punto però, s’alzò e salì in piedi sulla sedia, col volto rivolto alla finestra, oltre i vetri e i palazzi intorno, ed iniziò a parlare ad alta voce. Raccontò d’essere un albero, e d’essere nudo, in autunno, e che tra i suoi rami, era nascosto un nido, vuoto ormai. E che dentro le sue vene, la linfa iniziava a ghiacciare. Perché nessuno, ne carezzava la corteccia.

In classe, molti ridevano di lui. Qualcuno lo sfotteva. Altri pensavano fosse impazzito.

Ma lui aveva solo voluto smettere d’essere invisibile. Tra i suoi rami seccati, a guardar bene, si sarebbe visto il cielo, e le nuvole libere, e sul tronco, erano incise le iniziali del nome della ragazza dell’ultimo banco, e il suo, uniti da una piccola congiunzione, forte come una mano intrecciata ad un’altra.

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Mi viene da immaginarlo, un ritorno.

Dal mare, la terra, è una linea scura, sull’orizzonte. Le mura, le vedi dal basso, quando t’avvicini, e pensi a quanta fatica, ci sia voluta, ad innalzarsi al cielo con le pietre, un mattone per volta, uno scalino per volta. Poggiandosi sugli scogli di mare, come un’onda di maestrale che s’infrange furiosa e alta.

Riconosci, l’odore degli ulivi, e degli alberi di limone, ma quelle mura, t’escludono, ora che le guardi dal legno della tua nave. Quelle mura proteggono qualcosa cui a te è impedito l’accesso. È come una donna che hai amato, fino ad impazzire di lei, e che ora t’abbia allontanato e non puoi più avvicinarti, e non la comprendi una ragione. Sai solo che non puoi più.

I tuoi occhi cercano il varco del porto, quel braccio di mare nascosto tra rocce e cespugli, che ti permette d’entrare e d’arrivare alla spianata di legno che s’immerge in mare, e che permette il varo delle barche e di tirarle a terra, coi cugni impiastrati di sego, per fare scorrere le chiglie, senza dar loro danno.

E puoi sbarcare. Di nascosto all’alba. Quando i gabbiani ancora non alzano il vento coi loro voli portandolo fino alle nuvole che proteggono gli dei dai nostri sguardi. Ti sei lasciato ogni storia dietro, e nella tua mente, c’è solo il giorno in cui sei partito. Le speranze e la paura e l’animo che teneva salde le ginocchia. Ma non riconosci nulla, di quello che vedi. Solo un cane, vecchio e stanco, ti s’avvicina scodinzolando felice, un istante solo, prima di morire.

Non è più casa tua. Nulla è tuo, dove il tuo cuore è nato.

Tornare, significa riprendere te stesso, e nascere di nuovo, in un mondo diverso.

E nessuno ti aspetta.

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Qualcosa, era successo alla sua ombra.

La vedeva sempre attaccata, a sé; non che fosse volata via, o scomparsa. C’era sempre, quando camminava al sole, e, anche lei, camminava con lui. Magari s’allungava, ogni tanto, come per guardare qualcosa che gli sembrava fosse rimasta indietro. Ma era lì, e non serviva nemmeno un filo d’aquilone per tenerla legata a sé.

Però, c’era qualcosa di diverso, dal solito, anche se non avrebbe saputo dir bene cosa.

Allora, decise di guardare bene. Cercò il sole in cielo e, una volta trovatolo, scelse il muro bianco d’una casa. Si mise con le spalle al sole, esattamente in modo che il sole potesse proiettare la sua ombra sul muro bianco che aveva scelto.

E allora, capì, cosa c’era, di strano.

L’ombra era lì, tutta intera, ma, all’altezza del proprio petto, leggermente a sinistra, c’era un buco, dal quale il sole passava, libero fino al muro, che, in quel punto lì, restava bianco, senz’ombra.

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Avrei indossato ogni filo di paglia uscito dal materasso, ed ogni cappello capace di farmi sembrare un pagliaccio, per calmare la tempesta e farti ridere.

Avrei camminato sulle dita delle mani, riempiendo di sangue dai piedi, tutti i miei pensieri nella testa, per trovare ogni soluzione ai tuoi problemi.

E avrei anche viaggiato per almeno 15 continenti, per contare 80 giorni di tempo, durante il quale t’avrei amata come se fossero stati ottanta anni, trascorsi su 150 pianeti diversi.

Avrei sollevato mobili, e legna, e marmo per farti passare ovunque volessi andare, e qualsiasi stella di notte tu volessi guardare.

E infine t’avrei dipinto un mare, davanti a qualsiasi tua finestra, e ne avrei rubato il profumo e il vento sulle onde, per farti essere sempre in vacanza.

Il cuore, mi ha fermato.

Non era abbastanza, per te.

Lunedì parte la mia nave, andrò nei mari del Nord. Vorrei trovare un’isola, o una balena o sei mesi di buio. O magari un’aurora nuova.

O magari mi raggiungi.

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Sentiva odore di benzina, in garage. E spostò la vespa, allora, per vedere se vi fosse qualche perdita, gocciolata sul pavimento. Non c’era nulla, fortunatamente. Forse, quell’odore, gli era rimasto nel naso, dalla sera prima, quand’era tornato, dopo averla incontrata. Non si vedevano da un mese circa, il tempo dell’agosto fuori città con la sua famiglia. Lei gli aveva raccontato di aver baciato un altro ragazzo.

S’era sentito svuotato, e senza più luce. Le aveva detto che sarebbe andato via, senza tornare.

E ora, il mattino dopo, stava per andare incontro al suo primo giorno di scuola, all’ultimo anno di Liceo Linguistico.

Voleva entrare in classe per ultimo, ed andare a sedere nell’unico posto libero rimasto. Qualunque fosse.

Davanti a sé aveva un’auto che andava davvero lentamente, e, ad un incrocio, quando sembrava lei procedesse dritta, provò ad anticipare la propria svolta a destra, e però, anche quell’auto girava a destra, senza mettere la freccia, e gli tagliò la strada.

Quando si ritrovò per terra, e sentì il dolore alla gamba destra, uscire dai jeans strappati, pensò che era un bel modo di iniziare un nuovo tempo.

Solo, senza la ragazza che ancora sentiva d’amare, ferito, assente da scuola, e col padre incazzato per il danno da riparare.

Tirò su la vespa, e, camminando con difficoltà, si diresse verso casa.

Sentiva odore di benzina, ora, e di un nuovo tempo che sarebbe iniziato, ma solo domani.

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Ho perduto la strada, che portava alla mia libreria magica.

Appena a destra dell’ingresso, c’era un’area riservata ai memorabilia. I biglietti dei concerti dei Beatles del 1982 e delle commedie di Eduardo del 2004. La locandina dell’ultimo film di Marylin del 1990 e i tagliandi d’ingresso alla Biblioteca di Alessandria.

Sempre sulla destra, ma nel seminterrato, c’era tutta la parte riservata alla musica. Dischi in vinile, per lo più. L’intera discografia dei Clash, dal 1977 a ieri, o tutte le incisioni originali di Charlie Parker, comprese quelle ancora inedite, realizzate insieme a Chet Baker.

Bisogna poi risalire due piani, sempre nell’ala destra del negozio, per trovare il regno dei fumetti. Da Hoesterled, a Hugo Pratt, a Pazienza, Mattioli e Valentina. Passando da Chiara di Notte, ad Alan Ford, Cibersyx e Snoopy. Milo Manara, Leone Frollo e Carlos Trillo e Horacio Altuna, e Gilgamesh e George Pichard e Uderzo e una marea di altri, con menzione speciale per Calcare Zero.

Poi, ci sono tre piani di libri. Saggistica, romanzi e poesia e libri usati, in prestito, o in regalo, o già sottolineati o da consumare sul posto, o da leggere ad alta voce in un parco, o ad un bimbo prima che dorma.

Avevano da poco aperto una intera sala dedicata a Tex Willer, e una soffitta, per la satira, da ” il Male”, a “Tango” a “Frigidaire”.

Ma io ho perso la strada. La luce, le chiavi e il portafoglio. Nella mia libreria magica non entro più.

Chiederò di smettere, d’essere un robot di latta senza età o tempo.

Non fa nulla, se morirò, magari vivere, anche cercando l’ingresso della mia libreria che non c’è più, sarà già una magia.

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A quest’ora, le vie della città si raccontano le cose belle che han visto durante il giorno.

Un bambino con le mani piene di zucchero a velo e la bocca impiastrata di crema. Un uomo e una donna che, incontratisi per caso, si son guardati, e si son nascosti in un portone a baciarsi.

Una vecchia signora che portava a spasso un palloncino colorato. Due ragazzi seduti su una panchina, che cantavano.

Un uomo solo che…

Le vie della città, a quest’ora, si raccontano certe bellezze segrete, che gli uomini soli, sognano, anche quando non dormono.

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Aveva strappato i due fogli centrali del suo quaderno di matematica, ancora non scritti, e uniti, tra loro, come un unico foglio grande, che aveva solo i quattro piccoli fori delle graffette metalliche.

Si nascose in bagno, steso in terra a pancia in giù, col foglio poggiato sul pavimento. Ed iniziò a pensare cosa scrivere. E, d’improvviso gli venne in mente una favola, da raccontare. Di una Regina, prigioniera del suo specchio. Di tutte le cose che si raccontava. Delle proprie abitudini. Di quello che pensava giusto per sé, ma che era giusto solo per gli altri. Era un incantesimo che gli aveva fatto una sua cugina, invidiosa, quando s’era accorta che lei, la Regina, era innamorata di una semplice guardia del castello che, un giorno, le aveva sussurrato che avrebbe per lei dato la vita, se fosse stato necessario. Ci voleva qualcosa, che rompesse quello specchio e l’incantesimo che la teneva legata. Fu un cagnolino, a liberarla, rompendo accidentalmente lo specchio, e lasciando in terra tutti i vetri, ciascuno dei quali, contenente un frammento del corpo della Regina. E fu la guardia innamorata di lei, a ritrovarla, tutta rotta in terra, incapace di ricomporre se stessa. Pianse la guardia e furono proprio le sue lacrime, a rimettere insieme tutti i pezzi della Regina che, tornata alla realtà, lo baciò così teneramente, che non ci furono più lacrime, per la guardia. Mai più. E allora piegò il foglio di quaderno e ne fece un piccolo aeroplano di carta e salì sul balcone di casa e lo affidò al vento, perché lo portasse alla sua compagna di classe e proprio a lei, solo a lei.

Adesso poteva anche chiudere gli occhi. Perché era così che voleva raccontarle quanto l’amasse. Meno di domani, e più di ieri.

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Andare controvento, è un bell’esercizio. Perché obbliga a tenere sempre insieme, l’idea che hai del tuo percorso e le conseguenze possibili del tuo incontro, con gli ostacoli che ti si parano dinanzi. Invisibili come l’aria, magari, ma fortissimi.

Andar controvento ti obbliga a modificare la traiettoria, senza perdere di vista il tuo obiettivo. Ti fa scegliere una mediazione, se t’accorgi di non poter ottenere tutto come lo volevi. E poi, andar controvento ti spettina, quel tanto che basta a non farti essere rigido inutilmente.

La rigidità si spezza. La capacità di adattarsi ai cambiamenti e di vincere gli ostacoli, ti fa crescere.

Ma a me, piace andare controvento, non per queste saggezze di perla minima, o perline di minima saggezza; ma solo perché sento così la forza del mondo, su di me, e di tutto quello che accade, senza che questo cambi dentro quello che sento e sono.

Anzi, andare controvento, rende più bello, il mio andare, quando è giusto.

E se potessi tenerti per mano, il vento contro, mi sembrerebbe una carezza.

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Camminava, per le strade della città. Ed ogni tanto, da un vecchio taccuino, ancora però mai aperto, strappava un pezzo di pagina, per scriverci sopra un bigliettino. Come quelli che, a scuola, consentivano agli asini, come era stato lui, di riuscire a capire la frase di una versione dal latino.

Si fermava, con in mano il brandello di carta, e con una scrittura stretta e piccola, riempiva le righe delle sue frasi da innamorato cotto, molto più di una pera maturissima.

E nascondeva i biglietti negli anfratti tra i mattoni; o dentro le cornici slabbrate di una porta, o nell’angolo di scale aperte.

Immaginava che lei lo seguisse, oppure che ritrovasse per caso i suoi messaggi e, in ognuno di loro, scriveva dove avrebbe nascosto il prossimo.

Fin quando andò a sedersi su un marciapiede, vicino ad un bar dove una volta, insieme, avevano mangiato un gelato. Ed iniziò ad aspettarla.

Il vento, intanto, aveva portato via ogni suo messaggio.

Lui non lo sapeva, e, dentro di sé, ripeteva ogni parola che le aveva scritto. Ogni parola.

E l’aspettava, seduto in terra, raccolto in sé, ripeteva le parole. Come una preghiera.

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La notte prima, del Giorno dei Morti, in paese, si diceva passasse la processione delle anime di chi non era più.

Bisognava proteggersi, e per questo, in ogni casa, doveva esserci una luce accesa. Una candela, un lume, che portasse chiarore nelle tenebre.

Un uomo, dimenticò di lasciarla accesa una luce, quella notte, e si svegliò, forse attratto dal suono dei passi, da un mormorio di parole ombrose. S’affaccio’, dalla finestra.

E ritrovò quello che era andato perduto; quello che credeva fosse più bello di oggi, e più dolce, e più sicuro.

E fu così, che perse l’amore per chi aveva vicino, e la ragione.

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Volava, sui tetti e le guglie.

Le strade dall’alto erano vene di un cuore disperso, nascosto ad ogni incrocio. Tra gli alberi rimasti e le gru metalliche, coi loro bracci d’acciaio forte e mani intrecciate.

Cercava lei con lo sguardo. La sua auto filante. Voleva solo proteggerla e custodirla.

Non farle accadere nulla di male mai, farle piovere petali di fiori dalle nuvole bianche.

Non avrebbe potuto dirle, che era pronto a togliersi l’armatura e tagliarsi le ali. E a restare sulla terra.

E a morire, anche, per lei.

Lei non lo aveva mai visto; forse solo qualche piuma sulle pagine di un libro; forse solo qualche lacrima, rimasta su uno specchio.

Ma era pronto. Non gli bastava più, l’ eternità. Era il tempo con lei, che voleva.

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Correva per il mondo, il vento dietro la finestra. Stavolta non trasportava storie raccolte dall’altra parte delle montagne, ma solo la furia di scappar via dalla propria stessa memoria, e da tutto quello che aveva visto.

Nell’aria urlante, c’erano schizzi di mare e naufragio, e colpi di cannone e lacrime. C’era una mano tenuta stretta su un letto e c’erano tutte le porte chiuse alla felicità.

Il vento forzava i coppi dei tetti, per scoperchiare ogni rifugio e lasciarlo nudo al cielo.

Al vento rabbioso ho aperto le vele, per farmi trascinare via lungo i prati arsi e i sassi e ferirmi, perché non mi importa più del mio sangue silenzioso.

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Avevo lasciato un foglio bianco, da qualche parte, per una buona occasione; quando ci fossero stati pioggia vento e tristezza grigia da cacciare via. Ma non lo ritrovavo, stamattina. Allora ho deciso di non svegliarmi.

Ho chiuso gli occhi, e ho camminato per un sentiero di montagna, sul crinale, tra ombra e sole di un giorno inventato.

Potevo stendere un braccio, e guardare la mia mano nella luce, mentre il braccio restava al buio. C’era neve, ma non sulla cima dei monti; solo sui fianchi, a tratti, come se stesse scivolando verso di me, lentamente.

Mi sono accorto d’avere i piedi nudi, e di non sentire gli sterpi induriti dal freddo, e sono arrivato fino ad una piccola radura, circondata da alberi alti.

I cespugli erano colmi di bacche rosse, bagnate appena dal mattino. I raggi di sole impolveravano l’aria.

Mi sono fermato. E ho aspettato di sparire.

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La bambina aveva paura delle galline. Senza neppure sapere bene, perché. Forse perché un giorno aveva voluto prendere un uovo dal pollaio, ed era stata beccata, con suo grande spavento. Oppure era tutta colpa della fissità inespressiva dei loro occhi: bottoni bui che fissavano, senza lasciar trasparire pensieri. Ammesso avessero pensieri, le galline.

Comunque fosse, la bambina, appena vedeva una gallina da lontano, avrebbe voluto avere accanto il suo amichetto, Posalorso, o il suo papà Bertone, o il suo cagnolotto Riccio, o, meglio ancora, tutti e tre insieme.

Una notte, la bambina, per il vento e la pioggia, non riusciva a dormire, e, perciò, si mise alla finestra a guardare, tra il cortile ed il cielo.

Le apparve una nuvola, rossa, enorme, a forma di…gallo ! Un infinito gallo rosso con le zampe poggiate in cortile e il becco che frugava la luna. Ma, stavolta, la bimba non ebbe paura. Anzi, aprì la finestra, e saltò sul collo del gallo, aggrappandosi, mentre il gallo iniziò a cantare come fosse mattino e a correre, a perdifiato. La bambina sembrava una piccola sciarpa svolazzante, sul punto, ogni istante, di cadere giù. Si fermò infine il gallo, sulla cima d’una gran tenda da circo, e la bimba, scendendo dal collo, rotolò giù, fino alle braccia di un pagliaccio occhialuto. Che le cantò una ninna nanna dolcissima. Dormì la bimba. Fino all’alba e, si svegliò nel suo letto, pensando d’aver sognato. Sul piano del comodino accanto, dondolava una gran piuma rossa e, in un bicchiere, c’era una lacrima di pagliaccio, e brillava, perché sapeva che mai più la bambina, avrebbe avuto paura delle galline.

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Non so bene cosa sia questa urgenza. Di nuotare e poi aspettare e poi studiare e poi uscire, e poi ascoltare e comprare un fico seccato con dentro una mandorla e un pezzetto di antico cioccolato.

Non so bene cosa sia questa pelle secca senza carezze, piena di spine e graffi e foglie ingiallite e ulivi fantasma e cosa siano quelle pietre arse al tempo e ancora ruvide e mai placate.

E non so bene cosa sia quella strada puzzolente che arriva fino al porto, alle reti seccate dal sole e fino ai gatti smunti e all’odore di pesce marcito e ai gabbiani cattivi e fino al tramonto insanguinato di un cuore trafitto, crepato e spezzato. Una maceria di cuore.

Ma so bene, che del buio non me ne frega niente, e nemmeno d’essere uno spettacolo esilarante, come un vecchio mascherone ridicolo e sbilenco e sfocato e andato e digerito, perché io aspetto l’alba.

L’alba in cui nasci e mi riconosci e t’infili in un ballo ingenuo e nudo e totale e salato e dolce, e non lo fai mai più tramontare, il sole che sei.

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Ammalato, nel letto della sua stanza, era steso con la pancia in giù, ed il mento poggiato sul cuscino, accartocciato dalle braccia, per non farlo cedere sotto il peso della testa.

Leggeva.

Leggeva un libro poggiato sulla spalliera del letto. E le prime righe, raccontavano d’una tempesta, che spazzava via il mare e gli alberi dell’isola, percossi dal vento e dalla pioggia incessante.

Il riflesso dei lampi, era meno luminoso degli occhi del pirata, che interrogava il buio e le nuvole, da dietro le finestre, dentro la sua camera, ricchissima ma angusta, come una prigione scelta, da un uomo che amava i grandi spazi e, chiudendosi, voleva averne sete.

Il bambino sentiva il rumore del vento, oltre le proprie finestre, e sapeva già, che il principe pirata avrebbe incontrato una donna bellissima, di cui si sarebbe perdutamente innamorato e si sentiva addosso il brivido freddo della luna nascosta dal cielo nero. Ed era pronto, a salire sulla nave del pirata, per combattere gli usurpatori.

Voleva guarire il bambino.

E leggeva, come se il calore della febbre lo spingesse a non pensare.

Alla sua compagna di classe che non gli parlava; alla solitudine dei suoi pomeriggi a letto sotto le coperte e non sul mare con una spada tra i denti.

Voleva guarire, cercarsi un amico con cui vivere mille avventure e navigare domando il vento, con le sue vele bianche e forti.

Scendeva una lacrima, dagli occhi rossi. Come una perla perduta nella jungla.

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Camminava sulla strada, lasciandosi la città alle spalle.

Alla sua destra, correva il mare di scirocco. A riva, arrivavano onde basse, leggermente spumose, ad intervalli regolari, come un respiro segreto e lontano, che partiva dall’orizzonte, e giungeva a terra, senza perdere la sua energia: calmo, lento, e tanto forte da poter sollevare il mare.

A casa, aveva lasciato il figlio malato, e non era andato al lavoro, quel mattino. La donna che amava, era andata via, da quasi un anno, ormai, anche se lui non aveva mai smesso di sentirne il suo nome battere nel cuore.

Dal mare, veniva un rumore di pietre traversate da passi e pensieri pesanti, che scansavano le stelle marine e le alghe, e sembravano far sfregare tra loro i gusci di conchiglia, spargendone il colore nell’acqua che scintillava, sotto il sole di un novembre silenzioso.

Uscì dalla strada, e si diresse verso la spiaggia, affondando i piedi nella sabbia grigia, tra i cespugli di ginepro e piccoli fiori bianchi, mossi leggermente dal vento.

Arrivato davanti al mare, iniziò a ballare, per far arrivare al cielo tutta l’energia felice che si sentiva dentro, e la rabbia, per essere un piccolo uomo solo, senza potere alcuno sulle cose del mondo, e si muoveva al ritmo di una musica segreta, disegnando l’aria, coi suoi passi, via via più veloci.

Infine, si spogliò, totalmente nudo, e guardò l’infinita distesa d’acqua dinanzi a sé, leggermente velata dal vento umido di sud e deserto, e dal vapore salato del mare.

E si tuffò, nuotando, veloce, lasciandosi la riva alle spalle.

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Era uscito da solo, con la palla sotto il braccio, per giocare, in un prato leggermente in discesa, lontano circa mille metri, o quasi mille passi da casa. Uno di quei prati su cui era facile poggiare due pietre da un lato, e due pietre dall’altro, ed immaginare d’avere a disposizione un vero campo di calcio.

Il prato dove si stava recando, aveva però una particolare caratteristica: dietro una delle due porte, quella più lontana dalla strada, la terra cadeva quasi a picco, su rocce sporgenti e arbusti, ed era questa sempre una gran preoccupazione, perchè, tirare forte la palla da quel lato, o sbagliare un tiro e sparare alta e veloce la palla, avrebbe significato, quasi certamente, vederla rotolare giù per il burrone, fino ad un fosso, posto centinaia di metri più in basso e pieno, si diceva, di vipere non amichevoli.

Perciò, si limitava a palleggiare, sul campo, da solo, e ad indirizzare qualche pallone, calciato piano però, verso la porta alle cui spalle correva la Tiburtina Valeria. Giocava anche coi propri pensieri, intanto, immaginandosi in uno stadio; immaginando che Paola, o Marina, o Laura, lo stessero guardando ( le compagne di classe che, ogni tanto, senza successo, provava ad avvicinare ).

Iniziò a piovere.

Dapprima a gocce rade, che parevano cadere quasi per caso, da un cielo ancora punteggiato d’azzurro. Ma, a partire da un certo momento in poi, e quasi senza preavviso, con gocce grandi, rapide e insistenti. Un vero acquazzone, peggio di quando, in certi pomeriggi d’estate, chi dormiva in casa, provava a fracicarlo dal balcone, buttandogli addosso interi secchi d’acqua, sol perchè tirava il suo pallone su un muro, immaginando fosse la porta della squadra avversaria.

All’inizio, continuò a giocare, contento, anche, del fresco e di bagnarsi un po’; però, iniziò anche ad immaginare i lampi, che potevano scendere dalle nuvole nere addensate nel cielo appena sopra di lui, che sembrava di poterlo toccare, tanto era basso e gonfio; ed ebbe paura. In un canto del prato, c’era un vecchio sacco di iuta, usato forse per raccogliere il grano, e abbandonato perchè rotto, ormai e bucato. Lo prese, e se ne coprì la testa, ed iniziò a dirigersi verso casa, camminando piegato, velocemente. S’accorse che, dentro il risvolto del sacco, era inserito un filo di ferro, forse usato per chiuderlo meglio, che sbucava dalla tela, e pendeva, in parte quasi davanti ai suoi occhi, ed ebbe ancor più paura, ricordando che i fulmini erano attratti dal ferro.

Sentiva tuoni come montagne che si spostavano, mentre cercava di nascondere quel fil di ferro sotto la tela del sacco, ferendosi anche le dita.

Arrivò a casa, infine, bagnato di pioggia e di sudore. E di paura. Si tolse il sacco di dosso e s’avvicinò al camino acceso, per scaldarsi, rabbrividendo.

S’accorse che aveva lasciato il pallone nel campo, da solo, sotto la pioggia ed il vento.

Il pallone che gli teneva compagnia sempre, come fosse un mappamondo di sogni e paesi lontani.

Riprese il sacco, lo rimise sulla testa, e tornò indietro.

Sulle gambe nude, sentì d’essere passato troppo vicino al cespuglio d’ortiche che cresceva in fondo alla scala di casa, su una roccia liscia affondata nella terra, libera dal cemento, e dai mattoni del muro.

La pioggia, forse, avrebbe lavato via il dolore rosso.

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Era quasi mattino, e non ancora, mattino. Ed era ancora buio; buio e freddo.

Si era svegliato, forse anche perché in realtà non aveva affatto dormito. La notte era trascorsa tra mille pensieri, e, provando a riassumere nella sua testa ogni singolo particolare di quel che aveva immaginato di fare. E aveva cercato di immaginare anche ogni singolo ostacolo imprevisto possibile. Per non trovarsi impreparato.

Lui, in classe, non andava mai impreparato. Gli piaceva, studiare, ed era per questo facile non essere mai impreparato.

I suoi vestiti erano già pronti sulla sedia accanto al letto, e, a piedi nudi per non fare rumore, traverso’ casa, e riuscì ad uscire, senza svegliare papà e mamma. Aveva lasciato la sua bicicletta nascosta in uno sgabuzzino del palazzo; la prese, e affrontò la città ancora nera ed addormentata. All’inizio, sentiva il suo cuore battere fortissimo, poi, tra incroci e semafori spenti, iniziò a calmarsi, e si sentì addosso una strana euforia risoluta.

Scavalcò il cancello della scuola, e aggirò l’edificio, fino ad arrivare ad una scala esterna, antincendio. Rischiando di cadere, riuscì ad aggirare la porta metallica chiusa, arrivando direttamente sul primo ballatoio arrampicandosi alle grate di una finestra, e, da lì, arrivò fino al tetto. Raggiunse la balaustra posta sopra l’ingresso della scuola e tirò fuori dal suo zaino il grande lenzuolo bianco che aveva preparato. Aveva imparato a fare certi nodi con la corda, che non avrebbero fatto cadere nulla, e fissò il drappo alla balaustra, lasciandolo cadere verso il portone d’ingresso della scuola. Sopra, aveva scritto, con un pennarello rosso, in grandi lettere piene e colorate: “Maria, io sono nato, la prima volta che mi hai parlato”.

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E, d’improvviso, a notte piena, gli salì dentro, la marea del silenzio e dell’assenza.

Bruciava gelida di ricordi felici e miraggi, che lasciava nudi sulla riva, prima di sommergerli ancora con una coperta grigia e ferro d’autunno arcigno.

E allora s’alzò, dal letto, e se ne andò a camminare per la città vuota.

Di notte, non aveva odori la città, solo suoni lontani. Richiami, echi, come vecchi panni stesi lasciati ad asciugare, e seccati dal freddo.

Arrivò in stazione, ma la biglietteria era chiusa.

E allora, andò ad ascoltare l’acqua della Fontana delle 99 Cannelle. Una volta, lì, aveva sognato di vedere una donna che gli sorrideva.

Sedette in terra, e poggiò la schiena sul margine di un muro.

E pregò, ad occhi chiusi, di sognare ancora.

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Pedalava lentamente sulla sua vecchia bicicletta nera. L’ultimo tratto in piano su viale Corrado IV, prima della discesa che lo avrebbe portato alla stazione. Era davvero fredda l’aria. Magari la notte aveva portato qualche fiocco di neve sul Gran Sasso; ma non era ancora alba, e non si poteva vedere. L’odore dell’aria però, leggermente ferrigno, lo faceva sospettare. Arrivato, portò la bicicletta all’interno dei locali riservati al personale viaggiante. Indossava già la divisa, e mise in testa anche il berretto. Il bar era ancora chiuso, e dalla sua borsetta, prese un thermos, e si verso’ il caffè nel tappo, come faceva sempre, da quando era solo. Quel mattino, aveva portato con sé, in uno zaino che teneva sulle spalle, una vecchia radio, una di quelle che andavano anche a pile, e consentivano di ascoltare le musicassette. Salì sul treno, nella carrozza di testa, riservata al macchinista, ed iniziò tutti i controlli, accendendo il motore.

Mancava poco, alla partenza. Una decina di persone erano già salite. Qualcuno fumava una ultima sigaretta sul marciapiede accanto al treno che si scaldava. Quando chiuse gli sportelli, fece qualcosa che non aveva mai fatto prima. Aprì la porta di sicurezza che collegava la cabina pilota col vagone, e guardò i passeggeri che, a loro volta, lo guardavano, interrogativi. Ad alta voce, disse a tutti che, quella notte, aveva fatto un brutto sogno. Aveva sognato di leggere su un giornale che il chitarrista della sua band preferita, era morto. E allora, stamattina, avrebbero tutti viaggiato con la sua musica. Chi non ne aveva voglia, poteva tranquillamente scendere dal treno. Premette un tasto, e un fulmine arrivò dritto nel centro di un incrocio di una strada sperduta.

Partirono, e il rumore del treno sembrava quello di uno stadio in festa.

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Camminava con la sua macchina fotografica tra le mani, lungo la Senna, dal lato opposto del Louvre, in direzione della Gare d’Orsay. Era notte piena e il fiume era percorso di luci tremolanti ed incerte, che sembravano mosse dal vento, come le foglie d’un albero autunnale.

Fu in cima alle scale, in rue de la Legion d’Honneur, che la vide. E la riconobbe subito, per quelle sue scarpine da camera, dorate, che lasciavano il calcagno del piede nudo e libero, e quel laccetto nero sul collo, che si muoveva col suo respiro, e sembrava circondarla di baci, sognati. Non era nuda, ma indossava una leggerissima vestaglia da camera, trasparente, come le luci di un lampione nella nebbia, e si muoveva a piccoli passi, veloci, che le facevano sobbalzare il seno, altero, e morbido insieme. Sorrideva; incredibilmente sorrideva, come se stesse recandosi ad un appuntamento segreto e desiderato. Lei che invece, secondo ogni racconto, riceveva in casa, e attendeva l’ospite sdraiata sulla sua dormeuse, e lo guardava distante, gelida, come una brace di fuoco mai spento

E la fotografo’, da lontano, mentre teneva chiusa la sua vestaglia con le mani, i capelli raccolti che ne esaltavano il viso, e sorrideva, finalmente sorrideva.

Olympia, libera di vivere.

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Aveva aperto la finestra, e il buio del mattino entrava nella stanza ancora calda di sonno, come un’acqua che trovi una nuova strada, tra la terra e le pietre.

Tolse la coperta dal letto, e la poggiò sulle spalle. Guardava fuori, oltre l’albero disordinato di mele e le case sparse sul fianco della collina. Da qualche parte, di fronte a lui, lei sarebbe arrivata.

Aurora, che allontana i sogni notturni e le paure, e restituisce forma al mondo.

Si ristese nel letto, rannicchiandosi, e chiuse gli occhi.

Lei era lontana, lontanissima. Ma che bello aspettarla, sognando che sarebbe venuta.

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C’era un castello, da qualche parte. Non ricordava dove, però. Diroccato, in cima ad una collina, piena di sterpi e alberi e stradine disegnate dalla fatica dei muli, carichi di fascine, e degli uomini, carichi come muli. Ci si era trovato finalmente davanti un giorno, quasi per caso.

Aveva provato ad arrampicarsi sulle mura di quel castello, come se stesse assaltando il cielo e i suoi Dei nascosti. Doveva liberare una regina. Prigioniera del suo dolore, delle regole e degli obblighi che i suoi cortigiani si aspettavano dovesse rispettare.

S’era ferito le mani, sulle pietre ruvide, e le ginocchia, e temeva ad ogni istante di cadere, o che tutto gli crollasse addosso.

Fin quando arrivò in cima e scavalcò i merli della cinta.

Allora cercò la regina, in ogni anfratto, in ogni stanza superstite. Aveva in mano una spada di legno, con la quale si sarebbe battuto contro chiunque volesse fermarlo.

E, infine, la trovò la regina.

Prigioniera. Dentro un quadro nascosto in una soffitta, chiusa in una cornice dalla quale nessuno avrebbe potuto liberarla.

La baciò, piangendo.

Sperando fosse una favola di quelle che finiscono bene, in cui tutti vissero infinitamente felici e contenti.

Ma era solo un uomo ferito, davanti ad un quadro, senza maghi cui chiedere aiuto. Nella polvere della soffitta iniziò a disegnare il proprio volto.

Voleva restare anche lui prigioniero, in un quadro, vicino a lei.

Infinitamente.

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S’era addormentato, sulla scrivania del suo lavoro.

Aveva poggiato la testa sulla tastiera del suo computer, e lo schermo, era pieno di parole strane.

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Aveva sognato. Sognato d’essere un angelo. Un vecchio angelo di presepe, coi capelli biondi, e lunghi, e le ali, grandi, e una tunica bianca, e i piedi nudi.

E aveva sognato di volare tra sale d’attesa di medici.

E, ad ogni sala d’attesa, aveva sognato, di spargere leggere scintille dorate. E d’ascoltare sempre le stesse risposte.

Nessuno, aveva nessuna malattia. Tutti erano guariti. Ogni vita poteva riprendere serena.

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Era chiuso nella cantina della sua casa, tra storte, ed alambicchi. Mescolava lentamente un denso liquido blu, dentro un mortaio, e, ogni tanto, vi gettava dentro polveri colorate, mormorando formule, in una lingua incomprensibile.

Infilò il liquido blu in una sorta di imbuto, dal quale uscivano vapori rossastri, e, lasciava cadere, in piccole gocce, su una superficie fredda di marmo, il liquido che, subito, si solidificava in perle trasparenti.

Ne prese una, e la inghiottì.

Uscì di casa, allora.

Il libeccio s’accaniva sugli alberi e sugli angoli delle case. Ma lui, iniziò a salire delle scale, non visibili, sollevandosi, da terra, nell’aria che urlava.

Poteva alzarsi nel vento e camminare sul nulla.

Avrebbe camminato, corso, fino alla cima di un faro, e lì a notte, con la luce che carezzava le onde di mare, avrebbe scritto il suo nome sull’orizzonte.

Perché, usando una sua lacrima, aveva potuto distillare, qualcosa più forte del vento, e di ogni destino che sembrava tenere sempre gli uomini legati a terra, e senza più sogni.

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C’era un vecchio garage, che puzzava di benzina e polvere, vuoto, tranne qualche cartaccia che, ogni tanto, si alzava leggermente da terra, seguendo l’aria, che penetrava da feritoie poste sul soffitto, protette da una grata metallica a maglie fitte, e dalle quali entrava anche una luce solare sgranata, come una manciata di coriandoli luminosi che, lentamente, cadeva a terra.

Lo riempì di cavi, e mixer, e microfoni, e amplificatori e vecchi apparati di trasmissione a valvole. Due giradischi affiancati, sui quali aveva posto i panni antistatici rotondi, sui quali poggiare i dischi e trattenerli con un dito, mentre il piatto girava, e poi farli partire, quando avesse finito di parlare.

Era la sua piccola radio di quartiere, forse qualche strada in più, dalla quale raccontare i suoi pensieri e desideri, e le esplosioni di rabbia e di dolore, e l’urlo di una rivolta buttata in faccia al mondo, alle regole, alla morte e ai soldi.

Amava i suoi dischi, e sognava che una donna, nel cuore della notte, bussasse alla serranda del suo garage.

Solo per scoprire che i baci, danno senso anche alla musica, e alla voglia di raccontare e a tutto.

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Prese la penna, in mano, e strappò via due coppie di fogli, dal centro del suo quaderno a righe, in carta grossa. Voleva scriverle una lettera.

Voleva scriverle, ma non riusciva ad immaginare un inizio, per la sua lettera.

Avrebbe voluto chiederle se stesse bene; ma non voleva apparire apprensivo, sul suo stato di salute; avrebbe voluto chiederle se la sua strada fosse serena. Ma temeva d’essere lui, con le sue stesse parole, a renderla pesante, la strada. Avrebbe voluto chiederle se ricordasse qualche bel sogno, ma pensò che i sogni sono una parte nostra troppo nascosta, per rivelarla al primo che capita. Avrebbe voluto chiederle se stesse riuscendo, a realizzare i suoi programmi, ma immaginò che quei programmi la prendevano talmente tanto, che a lui non era concesso alcun diritto, d’entrarvi.

Si chiese, allora, se avesse diritto a scrivere.

E si sentì lacerato, e ferito.

Allora, prese i suoi due fogli bellissimi di quaderno, e si sporse dalla finestra della sua casa, al quinto piano di un anonimo palazzo di periferia. E li lasciò cadere nell’aria.

I due fogli, invece di cadere in terra, iniziarono a galleggiare, come se il vento fosse una corrente di fiume nascosto, e a spingersi verso le nuvole, alte, in quel giorno soleggiato di novembre libeccio.

Gli sembrò allora, d’essere leggero.

Ed iniziò anche lui, a volare nell’aria tiepida. Fuori dalla finestra.

Era come essere dentro una nuvola di fumo di camino capriccioso, che prima appaia alzarsi, e poi invece s’attorcigli, su sé stesso; sembrava una luce in mezzo alle foglie d’albero, che cercasse la strada per arrivare ai suoi occhi.

E gli sembrava di vedere tutto, dall’alto, allontanarsi da lui; diventare sempre più piccolo e lontano, come un pozzo che non abbia più fondo e corde, per tornare indietro.

Non aveva voglia, di tornare indietro. Voleva continuare a volare. Mentre immaginava le cose che le avrebbe detto.

I due fogli di carta, su cui era appena riuscito a scrivere il suo nome, arrivarono al mare, un solo istante prima che, su quell’onda, con la sua chiglia rugginosa, passasse una vecchia nave da carico per le granaglie, che tornava in porto.

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Era seduto, Arlecchino.

Non c’era una sedia, o un tavolo, o un muretto: era seduto sull’aria. Le gambe piegate e le mani unite tra loro, in grembo.

Guardava la propria figura, in controluce sul vetro di una finestra. Era difficile, distinguere tra loro i colori della giubba. Il rosso sgargiante s’era mutato in un porpora scuro e il giallo dorato, pareva un avorio leggermente sporco, e i rombi blu scoloravano al nero, nell’ombra della sera che usciva dalla finestra, mentre aveva iniziato a piovere, leggermente.

Se le sentiva in gola, le lacrime, Arlecchino. Il suo padrone, lo aveva bastonato sulla schiena ben bene, con una canna flessibile, ma dura, dura davvero, che gli pareva d’esser passato sotto gli zoccoli d’un mulo arrabbiato e cocciuto più d’un contadino testardo.

Arlecchino sapeva, d’essersele meritate, le bastonate.

Invece di portare certi sacchi da una parte all’altra della villa del suo padrone, s’era addormentato di bel bello, sugli spunzoni appuntiti di una ringhiera che voleva scavalcare per scappar via. E s’era svegliato, indolenzito, parecchio, e pronto ad esser punito.

Ma Arlecchino sapeva anche d’esser solo e affamato.

S’alzò in piedi allora, accennando un passo di danza e una piroetta. Si levò la maschera e guardò tutte le sue rughe di gioventù. Scosse le spalle, e, sempre col tricorno in testa, iniziò a correre velocissimo, a perdifiato, per scale e tetti e piazze e vie e vicoli.

Non aveva casa, Arlecchino, nemmeno amici che l’accogliessero, o una donna che l’amasse.

Per questo, Arlecchino arrivò sino alla bottega di un giovane pittore spagnolo, e gli chiese di ritrarre tutta la sua allegria e voglia di vivere.

Ma il pittore, guardava un uomo senza maschera, e ne dipinse tutta la tristezza, e la paura, e gli occhi che cercavano speranza.

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Una musica di carillon, lenta, proveniente da un vecchio portasigarette in legno, che s’apriva divenendo un organo di chiesa con le canne di tabacco, faceva da sottofondo al furore libero del vento, che scuoteva le persiane delle finestre e s’infilava dentro i camini, con un ruggito di belva libera.

Stava arrivando il mattino, forse; perché certe notti sembrano non voler uscire mai, dagli occhi e dal cuore.

Avrebbe voluto essere un lupo. E camminare leggero sul terreno duro, e aspro dell’altopiano. Seguire le piegature della terra; le conche e le vette arrotondate delle gobbe erbose, e non avere alcuna paura, della notte e del vento rabbioso. Avrebbe voluto sentirsi concentrato, nelle proprie ricerche, e tutti i sensi tesi, ad ascoltare ogni sussurro del mondo. Avrebbe voluto cercare la luce della luna, per sapere che il cielo conservava una speranza contro il buio.

E avrebbe voluto essere lupo, per non aver pensiero di sé, ma solo della propria sopravvivenza.

E avrebbe voluto addormentarsi dentro una tana di mattoni abbandonati, circondata da alberi forti, sicuro, che nessuno lo avrebbe colpito.

Una strana specie di lupo, avrebbe voluto essere. Un lupo con le carezze di un cane.

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Potremmo essere due nuvole, che in un cielo ventoso s’inseguano. Lasciandosi dietro ogni vapore non necessario, e somigliare ad una sirena che aspetta un marinaio, e ad un marinaio, che si tuffi in cielo per carezzare la coda di una sirena.

Potremmo essere due nuvole, che in un cielo ventoso si mischino, fino a non avere più confini e ad essere una, come due passeri in uno stormo, che disegnino onde e cuori e fughe e musica, nell’aria.

Potremmo essere due nuvole, che in un cielo ventoso, non abbiano più orizzonte e limiti, e sopra, o sotto, come un respiro che sia sangue dell’altro.

Possiamo, se vuoi.

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Ero solo uno che s’arrangiava.

Uno che rubava fagioli dai sacchi e cercava il grano caduto nei campi già falciati. Ero uno che scommetteva. E perdeva sempre, e chiedeva soldi in prestito, per giocare ancora, e perdeva di nuovo.

Lavoricchiavo certe volte. Facchino per un trasloco. Pulitore di pavimenti con lo straccio. Muratore di fatica.

Ma non bastava, neanche per sopravvivere, e di vivere davvero, non se ne parlava mai.

Mi cercavano, per farmi pagare i miei debiti.

Certi scaricatori di porto che avevano più fame di me. E, una notte, quando cominciavo a cercare in cielo i segni del mattino, una stella scese giù dal cielo.

Aveva grandi ali bianche. I capelli biondi corti e le labbra leggermente piegate verso il basso. Ma quando sorrideva, sembrava che sugli alberi tornasse primavera.

M’insegno’ l’esistenza delle mani e delle carezze, e delle biglie di vetro colorato e delle pagine disegnate dei fumetti. M’insegno’ che, anche se ero nessuno, però ero io. E io m’innamorai di lei. Almeno credo, fosse così. Perché io non lo sapevo cosa fosse l’amore, prima di lei. E per lei sentivo quello che un prato sente per la pioggia. Che se piove, il prato esiste, e senza pioggia, il prato non ha nome.

Poi lei, decise di tornare in cielo. Aprì le ali, e volò via. Io provai a trattenerla. Ma senza riuscire.

Allora, mentre sto nascosto, nelle notti come questa, io guardo il cielo e prego.

Prego di sentire ancora il profumo delle sue ali, perché anche un poco di buono come me, ha diritto ad un angelo che lo salvi.

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È così che dovrebbe essere.

Che è inizio della notte, e io sono sperso da qualche parte che non so neanche dove; che so, un distributore di benzina, o una piazza senza luci, perché il Comune ha mal regolato l’accensione dei lampioni. E dovrebbe esserci un po’ di nebbia, luminescente magari, come quando è scirocco sabbioso, o l’umido si porta dietro tutti i cristalli di sale delle lacrime di un innamorato senza speranza.

E allora compari tu.

Che dentro il buio, fai luce di tuo. Con un vestito tutto bianco, un pantalone aderente e una giacca con le spalline e un top e le scarpe da ginnastica. Così bianca che sembri fluorescente e intorno a te volano le farfalle. Non quelle notturne, ma quelle dei fiori, colorate di arcobaleno e petali di tulipano volante.

E io sono lì. Steso e a bocca aperta, a guardarti come uno scemo che inizi a capire qualcosa. Non avrei nemmeno bisogno della luna, per capire che ho mandato la mia ragione a farsi un giro e il mio cuore lo sento pulsare tra le tue mani.

Così dovrebbe andare.

E sarei ubriaco di te senza nemmeno toccarti. Solo a guardarti.

In questo inizio di notte, che non dormo e non sogno e non spero.

Ma ti guardo, e basta.

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Adesso siedo, qui, davanti al mare, e ti racconto la storia di un bambino.

Era un bambino trovato. Sotto una pianta gigante di cavoli nani. Avvolto in un lenzuolo bianco, bagnato dalle sue lacrime affamate.

A trovarlo fu una donna, che, di mestiere, faceva la fata, se vista di giorno, e la strega, se vista di notte. Divenne la sua mamma, e lo nutriva di latte di drago e castagne.

Quel bambino imparò presto, a volare, a cavallo di un rastrello. Non gli venivano bene le curve, però, e con la coda del rastrello, strisciava sempre i muri, e le cime degli alberi.

Fu una bambina, invece, ad insegnargli a camminare, spiegandogli che, a quattro zampe, non l’avrebbe mai raggiunta.

Divenne un buon marinaio, che però, non pescava, perché i pesci, diceva, gli raccontavano storie bellissime, di notte, quando finalmente potevano parlare, senz’essere sentiti, da tutti quelli che, abitualmente, dormono.

È da un po’ che non vedo più quel bambino, ormai diventato uomo.

Qualcuno dice sia andato in guerra, dall’altra parte del mondo. Qualcuno dice che ha preso la stregafata sua mamma, e l’ha portata in Francia a conoscere Parigi. Qualcuno dice sia morto, perché voleva che ci fosse sempre luce, nella stanza della donna di cui s’era innamorato, e s’è avvicinato troppo a una stella, volando sul suo rastrello, per prenderne una punta, e non s’è accorto che era ghiacciata, la stella, e lui era vestito troppo leggero, coi calzoni sempre corti.

Io penso invece si sia nascosto.

Nessuno più lo cercava, perché pensava, stupido, che scrivere, gli avrebbe permesso d’accarezzare il mondo e d’essere compreso e amato, e invece tutti avevano smesso di leggere.

Me lo ricordo, quel bambino: quando guardava qualcosa che amasse, si vedeva, che aveva il cuore negli occhi.

Ora mi alzo, e vado via, dal mare; da tempo ho smarrito la strada di casa, e per trovarla, dovrei guardare agli angoli dei muri, per riconoscere qualche strisciata metallica. Le cime degli alberi, invece, son tutte ricresciute.

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È mattino.

Un ragazzo sale in Vespa, per andare a scuola, con lo zaino e tanti sogni in spalla. Una commessa alza la saracinesca del negozio. Dentro, profuma di nuove possibilità.

Sotto la casa di una donna amata, un uomo ha lasciato un biglietto, pregandola di guardare il cielo, più tardi, mentre lo farà anche lui, e così potrà proteggerla da ogni male.

Un vecchietto, mentre va in edicola a comprare il giornale del mattino, sta per inciampare, e si ricorda di quando correva con la palla al piede, e si rimette subito in equilibrio, sorridendo.

È mattino.

Iniziano tante cose nuove. Possa sorridere sempre, il vostro specchio.

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Fecero sedere il bimbo su uno strano seggiolone. Anche se ormai aveva già cinque anni, e forse avrebbe potuto sedere su una normale poltrona, dal barbiere.

Obbligava a star fermi, quel seggiolone: le gambe erano infilate ciascuna in uno spazio stretto, ai lati della testa di un cavallo di ferro, che teneva il bambino quasi bloccato sino al petto.

L’impressione, era quella di una corsa nel selvaggio West, ma la realtà era che il bambino non poteva sfuggire alle forbici del barbiere.

Era stato tante altre volte, a tagliare i capelli, e gli era sempre piaciuto farlo. Ogni volta gli sembrava di vedere nuovo, il proprio viso.

Ma, stavolta, c’era qualcosa di diverso. Il barbiere non smetteva di tagliare. Non misurava le basette; non usava il pettine per modellare la riga da un lato. Tagliava e basta, e il bambino vide nello specchio la propria testa quasi completamente rasata.

Non c’erano più capelli. Solo una leggerissima lanugine scura appuntita.

Il bambino iniziò a piangere.

Cosa avrebbe pensato, Consuelo, di lui ? Lei era la bimba sua compagna di giochi ai giardinetti, dai capelli lisci, biondi, morbidissimi.

Mentre lui ora rasato a zero.

Ricresceranno, gli disse la mamma.

Ma il bimbo pensò che era stato imbrogliato, e non gli importava più dei propri capelli. Avrebbe fatto senza.

Sperava che Consuelo potesse ancora giocare con lui.

Ma se non fosse accaduto, perché era diventato troppo brutto, avrebbe trovato il modo di giocare anche da solo.

Guardò i suoi capelli per terra, mentre il barbiere lì spazzava via, e capì che lui, non era i suoi capelli.

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Non pensava, potesse esistere una collina così. S’alzava dolcemente dal piano, e saliva, per poco più d’un paio di centinaia di metri.

Aveva camminato senza quasi guardare, o sentire nulla, nemmeno il cielo, talmente blu, da dare le vertigini, a guardarlo fissamente, perdendosi in quella altissima profondità senza nuvole. Ed era arrivato in cima. In un punto esatto da cui poteva scorgere quasi ogni lato dell’altura.

S’accorse così, che, da lassù, l’erta che aveva appena traversato, era un immenso tappeto d’erba verde e fiori. Non pareva esserci un sasso, o una zolla di terra esposta, e neanche un cespo o un ramo. Nulla che potesse graffiare o ferire. Un velluto dolcissimo che ondeggiava leggermente sotto un vento pulito da nord. Immagino’ di non avere peso, e di poter volare appena sopra quel manto, tendendo una mano per toccarlo e sentire i singoli fili d’erba tra le dita e i petali, da sfiorare così delicatamente da non gualcirne neanche uno.

Avrebbe quasi voluto lasciarsi rotolare lungo quel fianco di mondo, e arrivare, senza dolore fin dove si sarebbe lentamente fermato, perché ogni peso che aveva dentro, avrebbe smesso di cadere.

E s’accorse, in quel momento, d’aver smesso, di sognare e di desiderare d’essere un altro e d’essere altrove. Aveva scoperto di non avere nulla; più nulla.

E che quel nulla, era tutto quello che aveva.

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Ricordava il giorno in cui l’aveva accompagnata a comprare dei colori, a Roma. Camminavano insieme, per certe strade strette di trans Tevere, tutte sbreccolate e umide, coperte di foglie autunnali cadute, e riuscite a toccare l’asfalto, sfiorando le migliaia d’automobili ferme, da talmente tanto tempo sui marciapiedi, d’aver lasciato crescere radici dalle ruote.

Lui sapeva, che lei lo stava lasciando. Non lo teneva per mano, camminando. Parlava svagata, guardando davanti a sé e camminando in fretta, come se avesse voluto sbrigare il suo impegno prima possibile, e inventare poi una scusa magari, per andar via, da sola però. Lui si sorprese a pensare che aveva sempre saputo, sarebbe finita, così, o in un altro modo. Tutte le cose del mondo, sembrano essere destinate a finire. E dentro sentiva uno strano vuoto di fame, e un desiderio feroce che non fosse mai accaduto nulla, che lei non l’avesse mai conosciuta.

Comprò una grande, davvero grande scatola di pastelli. Lei disegnava, e dipingeva, e tutti quei colori avevano più luce di un arcobaleno, dentro quella giornata romana appiccicosa e finta quasi. Poi, lei gli disse che aveva un impegno. Che doveva andare via, e da sola. Lui non pronunciò discorsi e non le chiese un nuovo appuntamento. La guardò andar via, libera dal peso che lui era stato. Un giorno, avevano persino parlato dei nomi che avrebbero voluto dare ai loro figli. Lui non riusciva nemmeno ad immaginare una vita senza di lei, che era ogni suo pensiero. E lei avrebbe disegnato altri volti, con quei colori. Intorno a lui, Roma non faceva più rumore. Iniziò a piovere, come se volesse lavar via ogni vita trascorsa. Lui, cammino’ a lungo, senza ombrello, e ritrovando le strade del loro tempo insieme. Sedette in un bar, pieno di turisti, allegri, ed iniziò a guardarli. La vita continuava, senza di lui. Per questo, era la vita, del tutto indifferente, ai colori che non c’erano più.

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Il marciapiede della stazione era affollato di persone, valigie, venditori ambulanti coi loro carrelli di merci, facchini, verificatori, col loro lungo martelletto che picchiavano sulle ruote dei vagoni in sosta, per coglierne eventuali lesioni.

Pareva una pozza d’acqua spazzata da vento irregolare di contrastanti folate, che s’affrettavano, per attimi, in direzioni diverse, come pensieri disordinati.

Il ragazzo poteva avere quindici o sedici anni, al massimo. Era in piedi, da solo, con la sua valigia poggiata in terra tra le gambe, davanti ad un cartellone degli orari dei treni in partenza. Rileggeva le indicazioni, attento all’altoparlante che non cambiasse quanto già fissato. Partiva, per un lavoro d’estate, dopo la fine della scuola, verso una località di mare; era stato promosso, con buoni voti, ed ora, era un po’ impaurito. Non conosceva il lavoro che avrebbe dovuto fare. Sua madre, in valigia, aveva messo un pantalone nero e un gilet nero, qualche camicia bianca, e anche un farfallino nero, comprati ad un negozio di abiti da lavoro. Avrebbe dovuto vincere timidezza e goffaggine. Non conosceva davvero nessuno nel luogo dove stava andando. E, quell’estate, non l’avrebbe passata a giocare a pallone, o a nuotare sott’acqua in cerca di conchiglie.

Quando il treno iniziò a muoversi dalla stazione, lui, nello scompartimento pieno pensava solo alla ragazzina coi capelli biondi che lo guardava ogni mattina seduta in fondo al bus che portava scuola. Non era mai riuscito ad avvicinarsi per chiederle come si chiamasse. Aveva solo immaginato sempre di poter andare verso di lei, ballando, e lei che si sarebbe alzata, seguendo il ritmo di una canzone che suonava solo per loro, fino a sfiorarsi, mentre si guardavano negli occhi.

Negli occhiali in realtà. Tutti e due avevano gli occhiali, e, mentre il mondo sfilava lasciando campagne e città che correvano dietro il finestrino, il ragazzo tolse i suoi occhiali e asciugò una lacrima veloce, di coraggiosa solitudine.

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Fuori dalla finestra dell’albergo, suonava un’ambulanza, nel traffico. Lui pensava sempre, quando sentiva le sirene di un’ambulanza, che dentro ci fosse una futura madre, con le doglie, non troppo forti però, che veniva portata in ospedale, passando per una strada, proprio senza buche.

Era arrivato da poco, e aveva aperto la valigia per togliere i pochi vestiti che s’era portato, e sistemarli nel piccolo armadio della camera.

Lo aspettavano, in ospedale.

Doveva svolgere gli ultimi esami necessari, prima dell’intervento chirurgico; di lì a qualche giorno.

E, per questo, aveva deciso di arrivarci a piedi, in ospedale. Voleva passeggiare per la città. Sentirne odori e rumori. Guardarne la vita che, di lì a poco, avrebbe solo immaginata, dentro il suo letto da convalescente. Forse.

Ci fu una cosa, che lo colpì molto. Passando da un parco, sull’erba, c’erano delle bambine che giocavano. Una di loro piangeva; piangeva tantissimo perché, al contrario delle altre, lei non aveva una bambola. Da lontano, un’altra bimba, camminando incerta, sempre sul punto di cadere, le si avvicinò e le porse la propria bambola, sorridendo. E poi si voltò, senza più la bambola con sé, e correndo, tornò dal padre, che l’aspettava seduto su una panchina e l’abbraccio’, forte, appena l’ebbe vicina.

Guardò il cielo, freddo e pulito, e pensò che era stato fortunato, a vedere quel piccolo gesto. E s’avviò verso l’ospedale, pensando che, nelle sue flebo, avrebbe voluto i passi sbilenchi di quella bambina.

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Lo stadio era chiuso, tra vecchie mura seccate di muschio giallo e tufo, e ulivi scolpiti dal vento, e dalle mani pietrose di contadini in camicia bianca.

Il terreno di gioco era polveroso, come una sabbia fina di mare antico. Il palco per il concerto era stato montato esattamente dove il sole tramontava, rendendo impossibile, guardare verso chitarre e batteria già pronte e traversate dalla luce tagliente e tesa di un’estate calda come le gambe di una ragazza che già ballava, prima ancora di ogni musica.

E poi arrivò il buio, e l’energia potente, ipnotica delle canzoni, e della tensione, sul campo, calpestato dai corpi incapaci di restare fermi. S’alzavano nuvole di rumore ferroso e calcina smossa, dal fondale della voglia d’essere liberi e sfrenati, e bellissimi, di gioventù fragile e spavalda.

Lui la baciò mentre stavano staccando la luna dal cielo, e il cantante sul palco salmodiava una preghiera che chiedeva cura e tregua. Lei lo guardò sorridendo. S’era deciso, finalmente. Si dichiarava sconfitto e innamorato. Perdutamente.

Il ritmo travolgente del suono piegava le viti e l’uva.

I due giovani s’allontanarono, già ubriachi dei loro sguardi incatenati.

Sugli spalti di una tribuna lontana e complice s’amarono, per la prima volta, spauriti, dalla bellezza del vivere.

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Uscì dall’albergo, quando la mattina ancora non era iniziata. E camminò lungo le strade che iniziavano a svegliarsi. I primi tram sembravano soffi di ferro elettrico, e scampanellavano, come vecchie carrozze trainate da cavalli pazienti.

Faceva freddo; freddo di nebbia e alberi anneriti dall’autunno, che ancora non riusciva a diventare inverno.

Camminava su strade di ciottoli, ordinate, in quella città di pianura affondata appena sotto gli argini del fiume grande, molto prima che arrivasse al mare. Poche persone camminavano veloci, con la testa bassa e le spalle strette, per pararsi dal freddo acuto. Qualche bicicletta passava via, rotolando veloce.

Dentro una piccola aiola, circondata dal traffico e dall’ombra dei palazzi alti, in un largo dov’era anche una panchina, un mucchio di foglie secche galleggiava sulla terra umida. In mezzo, s’erano fatti spazio dei fiori. Non ne raccolse neanche uno. Non voleva fargli del male. Tirò fuori il cellulare dalla tasca, e fotografo’ quei ciclamini sfrontati come un’istrice timida.

Inviò la foto alla donna che amava.

– Sei i petali d’aria colorata che permettono ai miei occhi di vedere. –

Scrisse.

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Magari può sembrare strano, quello che faccio. E forse, qualcuno, potrebbe anche rispolverare l’idea che se ci fossero ancora i manicomi aperti, io, farei bene ad esserci portato a fare un giro dentro, rapidamente.

È solo che, è notte, e la strada è piena di persone che passeggiano, felici, tenendosi per mano, o sottobraccio, anche se tira vento freddo e qualche fiocco di neve svolazza incerto , su dove posarsi.

E io ho in mano il mio sassofono, e mi sono fermato d’un canto sul marciapiede, dove s’alza un muro di cinta altissimo e lungo un intero isolato; senza appigli o vista verso l’interno, e mi son messo a suonare.

Ho il volto rivolto verso il muro, in alto, e suono una musica ch’è piena di respiro e acqua di fonte; che racconta delle gemme di primavera e dei cristalli di ghiaccio del mattino, sui fiori d’inverno; che chiede carezze e sguardi e prega d’esser guardata e ascoltata e seguita.

Mi guardano tutti perplessi, mentre mi piego in ginocchio e suono quanto sono invisibile e perso.

E, d’improvviso, si sgretola il muro, e s’apre una grande finestra bianca, e di lì filtra una luce di luna e di cuore rosso.

E capisco che lei ha sentito. M’ha sentito. E, anche se resto fuori dal muro, non ho più freddo.

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Era uscito, mentre la notte guardava la luna, quasi piena e alta in cielo. Sentiva talmente freddo, che la sua pelle bruciava, e gli sembrava sgretolarsi e macchiarsi di sangue caldo, come se fosse un intonaco seccato dal gelo, su cui poggiare un dito e premere, per vederlo diventare una ragnatela tenue, pronta a spezzarsi.

Un vecchio, con la barba bianca e incolta, s’aggirava per i tavoli esterni ad un bar chiuso, e recuperava bustine di zucchero, che apriva immediatamente, versandosi in bocca quella sabbia bianca dolce; la sua cena, forse. Sotto i portici, un uomo seduto su una sediolina, suonava una fisarmonica triste. Degli ambulanti smontavano la bancarella.

Si avvicinò a loro, e chiese il prezzo di un tappeto, rimasto ancora a terra, mezzo arrotolato; quasi pronto per essere portato via. Contratto’ una cifra, che era tutto quello che gli era rimasto nel portafoglio, e lo comprò. Poi, aprì quel tappeto, tutto intero, sul piazzale d’una chiesa vicina, e ci si sedette in mezzo, incrociando le ginocchia.

Chiuse gli occhi, e iniziò a volare, tra boschi, valli e fiumi; sopra città così illuminate, da sembrare spente, e fino alle finestre di una casa.

Lì, una donna si preparava per dormire, e, da dietro la finestra, lui la guardava, pettinarsi e lavarsi.

L’avrebbe portata con sé, fino ad abbandonate città di pietra, che lei avrebbe fatto rivivere; fino al fuoco di un accampamento in un deserto senza oasi, che lei avrebbe fatto fiorire; fino ad uno specchio, dove lei, guardandolo, si sarebbe accorta di quanto lui l’amasse. E di quanti mondi, lui avrebbe creato per lei.

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Adesso, adesso che guardo il mare, capisco di non conoscermi affatto. Ho sempre vissuto i giorni aspettando qualcosa che dovesse arrivare. Senza rendermi conto che tutto quel che avevo davanti, era già arrivato.

Questo mare strappato dal vento e mosso sin dal fondale, ha acque torbide, come se dentro gli galleggiassero i segreti oscuri e le colpe e gli egoismi nascosti e la paura.

E a riva si fermano le conchiglie.

Ti regalerò conchiglie, quando uscirai dalla tua convalescenza. Le vedrai che hanno colori, e salsedine che le opaca, e sentirai quanto la bellezza sia sempre messa in pericolo e, quando le toccherai, e tra le dita ti resterà una sensazione aspra, che abbia bisogno d’acqua per lavarsi via, allora capirai, che dobbiamo aver sempre coraggio, per toccare la bellezza che sentiamo; perché brucia la bellezza e sempre è un pericolo per le certezze della consuetudine, e delle scelte sagge.

Questo mare, che dall’orizzonte mi porta dolore feroce e fine, non mi vincerà.

Salgo in barca, e inizio a remare. Fino alla terra di uomini che non sappiano, cosa sia il mare.

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Era andato in spiaggia.

Era un mattino di gran sole e tramontana asciutta, come una donna che volti le spalle e vada via, senza guardarti.

Aveva ritrovato in un sottoscala della casa dei suoi genitori, una paletta e un secchiello di plastica; delle vecchie formine di stella marina e pesci squamosi, e aveva messo tutto in una busta di plastica. Poi, era uscito di casa e, a piedi, s’era diretto verso il mare lontano.

Non c’era nessuno in spiaggia, e il mare appena mormorava sulla riva, come se le sue carezze alla rena, fossero i timidi tentativi di un bambino d’avvicinarsi ad una compagna d’asilo, chiusa e con le labbra strette.

L’acqua aveva il colore d’un ferro trasparente e la linea d’orizzonte era uno sgraffio scuro; l’ombra d’una finestra che si stava chiudendo.

Sedette in terra, incurante della sabbia umida che s’attaccava ai pantaloni, e alle alle scarpe, e alle mani, ed iniziò a riempire di sabbia il secchiello scavando, per recuperare sabbia ancor più bagnata e pesante. Rovesciò il secchiello, e di nuovo, e di nuovo ancora, costruendo torrioni di castello uniti da mura merlate e passaggi e fossati, che il mare riempiva d’acqua lentamente, ad ogni respiro.

Alla fine, aveva costruito la sua fortezza, di fronte al mare. Pensò di sedercisi dentro, e difendersi.

Poi, con un gesto lungo delle mani, abbattè tutto.

Una sera, su quella spiaggia, aveva baciato una ragazza, mentre un uomo, nascosto nella macchia di ginepro, li spiava.

Lui provò ad inseguirlo, ma quello scappò via.

E ora, ch’era solo e non aveva amori da baciare, pensava inutile, proteggersi. Un giorno, il mare, avrebbe ricoperto tutto da solo, e di quelle storie, non sarebbe rimasta neanche un’orma visibile.

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Una piccola luce, dal comodino, illuminava la stanza. E, in parte, il quaderno che il ragazzo teneva sulle ginocchia, mentre era a letto, con la schiena poggiata alla spalliera.

In mano aveva una penna, e i piedi, in fondo al letto, erano nudi.

Quel quaderno, era il suo migliore amico.

E lui ci scriveva sopra, cercando risposte.

Non capiva, i pugni che aveva preso a scuola. Non capiva, perché prendesse sempre voti bassi; eppure studiava, tanto.

Non capiva perché, a ricreazione, nessuno si fermasse a parlare con lui. Non capiva perché, se correva, continuava a sentirsi goffo. Non capiva perché nessuno lo volesse alle feste. E non capiva perché sognasse sempre lei che ballava. Da sola però, dentro l’alba di una spiaggia, e perché lui non ci fosse mai, in quei sogni, che però erano i suoi.

E quella sera, il quaderno gli rispose, scrivendo, sulle proprie righe, senza che che lui potesse fare nulla.

Era un ragazzo solo, e nessuno avrebbe creduto al suo quaderno che si riempiva di parole, senza che nessuno le scrivesse. Usciva uno strano chiarore dal quaderno, mentre scriveva al ragazzo, che avrebbe potuto camminare sul filo spinato o volare per i prati a testa in giù. Ogni suo desiderio poteva diventare reale.

Poteva scrivere.

E inventare mondi, in cui non sarebbe stato più, solo.

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Non erano uscite le barche stanotte. Troppo forte, il libeccio.

“La bici”, come chiamava quel vento suo nonno. Con un nome di donna, capace di travolgere con la sua furia, ogni ormeggio, e di alzare onde che spauravano gli scogli.

Avrebbe invece voluto ora essere in mare, facendo forza sui lunghi remi scuri, con la luna che iniziava a calare, e ad essere meno luminosa in cielo, meno scintillante, sull’acqua nera e inquieta.

Sapeva, che, al largo, lei lo avrebbe aspettato.

Emersa dai fondali di corallo e stelle marine, dalle alghe verdi e morbide al suono della corrente, coi suoi capelli di fiore aperto, e il seno nudo, bagnato di storie antiche e giochi.

Avrebbe ascoltato il suo canto; quel canto che lo avrebbe scavato nell’anima, snudandola indifesa, e poi, forse, stavolta avrebbe deciso di buttarsi in acqua con lei, fino a lei, fino a respirare salsedine.

Per sempre.

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Un posto dove iniziare, era quello che cercava; non un posto dove finire.

Quando gli ambulanti rimettono sul furgone le cassette di frutta e verdura rimaste, in terra scivolano torsi, cespi di foglie ingiallite, e sogni che nessuno ha comprato.

La piazza si svuota, mentre nelle case, a tavola, s’accende il televisore, mangiando. E lui invece, camminava lungo il corso, guardando le vetrine chiuse dei negozi, e di ognuno, immaginava cosa poter comprare, per regalarlo ad una donna che lo guardasse, almeno.

Un libro, da leggerle ad alta voce, la sera, per inventare sempre nuovi spettacoli; una goccia di profumo, per capire che la pelle già ubriaca di suo; un fazzoletto, per giocarci come una bandiera da rubare e inseguirsi; un disco, per ballare ogni volta che s’era tristi.

I cantieri, gli sembravano un teatro da riempire di spettatori, e si fermò davanti ad un cancello che aveva sempre pensato di scavalcare. Lo fece, stavolta, graffiandosi le mani di ruggine.

Una ragazza, in un angolo, sotto ad un muro, cantava una canzone; aveva la pelle delle foglie d’autunno e labbra rosse come una carezza senza tempo.

Sedette, ed iniziò ad ascoltare il proprio cuore, battere.

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Io non so definire, il rumore del mare. Talvolta, mi pare un respiro che si posa a riva e chieda carezze, mentre sfiora la sabbia e ci si sperde. Si vede l’acqua immergersi nella sabbia, e mai scomparire, come vorrei tu t’immergessi in me, conservando tutta la tua libertà d’essere.

Altre volte, il mare bussa, sotto la chiglia d’una barca ormeggiata, come fossi tu, che mi chiedi d’uscire e venire con te, fino all’orizzonte, e io ho solo voglia di liberarmi dei miei ormeggi.

Certe notti, urla di tempesta e furore, come tutto il dolore che mi tengo dentro perché non sei con me. E vuole toccare il cielo, il mare, e precipitare giù dall’orizzonte e smettere, d’essere mare, e diventare solo polvere, la polvere del tempo che dura infinito, senza amore.

A me piace il mare di onde, che si gonfia e poi scende, morbido, come il soffio della tua pelle sotto le mie mani, che non fa rumore, ma musica d’archi e conchiglie. Succede quando il vento cambia direzione e cerca la tua luna, e le tue stelle.

Io imparo, sempre un nuovo rumore del mare, quando mi parla e mi trova.

Perché io il mare lo aspetto. Sempre.

Per questo, trattengo il respiro.

Anche ora.

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Ti penso.

Mentre il sole fa sgocciolare foglie passate. E ti penso, mentre la strada non arriva mai.

Ti penso, anche quando metto avanti l’orologio per vedere cosa accadrà domani. Ti penso, perché non ho ancora scritto di te.

E ti penso quando guardo le bacche rosse sui rovi, e anche mentre un falco vola via da me. Ti penso mentre la nebbia diventa nuvole. E ti penso anche mentre il cielo si è stancato di aspettarmi.

Ti penso, mentre chiudo la porta. E dimentico ogni chiave.

Mentre cucino ti penso, e un giorno tornerò ad aver fame.

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S’era messo a parlare agli alberi secchi, di notte. Accarezzava con le dita, le cortecce screpolate dei rami, coperte di muschio giallo e polvere.

E gli raccontava delle farfalle e dell’aria tiepida di primavera. Gli raccontava delle pioggie leggere e dell’arcobaleno.

Cercava d’imitare il canto degli uccelli che, da pochi fili d’erba e zeppi ritorti, costruivano un nido d’ovatta calda.

Circondava i tronchi nudi di abbracci, e voleva immaginare che le sue parole sarebbero state ascoltate.

Guardava le stelle gocciolare luce dal cielo, come sarebbe accaduto sempre, anche dopo di lui, anche dopo quella notte.

Ad alta voce, raccontò delle gemme; delle foglie che, prima di nascere, sono solo sangue che scorre.

E capì, allora, che per traversare l’inverno, avrebbe dovuto, sempre, inventare la primavera.

Anche tra i rami neri, degli alberi freddi, di notte. Anche da solo, come un cane bastardo.

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Ritrovò un vecchio foglio di quaderno, tutto accartocciato, in fondo ad un cassetto. Ci aveva scritto sopra una specie di poesia. Qualche verso in rima, sul Natale, da bambino di poco più di dieci anni d’età.

Quel foglio, alla cena di Natale, davanti ai nonni, ai suoi genitori, alle sue zie, ai cugini, alle cugine, agli zii, era stato letto ad alta voce, non ricordava da chi. Qualcuno lo aveva trovato, e aveva pensato di far conoscere a tutti, quei poveri versi che aveva scritto. A sentir leggere, ad alta voce, le sue parole, ricordava ora, che diventò rosso in volto, e avrebbe voluto scomparire, per la vergogna. Gli sembravano puerili, fuori luogo, sbagliate. Sentiva di non esser stato capace di catturare quella meraviglia, incredula, e commossa insieme, per un bambino poggiato sulla paglia.

Il materasso dello stanzino sul terrazzo, era fatto di steppi di paglia, che bucavano la fodera, ferendogli la pelle, quando ci si stendeva sopra, nei pomeriggi d’estate. Un bambino, come poteva, non soffrire, e sorridere anzi, steso sulla paglia ?

A rileggerle ora, quelle parole, gli mostravano tutta la sua ingenuità.

La stessa che si sentiva addosso ora, che immaginava di poter essere amato.

Prese il foglio di carta, e lo piegò, ricavandone una barchetta. C’era una pozzanghera, sul marciapiede davanti alla sua casa. E lasciò lì, la barchetta, a navigare fino all’orizzonte.

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Ci sono sogni di notte, che servono ad arrivare al mattino. Non sono sogni brutti. Ma nemmeno sogni belli. I sogni belli, spesso, capitano poco prima di svegliarsi. Come fare l’amore con chi si ama, o ritrovare un papà perduto. Che poi, però, il sogno può anche essere bello, ma al mattino diventa luce polverosa che filtra dalle finestre, e vola via, e non ti resta nulla, e invece la bellezza dovrebbe restare; se va via, fa male. Certe volte, fa talmente tanto male, che tutto diventa brutto.

Insomma, ci sono questi sogni, che prendono un treno del Sud, di quelli diesel, e lo fanno camminare dentro un paese, portandosi dietro una parete alta. Un muro di mattoni di tufo seccato e scavato dallo scirocco, che s’incastra perfettamente con i muri delle case costruiti per resistere al mare e alle annate di carestia della campagna. E visto da fuori, questo paesaggio mobile, si muove leggermente dentro un cielo senza nuvole e dentro una terra che alza campanili al cielo e cupole tonde, morbide come un abbraccio. E quando il treno passa, il muro che è andato via, lascia scoperte infinite macchine escavatrici che raspano il terreno e cercano i tuoi ricordi disordinati.

Allora t’accorgi che stai sognando, e che i tuoi ricordi, sono diventati desideri.

C’è un mare dietro quelle mura di paese, e lei nuota in quel mare. E il sogno che doveva portarti al mattino, è diventato bello. E sta per sfuggire via, nella luce.

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S’era chiuso, a chiave, nella sua stanza, in soffitta. Seduto, con le gambe incrociate e i piedi nudi, su una vecchia sedia a dondolo. Aveva indosso un pesante plaid scozzese di lana rossa. Guardava oltre il vetro del lucernario, sui tetti spioventi della città.

Aveva spento il suo cellulare e acceso una musica lontana. Sulla scrivania, un quaderno nuovo e una penna. Una bottiglia d’acqua, un’arancia e un opinel col manico color legno scuro.

Chiuse gli occhi, sognando foto in bianco e nero, e il mare in tempesta, dal lato di tramontana.

Era pronto. Poteva star lì tutto il tempo necessario ad aspettare la fine del mondo.

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Sembrava quasi una cassetta per la frutta. Solo un po’ più grande, e alle estremità era sagomata come un aeroplano. Dietro, una coda da balena, e, davanti, il becco di un’aquila.

Proprio nel centro, si drizzava un palo, in realtà, una sorta di albero maestro, cavo, all’interno e realizzato con legno di fico, che era capace di curvarsi benissimo, senza rompersi mai; all’indietro persino.

Agganciato al palo, con cordami di nylon, leggeri e solidissimi, c’era un velame grande di fiori di soffione trasparente, tenuti insieme da una polvere di miele appiccicoso.

E ci salì sopra.

Era tanto, che il suo aerodesiderio era pronto, e stava aspettando solo il vento di stasera, per partire.

Non gli servivano mappe o bussole; si sarebbe orientato con le stelle, una volta salito sopra le nuvole. E con sé portava solo un vecchio libro letto mille volte, e un binocolo per aiutarsi nella navigazione.

Il vento lo prese, e lo sollevò di colpo, facendolo quasi scivolare via dalle murate, ma subito, con mano ferma riprese il controllo, ed iniziò a volare.

Doveva volare veloce, e doveva arrivare, prima del sole, al domani. Trattenendo il respiro anche, per essere più leggero e rapido più del baleno.

Perché doveva modellarlo, il domani, perché aveva bisogno che domani, fosse proprio come lo aveva sognato, respirato, immaginato, sfiorato, visto, ricordato, inventato. Amato.

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Una intera notte senza dormire. Soffocato dal mal di gola, dal naso chiuso, e dal cuore che gli tendeva le gambe come un arco sul punto di spezzarsi.

Eppure aspettava il mattino.

Con la fede ingenua di chi crede ad un nuovo giorno. Di chi immagina un treno in partenza, o una telefonata che accenda la luce.

Sentiva freddo, ma camminava a piedi nudi per casa, per sentire la terra girare nell’universo, e le radici degli alberi cercare acqua per la primavera.

Aveva anche mal di testa, ma canticchiava una vecchia canzone di Dylan, mentre spremeva un’arancia e aspettava il caffè profumare l’aria.

Immaginava di parlare con Babbo Natale, e provava a spiegargli che, per quest’anno, non avrebbe voluto nessun regalo.

Solo una cosa, avrebbe chiesto. Che gli fosse ancora possibile immaginare un giorno nuovo.

Ogni giorno.

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Un giorno, l’aveva vista ballare.

La stanza aveva tutte le finestre chiuse, e lei si muoveva, in uno spazio stretto, tra una panca ed un armadio. Si muoveva piano; accennava ad essere una leggera onda di mare, che saliva su uno scoglio, accarezzandolo, e poi fuggiva via, lasciando però gocce d’acqua che il sole scintillava e scaldava, perché di lei ci fosse ricordo, sempre, e per sempre.

Quella volta, che l’aveva vista ballare, gli era sembrato si fermasse il tempo e gli scomparissero da dentro le parole.

Quando si guarda un fiore che nasce, non vengono parole da dire; si sente solo la gratitudine d’essere lì.

Gli venne in mente, quella volta che l’aveva vista ballare, mentre guardava un quadro di Renoir. Lei, gli aveva sempre fatto venire in mente opere d’arte che trapassavano il tempo. E sempre, sentiva acuta la consapevolezza che non sarebbe mai stato capace di trovare le parole necessarie a raccontarla.

Forse per questo, adesso, cercava una musica, alla radio, mentre sul vetro dell’auto, con un dito, disegnava la curva dei suoi fianchi.

Che ballavano, piano, con movimenti che riempivano l’aria di scintille.

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Il bambino correva, nel giardino davanti la chiesa, tra le panchine e i vialetti sassosi. Correva perché voleva guardare il mondo e sbatterci contro. Sentirne la polvere e l’odore verde delle siepi. E perché voleva essere libero, dalle mani della mamma.

Doveva fermarsi, certe volte.

Dal naso colava sangue.

Era rosso più rosso dei papaveri, ed in bocca aveva sapore di ferro caldo. Era strano guardare quel sangue, su un fazzoletto bianco. Era come se stesse colorando fiori e tracce di sole. Disordinatamente e gioiosamente. Il bambino non aveva paura del proprio sangue. Alzava la testa e lo sfidava a fermarsi, mentre quel sapore di cuore estroverso gli inondava la gola.

Ora, il sangue gli cola sulle parole dei libri e sulle mani rugose e vuote. E gli sembrano gocce di notte che cerchi alba. Resta rosso il suo sangue.

E allora si veste, ed esce nella notte, e va a cercarsi un giardino.

Per correre, libero di inventare il mondo, anche se il cuore gli sgocciola rosso dal respiro.

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Il semaforo, s’era fermato a guardarla.

Era diventato rosso, apposta. Anche se gli sarebbe toccato d’esser verde, e l’intero incrocio, era sgombro d’auto, mentre lei, semplicemente, sorrideva.

Un intero albero fece piovere tutte le sue foglie, che avevano, sin lì resistito all’autunno, perché il suo sguardo, faceva sentire l’anima nuda.

Dentro il cortile d’una scuola, dei bimbi che giocavano a palla, la tirarono oltre le inferriate, perché lei, raccogliendola, gliela restituisse, e potessero così, toccare qualcosa che anche lei, aveva toccato.

Il cielo stesso, iniziò ad oscurarsi, geloso che qualcuno potesse approfittare della luce e guardarla.

Io… io ero troppo timido, anche per pensare d’avvicinarmi, e mi limitai a pensare di voler essere un pettirosso che cantava.

Così, solo perché magari, lei, sorpresa, avrebbe potuto girarsi verso di me.

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Il bambino correva sul molo, dal lato di tramontana. Era entrato di nascosto, da un buco nella rete di recinzione del cantiere navale.

Arrivò fino al confine col mare, dov’era una luce, rossa, che tremava sotto il vento, e il buio della sera inoltrata.

Il bambino s’era coperto bene, con un cappelluccio di lana e i guanti. E s’era portato due arance, e un pezzo di torrone bianco duro, con le mandorle.

Non aveva orologio e non sapeva, quando sarebbe arrivata la mezzanotte.

O forse invece, lo sapeva.

Mezzanotte, sarebbe stata quando avesse visto in cielo, da lontano, la slitta di Babbo Natale .

E quando suo nonno sarebbe rientrato in porto, con la sua barca, remando tra le onde.

E anche se mezzanotte non fosse arrivata, il bambino, avrebbe augurato un bellissimo Natale al mare, e al cielo di stelle e luna, e al torrone dolce e alle arance, a tutto il mondo, e alla sua solitudine.

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Lei accese una candela, dentro la notte di luna che iniziava a calare, verso levante, dove il sole sarebbe sorto, la mattina dopo, forse.

Era una candela flebile, e bianca, e lei ne proteggeva la fiamma, mentre accendeva altre candele, disposte in cerchio, nella radura di un piccolo bosco, ai piedi di una montagna grande, e silenziosa.

Aveva conservato bucce seccate d’agrume, e le sparse su una catasta di legna, nel centro dello slargo. E sempre col fuoco di quella candela bambina, accese le stoppie seccate, poste a base della catasta di legno, che iniziò a scaldarsi, e a fumare.

Le vampe di fuoco, aspre come un vino rosso non ancora maturo, iniziarono a far gemere la legna, e un vento leggerissimo rendeva farfalle incerte le fiamme delle candele.

Allora lei iniziò a cantare, danzando intorno al fuoco. Un salmo rotondo e ipnotico; rivolto al cielo, e alle divinità della terra e alle ninfe d’acqua, e del mare alle onde frizzanti.

Chiedeva che il suo uomo smettesse di morire; smettesse di fuggire via dai suoi baci sapore di ciliegia e erba fresca e pioggia dolce, e tornasse da lei uomo, valido e in forze, senza incertezze e paure.

Posò sui suoi capelli biondi, la mano un dio d’Averno, e le concesse un giorno ancora, da vivere e inventare, insieme a lui.

E lei scelse d’essere in uno di quei giorni scomparsi dal calendario, centinaia d’anni fa. In quei giorni, non si sarebbero mai spente, le fiamme delle candele.

E mai lei, avrebbe lasciato le mani del suo uomo.

Di notte, in quella radura, i raggi di luna, hanno sempre sapore d’agrume.

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La casa era talmente piena di persone, che, dal marciapiede fuori, non si riusciva a scorgere la porta d’ingresso. L’intero giardino, entro la cancellata, era colmo di persone che ridevano, ballavano musica ska, e fumavano. Qualcuno, in strada, sul cofano piatto di una Opel Ascona, aveva disposto il sabot con tutte le carte, ed era iniziata una vociante partita di baccarà. Una ventina di persone puntava soldi, sui lati del cofano, ed in mezzo, erano due ragazzi a reggere il banco.

Mezzanotte era vicina, e in tasca gli erano rimaste ventimila lire, sufficienti l’indomani, a comprarsi un 33 giri che, da tempo, aveva visto al negozio dei dischi, senza mai poterselo permettere. S’avvicinò al cofano dell’auto, e, mentre tutti intorno puntavano cinquecento o mille lire, lui prese i due pezzi da diecimila, e li poggiò su uno dei lati, chiedendo d’essere servito. Pensava al disco, ma pensava anche che, entro qualche minuto, sarebbe stato il due gennaio, il giorno del suo compleanno, e se avesse vinto quella giocata, pensava, forse quella ragazza lo avrebbe cercato. Immaginava che gli telefonasse, a casa, e gli proponesse lei, d’uscire insieme. Immaginava che, se fosse accaduto, tutta la sua vita si sarebbe illuminata di sole, per sempre. Aveva due figure in mano, zero. Ma poteva chiedere ancora una carta. Uscì un otto di cuori e aprì le carte sul cofano, sorridendo.

Solo un nove, avrebbe potuto batterlo.

Toccava al banco ora, aprire e guardare le carte. La musica arrivava forte, dalla casa. Ragazzi e ragazze ridevano, e parlavano ad alta voce. Le luci ferivano gli occhi.

E lui guardava tutto, intorno, senza sentire alcun rumore. Solo uno scatto metallico, lontano, come di una pistola che veniva armata prima di sparare.

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” Perché somiglia il corvo, ad uno scrittoio ? ”

Chiese il Cappellaio Matto, ad Alice.

Forse perché un telefono cellulare acceso di notte, può permettere di sfiorare un sogno volante. O perché una barca a remi, somiglia ad una nuvola ventosa. O magari perché arrampicarsi su un albero permette di cogliere le stelle.

O forse perché una piuma nera, d’inchiostro di corvo, consente di scrivere sul piano inclinato d’uno scrittoio trasparente, come una finestra affacciata su un castello in cima ad un monte nevoso, in bilico su un mare di tempeste e sirene.

E scriverebbe parole d’amore mai udite o pensate, e nemmeno sussurrate in un abbraccio perduto o gridate dopo una corsa senza fiato a piedi nudi su un prato di primavera.

Le cose lontane tra loro si somigliano, forse, perché tutte percorse da vene e cuore e passi su questa terra. Purché si sappia guardare. Purché s’abbia coraggio d’uscire dalle proprie pigre certezze.

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Aveva bisogno d’un carro, per cambiare città, portando con sé le proprie cose, le più importanti almeno.

Ma non era un uomo ricco, e neanche potente. Né poteva chiedere aiuto ai suoi amici. I loro carri erano tutti impegnati per il lavoro nei campi, e non potevano essere prestati per lungo tempo.

Lontana, era la città dove aveva deciso d’andare a vivere. Si chiamava Galatea, ed era nota per un suo fiume che la traversava, d’acqua rossa, che si raccontava fosse il sangue di due innamorati, uccisi da un dio invidioso. Aveva scelto d’andare così lontano perché voleva mettersi alla prova, e comprendere se, da solo, senza nessuno conoscere, avrebbe potuto trovare di che vivere, e diventare grande.

Guardò in cielo, e lo trovò, un Grande Carro di stelle fiammeggianti, e, anche se non possedeva cavalli da aggiogare, lo prese, dal cielo notturno e lo porto’ fino a terra, ed iniziò ad empirlo.

Caricò le parole, quelle che avrebbe voluto ascoltare, ma non gli erano mai state dette; e poi caricò gli abbracci, quelli ch’era riuscito a dare, e quelli che gli erano stati negati; e poi caricò la musica, tutta quella che poteva, per le notti che si figurava solo, davanti ad un fuoco stento; e poi caricò tutte le storie che ancora avrebbe voluto attraversare, e tutti i mari per cui aveva sognato di nuotare. Caricò il suo cane Cronos, uno cui piaceva davvero perder tempo e farsi carezzare parecchio. Di sogni, gliene erano rimasti pochi, e se li mise in tasca. Per bere e mangiare, contava sulla fortuna del proprio cammino.

Mise le mani sulla lunga stanga del carro e, con gran fatica iniziò a camminare, piano, un passo per volta, come una goccia d’acqua che scivoli dal tetto quando smette il gelo e primavera torna.

Si lasciò alle spalle il suo passato iniziato appena. E non cercava il futuro. Quello sarebbe comunque arrivato a prenderlo.

Cercava uno specchio, un vero specchio di lucido bronzo. Che finalmente gli svelasse, col proprio volto, la propria anima da mettere alla prova.

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Ci aveva pensato molto.

E poi, aveva deciso di farlo. Si chiuse a chiave, nella sua stanza, e prese un foglio del quaderno più bello che avesse, e prese la penna più bella che avesse, e che meglio di tutte lasciasse i suoi segni sulla carta. E provò a scrivere, in bella grafia.

L’indomani, sarebbe stato l’ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze di Natale.

Era la sua compagna di classe, in quinta elementare, e tutto quello che potè scriverle, si limitava a dirle che era, ai suoi occhi, bellissima, e a chiederle, se volesse, lei, proprio lei, fidanzarsi con lui.

In fila nel corridoio, pronti per ascoltare la campanella che segnava l’uscita da scuola, fece in modo d’avvicinarsi a lei, e, nella confusione, senza farsi scorgere da nessuno, riuscì a consegnarle il suo bigliettino, e a pregarla di leggerlo. Poi, scappò via, e uscì da scuola prima di tutti gli altri. Traversò la strada e si mise davanti al portone d’ingresso della scuola, per cercare d’indovinare le sue reazioni.

Lei uscì da scuola, prese il biglietto di carta, lo aprì, lo lesse, e lo accartocciò, buttandolo via, in terra. Senza una parola.

Trascorsero i giorni di festa, e il primo giorno di scuola dopo la Befana, lui non entrò in classe.

Aveva con sé il suo quaderno più bello, e la sua penna migliore, ed iniziò a scrivere sulla carta. Fuori da scuola.

Scriveva d’essere vestito di stoffe di seconda scelta, e scriveva di non avere risposte pronte; scriveva d’essere capace di sorridere. E scriveva che non voleva appartenere a nessuno.

Prendeva i bigliettini che scriveva, e li nascondeva per la città.

Nel nodo di un albero. Nel buco nascosto di un muro. Sotto un vaso di fiori di un davanzale. Tra i pacchi di pasta allineati di un supermercato. Tra le arance di un fruttivendolo.

Consumò tutto il quaderno, così, ma non le asciugò tutte, le sue lacrime.

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Arriverà una donna.

Dal lucernario sul tetto, o dal comignolo fino al camino. Magari dalla finestrella in alto della stalla, o da sotto il banco di una classe. Magari dalla porta d’ingresso, ma senza chiave. O dalla cantina, piena di polvere e ragnatele.

Avrà fatto grande strada, volando sulla sua scopa di saggina. Avrà schivato cavi della luce e lenzuola stese. Antenne satellitari e pennoni d’albero maestro. Cime aguzze d’Appennino e pianure seccate dall’arsura.

Non si sarà fermata un attimo, per tutta una notte di tempo dilatato e sospeso.

E allora, le andrebbe lasciato qualcosa. Per rifocillarsi, per placare la golosità o per galanteria. Per gratitudine o per strapparle un sorriso.

Un bicchierino di rosolio distillato da poesie d’amore. Una collana di mandarini, così profumati che i gatti si mettono a volargli intorno. Una scorza di cioccolata alla castagna di montagna. Un sacchetto di liquerizie pepate, che, al bisogno, possono essere usate come combustibile per la scopa.

E un cesto pieno di petali di tulipano, d’ogni colore; perché io sono innamorato della Befana, e so che è un fiore che le piace.

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Quel mattino, si svegliò più tardi del solito. Forse l’idea di non dover andare in Università, era rimasta ad aleggiare nella stanza dove dormiva, e l’aveva respirata, a notte, convincendosi che poteva permettersi di non dover essere alle sette del mattino alla fermata del primo tram, per poi prendere il secondo in Duomo, e scendere a Sant’Ambrogio, prima di fare qualche passo a piedi, che lo portasse in Facoltà.

Sapeva, svegliandosi, che non avrebbe trovato regali. La Befana, col compimento della sua maggiore età, aveva dimenticato il suo indirizzo. E forse fu per questo che, quel mattino, che avrebbe dovuto essere di vacanza, una volta sveglio, aveva deciso d’andare a correre, lungo il percorso del tram, da Piazzale Corvetto in poi.

La nebbia di Milano, gli era sempre sembrata una ovatta tenera e protettiva, e quel mattino però, aveva un tenue colore giallastro. Forse, in cielo, c’era il sole, e non riusciva a scendere a terra.

Ad un angolo di Corso Lodi, poco prima della piazza, un gruppo di operai, innalzava striscioni, bandiere, e distribuiva volantini. Era un giorno di festa, forse per questo, nessuno si avvicinava loro, ma, da lontano, gli parve una situazione molto triste, rassegnata. La loro fabbrica chiudeva, e al suo posto sarebbe nato un nuovo grande centro direzionale. Milano cambiava. Qualcuno restava indietro.

Si fermò a parlare con loro, ad informarsi, a manifestare la propria solidarietà. A chiedere se potesse dar loro una mano.

Tornò a casa, giusto in tempo per ricevere una telefonata dalla sua ragazza.

Quel mattino, la sua ragazza gli raccontò che stava con un altro, e che la loro storia, finiva lì.

Forse per questo, da allora, non aveva mai più amato molto i regali.

Anche se continuava a ricordare i trenini che, un tempo, la Befana si ricordava di portargli.

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Aveva dovuto aspettare la fine delle feste, per essere dimesso dall’Ospedale. Giusto il tempo in cui tutte le regolarità amministrativa sarebbero state rispettate, nonostante la sua situazione sanitaria fosse definita già da qualche giorno.

Sapeva, da tanto tempo, che una linea di possibilità lo collegava al nonno che aveva tanto amato. Camminare portando in sé una specie di bomba che avrebbe potuto attivarsi in qualsiasi momento, o restar ferma, a ticchettare innocua come un orologio da polso lasciato in un cassetto.

D’altra parte, pensava, è il vivere stesso, che è così. Tu cammini, e non sai mai se un vaso di fiori possa caderti in testa dal balcone di un dodicesimo piano. Sorrideva, pensandoci.

Sentiva un po’ di fame, mentre raccoglieva le sue cose nella stanza d’Ospedale, e lasciava girovagare il pensiero, intorno a tutto quello che avrebbe voluto fare, da lì in poi. Leggere, scrivere, trovarsi amici, innamorarsi di una donna che desse senso ad ogni respiro che gli rimaneva. Viaggiare, costruire castelli di sabbia e ascoltare musica in un bosco. Perdersi dentro le città. Aiutare tutti quelli che poteva. Trovarsi un cane, grosso, pieno di pelo e di voglia di correre. E nuotare. Voleva nuotare tantissimo, fino ad arrivare dove il fondo del mare era così nero, da fare paura. Andare a visitare tutti i musei che poteva, e a vedere tutte le partite possibili dentro uno stadio, in mezzo alla gente. Imparare a fotografare per inventare la realtà. E restare in silenzio perché non aveva più voglia di spiegare nulla.

Uscì dall’Ospedale. Pioveva.

Non c’era nessuno, ad aspettarlo.

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S’era seduto sulla sabbia, e aveva portato le ginocchia al petto, per proteggersi dal vento, e le teneva strette, circondandole con le braccia. Il mare urlava vento da ovest, con un rombo continuo, che strappava le onde, senza respiro. Il cielo era pieno di nuvole che, prima ancora dell’alba, si muovevano basse, e grigie, come un fumo di legna fresca e odorosa. Aveva poco senso, voler aspettare l’alba davanti ad un mare che guardava a occidente, verso il tramonto. Il sole sarebbe sorto alle sue spalle quasi, e, con quel tempo, non ne avrebbe visto nemmeno i riflessi rosa sull’acqua. Ma solo quel buio, diventare ferro, pian piano, fino a poter distinguere il bianco della schiuma di onde.

Quel giorno però, voleva essere lì, prima d’andare a lavoro. Voleva fare una cosa che non poteva fare.

Quando l’orizzonte iniziò a schiarirsi, come se quel debolissimo calore gli permettesse di poter sognare, cercò un sasso bianco, e piatto. S’agapo’, pantote. Ci scrisse sopra, con una matita tenera. Ricordando un vecchio libro letto da ragazzo.

S’alzò, col sasso in mano e s’avvicinò al mare. E con forza, lo tirò lontano, pregando che, un giorno, una donna lo raccogliesse, tra mille anni, e immaginasse chi lo avesse scritto, e perché lo avesse scritto, e perché, lo avesse affidato al mare, scuro come il vino.

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Era salito sul bus, all’uscita da scuola. E lei era già lì, dentro, circondata da altri ragazzi, forse compagni di classe, che parlavano con lei. Forse era salita alla fermata davanti all’Istituto Magistrale.

Lui si mosse, per andare a timbrare il biglietto. E incrociò i suoi occhi. Quelli che cercava sempre, ogni giorno, alla fine delle lezioni. Non distolse il proprio sguardo, stavolta. Restò a fissare i suoi occhi di castagna vivace, incatenato.

Gli sembrava d’essere una rondine, che virgolava l’aria, su un campo pieno di fiori, appena sbocciati. Ne sentiva il profumo. D’ognuno di loro, e d’ognuno di loro, sentiva i petali carezzati dal vento, e scorrere l’acqua fresca di una cascata, tra sassi bianchi, e levigati, dolci, sotto il sole.

E sentiva le sue mani, diventare calde, nonostante il freddo fuori, e doveva tenerle ferme, per non abbracciarla, come una musica, un ballo che li portasse via, galleggiando, fuori dai finestrini del bus, fino alle nuvole e oltre.

Avrebbe voluto che lei gli dicesse una parola. Una sola.

Lei scese dal bus, la fermata dopo. E lui, nonostante fosse atteso a casa, scese la fermata subito dopo, e corse, tornando indietro, verso il percorso appena fatto, fino alla fermata dove lei era scesa. Ma lei non c’era. E iniziò a correre allora, tra vie e palazzi, cercandola, provando a immaginare dove vivesse.

Senza trovarla.

Domani, domani avrebbe cercato ancora i suoi occhi. E sarebbe sceso alla sua fermata. E le avrebbe parlato.

Perché solo così, l’inverno, sarebbe finito.

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Era notte, alta ancora. Gli orologi giravano solo per sé stessi. Non c’era nessuno, a fargli fretta, o a guardarli.

Fu strano perciò, svegliarsi. Stava turbando una quiete che non gli apparteneva: quella del tempo che riposava, per portarlo sino al mattino dopo. Non c’era nulla di pronto, per lui. Non un caffè e neanche un vestito, o le chiavi dell’auto, per uscire. Se non si fosse sentito perfettamente sveglio, avrebbe potuto pensare d’essere appena entrato nella vita di qualcun altro, lasciata lì, appesa e irriconoscibile.

Poi però, sentì dolore alle gambe. Una specie di illividimento, che gli fece pesare la propria materialità corporea, esistente. E seppe che la prima emozione del nuovo giorno, era il dolore. Non gli piacque.

Allora prese ogni orologio di casa, e a ciascuno tolse le pile, fermandolo. Con un piccolo cacciavite, fece lo stesso persino col suo orologio da polso.

E così voleva fermare il tempo, fino al momento in cui ogni dolore fosse scomparso. Solo allora, avrebbe rimesso tutto a posto, e consentito alla notte di arrivare fino al giorno.

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Nonostante il freddo, voleva sedere ad un tavolo fuori dal locale.

Era solo, e scelse un piccolissimo tavolino tondo accostato alla vetrata esterna del bistrot. Sedette, sbottonando appena i primi bottoni del suo cappotto di lana nera, ed accavallò le gambe, guardandosi intorno. Il traffico correva a una decina di metri di distanza, sulle corsie centrali del boulevard, e le luci dei lampioni e delle insegne colorate dei locali, tremolavano il buio, come candele soffiate al compleanno d’un bambino.

Ordinò una birra scura.

Aveva un gusto rossastro e leggermente amaro; era buona, come il ricordo di un bacio. Il cameriere gli chiese qualcosa, che non comprese bene. Il suo francese non era esattamente una lingua corrente. Abbassò la testa e fece un gesto con la mano, annuendo. Poteva portar via la sedia; non aspettava nessuno.

O meglio, aspettava qualcuno che non sarebbe mai arrivato. E, proprio per questo, chiamò il cameriere e gli chiese di riportare la sedia, e di servire anche una bibita gassata. Lei non beveva alcoolici.

Lei non sarebbe venuta, ma lui l’avrebbe aspettata. In fondo, Parigi, è un posto splendido, per vivere amori inventati, pensava.

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Era un semplice soldato, con indosso un’armatura povera. Una lastra di bronzo sul petto, e un’altra, più piccola, sulla schiena, tenute insieme da strisce di cuoio morbido. E una specie di vaso slabbrato che portava sulla testa, allacciato sotto il mento, con una corda di canapa.

Ed era in fila, insieme a tutti gli altri, e si sentiva pronto, e tranquillo. Sapeva, che dietro di lui, a comandare l’assalto, erano scesi sul terreno, il suo re, e la sua regina. Una volta, l’aveva vista, la regina, da vicino. Ed era bellissima. Aveva lunghi capelli biondi, e, sotto il corsetto, ad ogni respiro, il suo seno pareva voler volare via, come certe colombe bianche, che dopo essere arrivate sui tetti, tornano tra le mani, per farsi accarezzare. Ed essere stato guardato dalla regina, lo faceva sentire sicuro di vivere, e d’essere importante.

La battaglia iniziò quasi in silenzio, con piccoli movimenti, persino timidi, dei soldati, ma, presto, arrivarono i cavalieri, e i nobili coperti da pesanti armature scintillanti. E il frastuono oscurava il sole. D’improvviso, ci fu un istante di silenzio. Era la regina a parlargli, proprio a lui, e gli ordinò di muovere, in una direzione e contro un nemico che lo avrebbe sicuramente portato a morte, senza scampo.

Sacrificio di pedone, si chiama.

Mentre andava contro il cavaliere che lo avrebbe ucciso, teneva le braccia basse, senza pararsi. A nulla, valeva vivere, se la sua stessa regina, gli aveva ordinato di morire.

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Il cuore che batte, somigliava ad un orologio antico, e pareva fermarsi, talvolta, come se stesse riflettendo, se segnare ancora il tempo, o affondare nella polvere. Camminava con estrema cautela, strisciando i piedi, ma senza mai guardare in terra; dritto, davanti a sé, inseguendo una stella lontana in cielo, all’angolo, tra due tetti alti, e ombrosi, nonostante le luci tremolanti dei lampioni a petrolio.

Cercava di tenersi dritto, senza essere rigido, e avrebbe voluto essere leggero, come un prigioniero che abbia scontato la sua pena e fosse libero, innocente, di nuovo. Ma si sentiva invece un peso dentro. Presto avrebbe dovuto partire, e non avrebbe potuto vederla, mai più.

Per questo, quella notte, chi avesse camminato per strada, e si fosse accorto di qualche ombra strana, e fugace, avrebbe potuto, alzando gli occhi, vedere un uomo che, proprio sotto la luna, camminava, oscillando appena, nel vuoto, in equilibrio su una corda. Era un uomo felice, che stava per arrivare alla finestra dietro la quale dormiva una principessa prigioniera, e disperato, perché non poteva liberarla dai suoi carcerieri, e doveva anzi scappare via, dalla città, inseguito e ricercato.

E sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe potuto vederla, da lontano, con le dita poggiate sul legno della finestra scura, senza poterla toccare, senza poter sentire il suo profumo, senza poter accarezzare il suo respiro.

Quella notte, chi avesse guardato dalla strada, in alto, avrebbe sentito arrivare un refolo di vento veloce, e forse avrebbe visto volar via qualcosa, oltre le cime degli alberi, fino al confine di un giorno nuovo.

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C’erano tante persone in strada.

Camminavano in coppia, ordinate, coi cani al guinzaglio. O i bimbi, vicini. Si fermavano talvolta, a parlare tra loro. Qualcuno alzava leggermente il cappello, salutando.

E c’era questo tipo strano, vestito tutto di nero, che camminava con una chitarra in mano. Suonando accordi stridenti e cantando ad alta voce, versi senza rima.

Cantava per sé forse. Forse per un vento lontano che portava oltre le montagne, o forse per chiamare la pioggia, che tutto avrebbe lavato via. Si sentiva che era alle prime armi, incerto, ma anche appassionato.

E la cosa ancor più strana, era che non chiedesse elemosina, e nemmeno cercasse attenzione.

Suonare, e cantare, sembrava solo una sfida; tra lui e il cielo.

Si fermò, nel mezzo della strada, e, con la chitarra in mano, iniziò a guardare le persone che passeggiavano. Con insistenza. Tanto che, qualcuno, allontanava i bambini, perché non gli camminassero vicino.

Fu lui però ad avvicinarsi, ad una ragazzina coi capelli rossi, quattordicenne, forse. E s’avvicinò porgendole la chitarra, senza che lei si ritraesse. Gliela regalò. Dicendole che lui non avrebbe mai suonato meglio di così, ma lei invece, avrebbe potuto suonarla molto, ma molto meglio.

E scomparve, come se fosse una nuvola di fumo, come un gatto che avesse cercato la notte.

Sui muri della città, comparvero scritti, dal nulla, i suoi versi senza rima.

“M’hai chiesto di non sentirmi un perdente, e io dovevo capirlo, che era perché tu mi guardavi”.

Da qualche parte nel cielo, le nuvole s’abbracciavano.

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Aveva una curiosa mania.

Di ogni notte trascorsa, disegnava i suoi sogni su fogli blu. Non sapeva bene perché accadesse, ma i suoi sogni erano quasi tutti, pieni di blu. Blu mare, blu cielo di montagna, amore blu, morte blu, giostre blu, finestre blu, navi con il cordame blu, pesci blu come balene blu.

Giacche blu, qualche volta, Biechi Blu.

E di ogni sogno, appena sveglio, tracciava un rapido disegno, e, subito dopo, incollava il suo foglio, piccolo in verità come una cartolina, sulle pareti della sua stanza da letto.

Provava a difendersi così dal vuoto.

Perché c’era un solo sogno, che davvero gli facesse paura e che tornava ogni tanto, a rompere le sue notti. Il sogno della paura blu. Un sogno in cui lui era su una sedia, da solo, nel mezzo di una stanza immensa color buio blu, e non poteva mai alzarsi, da quella sedia, per quanto si sforzasse. E mentre era seduto, prigioniero, lo raggiungevano urla terribili, fisicamente consistenti, che gli passavano accanto, e addosso, rimproverandolo, dei suoi errori e delle sue colpe, e ferendolo, e le sue ferite erano lividi blu, dolorosi, da cui non aveva tregua.

Una notte, mentre era davvero distrutto e pesto, pensò che stava solo sognando. Che era tutto solo un sogno brutto. Si svegliò allora, e capì che l’unico dolore vero, era quello dell’amore che gli era negato, ma senza sua colpa.

E non sognò più, la sedia da cui non poteva liberarsi.

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Si presentò direttamente in reparto, all’Ospedale.

Attese dietro la porta, perché si aprisse, all’orario fissato per le visite. E, appena la porta fu aperta, entrò. Cercò la sala riservata ai medici. Bussò, e gli venne risposto di entrare.

Nella sala, sedeva, dietro una piccola scrivania, un medico, coi capelli bianchi ed i baffi, ed erano in piedi, due dottoresse giovani, entrambe con gli occhiali.

Chiese scusa del disturbo.

E domandò, sottovoce, con un pizzico di vergogna, quante volte, potesse rompersi un cuore.

Il medico, non comprendeva, il senso della domanda, e se la fece perciò ripetere. E lui spiegò, d’avere il cuore spezzato, ma che non era la prima volta che accadeva, ed era preoccupato, e voleva sapere cosa potesse accadere, se il suo cuore, ancora, fosse stato ferito, colpito, frantumato.

Una delle due dottoresse giovani, sorrise, e lo rassicurò.

Certe rotture, il cuore, sarebbe stato in grado di ripararle da solo, disse, senza bisogno di intervento medico.

Lui la ascoltò. E poi, andando via, ringraziò e si scusò del disturbo.

Non credette molto, a quel che gli era stato detto.

Il suo cuore, gli faceva davvero male.

Pensò che forse aveva sbagliato a rivolgersi al reparto di cardiologia. L’indomani, avrebbe provato a parlare con un medico del reparto ortopedia.

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Salì sul bus.

In realtà, non sapeva bene, dove andare. Per questo, scese al capolinea, appena fuori città. Poi, si guardò intorno. C’era una strada che si perdeva tra le montagne, lontano.

Allora, decise di iniziare a camminare. Verso quelle montagne lontane, ma, in realtà, non sapeva bene, dove andare.

Per questo, percorsi alcuni chilometri, decise di fermarsi. Da lontano, vedeva la città stendersi nella valle. Provò ad immaginare, dove fosse la propria casa. E si accorse, che non riusciva ad orientarsi.

Forse fu per questo, allora, che riprese a camminare; per andare un po’ più in alto, e magari riconoscere qualcosa di quello che aveva lasciato. E quando vide una roccia alta, sul fianco della strada, decise di arrampicarsi.

E quando arrivò in cima, tornò a cercare la città con lo sguardo.

Ma ora, la città era nascosta ai suoi occhi, dalla collina che aveva camminato, dalle curve, dalle cime degli alberi.

Forse fu per questo, che immaginò d’essersi perso.

E si sporse, dalla cima della roccia che aveva scalato. Pensò che avrebbe saputo volare.

Fino a casa.

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Il sole, sembrava una impalpabile caduta di luce, polverosa, e mossa appena dal vento.

Restò a guardarla, leggermente intontito.

Non era stata una grande idea, provare a dormire nel primo pomeriggio.

S’era svegliato al suono di un incubo. Un sogno brutto, una paura.

Qualcosa che sembrava nascere da dentro i suoi desideri più profondi e belli, e rovesciarli totalmente, mostrandogli l’altra faccia della Luna.

Desolata, solitaria, mai illuminata e gelida.

S’alzò allora dal letto, andò in bagno, e lasciò correre l’acqua fredda, fin quasi a riempire il lavandino. E vi immerse il volto, con gli occhi aperti, senza respirare. Restò così, per quasi un minuto. Si rialzò gocciolando. S’asciugo’.

E fu allora che s’accorse d’essere rimasto a letto.

Forse stava sognando. Forse sognava d’essere in un sogno. Forse stava cercando di scappare, da un brutto sogno.

Forse non s’era ancora svegliato.

Cercò un modo per tornare alla realtà.

Chiuse gli occhi, e provò a immaginare un bel sogno.

Il sole sembrava una impalpabile caduta di luce, polverosa, e mossa appena dal vento.

L’ombra di lei, che era andata via, sembrava avergli lasciato un livido, in mezzo al petto.

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Sulla pietra porosa del muro, si scorgeva una macchia, parzialmente coperta dall’intonaco, che si staccava come una vecchia crosta, su una ferita giovane.

Facendo forza con le dita, iniziò a toglierne pezzi sempre più grandi, che cadevano in terra sbriciolandosi e traversando i raggi di sole pomeridiano, entro i quali galleggiavano miriadi di polverosi frammenti colorati.

Lentamente dal muro, emergeva un disegno elegante, slanciato, evidentemente antico. Era una donna, che indossava una toga, lievemente trasparente, che le fasciava il corpo, armonico, pieno, ritratto con una leggera torsione, forse il movimento di un ballo, forse il tentativo di coprire la propria dolcissima nudità, fragile, appena accennata eppure tanto sconvolgente che l’uomo non osava toglierle di dosso gli ultimi frammenti di colore, timoroso d’offenderla, se l’avesse toccata davvero.

Restò un istante a guardarla, allontanandosi dal muro. Gli pareva di sentirne il respiro, e il movimento delle braccia, e notò il naso, leggermente arricciato, che dava al volto una espressione di piacere abbandonato e silenzioso.

Non sapeva cosa fare, stordito, da quella inattesa scoperta.

Sedette in terra, portò le ginocchia al petto e le cinse con le braccia, restando fermo a guardarla.

Avrebbe solo voluto che uscisse dal muro e gli parlasse. O che gli permettesse d’entrare lui, in quel muro, fino al tempo dei tempi.

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Posò i piedini nudi sul pavimento. Il bimbo teneva una mano sul letto ancora caldo, e con l’altra si stropicciava gli occhi, cercando di vincere il sonno, ed il buio intorno. Era notte alta, ancora. Dalle finestre filtravano deboli aloni di luce dalla strada, e il bimbo iniziò a camminare. Percorse un lungo e stretto corridoio e trovò, cercandola con le mani, la maniglia della porta che cercava, e l’aprì. Una lunga scala, portava al tetto della casa, piatto; una grande terrazza su cui era steso un grosso strato di bitume, che impediva infiltrazioni d’acqua. Il bimbo arrivò fino in cima alle scale, e uscì sulla terrazza. Faceva freddo, e ancor più freddo sentiva sotto i suoi piedi nudi. Dalla strada arrivava il riverbero della luce dei lampioni, e il lontano abbaiare di un cane. Il cielo era colmo di stelle, che il bambino guardava, cercando di fermare con gli occhi, quelle lucine fuggenti, che parevano pulsare e spegnersi, o spostarsi, poco distante, con movimenti impercettibili. In un angolo del terrazzo, c’era un vecchio ciuchino, di plastica rossa sbiancata dal sole, che si reggeva su quattro ruotine celesti. Il bimbo ci monto’ in sella, ed immaginò di camminare per una strada scoscesa di montagna. Il ciuchino sentiva la fatica, cigolando lentamente, fin quando il bimbo non si fermò e gli carezzò il muso. E allora il bimbo immaginò che il ciuchino crescesse, d’improvviso, e gli spuntassero le ali. Un ciuco volante, con il pelo rosso come una mela e le orecchie lunghe e simpatiche, libero di arrivare fin sopra la luna e di correre per prati verdissimi.

Un po’ sgraziato, e timido, e curioso, come un bimbo, a piedi nudi, di notte, su un tetto, dentro un cielo freddo, e solo.

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Camminavano insieme, in un sottovia. S’intravedeva una luce, in fondo. E lui pensò, che aveva poco tempo per decidersi. Prima d’arrivare all’uscita sulla piazza. Le avrebbe chiesto di uscire, insieme, le avrebbe proposto di andare dove c’erano persone, e dove c’era vita, e dove le luci portavano via la notte, ballando; perché c’era musica, dove avrebbe voluto portarla. Lo pensava, ma non glielo avrebbe mai detto, che avrebbe considerato un privilegio, persino essere travolto da un camion pesante dieci tonnellate e morire, insieme a lei.

Ma non glielo avrebbe detto mai, perché a lei avrebbe voluto offrire solo vita, una di quelle vite in cui ogni gesto, e ogni sguardo, le avrebbe raccontato quanto il suo stesso respiro, dipendesse dalla bocca di lei. Avrebbe voluto per lei avere la delicatezza di un ramo che protegge le sue gemme e i nidi, e avrebbe cancellato dal cielo ogni nuvola cattiva, per lei.

S’avvicinavano, le scale d’uscita, ma lui non riusciva a parlarle. Allora, si fermò, e la prese per mano, e la portò dinanzi ad un muro. E tirò fuori di tasca un grosso pennarello nero, ed iniziò a scrivere sul muro. Di quanto volesse regalarle una lampada che non si sarebbe spenta mai, per poterla guardare sempre, e di lei impazzire, sempre. Di quanto essere al suo fianco fosse una festa, anche in silenzio, e sempre.

E scrisse, scrisse una parete intera del suo amore.

Lei non disse nulla. Lo prese solo per mano, e lo porto’ verso la luce.

(Una piccola rielaborazione di una canzone degli Smiths “there’s a light that never goes out” ).

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Per lui, il cielo notturno, era sempre stato solo una infinita distesa di stelle fisse. Ferme, nel loro angolo di universo, lontane infinite vite che non avrebbe mai vissuto, ma visibili, pulsanti, come un respiro calmo, musicale.

Quella notte però, mentre guardava costellazioni proprio sopra di lui, scorse, dapprima, una leggera nebbia, e poi una figura incredibilmente luminosa, che si staccava dalla volta celeste e scendeva, in lente volute circolari, proprio verso di lui. Ebbe paura, dapprima.

Quella luce, lasciava dietro di sé una scia scintillante di polvere dorata, e sembrava avere le ali, e sembrava anche avere fattezze umane. E quanto più scendeva, tanto più gli appariva nitido il contorno d’una donna, vestita con una corta tunica, le gambe scoperte, le ali potenti dietro la schiena, le braccia dolci, aperte, il seno esposto, come una prua di nave che fendesse l’aria, i piedi nudi.

Quella donna aveva un’espressione leggermente malinconica, e un sorriso che regalava dolcezza, e lui smise d’aver timore.

Ella si fermò dinanzi a lui, guardandolo, mentre gli porgeva una mano, invitandolo a prenderla.

La sua mano era piccola, calda, e lo stringeva mentre camminavano insieme, in silenzio. Lei lo condusse sotto un albero, una grande quercia nuda per l’inverno. E gli mostrò come accendere un piccolo fuoco. Lui capì, come se qualcuno glielo stesse sussurrando all’orecchio, che ogni volta che avesse voluto vederla, avrebbe dovuto accendere un fuoco sotto quell’albero. Lui sarebbe stato subito visto e lei lo avrebbe raggiunto.

Da allora, ogni notte lui si recava sotto quella quercia, accendeva un piccolo fuoco, e parlava, e si sentiva abbracciato, e immaginava di volare, mentre, chi lo avesse visto da lontano, avrebbe visto un uomo, solo, felice di parlare col buio, sotto i rami di una grande quercia, mentre le stelle sembravano stranamente più vicine alla terra.

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Sto camminando, sono a Roma ed è tarda sera. Sono dentro l’area dei Fori Imperiali, ed è buio. Il traffico della città non si sente più, e le luci tremolano, tra le colonne alte e i basamenti porosi degli antichi templi. Chiudo gli occhi. Un solo istante, e quando li riapro, ci sei tu . Indossi una tunica corta, che ti lascia scoperte le gambe, bellissime, ed i piedi, nudi dentro calzari di cuoio legati alle caviglie. Una spilla d’oro, tiene fermo il tessuto bianco sul tuo petto. Mi guardi, mentre dietro di te, la luna, diventa azzurra, d’improvviso, ed enorme. La tua ombra, di anfora dolce, si disegna sulla luna, in cielo, mentre l’aria profuma di te.

Sono un falco. Sto volando radente le cime degli alberi d’un bosco montano. E’ appena primavera, e dalla terra s’alza un vapore fresco, denso dei petali di margherita e croco, e par di sentire l’erba crescere, e inverdirsi. Le gemme hanno ormai spaccato la corteccia degli alberi, e il cielo è azzurro come un sogno d’acqua profonda. E ti vedo. Stai volando, alta, con le ali spiegate e sembra che, al tuo passaggio, le nuvole si ritraggano, per non macchiarti. Cerco di avvicinarmi a te. I tuoi occhi scuri sembrano emanare raggi di sole caldo, e le tue piume, morbide, si muovono leggermente, sotto la velocità dei tuoi muscoli. Volo alla tua altezza, e mi metto al tuo fianco. Distante, ed inizi a curvare, a picchiare verso terra, e io ti seguo, da lontano; ogni tuo movimento, è il mio, come fosse pensato dalla stessa mente. Le tue ali hanno sfiorato le mie, proprio nel momento in cui, il vento ,ha scelto di fermarsi, e di restare a guardarci.

C’è una finestra che s’apre, in un palazzo davanti al mio balcone, dall’altro lato della strada. E ti vedo. Sei nella tua casa, ed indossi solo una camicia, con le maniche tirate su. Posso vedere le tue gambe muoversi. Immagino tu abbia i piedi nudi. Ti siedi, su uno sgabello alto, e guardi davanti a te. Mi volti le spalle. Hai di fronte, un cavalletto, sul quale è poggiata una tela bianca. Prendi un carboncino nero, ed inizi a disegnare delle linee. Sono troppo lontano, per indovinare il tuo disegno. Ma sento sia il tuo volto, perché il cielo ha smesso d’essere grigio e triste, e indossa abiti di festa.

Sono in auto. Il semaforo è rosso, ed io mi fermo. La strada è dritta, davanti a me, oltre l’incrocio. E, dall’altro lato della strada, anche tu sei in auto, e ferma al semaforo. Io ti guardo, e scendo dall’auto, e arrivo nel centro dell’incrocio e mi siedo sull’asfalto, con le gambe incrociate, e ti guardo. Anche tu, scendi dall’auto, e anche tu ti siedi in terra, di fronte a me, le nostre ginocchia si sfiorano, le nostre mani si cercano. La città, lontana, impazzisce.

Ho appena comprato un fumetto. E l’ho nascosto in petto, sotto il maglione ed il giubbotto. Arrivo a casa correndo, suono, e mia madre mi apre. Il mio volto diventa rosso, e scappo via, subito, nella mia stanza. Tolgo il giubbotto, lo poggio su una sedia e, senza far rumore, giro la chiave nella toppa e chiudo la porta. Urlo a mia madre che ho da studiare, e che vorrei non essere disturbato. Mi stendo sul letto, ed apro il giornaletto. E tu sei lì. La magnifica ladra coi capelli biondi e gli occhiali di corno neri, e sei accanto a me, nel mio letto, e mi parli, e io guardo le tue labbra muoversi, e dalle tue labbra dipende il mio respiro. In quel fumetto, per la prima volta, sei disegnata col seno nudo.

E il cielo ribollente entra dalla mia finestra.

Siamo nella stazione della metropolitana, a Milano. Tu sei sul binario ad aspettare un treno, che va nella direzione opposta alla mia. Ed io penso che è strano, tu sia in metropolitana. Non ti è mai piaciuto andare nella metro. Vedo che prendi il telefono, e chiami qualcuno. Sento squillare il telefono nella mia tasca. Sei tu che mi hai chiamato. Mi racconti della tua giornata di lavoro. Di tutte le cose che hai fatto, e io ti ascolto. Arrivano i nostri treni, contemporaneamente. Io salgo sul mio, e tu sul tuo. Dalle finestre del treno, ti vedo, e sei nel vagone esattamente davanti al mio, e mi parli, ma io non posso toccarti. I treni sembrano essere fermi da più tempo, di quanto ci si aspetterebbe, in metropolitana, e allora io, apro un finestrino, e esco dal mio treno, e mi arrampico sul tuo. Ho visto che nella tua carrozza, dal mio lato, c’è un altro finestrino aperto. Con un po’di acrobazie, riesco ad entrare nel tuo vagone, mentre tu ancora mi parli al telefono. Il treno parte.

E tu mi sorridi.

Sono in ospedale. Aspetto il mio turno, per fare le analisi del sangue. Sono arrivato molto presto, ed è ancora tutto chiuso. Ed è buio, ancora, il cielo, mentre aspetto, all’alba. Finalmente le porte a vetri si aprono. Io entro, e prendo il numero. Mi siedo, ad aspettare d’essere chiamato. Tocca a me, infine, ed entro nella piccola stanza, chiusa da una tenda. Scopro il braccio. E tu sei lì, con la siringa in mano, pronta a cercare la mia vena giusta. E io smetto d’avere paura.

Tra le tue mani, non si può, aver paura.

Cammino, sulla sabbia. Il mare ha lo stesso respiro di una carezza. Lo so che sono dalla parte sbagliata del mondo, per guardare l’alba. Però vedrò lo stesso il cielo diventare rosa, e posso accarezzare questi fiori bianchi, che vincono ogni aridità e crescono sulla sabbia, e profumano le conchiglie. Ti vedo. Sporgi la testa dall’acqua, e mi guardi. Dietro di te, vedo la tua coda, grande, che muove lentamente l’acqua, per tenerti a galla. E appena sorridi, il primo raggio di sole trafigge la notte. Entro in acqua anche io, senza spogliarmi di nulla. Sono io. E mi affido interamente alle tue braccia, e alle tue squame di sirena iridescente.

Portami nel tuo regno, imparerò a respirare dalla tua bocca.

Sto pedalando, e tu sei seduta sulla canna della bicicletta. Indossi una gonna pieghettata, e tieni le gambe incrociate, per non farla volar via. Le tue braccia sono intorno al mio collo, e mentre andiamo, tu mi racconti del viaggio che vorresti fare con me. Vorresti andare col treno, ma forse anche a piedi. Oppure, ti piacerebbe andare col sidecar, però vorresti guidare tu. Ti andrebbe bene anche un tandem, ma sei tu, quella che guida la bicicletta davanti. Per certi tratti, potremmo andare insieme in canoa. E lì faresti remare me, ma solo perché, forse, conosco meglio il mare. Mi racconti i monumenti che vorresti visitare, e i cieli che vorresti vedere. Ma non mi dici, dove vuoi andare.

Perchè a te, va bene anche solo andare, con me.

Non sappiamo bene, come sia stato possibile, però ci troviamo a camminare, in equilibrio sulla cima d’un tetto spiovente. Io ti tengo per mano, e, insieme, cerchiamo di non scivolare. E’ il tramonto di un giorno bellissimo, e il cielo sceglie d’incendiarsi di rosso, di porpora e d’oro. La città sembra deserta. Non si ascoltano rumori. Le auto sono ferme. I bimbi giocano invisibili su prati lontani. Arriviamo sullo spigolo, del tetto. Oltre, si cadrebbe, nel vuoto. E allora ci sediamo, e ci stringiamo, vicini. La casa si muove, s’alza, si schioda dalla terra e dalle fondamenta. Ed inizia a camminare. Ha deciso di portarci via con sé. In un luogo che solo lei conosce. Pieno di giardini e di gelati buoni da mangiare. Dove le notti sono piene di lucciole e di bottiglie galleggianti nell’aria. Dove i fiori, sono alti tre piani e le strade servono solo a farci incontrare, tu, ed io.

E il tetto, è un letto morbido.

E io posso leggerti le favole che invento per te.

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C’era una torre, costruita, mattone su mattone, a pochi metri dagli scogli, sul mare. Un tempo, dalla torre, s’avvistava il pericolo dei pirati turchi, e s’accendeva un fuoco, visibile, dalle altre torri costruite lungo la costa.

Quella torre, guardava un piccolo golfo di mare, scintillante, sotto il sole. Gli occhi non potevano seguire una singola onda, in quel mare che bruciava di luce e d’azzurro.

Pareva deserta, quella torre. Alcuni dei merli erano rovinati in terra, e le scale in pietra, che portavano ad un ingresso di legno, sbarrato, pericolavano, spezzate, infragilite.

Viveva lì invece un uomo, a tutti nascosto, cui mancava nel petto, metà cuore. Per questo, non poteva correre o nuotare, e respirava a fatica, muovendosi molto lentamente nella sua torre buia. Aveva imparato che, con metà cuore, doveva diventare leggero, e, per questo, si nutriva davvero con poco. Di notte, entrava di nascosto, nei magazzini del vicino mercato ortofrutticolo e, dal mucchio degli scarti, prendeva quel che gli bastava. Il giorno, lo passava guardando i gabbiani volare. Alzava le sue braccia, e ne imitava i movimenti; cercava di carpire il segreto delle correnti d’aria che potessero sostenerlo. Giorni e giorni ad esercitarsi, e a diventare sempre più leggero.

Sapeva, che l’altra metà del suo cuore, viveva tra i monti, lontano. E voleva cercarla. Non aveva nulla, per farlo. Non una bussola, o una mappa, o un indirizzo nulla. Sapeva solo che avrebbe sentito nel petto, l’altra metà dei battiti del proprio cuore, e allora avrebbe potuto respirare davvero e davvero essere vivo.

Un mattino, prima dell’alba, salì in cima alla torre. Dopo tanti sforzi, e tanto patire, si sentiva pronto.

Dentro il buio di stelle e di luna lontana, il mare pareva chiamarlo e tenere le braccia aperte ad accoglierlo. S’era preparato a volare, e non aveva più paura. Presto, avrebbe avuto in petto un cuore solo, intero, vivo e forte, pieno di storie e desideri.

E si lasciò andare, leggero, nell’aria.

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La nonna, dalla sera prima, preparava le polpette al sugo. E, al mattino, prima d’alba, s’alzava anche lei, con gli uomini, e preparava per loro i panini con le polpette. E una bottiglia che doveva tornare a casa, con ancora un fondo d’acqua dentro; perché in mare, bisogna lasciarsi una possibilità, sempre.

Quel mattino, era solo lui, ad uscire in barca. Era la prima volta, da solo. Aveva 17 anni.

La nonna, in silenzio, gli consegnò il panino e la bottiglia, e baciò l’immagine della Madonna che era sul piccolo pendente che portava al collo.

Il mare era dolce, e lui, in piedi sulla barca bianca e celeste, remava con la prua che s’allontanava da terra. Superò l’isola, e il faro; c’erano gabbiani, posati sull’acqua a riposare. Faceva già caldo, e d’improvviso, s’alzò una nebbia fittissima. Non c’era più terra, o l’isola, o il cielo, e nemmeno il sole. Smise di remare, e restò in ascolto, senza orizzonte. La sua paura più grande era d’essere travolto da un peschereccio o da una nave, che mai l’avrebbe visto in tempo per scansarlo. Stava per assalirlo un terrore profondo, di mostri marini e naufragi. E non sapeva cosa fare. Sedette su una murata, inclinando un po’ la barca, e, senza ragione, gli venne in mente la sua compagna di classe. Nessuno l’avrebbe visto, o sentito in quella nebbia, e, ad alta voce, le disse finalmente quel che provava per lei. Non gli importava di tornare a terra, se lei l’avesse guardato. Se lei fosse salita con lui in vespa e l’avesse abbracciato da dietro, poggiando una guancia sulla sua schiena. Se solo lei lo avesse baciato. Nascosti insieme in palestra, durante l’ora di religione. Le disse di ogni pensiero a lei dedicato, ogni giorno, di ogni mese. Anche se lei, non lo cercava mai. Riapparve l’isola, d’un tratto, nell’ovatta alle sue spalle, e, quel mattino, decise di non pescare. Il mare lo aveva protetto. E andava onorato. Mangiò il suo panino mentre i gabbiani volavano gridando. La nonna, faceva delle polpette buonissime.

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S’infilava nei vicoli della città vecchia, con la sua vespa, e i libri legati con una piccola cinghia al portapacchi dietro la sella. Si sentiva il freddo dell’inverno nei capelli e dentro il colletto del giubbotto, sempre un po’ aperto. Le mani erano chiuse sulle manopole dell’acceleratore e della frizione veloce. Respirava la benzina che usciva dalle marmitte delle auto davanti a sé, che superava ad ogni spazio libero, preferibilmente da destra, dov’erano più vulnerabili.

Cercava d’arrivare a scuola il prima possibile, per trovare qualcuno con cui parlare. Per guardare, da lontano, la ragazza che gli piaceva.

C’era un ultimo breve e stretto rettilineo, prima che la strada s’allargasse verso la porta antica della città, costruita ai tempi di Carlo V. Lì, cercava sempre d’arrivare alla massima velocità e, un istante prima di una caditoia dell’acqua, che traversava curva e profonda quasi tutta la sede della carreggiata, frenava piantando la vespa, che scodava con la ruota posteriore, fin quasi a fargli perdere l’equilibrio.

E si girava alla sua sinistra. Lì, nel vicolo, era l’ingresso, che odorava di legno e incenso, d’una agenzia delle pompe funebri.

E, ogni mattina, guardandone l’insegna, e i manifesti stinti che ne spiegavano i servizi disponibili, pensava d’essere ancora vivo.

Un giorno ancora.

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Nel giardinetto, vicino alla stazione, c’era una piccola giostra; di quelle che girano in tondo, coi cavallucci, e le macchinine, e carrozze da principessa al ballo, e aereoplanini subacquei.

Era notte, alta, forse le tre del mattino, e per il paese, nonostante fosse estate, non girava più nessuno. Erano solo loro due, che camminavano tenendosi per mano.

Tornavano dalla strada che costeggiava il mare, dal lato di Tramontana, ed erano rimasti, per tanto tempo, seduti, con le gambe a penzoloni sull’acqua, protesi dalla massicciata della strada, costruita direttamente sugli scogli, di fronte al molo del porto.

Avevano guardato, per tanto tempo, le luci delle barche e delle navi, galleggiare sull’acqua calma e scura, e avevano parlato, tenendosi per mano, e cercandosi con gli occhi, spesso, come se temessero di svegliarsi da un sogno bellissimo, e perdersi.

Ed ora erano nel giardino, tra le panchine e il monumento ai Caduti, con la sua vasca di pesci rossi, dall’acqua verde e limacciosa. Non temevano più, che qualcuno li vedesse, e lui fece salire lei su un cavallino della giostra, ed iniziò a spingerla, da fuori, facendola girare lentamente su sé stessa, mentre le raccontava che, su quel cavallo, stava correndo al suo castello, per salvarlo, perché un mago cattivo aveva gettato su di lui un incantesimo, che lo stava, lentamente, trasformando in una statua di marmo e ghiacciandogli il cuore.

E le raccontò, che, nella sua corsa, sarebbe stata più veloce di tigri e leopardi, che il mago le avrebbe mandato incontro, e le raccontò che, armata di uno specchio, avrebbe sconfitto un enorme drago, che, mandatole incontro dal mago, si guardò dentro lo specchio, ed ebbe paura di sé stesso, non riconoscendosi, e scappando per questo via, verso cieli lontani.

E le raccontò che, finalmente arrivata al castello, le sarebbe bastato poggiare le sue mani sul petto di lui, per far tornare vita, al suo cuore ingelidito, e interrompere il suo mutarsi in pietra.

E, quando finì di raccontare, e la giostra correva su sé stessa ormai veloce, sedette un istante in terra, a guardarla, bellissima, coi suoi capelli al vento, e le gambe libere che spronavano il cavallo, mentre correva oltre le stelle, coi suoi occhi infuocati di passione, per salvarlo.

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Era andato in un negozio.

Aveva pazientemente atteso il suo turno. E, nel frattempo, guardato bene le vetrine intorno. Al momento giusto, con sicurezza, aveva indicato cosa desiderasse. L’oggetto venne tolto dalla vetrina e la commessa ne fece un bellissimo pacchetto regalo.

Pagò, quanto dovuto, ed andò via.

Col suo pacchetto, si recò ad un vicino negozio di fiori. E scelse dei tulipani, d’ogni colore, e rose, rosse. Il mazzo di fiori, confezionato, era bellissimo, e profumava di finestre aperte sul mondo.

Pose il suo regalo nel mazzo, e chiese alla fioraia, se potesse consegnare tutto all’indirizzo che le avrebbe dato. La fioraia assentì.

Lui, spedì tutto al cuore della donna che amava; era scritto così, senz’altre indicazioni, sul biglietto che la fioraia lesse, quando lui, dopo aver pagato, era già andato via.

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C’era una musica allegra, che sembrava uscire dai balconi di una casa, posta sul lato lungo della piazzetta. Pareva filtrare dai muri, e dagli scuri delle finestre chiuse, come fosse un vento dolce che preannunciava primavera e rondini in volo. Sembrava quasi che qualcuno, di nascosto, volesse far vincere la musica sul silenzio che regnava intorno.

L’uomo, che camminava solo, iniziò ad ascoltarla, e si fermò un istante, per cercar di capire da dove provenisse, senza riuscirci davvero.

Pareva che la musica si fosse impossessata di tutte le pietre intorno, e delle panchine, e degli alberi ancora spogli, che cercavano acqua e sole.

L’uomo sorrise, come se gli fosse tornato in mente un ricordo lontano, e iniziò a ballare. Dapprima lentamente, e poi più velocemente, secondo il ritmo di quella musica, che faceva venir voglia di muoversi e di avere tra le braccia una donna da guardare, innamorati.

D’improvviso, arrivò in piazza un uomo in divisa, che iniziò ad inveire. Era proibito, far musica. Era proibito ballare, senza autorizzazione. Era proibito essere soli. Era proibito sorridere.

C’era una multa da pagare, o qualche giorno di prigione da scontare subito.

L’uomo pago’, senza dir nulla.

Quella musica lo aveva riportato al tempo in cui poteva sperare d’aver tra le braccia la donna amata; di poterla guardare ancora.

E non c’era prezzo, per il desiderio di vita che un amore poteva dare.

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Quando dormo, la mia ombra si stacca, finalmente, da me, e vaga libera, e invisibile di notte. Si allunga, sotto una luce lontana, e arriva a toccare il tetto di una casa. Oppure, sotto la luce di un lampione vicino, rimpicciolisce, sin quasi a diventare un piccolo punto nero e si ferma, e cerca la fessura di un muro invalicabile in cui invece penetrare. Certe volte balla, e balla bene, come io non so ballare, sentendo musiche bellissime, e balla in equilibrio sui fili della luce, senza aver peso, leggera come una farfalla posata sulla spalla di una donna amata. Non la vede nessuno, e so che s’infila al cinema, per ascoltare l’eco, e le ombre, delle storie di vecchi film che nessuno guarda più. E, in una sola notte, è capace di prendere un treno e arrivare fino al mare.

Al mare, la mia ombra, vede l’ombra che resta sull’acqua di una nave illuminata che passa, e allora si tuffa nel mare scuro per raggiungerla.

Non so se ce la fa, la mia ombra.

Al mattino la ritrovo. Docile, a seguirmi. Ma per me, può essere libera, anche quando sono sveglio. Io non ho mai voluto qualcuno che mi seguisse per forza, e non ho mai considerato qualcuno un’ombra.

La mia ombra mi ha detto che le piace saltare dai palazzi in corsa. Ma i palazzi son fermi, le ho detto. E lei mi ha spiegato un segreto. Quando dormiamo, tutte le cose del mondo, sentono la velocità della Terra che gira, e anche i palazzi corrono, e saltar giù, è bellissimo. Io son contento, che la mia ombra si diverta. In fondo, un giorno, anch’io sarò un’ombra.

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Entrò in auto e girò la coppola irlandese che aveva in testa, al contrario. La visiera sulla nuca. Accese lo stereo. Musica reggae e dub, a tutto volume. Il sapore del whisky torbato, pieno, nella bocca. E le strade di montagna, tutte da percorrere. Accelerava, sempre, di più ad ogni curva. E sentiva nello stomaco, tutto il vuoto che aveva dentro. E, ad ogni curva, sentiva il proprio corpo staccarsi dai suoi pensieri, che vagavano oltre il buio e la notte. Mentre il piede, furioso, premeva sull’acceleratore senza alcun timore.

Guidava guardando le stelle, e le luci della città, lontane. Non aveva paura di uscire fuori strada, e di morire, o meglio, se fosse accaduto, lo avrebbe considerato parte del gioco. E il gioco era arrivare fin sopra a Campo Imperatore e camminare poi, a piedi nudi, sulla strada, sull’erba bruciata dall’inverno arso, e sulle rocce appuntite e cattive.

Lo spicchio di luna rompeva le nuvole grigie e certe stelle, erano così vicine da poterle toccare con le dita.

Pianse, lassù.

Non era riuscito a schiantarsi. Nonostante l’alcool, e la velocità.

Aveva freddo ora. E nulla che lo abbracciasse.

S’alzava vento nella notte. E chiuse gli occhi, rannicchiandosi sul fondo dell’auto.

Del mattino, non gli importava più.

Era buono, il whisky.

Fanculo i sogni. Fanculo sé stesso.

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Era andato in libreria. Aveva dovuto cercare un po’, tra le edizioni economiche, per trovare una copia di quel vecchio libro. “Sotto il vulcano”, di Malcolm Lowry.

Un tempo, ne venne tratto anche un film. Forse non del tutto riuscito, i cui protagonisti erano sir Albert Finney, e Jacqueline Bisset.

Pagò alla cassa, e non volle una busta, per portarlo via.

Poi, iniziò a camminare per la città, senza sapere bene dove andare, in realtà.

Arrivò fino a dei grandi alberghi, costruiti quasi sul mare. Poco dietro, rispetto alla spiaggia, c’era una multisala cinematografica. Pagò il biglietto, ed andò a sedersi. Era il primo pomeriggio e non c’era quasi nessuno a vedere il film. Prese una penna, e, nello spazio bianco della sottocopertina del libro, scrisse una frase.

“Tra noi, ci sono stati molti libri, e forse questo, un giorno arriverà fino a te.”

Gli piaceva l’idea che potesse esserci una possibilità di lasciare un filo d’aquilone a galleggiare nel vento, e che qualcuno, magari proprio la persona immaginata, lo potesse raccogliere.

Per questo, lasciò il libro sulla poltrona a fianco alla sua nel cinema, ed andò via.

Il fuoco dei vulcani, come quello del desiderio, nasce dentro profondità che, forse, talvolta, tutto uniscono in un unico calore di inimmaginabile forza.

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Era una piccola volpe rossa, e, appena buio, iniziava il suo giro per il bosco, in cerca di cibo.

Una notte, senza luna, sentì nell’aria odore di carne, e iniziò a correre, come stregata da quell’odore, fin quando vide qualcosa d’inatteso. Era arrivata quasi in cima ad una collina, e, poco più in alto, c’era un grande castello. Pareva sorgere dalla roccia stessa. Sulle sue torri sventolavano bandiere colorate, illuminate dai fuochi che di cui la volpe scorgeva solo torrenti di scintille e bagliori rossastri. Era da lì, che proveniva quell’odore di carne. Ma lì, lei lo sapeva, erano i duezampe. Strani animali cattivi. Pieni di regole, capaci di uccidere per nulla, e di imprigionare tutti gli animali liberi. Ma lei aveva una incredibile fame.

S’avvicinò. Silenziosa. Invisibile in quella notte scura.

Si fermò, a pochi passi dalle mura. Da una piccolissima porta cigolante, uscì una bellissima donna che recava un sacco, con sé. Era una prigioniera del castello, e le era stato concesso un istante di tregua, solo per uscire a buttar via nel bosco, un cesto di rifiuti, sorvegliata, dall’alto delle mura, da arcieri e balestrieri. La volpe attirata dall’odore del sacco, fece un passo in avanti, scoprendosi. La donna, comprese la situazione e subito alzò le braccia, per celarla alla vista dei soldati. E lasciò cadere, lontano, in mezzo ad un rovo, un grosso pezzo di carne avanzato dalla cena del signore del castello. E poi rientrò subito dentro le mura.

La volpe corse verso la carne. Ma si fermò, prima d’addentarla. Non voleva approfittare del dono di una prigioniera. Avrebbe atteso una notte ancora. Quando la donna fosse nuovamente uscita, si sarebbe fatta scorgere dai soldati, che le avrebbero diretto contro le loro frecce.

Forse lei allora, avrebbe potuto liberarsi, correndo via.

Solo allora, la volpe avrebbe mangiato. Solo se il dono le fosse stato fatto da una donna libera, che le aveva donato la carne, non solo, per salvargli la vita, ma perché aveva voluto farlo.

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Il letto s’era sollevato da terra, dolcemente, ed era uscito dalle finestre della stanza. Era entrato nella notte, bagnata di cristalli di neve e tempo. Traversava arcobaleni bui di raggi di stelle e polvere di comete.

Volava, sussultando appena, galleggiando su un vento da nord, e passava sopra città illuminate e strade aperte, come vene pulsanti. Lui era steso su un fianco. Le coperte tirate fino al collo, le gambe rannicchiate, la testa poggiata sul suo braccio sinistro, e guardava tutto quel mondo veloce scorrergli ai lati, e sotto di lui, con la curiosità di chi, per prima volta, abbia scoperto un fiore stranissimo cresciuto tra le fessure di un muro antico, che avrebbe dovuto esser deserto.

Poco lontano da lui, volavano giocattoli. Cavallucci di legno rossi, piccole automobili decapottabili verdi, aeroplanini ad elica, e balene grigie sorridenti.

Pensò d’essere in un sogno, mentre tutto intorno l’aria era diventata schegge veloci di respiro color arancio. Ebbe un’improvvisa paura di svegliarsi, e trovarsi sospeso in aria non più sostenuto da forze misteriose e cadere, perciò, in un gorgo scuro e senza fondo.

Si svegliò davvero.

Senza sapere dove si trovasse, senza luci intorno. Accanto a sé, solo il calore e il profumo della donna che ancora aveva paura di amare troppo poco. Che lo guardava sorridendo. Lei non dormiva mai, e lo proteggeva, sempre.

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Gli piaceva, camminare a piedi nudi. Quando la sabbia era caldissima, e doveva affondare i piedi nella rena, fino al primo umido, per non bruciarsi. Di notte, nella casa buia, per avere il piacere di essere solo e non fare rumore. Quando scendeva dal letto, dopo aver fatto l’amore, e gli sembrava di camminare sulle nuvole. Su un prato di montagna, per sentire l’energia della terra che vuole toccare il cielo, e cercava di non calpestare i fiori, per non gualcire i colori e i petali fragili, che parevano ali d’angeli smarriti. Di nascosto da tutti, sull’asfalto, come se potesse sciogliere il catrame, e tornare alle radici degli alberi, alle foglie secche, all’erba verde sulle sponde di un ruscello candido e freddo, di neve appena sciolta. E si feriva sotto i piedi spesso. Dolorosamente. Si strappava sugli scogli e gli restavano nei piedi spine nere di ricci di mare. Chiodi, giocando in cortili sconnessi. E vetri, e rovi e sangue, sulle pietre taglienti di un campo abbandonato. E schegge di legno, dentro un cantiere navale, mentre portava via la corteccia dai tronchi appena tagliati via da un bosco. Camminare a piedi nudi, lo metteva in contatto con la sua umana fragilità mortale, con la totale nudità del proprio cuore, con la propria voglia di aprire le braccia.

Era sempre a piedi nudi, davanti a lei.

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Il vento le muoveva i capelli, lasciandone qualche ciocca sul volto, fino alle labbra. Guardava dritto, davanti a sé, nella vetrina di una libreria, su cui la pioggia spargeva lacrime, che scendevano, goccia a goccia, scontrandosi, fondendosi, separandosi, come pensieri che cercassero una strada.

Mi avvicinai, da dietro di lei, le fui a fianco, in silenzio. Non avevo un ombrello e la pioggia mi rigava il volto.

Col dito, arrivai al vetro e inizia a scrivere, fermando, per qualche istante lo scorrere del cielo.

“Essere una pagina, tra le sue mani, è il desiderio di ogni mia parola”.

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Era una spiaggia di ciottoli levigati, bianchi. Distesa ai piedi di una roccia aspra, spezzata da una caverna, annerita dall’umidità. Lui era in acqua, quell’agosto. Il mare era calmo e aveva il colore del cielo, pietroso, di fondale scuro, e alghe, e arcobaleni di conchiglie, che sfiorava con le dita, senza portarle via. S’accorse d’un bagliore, sott’acqua. Come se il sole avesse dimenticato lì un suo raggio. Immerse la testa sotto le onde, e, alla base di un piccolo scoglio, scorse un bracciale. Fece un po’ fatica, a liberarlo, ed emerse. Era un bracciale d’argento ancora lucente, cui erano appesi due piccoli pendenti. Un cuore, e una farfalla dalle ali colorate. Aveva conosciuto, un tempo, una donna che aveva un bracciale così. Era successo dall’altra parte del mondo; dall’altra parte della sua vita. E ancora ne portava i segni addosso. Come una casa devastata dalla bufera, dalle onde. Tornò a riva. Svuotò sui sassi caldi d’estate, tutta la bottiglia di birra che aveva con sé, e ci mise dentro il bracciale. Poi, scrisse, una pagina del suo taccuino. Una mappa. Richiuse la bottiglia, che aveva uno di quei tappi meccanici a chiusura ermetica con la guarnizione. E, con tutta la forza che aveva, la gettò via, lontano, in acqua. Mentre la vedeva allontanarsi, immaginava lei trovare quella mappa. Gli aveva raccontato dove fosse. Fermo sotto le stelle. Ad aspettarla.

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Faceva un gioco.

Ascoltava il ticchettio di un orologio, e metteva le dita sul polso della mano sinistra, per sentir battere il proprio cuore. S’accorgeva del progressivo sfasamento dei due battiti. Dapprima sembrava fosse il tempo, a correre più velocemente. Poi, il proprio cuore sembrava oltrepassare il tempo. Di rado, battevano insieme, tempo e cuore, per caso forse. Allora pensava d’esser sbagliato. Di aver provato, in molti modi, a stare sul correre del tempo. Ma il tempo aveva girato per suo conto, lasciando che il suo cuore battesse, senza fermarsi mai, quando sarebbe stato bello, e senza correre più velocemente, quando avrebbe dovuto portarlo dove desiderava essere. Sentiva il suo cuore scomparire, mentre il tempo continuava la sua corsa. Sempre la stessa, regolare, infinita.

Allora si alzò dal letto, si lavo’ il volto, si vestì e uscì nella notte. Forse il suo cuore avrebbe continuato a battere, se avesse rincorso il tempo, sino all’alba. Se avesse pregato il sole di fermare il giro della terra, e scaldato il suo cuore, freddo. Da tanto tempo.

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Era una pace strana, quella che sentiva durante la messa.

Nelle piccole stanze dietro l’altare, si vestiva. Prima la tonaca rossa, e poi la lunga camicia bianca. Discuteva un po’ col suo compagno, su chi dovesse suonare il campanello, durante la funzione, o su chi dovesse invece portare al sacerdote, le ampolle del vino e dell’acqua, da utilizzare nel momento della benedizione delle ostie. Quando il pane diventava carne.

Con l’inizio della cerimonia, svaniva ogni pensiero. Si concentrava solo nel seguire i gesti e le parole del sacerdote. Che aveva imparato ormai a memoria. E anticipava sempre di un istante, il momento in cui era necessario inginocchiarsi, o restare in piedi. O pregare a voce alta e, finalmente, suonare il campanello, per risvegliare qualcosa dentro di sé. Per aprire il cielo.

Fino a quella domenica non aveva mai guardato verso le persone che partecipavano alla celebrazione. Forse fu un lampo di luce, che, dalle vetrate, si fermò tra i banchi.

Era una bambina bionda. Le sue labbra erano leggermente curvate verso il basso e gli occhi svolazzanti.

Dimenticò di suonare il campanello, e fu inseguito dallo sguardo furibondo del prete.

Da quella domenica, smise, di fare il chierichetto. Restava fuori, dalla chiesa, e aspettava ne uscisse la bambina bionda, e camminava dall’altro lato della strada, seguendola, e sperando si girasse verso di lui.

Magari un giorno, avrebbe portato un campanello con sé…

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Lungo la linea dell’orizzonte, il mare si stava illuminando. Non ancora, sugli scogli dove camminava, guardando bene dove poggiava i piedi, per non cadere.

Improvvisa, s’apriva la grande grotta, come uno squarcio celeste nella pietra. Ne sentiva il rumore quieto delle onde, prima ancora d’arrivarci.

Sedette sul bordo dello scoglio, le gambe libere nel vuoto. Più giù, a metri di distanza, la luna galleggiava scintillando e macchie di luce sembravano sollevarsi dall’acqua e andare verso di lui, come libellule sgocciolanti dalle ali di cristallo venato.

Era il silenzio precedente l’alba. E lui era lì, solo. Distingueva in basso le grandi pietre affioranti, e il buio, dove l’acqua era più fonda e sicura.

Da tanto tempo, non tornava più lì. Non ricordava neanche più, l’ultima volta che s’era tuffato, ritrovandosi poi quelle sottili strisce di sangue sotto i lobi delle orecchie. Adesso lei non era più lì, a guardarlo. E non doveva dimostrare coraggio a nessuno. Il sole non nasceva ancora, e la grotta sembrava trattenere il respiro, ingoiando onde e furore, in un’ombra curva e non ancora blu.

Trattenne un istante il respiro, mentre guardava giù. Non c’era più niente a trattenerlo. E non doveva cadere.

Ma solo volare.

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Camminava sotto i portici deserti della città. Cercava di non fare rumore, coi propri passi. Avrebbe voluto che le pietre dei muri gli raccontassero le volte che era passato di lì.

Da ragazzo, a guardare le locandine dei film al cinema, da adulto, mentre passava di lì velocemente per raggiungere appuntamenti di lavoro.

Avrebbe voluto che le pietre gli raccontassero lei, le volte in cui le aveva sfiorato le dita, di nascosto, camminandole a fianco. Le volte in cui l’aveva guardata implorandola di fermarsi a baciarlo.

Il mattino ancora non sorgeva.

E non c’erano bar aperti per prendere un caffè. Davanti a lui, proprio sotto una colonna, c’era un cane randagio steso in terra. Si fermò ed iniziò ad accarezzarlo. Il cane aprì gli occhi, guardandolo, e mosse leggermente la coda.

Camminarono insieme, per la città spenta, e, col sole, insieme salirono su un treno che andava sino all’orizzonte.

Era ora di andare via dal proprio passato.

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Ricordava, quella festa d’estate. Su un terrazzo, sotto le stelle. Era bella quella luce strana dal cielo, che si faceva strada nella notte. Non conosceva nessuno, e s’era ritrovato in quella festa, per caso, seguendo un amico che però, subito, era andato via.

Lui era rimasto. Gli piaceva ballare, e quella sera, c’era anche una ragazza che lo attirava davvero. Aveva un bellissimo tatuaggio sulla caviglia. E i suoi occhi sembravano candele accese contro ogni vento. Un paio di volte s’era avvicinato, parlandole.

Lei aveva sorriso.

Aveva preso coraggio, e le aveva chiesto se volesse fare una passeggiata con lui. Lei aveva accettato, e lui le aveva detto che l’avrebbe aspettata in strada.

Ma, una volta sceso in strada, arrivarono tre ragazzi.

Lui non avrebbe dovuto essere lì. Quello non era il suo ambiente. Gli dissero.

E lo picchiarono.

La ragazza non scese.

Sentiva il sangue colargli dal naso, e le labbra gonfie. Non aveva lacrime da spendere.

Solo rabbia, perché era stato ingannato.

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C’erano solo altre due persone nel suo scompartimento, in treno, e decise allora, di allungare il sedile della propria poltrona, e anche quello di fronte a sé, fino a toccarsi. Prese il suo giubbotto e se lo posò addosso, cercando di coprirsi il più possibile mentre era steso sul proprio fianco, e chiuse gli occhi.

Sapeva, che non avrebbe dormito.

Ascoltava i rumori del treno e le successive fermate notturne. Contava il tempo che mancava alla fine del buio e all’arrivo. E cercava di non schiacciare i propri occhiali, che aveva messo in una tasca .

Pensava a cosa avrebbe fatto, una volta tornato a casa. Provava, ad occhi chiusi, a sentirsi meno solo, senza riuscirci. Ogni tanto la luce si faceva strada, tra i suoi occhi. Brevi lampi azzurri, dall’odore di disinfettante. Nomi di paesi spersi tra montagne ignote.

S’addormento’, invece. Pochi minuti.

Giusto il tempo di sognare d’essere un altro, di riuscire in quello in cui lui non sarebbe mai riuscito.

Si svegliò, decise di svegliarsi nel sogno, in un sussulto di coscienza di sé.

Quello era un brutto sogno.

Lui non aveva niente e nessuno lo aspettava in stazione.

Lui era solo sé stesso però. E andava bene così.

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Aveva un pezzetto di sole, che sfuggiva alle serrande abbassate.

Dal letto guardava l’aria polverosa scintillare, galleggiando, come un arcobaleno pigro, che mai arrivava a terra.

Era in dormiveglia, e gli sembrava ci fosse una gazza sul davanzale della finestra, pronta a portargli via i suoi pensieri più preziosi.

Rimaneva attaccato a pezzetti di sogno, e volava, veloce su un aereo di carta, tra le nuvole e la neve, mentre sentiva le ali dell’uccello, frullare nervose. E voleva svegliarsi, dopo il dolore delle ferite incise nella pelle, senza riuscirci davvero, come se nuotasse con difficoltà nel cielo, che lo annegava, di freddo e tramontana.

Si alzò, e camminò a piedi nudi nella stanza. Da sotto una garza, usciva un piccolo filo di sangue.

Col dito sul muro, ci scrisse una cosa, un po’ tremando. Sembrava un orizzonte al tramonto.

“Mi manchi”, ci scrisse, ed era come un’argilla che volesse trasformarsi in un vaso.

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Uscì fuori di casa, mentre l’intero mondo ancora taceva, e le stelle s’erano nascoste nella notte passata. In cielo, era alta solo Venere, Lucifero, veniva chiamata, perché portava la luce del mattino e scintillava in cielo come una luce appesa sulla porta della casa dove abitava la donna amata, e desiderata, da oltre vent’anni.

Sentiva freddo, ma aveva indosso una strana tenerezza per sé stesso. Come se finalmente fosse uscito da una vetrina dove era stato conservato tanto tempo, e iniziasse a vivere. Da solo.

Si guardò le mani, leggermente macchiate di tempo. Le portò alla bocca, per scaldarle col fiato caldo.

Camminava per le strade ancora vuote, e gli sembrava di sentire i respiri di sonno ancora, da dentro le pareti, e i sogni, giocare liberi sui marciapiedi.

Aprì la serranda del suo piccolo bar, ed accese le luci e le macchine del caffè lavate la sera prima.

Forse anche stamattina lei sarebbe arrivata a fare colazione. Forse avrebbe avuto stavolta il coraggio di mettere un fiore sul piattino del suo croissant vuoto, e dirle che lui continuava ad andare a lavoro, solo per poterla guardare, quasi tutte le mattine, e respirare il suo profumo.

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S’era svegliato che ancora il cielo giocava con le stelle, e non aveva acceso le luci della stanza. Teneva gli occhi aperti, e cercava rumori di presenza intorno. Ma era solo, e lo sapeva. Scoprire piccole fonti di luce, da un lampione in strada, o dai fari di un’auto che passava lontana, era come incontrare una vita che, da qualche parte, continuava a svolgersi, anche mentre lui, al buio, s’attardava prima d’alzarsi.

Gli capitò allora, di starnutire, e s’accorse che, pur avendo messo le mani davanti alla bocca, dalla bocca erano sfuggite scintille che, per un istante avevano illuminato la stanza. Sorrise, incredulo; forse stava trasformandosi in un drago. Prese un fazzoletto di carta, dal comodino vicino, e si soffiò il naso, e di nuovo scintille tracciarono fugacemente l’aria. Stavolta si guardò le mani, e s’accorse che erano colme di piccoli frammenti luminosi blu, iridescenti. Ebbe paura, per un istante. E subito si rese conto che non era più, nel proprio letto, ma in acqua, sotto l’acqua, di un mare lattiginoso e verde, nel quale, dall’alto, filtravano raggi di sole, e nel quale nuotava, senza problemi di respirazione, sentendosi stranamente libero. Traversava l’acqua il canto di una sirena, e lui lo seguiva, come un Ulisse incantato. E innamorato, in un mondo totalmente nuovo, oltre il proprio confortevole letto, di ogni cosa precedente, dimentico.

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Aveva lavorato molto. Notte e giorno. Ma finalmente era riuscito a realizzare la sua idea folle.

Non restava che mettere alla prova la sua piccola invenzione.

C’era un sogno che lo visitava costantemente; quasi ogni notte.

Incontrava una donna, bellissima, che guardava, perso, senza riuscire a dire una parola, mentre lei ricambiava il suo sguardo. Ardente.

Ma ogni mattina, quando si svegliava, dimenticava il volto della donna sognata, e non c’era modo di ricordarlo, nonostante passasse l’intera giornata a cercarlo.

Ma ora, avrebbe potuto fotografare quella donna, nel sogno, col suo apparecchio, e averla davanti, finalmente, anche al mattino.

La fotografò quella notte, ed era davvero bellissima, come una conchiglia colorata che illumini di sé il fondale marino.

Iniziò a cercarla in città, per mesi, fino quasi a perderci gli occhi.

Aveva sempre con sé quella foto.

Fu un mattino, che, mentre stava uscendo da una porta, se la trovò davanti, come una spuma di mare dolce, che lasci di sé il profumo sulla sabbia e la scavi dentro.

Da allora, non ebbe più bisogno di inseguire i propri sogni.

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Non pioveva, e lui camminava con un ombrello aperto. E di notte, indossava occhiali da sole. Se aveva sete, mangiava aringhe salatissime. E quando aveva fame, beveva acqua.

Sulle rotaie dei treni, ci camminava e, d’inverno, vestiva sempre con le maniche corte. Veniva cacciato regolarmente dalle biblioteche, perché entrava dentro, e accendeva, a tutto volume, una sua radio portatile piena di musica.

Al mare poi, riempiva sempre un secchiello con l’acqua e poi la buttava nella sabbia, lontano. Però il mare, non riusciva a svuotarlo mai.

Non dormiva mai di notte, e di giorno, nemmeno.

Il punto è, che era pazzo di lei.

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Lo impauriva, la soffitta.

Ogni volta che ci saliva su, e apriva poco poco la porta, gli sembrava che tutte le cose che erano lì dentro, avessero, un istante prima, smesso di muoversi e parlarsi, e si fossero posate dov’erano, per non far scoprire quella loro vita segreta. Ci sentiva dentro la presenza delle persone i cui oggetti erano stati lasciati lì su. Nonni, bisnonni, zii, persone lontane, nel tempo. Un pomeriggio, prese coraggio ed entrò, finalmente, nella stanza. Accese la luce, da un vecchio interruttore a chiave e iniziò a guardarsi intorno. In un cassetto di un vecchio mobile, trovò un sacchetto di plastica trasparente, che conteneva decine e decine di vecchie lettere e cartoline. Erano tutte firmate col suo nome, ma lui, quasi ottanta anni prima – le date che si potevano leggere su quei timbri riguardavano quel periodo – non era ancora nato, e non conosceva nessun parente che portasse il suo stesso nome.

Ogni lettera, e ogni cartolina, erano indirizzate a una certa Maelu, forse una straniera. E in ogni lettera, e in ogni cartolina, l’uomo col suo stesso nome, le raccontava la sua vita da lontano – quasi tutte, provenivano da località del Nord Italia, o da paesi balcanici – e le raccontava un infinito amore, leggero, dolcissimo e totalizzante amore. Restò stupito, di quelle carte, di cui non sapeva spiegarsi la provenienza.

E mentre le leggeva, quelle carte si polverizzavano, lasciando dietro di sé, la stessa scia luminosa di un raggio di sole al mattino che filtri dalle persiane.

E volava via, quella carta, e cadeva in terra, oltre i tetti della sua casa, e ovunque cadesse, tulipani di ogni colore fiorivano, e subito volavano via, polverizzati anch’essi, a seminare oltre l’orizzonte.

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Aveva scoperto di poter camminare sulla pioggia. Saliva sulle gocce, per arrivare almeno fino alle nuvole. Doveva essere bravo, però, a tornare a terra prima che smettesse di piovere. Altrimenti non avrebbe avuto gocce su cui poggiare, e a volare, non aveva imparato.

Il suo sogno era, catturare un fulmine. Non sapeva bene cosa ci avrebbe fatto; magari poi lo avrebbe lasciato libero. A lui piaceva che tutto fosse libero.

Quel mattino di pioggia, aveva cominciato a salire sulle gocce, che ancora la luce faceva fatica a prendersi il cielo. E s’era portato un grande fiasco di vetro. Pensava di fare entrare la punta del fulmine nella bottiglia, farlo accomodare nella sua pancia larga, e subito chiudere il tappo per non farlo scappar via. S’apposto’ sotto una nuvola che brontolava parecchio, e ci riuscì. Si scotto’ un po’ le dita, ma ora, aveva un fulmine tutto suo. Mentre scendeva velocemente verso terra, ansioso di mostrare a qualcuno la magnificenza della sua preda, passò per caso vicino alla finestra di una casa. Sentì che dentro, due cani abbaiavano, e però rimase sorpreso da una luce che sembrava uscire dalle mura, dolce e potente insieme. Guardò allora, attraverso i vetri della finestra, e vide una donna ancora nel letto. Quando lei aprì gli occhi, gli sembrò d’essere dentro il mare quando l’alba ci splende dentro e lo muta in oro blu, trasparente e fresco.

Ed era bellissima.

Allora aprì il tappo del suo fiasco, e lasciò il fulmine libero di zigzagare nel cielo .

Non serviva andare fino alle nuvole per trovare luce. Era sufficiente, sulla terra, incontrare gli occhi di quella donna.

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Gli era successa una cosa strana, stamattina in montagna. Era fermo, ad un canto, vicino ad una quercia che stendeva ampi, i suoi rami ancora nudi, e aveva visto muovere l’erba seccata vicina.

Era comparso il muso rosso di una piccola volpe. L’animale s’era fermato a a guardarlo. Con una zampa alzata, come fosse pronta a correre via, subito. Però restava ferma. E anche lui, era rimasto fermo, a guardarla. S’era solo abbassato, quasi volesse accarezzarla.

Restarono così, qualche secondo, guardandosi negli occhi. Poi, la volpe scartò da un lato, e corse via, lontano.

Lui ricordò che un giorno, passando di lì con l’auto, una volpe, rossa, s’era fermata, per far passare l’auto, e poi s’era allontanata, fermandosi però ogni tanto, e girandosi dietro a guardarlo.

Un giorno forse sarebbe stato possibile avvicinarsi di più all’animale.

Ma lui non lo avrebbe accarezzato. E neanche portato con sé del cibo.

Sarebbe stata la volpe, se davvero lo avesse voluto, ad avvicinarsi.

Lui non le avrebbe mai fatto del male.

Anche lui andò via, stamattina; camminava col cuore che gli batteva forte, e, nonostante il grigio della giornata, sentiva d’aver incontrato dei colori segreti.

Avrebbe provato ad esserne degno.

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Le medicine per il cuore, stavano finendo. Doveva ricordarsi di passare dal dottore, l’indomani, per farsene prescrivere almeno due confezioni. Non la capiva bene questa cosa. Doveva prendere quelle medicine per il resto della sua vita; perché non gli consentivano di averne in casa, magari un garage pieno?

Voleva vivere a lungo lui, questo era certo, anche se gli avevano detto che forse sarebbe stato meglio operarsi; provarci almeno.

Ma in realtà, non era poi così interessato a curarsi. Aveva deciso di osare di tutto.

Per questo, correva, almeno un paio di volte alla settimana. E si arrampicava, in montagna, scegliendo sempre salite molto ripide, e avendo cura di non dire mai a nessuno, da che parte s’inerpicasse. Così che nessuno potesse cercarlo. E poi andava in mare, al largo, con una barchetta prestatagli da vecchi amici, e si tuffava, sempre, nell’acqua scura come il vino, al largo, da solo, e nuotava, sino a sfinirsi, senza incontrare mai nessuno squalo. E aveva anche ripreso a fumare, e a bere, e, di notte, saliva sulle cime degli alberi, portando con sé una grossa rete da pesca. Sognava di fermare una cometa. Aveva letto che il nucleo delle comete conteneva metalli preziosissimi, e con quei metalli, voleva fare un anello, e chiedere, finalmente, alla donna che amava, di sposarlo.

Io non lo so, se sia riuscito. A fermare una cometa del cielo, o a vivere il suo grande sogno d’amore.

Forse il suo cuore ha smesso di andare così veloce e si è fermato a riposare, da qualche parte.

O magari è salito su un camper e si è preso una vacanza.

Però so che la mattina, in cielo, vedo sempre due piccole luci che giocano con l’orizzonte.

Forse la donna che amava, lo ha raggiunto su una cometa che lui ha catturato, e si stanno godendo il cielo da lassù.

Felici.

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Sono uscito di casa, dentro la notte piena, quando nessun uccello ancora canta.

M’è sembrato di ascoltare una musica, lontano, tra gli alberi scuri e fitti.

Intorno ad un piccolo fuoco, un gruppo di donne parlava, mentre alcune di loro suonavano stranissimi strumenti. Una sorta d’arpa ricavata dal guscio di una enorme lumaca. Uno strano strumento a tasti che, ad ogni nota, emetteva un soffio di fuoco, come un drago .

Io sapevo d’essere lì, né atteso e né desiderato.

Eppure mi avvicinavo, per poter vedere meglio, e fidando nella notte, per non essere visto. Ma mi sentii presto le braccia fermate prima, da qualcuno, e poi legate dietro la schiena.

Due creature che non vedevo, ma di cui avevo avvertito la pelle squamosa, rugosa, mi avevano preso, e mi stavano portando dalle donne.

Quelle donne che parlavano tra loro, erano le mie paure, e stavano scegliendo quale fosse la paura più grande che dovessero regalarmi per il giorno dopo. Io le guardavo, in preda ad una strana ammirazione.

Sapevo, che avevano scelto, cosa regalarmi.

Ma non posso raccontarlo, neanche a me stesso. Perché le paure più grandi, sono come un’onda di mare che s’alza sopra di noi, e s’alza, fino a oscurare il cielo, e l’attimo prima in cui dovrebbe crollare e sommergerci, dura mesi, un anno, e poi ancora mesi, e noi, sotto, vorremmo quasi che finalmente arrivasse, il momento.

Mi lasciarono andare, le mie paure, mentre la notte cercava l’alba.

E io sapevo che la paura non sarebbe andata via.

Io potevo solo provare a nuotare. Solo.

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Ascoltava le partite di calcio alla radio.

Quell’anno di Pasqua.

L’Inter vinceva, il suo derby col Milan, fin quando a pochi minuti dal termine, il mediano del Milan, non realizzò due gol. Pareggio.

Quell’anno, l’Inter, prendeva sempre gol negli ultimi minuti.

Lui non avrebbe mai creduto possibile, d’innamorarsi d’una donna che tifava Juve, o, addirittura, Milan.

E invece accadde.

E lui continuava a prender gol negli ultimi minuti.

Ma gli sembrava di non perdere mai.

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La sabbia aveva smesso il colore invernale, e brillava, sotto il sole di fine marzo.

Erano davanti al mare. Tirava un leggerissimo vento di tramontana, che veniva perciò, quasi dalle loro spalle; per questo, l’acqua che avevano di fronte, scintillava azzurro, fino a congiungersi con l’orizzonte, macchiato di bianco sfuggente, da leggere nuvole che ammorbidivano il cielo, come un lenzuolo dove s’era appena amato.

Il loro corpi si sfioravano leggermente, ritraendosi, quasi, non appena l’unione apparisse troppo stretta.

Lui raccontava, ad alta voce, d’essere innamorato, come un bambino che, per la prima volta, veda la luce. Raccontava d’amare talmente tanto da sentirla scorrere, in ogni fibra del suo corpo; tanto da non riuscire, neppure per un istante, a smettere di pensare a lei.

Il gabbiano che gli era accanto, aprì le ali, e, fatti brevi e veloci passi sulla rena, s’alzò in volo.

Andava a raccontare a lei, le parole di lui, e i suoi silenzi, e i suoi sogni. Anche quelli che lui non avrebbe raccontato neanche a sé stesso.

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Era una rudimentale astronave, e si trovava dentro un cielo nero, di stelle lontanissime. E traversava un’area dello spazio cosmico, colma di asteroidi in movimento convulso. L’astronave poteva sparare, e distruggere quegli asteroidi che, però, si dividevano in due parti, divenendo più piccoli e pericolosi e si dividevano ancora, una volta colpiti nuovamente.

Quell’angolo di cielo era il teatro di una terribile tempesta di detriti spaziali che, in qualsiasi momento, avrebbe potuto distruggere la fragile astronave.

Il ragazzo giocava, la sera, a quel videogioco, in un angolo di un bar, da solo. Fino a finire tutte le monete che portava con sé.

Aveva bisogno di istupidirsi, di cancellare da sé il proprio pudore.

Non riusciva a chiedere, a quella bellissima ragazza dai capelli biondi, di uscire insieme, una sera. Si vergognava troppo, di sé stesso.

La sua astronave sarebbe sopravvissuta, all’attacco di tutti gli asteroidi, e sarebbe arrivata, in salvo, su un pianeta sconosciuto, selvaggio, e bellissimo, dove i fiori, col vento, suonavano una splendida musica, che faceva venir voglia di ballare. E il ragazzo avrebbe ballato con lei, senza diventare rosso, mentre glielo chiedeva.

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Portava un cappello, in testa. Una coppola, da vecchio contadino meridionale. Era affezionato, a quel cappello, anche se lo possedeva da tantissimi anni e s’era ormai un po’ scolorito, e aveva anche qualche piccola scucitura, all’interno.

Glielo aveva comprato suo padre. Con la scusa di aver cura di tenere sempre calda la testa. Per non gelare mai, la possibilità di avere fantasie e inventare giochi.

Quel mattino, camminava per la città, quando udì un rumore improvviso e si girò velocemente per vedere da cosa fosse causato. Forse la torsione della testa, allentò leggermente la presa del cappello, e un colpo di vento più forte, glielo fece volar via.

Iniziò a seguirlo, correndo, mentre rotolava per strada. Il cappello sembrava fermarsi un istante, e poi volava di nuovo via, magari in una direzione del tutto inattesa, tra i vicoli della città.

Lo ritrovò tra le mani di una donna, che lo aveva raccolto.

Era bellissima, e sorrideva.

Si scusò con lei, per aver provato ad imitare una vecchia comica del cinema muto; ma le disse anche, che, se l’avesse vista solo per caso, avrebbe comunque inventato qualsiasi cosa, pur di poter parlare con lei.

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Era arrivato con la barca, sino all’isola col faro, e aveva calato il piccolo ancorotto di piombo, per fermarsi, a poche decine di metri dagli scogli.

S’era messo in mare, con la maschera, per guardare il fondale.

Gli sembrava d’esser sospeso al soffitto di una enorme stanza, di cui vedeva il pavimento, distante, e che s’apriva fino ad essere circondata da un’ombra scura, vetrosa, ch’era l’acqua da lui distante, entro cui il sole pareva restare prigioniero.

Era un mondo silenzioso. Traversato solo dal ticchettio delle spine dei ricci, che si muovevano, lentissimi, sul fondale di rocce e alghe che si piegavano con la corrente, e con l’eco delle onde in superficie. Le pareti di questa stanza erano percorse da branchi di piccole monache nere, e rosse talune; da saraghi e sparioli d’argento e da giudei incerti, coloratissimi, d’azzurroverde e di giallo infuocato e arancio dolce.

Vide sul fondo una piccola stella di mare, rossa, rossissima, e s’immerse, fino a lei, raccogliendola, per poi risalire all’aria.

Teneva la stella nel palmo, alta alla luce, per vederne meglio il colore acceso. D’improvviso, sentì una fitta al cuore.

S’immerse di nuovo allora, trattenendo il respiro fino a lasciare quella stella, sulla pietra dove l’aveva presa.

Dentro di sé sapeva, che il cielo non può essere spogliato di stelle, come dal cuore, non può essere portato via l’amore.

La notte, senza il cuore di quella stella, non avrebbe mai potuto essere la stessa.

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Aveva smesso, di lavorare.

Se ne era andato dal lavoro, usando come scusa, una specie di malattia che aveva, e che, forse, nelle giuste condizioni e con un po’ di tempo a disposizione, lo avrebbe accompagnato sino ad andar via insieme dal mondo.

Un vecchio libro, che aveva letto tanto tempo prima – soprattutto perché gli piaceva il titolo, e non s’aspettava che quell’autore scrivesse una cosa come quella: “Il vagabondo delle stelle”, si chiamava, e lo aveva scritto Jack London, che lui ricordava come scrittore che veniva fatto leggere ai bambini, a partire da “Zanna bianca” – immaginava che, un uomo, posto in certe condizioni terribili ( il protagonista del libro era in carcere, e si ribellava continuamente, ed era, per questo selvaggiamente picchiato e torturato e chiuso in una terribile camicia di forza per tempi lunghissimi: mesi e mesi, anche ), potesse arrivare a ricordare le proprie vite passate che, nel caso specifico, significava, tra l’altro, tornare ad una storia che si ripeteva sempre allo stesso modo nelle diverse epoche in cui era stata vissuta, dagli antichi egizi, ai suoi tempi. Ed era la storia di un uomo che s’innamorava di una donna, e che, per quella donna, combatteva contro potenti e ordini precostituiti, risultandone sempre sconfitto, e ucciso tra tormenti terribili.

Lui, non credeva, nella possibilità di aver vissuto altre vite, o d’esser destinato a viverne altre ancora. Ma era affascinato, e spaventato insieme, dalla possibilità che certe storie del mondo, potessero ripetersi, in contesti e situazioni diverse, ma sempre, seguendo essenzialmente lo stesso schema, come se tra gli uomini, il numero delle storie possibili, fosse limitato, e, gettati i dadi in un modo, il numero che uscisse, fosse sempre lo stesso.

Ed era un po’ anche il tema di tanti film, che gli era capitato di vedere, in cui il protagonista, o la protagonista, vivendo una situazione, accumulava talmente tante possibilità che tutto si concludesse con una dolorosa e terribile sconfitta, ed invece, improvvisamente, appariva qualcosa che deviava la sorte, e la conduceva verso un esito ormai insperato, anzi, talmente tanto bello e nuovo, da poter essere un nuovo inizio, con equilibri però completamente mutati.

E, rispetto a questi film, s’era sempre chiesto se fosse accettabile, realistico, che una situazione che scivolava verso un esito fatale, trovasse poi la strada per una nuova primavera.

Non aveva risposte da darsi.

Ma sentiva che entrambe le possibilità potevano essere vere, e persino, in tempi diversi, nell’ambito di una sola vita di una persona: che tutto fosse diretto verso dove non altro sbocco avrebbe potuto avere, se non la fine e la sconfitta; che tutto invece sviasse e trovasse un modo di render felici le persone.

Nel frattempo, però, nel tempo che ancora gli era dato di essere, voleva provare a rendersi utile, e, nel suo lavoro, ormai, non si sentiva più utile a nessuno.

Dopo aver lasciato il suo lavoro, aveva trovato, per sé, un piccolissimo ufficetto nel centro della città. Aveva a disposizione solo una scrivania; il suo computer portatile e una stampante; due sedie e una lampada. Un piccolo divanetto dove accomodarsi, davanti ad un vecchio tappeto, quando s’avesse bisogno di riposo, o di riflettere, o di far sedere qualcuno che avrebbe dovuto ascoltarlo.

Era un ufficio senza insegne, o telefoni intestati.

In verità, la sua, non era neanche una impresa. Ma solo un’attività che avrebbe offerto, gratuitamente, a tutti quelli che si fossero affacciati alla sua porta.

Non avrebbe chiesto neppure un centesimo, per il suo lavoro; e per far conoscere il suo lavoro, avrebbe fidato solo nel potere della parole che si passano, parlando, tra una persona e l’altra.

Era certo che, se fosse stato capace di raggiungere qualche risultato, le persone che lo avrebbero cercato, sarebbero aumentate, spontaneamente.

Si proponeva di scrivere lettere d’amore.

Qualcuno, forse, avrebbe potuto chiedere a lui, d’interpretare il sentimento che provava. Lui si sarebbe fatto raccontare la storia, e poi avrebbe scritto. Credeva, nel potere della parola. Nella possibilità che le parole, quando fossero espressione del ritmo stesso dei battiti del cuore, e dei desideri degli occhi, sarebbero state capaci di raccontare, e far vedere, ad altri, tutto l’amore traboccante che si poteva provare.

Certe volte, le persone conoscono i sentimenti che qualcuno possa provare per loro, ma non si rendono pienamente conto che quei sentimenti, e quelle emozioni, sono indissolubilmente legate ad un “noi”, senza il quale non sarebbero possibili, e potrebbe accadere che, dai loro volti, sia portato via il sipario chiuso che nascondeva anche la propria stessa anima, che, esattamente lì, dove quelle parole raccontavano, avrebbe voluto essere.

Le parole avrebbero potuto realizzare una unione.

Lui avrebbe voluto che le sue parole, fossero capaci di questo.

Di quella leggera indicazione con le dita, che consenta a chi abbiamo davanti, di vedere qualcosa che s’ostinava a non voler vedere, o che, semplicemente, sfuggiva al suo sguardo, che pensava fosse importante poggiare solo altrove.

Lui avrebbe voluto che le sue parole, fossero l’istante prima in cui il primo raggio di sole esce dall’ombra della montagna, ed esplode la notte in mille colori, dentro i quali vorremmo solo tuffarci e vedere la nostra pelle mutare, dall’ombra alla luce.

Aveva un segreto, che lo rendeva quasi certo che la sua impresa senza soldi e obblighi, avrebbe avuto successo.

In realtà, lui avrebbe sempre scritto una lettera alla donna che amava.

Perchè solo pensando a lei, era possibile immaginare l’esistenza dell’amore, e di tutte le sue innumerevoli, e meravigliose, e alate forme.

Le sole, che danno un significato all’essere vivi.

Per qualunque tempo resti.

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Era zuppo fradicio.

Non aveva fatto in tempo a scendere dal bosco dove era andato a passeggiare, prima che iniziasse a piovere. Anzi, era davvero lontano, da dove aveva lasciato l’auto.

Quando cominciò a sentire le gocce e il vento, più freddo, che ora arrivava da nord, prese a correre, cercando, per quanto possibile, di restar lontano, dagli alberi, per paura che un fulmine potesse scaricarsi su uno dei faggi che aveva vicino, e colpirlo.

Cadde, correndo.

Impiastrandosi tutto di vecchio fogliame e fango nero. Forse, s’era anche ferito alle gambe.

Arrivò infine alla propria auto,e vi si rifugiò dentro, infreddolito, mentre sentiva provocargli brividi l’acqua che gli gocciava dai capelli e s’infilava dentro la camicia, sulla schiena.

L’auto non partiva.

E non vedeva nessuno intorno, e il cellulare non aveva segnale.

Nel bosco, scuritosi con la sera, vedeva occhi gialli di lupo aggirarsi tra i cespugli di ginepro.

Lo ritrovarono il giorno dopo.

Aveva un febbrone da cavallo, e continuava a sostenere di chiamarsi Pollicino.

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Fece scaldare dell’acqua, e quando iniziò a bollire, spense il gas sotto la pentola.

Versò l’acqua in un vecchio bacile di metallo smaltato, bianco e azzurro.

Poi prese del bicarbonato e un po’ di salvia fresca, e li gettò nell’acqua calda, mescolando con un cucchiaio.

Prese un plaid di lana, a quadri rossi e verdi e con quello, coprì il bacile, e infilò la testa, sotto la coperta.

Ed iniziò a respirare il vapore, col naso, espirando dalla bocca.

Da piccolo, la mamma gli faceva fare i suffumigi, raccontandogli che erano insieme sotto una tenda indiana, e che il sakem dei pellirosse, curava così, i membri della sua tribù.

Lui era stato un lettore di Tex Willer, e mentre era sotto la coperta, al caldo, immaginava praterie e cavalli liberi. E archi e frecce.

Era rosso il suo volto, al termine delle respirazioni.

Ora, si chiedeva solo, perché non smettesse mai di tossire. E immagino’ che la sua tosse fosse una sorta di combustibile che, ad ogni colpo, lo smuoveva, facendolo camminare a balzi, anche di venti, trenta, mille metri.

Un nuovo modo di viaggiare.

Fino alle nuvole poggiate sulla sera, magari.

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Ho preso un treno, col biglietto sbagliato. Invece di andare verso il sole che scende, sono andato verso l’alba, che però non c’era. Me la sono dimenticata, dietro un monte, fino a domani. O forse l’ho persa, in fondo all’ultimo bicchiere del mio vino. Rosso. O scuro, come il mare, non so.

Mi piace viaggiare, di notte, senza sapere la meta. Esattamente come vivere. Fanculo.

Fanculo al controllore.

Io ho pagato. Pago sempre tutto. E pago anche di più. Perché io pago le cose che voi non pagate, e se sbagliate a darmi il resto, ve lo restituisco pure.

Guardo le stazioni passare. Nessuno mi aspetta. Anche perché ho sbagliato biglietto, ma anche percorso. Nessuno mi conosce qui. Nessuno mi parla. Nessuno mi scrive. E io, non sono nemmeno un colonnello.

Sono partito. Da qualche parte arriverò. Nel tragitto, fumo, bevo, e leggo. Perché dentro le storie, faccio finta anche di vivere.

Quando sarà il momento, dal treno mi butto. Da qualche parte vicino al mare, che starà lì, tra ombrelloni e palme.

E di me, per fortuna, non gliene fregherà nulla.

Chiederò un passaggio, per tornare a casa. E mi accorgerò finalmente, di non aver mai avuto radici.

Solo piedi, per camminare arrancando.

Musica adesso. Di quella bella, però.

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C’era una volta una barca.

Questa barca, aveva una sola vela triangolare, fatta di polvere di luna.

Quando prendeva il vento, quella vela spargeva scintille di luna sul mare, e queste scintille, talvolta facevano luce, quando, nel cielo c’era la luna tutta intera; altre volte, invece, quelle scintille facevano ombra, quando la luna c’era sì, e anche tutta intera, però, stava dall’altra parte del cielo.

Dal porto, questa barca voleva spingersi sino ad un golfo lontano, posto proprio sotto il cono di un vecchio vulcano. Quella vela fatta di polvere di luna, aveva infatti conosciuto la vela di un’altra barca, fatta di polvere di sole.

E quando prendeva il vento, la vela di quest’altra barca, lasciava cadere intorno, sottilissimi fili di luce, come capelli biondi il cui sorriso illuminava tutto il mare sotto di lei. E questo succedeva sia di notte, che di giorno.

Queste due barche, però, e le loro vele, riuscivano ad incontrarsi solo poche volte in un mese; quando in cielo c’erano sia il sole, che la luna.

Per via delle eruzioni del vulcano, delle maree, delle correnti impetuose…

Il cielo però, sembrava più piccolo, e dolce, quando i loro raggi si sfioravano.

Quando le loro vele, erano lo stesso vento.

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Saranno state un miliardo di milioni di volte, che avrebbe voluto parlarle.

E raccontarle canzoni di mare e coriandoli di pensieri.

E almeno due miliardi di milioni di volte, avrebbe voluto ascoltarla.

Solo lei, qualunque cosa volesse dire.

Ma aveva sempre ingoiato tutto.

Pensava che sarebbe bastato essere guardato, un istante, un istante solo, e lei avrebbe capito tutto, senza nemmeno una parola.

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Ho preso la mia medicina per stare tranquillo. E poi ho preso anche lo sciroppo e tornerò sorridente. Poi ho preso delle compresse, ottime, per il mio equilibrio. E mi sono anche fatto una iniezione di ricostituente della sanità mentale. Sulle supposte per guarire dalle mie paure, ho glissato.

Adesso ho deciso che mi disintossico. Giusto un integratore per aiutare a distillare serenità. Ma ci credo poco.

Meglio rimedi naturali.

Tipo invitarti a prendere un caffè.

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C’era una gatta, al mattino, che passava senza ferirsi, tra i cespugli di rose, e senza cadere, camminava sui fili dove si stendevano i panni ad asciugare. Poi, s’accucciava in cima ad una roccia tagliente, e mi aspettava.

Io le servivo solo per misurare quanto fossi goffo, e con quanta difficoltà arrivassi a raggiungerla.

Ma a me, andava bene così.

Era bello accarezzare una gatta libera.

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Era comparso dal campo, d’improvviso. Esattamente da dietro il fienile. Pareva quasi si potesse toccare.

Saliva, da terra al cielo, senza sforzo alcuno, e colorava l’aria.

Era un grande e magnifico arcobaleno, il cui arco si perdeva tra le nuvole basse.

Il bambino camminò barcollando, a piedi nudi nell’erba appena verde di primavera. Aggirò il fienile, e riuscì ad arrivare proprio dove l’arcobaleno spuntava, come un fiore gioioso. Mise le sue manine dentro il pulviscolo d’aria colorata, e le vide divenire rosse, gialle, indaco, lucenti.

Si voltò d’improvviso all’indietro, e prese a correre, fino ad una bimba che, fino a poco prima, giocava con lui.

Le passò le sue mani bagnate sul volto.

Il bambino pensava di colorare così la bambina. Perché lui potesse ritrovarla sempre, anche di notte, anche nel mezzo di una folla infinita.

Il suo sorriso, coi colori dell’arcobaleno e i suoi occhi, colori arcobaleno. E il suo volto come il cielo.

Non l’avrebbe mai perduta, immaginava il bambino.

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Non sapeva se esistesse, qualcosa di più terribilmente maligno, che ascoltare, a notte, un orologio fare il suo giro, e poi un altro, ancora, e ancora.

Per questo, decise di vedere come era fatto il tempo. E, con un piccolo cacciavite, iniziò a smontare la sveglia che aveva sul comodino accanto al proprio letto.

Il tempo, era fatto di piccoli ingranaggi; ruote dentate che muovevano piccoli pistoni, vitarelle, assi di ferro. Una grande spirale d’acciaio avvolta su sé stessa .

Nel tempo, non c’erano fiori, o stelle cadenti, e non c’erano mai baci o carezze. Non c’era il mare, o i giochi, e neanche un cinema. Era solo un meccanismo che andava avanti, dimenticando tutto, fin quando c’era la carica. Poi, finiva, e basta .

Allora, prese i pezzi che aveva smontato, e li buttò via.

Questo tempo, non gli interessava più.

Ne avrebbe costruito uno suo.

Un tempo di nuvole e vento, di mani intrecciate e sorrisi, di parole e musica. Per un tempo così non serviva un orologio.

Ma coraggio.

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Prese un biscotto Atene, ed iniziò a spalmarlo di Nutella. Anche nei buchi, fino a riempirsi le dita di crema.

Il biscotto, lo mise in un piccolo piattino, e poggiò tutto sul davanzale della finestra.

Verso l’esterno.

Immagino’ così di poter fermare, una fata che volava lì vicino.

E gli sembrò d’averla vista, un istante, oltre il vetro, che sorrideva.

Il biscotto era sparito dal piatto, e il suo cuore faceva capriole, e queste, erano le uniche cose certe.

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C’era un piccolo negozio di alimentari, buio, perché era a piano terra di un vecchio caseggiato, e leggermente ribassato rispetto al piano stradale. Il ragazzo, d’estate, al mattino presto, andava a comprare i biscotti per la colazione. Si potevano comprare sfusi. Avvolti in carta oleata, uscivano dalle grandi scatole, quattro o cinque biscotti fragranti. E il ragazzo percorreva la strada del ritorno a casa, sentendosi già in bocca il loro sapore dolce.

Certe volte, li rompeva tutti nel latte, altre li inzuppava lentamente, uno ad uno.

Al ragazzo piaceva far colazione da solo, guardando il mare dalla finestra.

Gli sembrava che il mondo fosse fermo, ad aspettarlo, e solo quando lui fosse già in spiaggia, riprendesse a muoversi, verso traiettorie sconosciute.

C’erano anche, mattine d’estate di maltempo, e quelle mattine andava sugli scogli, a sfidare il mare grosso, il vento e la pioggia. Di bagnarsi non gli importava.

Più importante di tutto, era sognare. Naufragi, pirati, isole deserte, sirene.

Più importante di tutto, era che nessuno gli togliesse i sogni.

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Era la prima volta, che lei saliva sulla Vespa, per un giro insieme a lui.

A lui, sembrava d’essere su un tappeto volante. Le auto parevano nuvole, veloci capricciose nel vento. E i semafori, erano alberi altissimi, dalla punta oscillante, che parevano seguirlo, mentre gli passava accanto. Persino l’odore dei gas di scarico sembrava succo di mare e alghe verdi che ballavano al sole.

Lui era tornato dalla vacanza, ed era andato a prenderla, subito, come se fosse l’unica cosa che aveva pensato per tutti quei giorni, lontano.

Non aveva bisogno di panchine, o di barche, lei era dietro le sue spalle, e lo stringeva. Il mondo poteva anche scomparire.

E fu per questo forse, che quando entrarono nel luna park, nessuno li vide più. Qualcuno dice si siano fermati su una gondola nel tunnel dell’amore;qualcun altro dice che lei è coperta di decine di peluche, che lui ha vinto, buttando giù barattoli con una palla. Altri dicono siano fermi, nel punto più alto della ruota panoramica e stiano baciandosi sotto le stelle.

Ma io so che sono nel labirinto di specchi, tenendosi per mano, per guardarsi mille e mille volte insieme.

E non perdersi mai.

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Era vento, a sera.

Andava veloce contro la montagna, spargendosi tra le balze, gli alberi e le pietre nude che s’alzavano fino al cielo.

Lui guardava il cielo chiudersi, a ovest, sotto la spinta di un libeccio aspro.

Avrebbe voluto pregare, se ne fosse stato capace, o degno. Se avesse trovato un luogo che gli permettesse d’essere ascoltato.

Accese una candela, e la spinse dentro una bottiglia che teneva tra le mani, dal collo, facendo attenzione a lasciar passare l’aria necessaria per la combustione. La fiamma tremava, dentro il vetro, e sembrava guidarne i passi, che traversavano un piccolo piano d’erba verde e fiori, bagnati da una pioggia sottile. Arrivò sotto un grande pino, da cui veniva un forte odore di resina e aghi caduti. La candela sembrava bruciare più forte, e lui sentiva venire dal vetro un grande calore, che divenne presto insostenibile. La bottiglia gli sfuggì dalle mani, ma non cadde, anzi, iniziò a galleggiare nell’aria, e ad alzarsi, verso le nuvole basse.

Lui vide quella strana mongolfiera andar via, senza poter fare nulla. Con la cera calda di quella candela, un giorno, pensava, avrebbe voluto modellare una stella e regalarla a quel cielo, scuro e denso, che gli aveva portato via la luce.

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Di mattino, nella nebbia, sullo scheletro di un ramo allungato al cielo, schizza, il rosso delle piume. Il pettirosso si stringe nelle ali , al freddo, senza carezze. Una goccia tenue di colore che rompe il grigio.

Il rivolo d’acqua, sotto il ponte della strada, è uno specchio ghiacciato che si fa strada tra le pietre bianche, scavate dal tempo. Cammina faticoso, portando respiro. Riflette il cielo, a guardarlo. Cerca un mare infinitamente lontano, attratto dall’odore della sabbia; dall’abbraccio con l’acqua salata di onde e storie di vento.

Si guarda nell’acqua. Incerta.

E ha la forza di un sole che rompe la notte. I capelli sono foglie d’autunno intrecciate in un gorgo, e piegano i pensieri verso chiarori nascosti. Le mani chiuse nelle tasche, a stringere il sogno dei prossimi passi. Gli occhi allungano il volto come ali libere. Scuri.

Della stessa oscurità fiammeggiante di un fiore che sfida il gelo per bucare l’inverno e diventare primavera. Scuri degli sguardi sul mondo, pesanti e leggeri; profondi, sempre. Fino alla radice che rompe la terra, senza esitazioni o scuse o bugie. Scuri, gli occhi, di leggerissime rughe sulla pelle, piccoli sentieri di nuvole raccolte, e tempo. Scuri e colmi di infinitesime stelle che illuminano universi interi di vite vissute, attraversate, mai dome. Mai piegati, gli occhi.

E quando socchiusi, gli occhi, vibrano, di guizzi sotto pelle. Rapidi. E larghi. Come un bacio umido. Che cancella ogni rumore intorno.

Perché le sue labbra.

Le sue labbra arrotolano le parole e le lasciano scendere come una pioggia arcobaleno. Gonfia di colori. Le sue labbra raccontano letture, e connessioni, e balzi capaci di trovare sempre una ragione. Le sue labbra rendono poesia ogni scienza, e rigore ogni ipotesi. Le sue labbra lasciano correre bolle di sapone iridescenti, di riflessioni umili e ferme. Decise senza sconfinare.

E le sue labbra sono fragole venate d’uva. Piene e dolci. Con un sorriso piegano i raggi di luna. E illuminano ogni angolo buio dell’anima. E regalano gioia al desiderio.

Si raccolgono a domandare; si spargono a chiedere. E segnano il battito del cuore altro. Come un orologio che inventa il giorno, e la notte, e tramonta l’alba.

Arrivano ad un incrocio, i passi. Polverosi, ed ebbri di viaggio. Insieme.

E lei stende il braccio, ad indicare il prossimo orizzonte. Senza timore. E senza crudeltà. E’ solo il fiato che si raccoglie per una nuova corsa. Con le mani a sfiorare rocce, e angoli di città, perché anche le statue più fredde abbiano calore di vita e sangue. E il blocco geometrico dei palazzi scosta gli angoli, come un sipario, per lasciar entrare, sempre, il cielo, il suo cielo.

E lei china la testa.

E basta un sospiro del petto, per coagulare l’emozione. In un grumo che scuote e urla. E’ il dono di sé. Che affastella i mesi come mazzi di fiori e petali. Le lacrime possono essere acqua che disseti. Raccolte tra le sue dita. Custodite, tra le sue braccia.

Ci sono incertezze e umanissime cadute. Purchè siano limpide.

Nulla importa.

E’ la ricerca, del possibile insieme. Che è l’idea più feconda di bellezza.

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Aveva sognato un sogno.

Un sogno che non avrebbe dovuto sognare.

Aveva sognato, d’essere un fiocco di neve, e aveva sognato di cadere, dal cielo, senza peso, spinto leggermente dal vento, ma comunque destinato ad arrivare a terra. Era bello fluttuare nell’aria, insieme a milioni d’altri fiocchi di neve, che però non erano come lui, perché lui, mentre cadeva, sapeva che non era davvero un fiocco di neve, ma solo una persona, che cadeva, dal cielo, pesante però, e aspettava d’arrivare a terra, e di sentire dolore.

Nel sogno che aveva sognato, in verità, non arrivava fino a terra, ma si fermava sulla cima d’un albero; un albero che, nel sogno, non sapeva riconoscere: forse un faggio, perché era un albero che somigliava a tanti alberi nati tutti insieme nello stesso posto. E quell’albero, lo aveva fermato, nella sua caduta da sogno, e, dai suoi rami, si sentiva scivolare verso le radici, come fosse una goccia d’acqua, diversa però, dalle altre gocce d’acqua, che non lo sapevano, che quello era solo un sogno.

E aveva sognato ancora, d’essere entrato nella terra, come un nutrimento qualsiasi e d’essere diventato una goccia di linfa che risaliva poi tutto l’albero, di nuovo fin quasi alla cima, dove sentiva d’aver rotto, a forza, un piccolo pezzetto di corteccia, e gli pareva d’esser spuntato, come una gemma prima, e una foglia, poi.

Non aveva una fine, da dare al sogno. Come spesso accade, i sogni magari hanno una fine, ma chi li sogna non ricorda, la fine del sogno.

E per questo, scelse di non uscire, dal sogno. Di restarci dentro, anche se non avrebbe nè dovuto, nè potuto; sentiva d’essere una foglia che andava incontro alle stagioni. Ma sapeva anche che, in un sogno, se uno ci pensa, mentre sogna, magari riesce a portare un sogno, fin dove gli piacerebbe, arrivasse il sogno.

E lui sognava di fiorire in inverno e di volar via d’estate, e di far essere tutto il resto del tempo, una primavera, da sogno. Certo.

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Da ragazzo, aspettava la pioggia, con la stagione buona.

E, ignorando l’arte dei fulmini, correva al mare, per andare a fare il bagno, mentre pioveva.

Era bello, andare sott’acqua e guardare, da giù, la superficie del mare.

L’acqua era bucata da mille gocce d’un cielo che pareva ad un passo dal mare, e il silenzio del fondo, mischiava la risacca e i tuoni lontani.

Un giorno, pioveva fortissimo; tanto che l’acqua pareva ferire la pelle nuda, e stare sott’acqua era quasi una protezione. Quel giorno però, forse era di maggio, non riusciva a scaldarsi in mare, e sentiva freddo. Tornò a riva, allora, s’avvolse in un grande asciugamano, e si rifugiò sotto un piccolo tetto di roccia, che il tempo aveva scavato tra scogli ormai non più sommersi dal mare.

Passò di lì una ragazza, che, coperta da un ombrello, portava a spasso il suo cane.

Rise, la ragazza, a vederlo lì, in costume da bagno, infradiciato e infreddolito.

Fu l’ultima volta, che lui andò a cercarsi una pioggia per guardarla da sotto e avvicinare il cielo alle sue dita.

S’era accorto che i suoi giochi e sogni, facevano solo ridere.

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Aveva camminato a lungo, traversando prati di erba tremante al vento. Fino ad arrivare ad un albero, che nasceva esattamente nel punto in cui s’incontravano due scese di roccia, e le copriva, coi suoi rami, come un ombrello generoso. Su un fianco, del tutto nascosto allo sguardo, scoprì un vecchio rudere in pietra, ancora in piedi, che pareva nascere direttamente dal dorso della collina. Una piccola casetta col tetto di legno, e una scrostata porta d’ingresso, semiaperta.

Entrò nella casetta, un unico e povero ambiente, con un tavolo al centro, e un pagliericcio che occupava due angoli di parete, sopra, due vecchie coperte.

Il tavolo aveva un cassetto. Lo aprì.

Dentro, un mazzo di buste da lettera, mai spedite, che contenevano, ciascuna, almeno un paio di fogli di carta, scritti a mano, con un inchiostro rimasto solo ferro rossastro.

Un uomo, ogni giorno, per almeno sei mesi, leggendo le date, scriveva ad una donna. E le raccontava, in un italiano povero e stentato, le sue giornate di pastore, forse, e quanto fosse di lei innamorato.

Forse c’era un’ultima lettera, che magari avrebbe svelato una possibile fine, per quella storia. Ma lui non la cercò. Gli sembrò di spiare qualcosa di profondamente intimo e fragile.

Immagino’ che quella donna fosse andata a cercarlo, per quei monti, e che lui, mentre la baciava, le leggeva ognuna di quelle lettere, guardandola negli occhi.

Le ripose nel cassetto.

E andò via.

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La prese per mano, mentre erano insieme davanti ad una finestra. Fuori, il cielo s’era abbuiato, e il vento soffiava tra gli alberi una canzone rabbiosa.

Lui le raccontò del mare: di loro due insieme al mare, come se fossero, a notte, sulle mura della città vecchia, e il porto, sotto, lasciasse correre onde leggere e veloci, basse, mentre di là dal molo, la schiuma dei marosi s’alzava oltre i bracci di cemento e pietre, superandoli, e ricadendo, con un ringhio minaccioso, sul camminamento sottostante, ingombro di vecchio cordame e reti da pesca messe ad asciugare.

Le raccontò che sarebbe stato bello, fare il bagno, insieme, nel mare in tempesta, perché l’acqua, intorno a loro, se avessero continuato a tenersi per mano, si sarebbe calmata, come una magia di luna.

Lui avrebbe nuotato per entrambe, se fosse stato necessario, e l’avrebbe portata sino all’isola, e le avrebbe fatto bere l’acqua di una fonte sorgiva, dolce, e fredda, capace di rendere leggeri, senza peso.

E il vento li avrebbe portati via, ovunque avessero sognato, magari, dalla parte opposta del mondo.

Lei, gli strinse la mano ancor più forte. Lui aprì la finestra e lasciò entrare il vento ostinato, e la baciò.

Ad occhi chiusi, erano in una casetta di legno, tra i monti, e il fuoco scaldava nel camino.

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Era notte alta.

Tra poco il giorno avrebbe iniziato a germogliare. S’era portato una chitarra, ed era solo, completamente solo nella piazza del Duomo. Ed iniziò a suonare, una vecchia canzone, che raccontava di un amore che voleva nascere, e non riusciva però a venir fuori, dal cuore indurito dalle delusioni. Le stelle sembravano ascoltare, la sua voce bassa, e colavano la loro luce lontana sulla piazza.

Nella piazza del Duomo, s’entrava da un unico ingresso, ai cui lati, fanciulle di pietra tenevano in equilibrio sulla testa due piccoli balconi in alto, dove erbacce fiorite, lottavano con l’arsura, per sopravvivere arradicate al carparo macchiato di muschio giallo.

Una delle statue, scese dal muro, ed iniziò a camminare verso di lui.

Era una donna bellissima, dallo sguardo triste, e vestiva una tunica di morbidi panni bianchi, che sembrava luccicare, sotto la luna.

Lo abbracciò, e gli chiese di continuare a cantare, piano, e di ballare, insieme, mentre lui continuava a regalare musica al cielo scuro.

Ballavano, nella piazza deserta, che sembrava prendere fuoco, ai loro passi.

Non era un sogno.

Perché certe volte, i sogni s’avverano.

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Lavorava come cameriere nel ristorante dell’albergo.

E ne approfittava.

Ogni mattina, quasi alba, entrava di nascosto in cucina, quando ancora nessuno aveva iniziato a lavorare, e lasciava, dove lei lavorava, come aiuto cuoca, un caffè, un cornetto vuoto, e una conchiglia di mare, tra le più belle che fosse riuscito a trovare.

E immaginava che, un giorno, lei lo avrebbe guardato. E si sarebbe accorta che, sulle dita, gli rimaneva sempre, un frammento di colore di mare, e avrebbe capito.

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Era una persona a caso.

Poteva uscire dalla stazione, con le valigie in mano, e dirigersi verso la città, e, al suo passaggio, nessuno si sarebbe voltato a guardarla.

Se fosse salita su un autobus, semplicemente, le avrebbero fatto spazio, quello appena sufficiente ad occupare un posto nell’aria, senza toccare nessuno.

Su una spiaggia, avrebbe steso la sua asciugamano sulla sabbia e sarebbe restata a guardare il mare, come quasi tutti quelli intorno, e il mare passa sugli sguardi di tutti, con mille, e mille onde, che tutto cancellano.

Se si fosse recata al lavoro, avrebbe timbrato il suo cartellino, e quella persona a caso, nel suo ufficio, non avrebbe fatto rumore.

Forse avrebbe solo guardato oltre la propria finestra, per cercare un gioco di bambini, o una bicicletta a spasso sulle nuvole. O un senso.

Ma era solo una persona a caso, e il suo tempo, è quello di uno sguardo, che poi si distoglie, per passare a cose più interessanti.

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Era fermo sul cavalcavia della Tangenziale. Il traffico era bloccato ormai da oltre 20 minuti. Lui, immaginava che, per un attimo, il ponte divenisse invisibile e che chi guardasse da lontano, avrebbe potuto vedere solo una strana doppia fila di auto incolonnate nel cielo.

Sarebbe stato divertente, pensava, entrare, per un istante, nei pensieri di chi assistesse a quello spettacolo. Abbassò il finestrino ed accese una sigaretta, come se il fumo, magicamente, potesse fare ripartire tutti, e tutti andare veloce.

Non sarebbe mai arrivato in orario, all’appuntamento con la donna che amava, e aveva anche dimenticato il cellulare in ufficio e non avrebbe potuto avvisarla. Almeno era tranquillo perché lei comunque non lo avrebbe cercato. Lei non faceva mai, il primo passo, e mai gli avrebbe telefonato per capire le ragioni del suo ritardo.

Lui guardò l’orologio. Si sentiva vuoto, e in trappola. Indifeso contro un male inspiegabile.

Spense l’auto e uscì sulla strada. La chiuse, si guardò intorno, in quel mare di colori, clacson e fumi di scarico, e iniziò a camminare a piedi verso il luogo dove, forse, l’avrebbe incontrata.

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Gli metteva addosso una tenerezza strana, la notte che non finiva. Come se il silenzio potesse consentire a qualcuno, o a qualcosa, d’accorgersi che lui abitava il mondo.

Che, da qualche parte in quella notte, si vedesse il suo calore, i suoi occhi che cercavano una stella nel buio del cielo, le sue mani, che aspettavano d’incontrare il blu dell’alba e stringerlo a sé.

Gli pareva quasi che l’orologio ticchettasse solo per avvisarlo che, dabbasso, era arrivata una carrozza veloce, di cavalli bianchi e liberi, che lo avrebbe portato in un vecchio castello, magari, dov’era atteso. Oppure che, alla finestra, ci fosse una mongolfiera, ancora per poco ancorata a terra, sulla quale salire, per arrivare fin sull’Olimpo, da Athena.

Era la tenerezza per sé stesso solo, senza nulla con sé e nessuno che gli parlasse.

Ed era come percorrere con un dito, i contorni del proprio volto in uno specchio, per far finta di esistere.

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Aveva lasciato dietro di sé una lunga scia di piccoli sassi.

Prima di avventurarsi nel bosco, sul bordo della strada asfaltata, aveva raccolto tantissimi sassetti, e s’era riempito le tasche, e le mani. Ad ogni passo, lasciava cadere un piccolo sasso, che cadeva sopra un letto di foglie secche. Ogni tanto, si girava indietro, e guardava il sentiero tracciato dai sassi, rassicurandosi.

Finalmente arrivò in una piccola radura, circondata da grandi faggi, coperti, in parte, da muschio verde. La luce del sole filtrava come una pioggia polverosa, e rotante, tra rami e foglie e silenzio.

Aveva finito i sassi.

Adesso, bastava non seguire la strada di sassi che aveva tracciato.

E avrebbe finalmente potuto perdersi.

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Vendevano, in quel negozietto, legumi secchi d’ogni genere, e noci, nocciole, mandorle, lupini, semi di zucca.

E c’era la marmellata di mele cotogne, e mosto cotto, e anche un concentrato di fichi, dolcissimo e buonissimo.

E vendevano croccante e mandorle ricoperte di zucchero. E marmellata di gelsi e certi lieviti che forse avevano fatto crescere la prima pizza mai pensata.

E poi ci vendevano conserve, di melanzane, o di pomodori e certe buatte di tonno vero che, anche se erano chiuse, mandavano un profumo che arrivava fino ai gatti delle periferie più lontane.

Il ragazzo, ogni volta che aveva qualche soldo, correva a comprare qualcosa, e poi, cercava un passaggio, da qualcuno con l’auto, per arrivare fino al mare.

E, al mare, scartava con cura il suo cartoccio; assaggiava qualcosa, sì, ma il più, pezzetto per pezzetto, lo gettava in acqua.

Per dare da mangiare a chi non c’era più; per far avvicinare qualche suo sogno; per ottenere un bacio dalla sua compagna di classe.

In mare, c’erano spiriti, e fantasie, e desideri. E tutto andava nutrito.

E solo con i prodotti di quel negozietto, perché la vecchina che stava dietro al banco, era stata una fata, certamente, visto che, la prima volta ch’era entrato, tanto tempo prima, aveva indovinato subito che lui era innamorato e cercava un dolce di stracciatella per la ragazza che aveva sempre in mente.

Anche se, forse, era facile indovinarlo.

Perché lui, era sempre innamorato.

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Di mezzogiorno, un agosto, il caldo faceva scintillare persino le elitre delle cicale che si sfregavano tra loro.

L’agorà di Festos, era deserta e le pietre riverberavano il sole, lasciando galleggiare riflessi aranciati. Anche il silenzio, roventava l’aria, come se tutte le parole, di millenni passati, cadessero in una pioggia di legni bruciati.

Lui, stava seduto a terra, dove erano un tempo i negozi di pane, e guardava, in controluce; voleva solo essere lì, come un uomo di cinquemila anni prima, cercando tra case e strade, l’odore del mare, poco lontano.

Immaginava processioni di tori e giovani, e fiori lasciati cadere sul pavimento, proprio lì dove era lui ora, e ne cercava i colori, tra spezzature di basamenti e muri incrinati. Dalla scalinata, gli parve emergesse un volto di donna, severo, che, lentamente, si avvicinava a lui.

Era vestita di neri panni morbidi, che la fasciavano, rivelando la bellezza di un vento potentissimo che aprisse ogni porta, e infranto ogni vetro di finestra, per far entrare ovunque il sapore di frutti dolcissimi.

Gli passò accanto, e, con un gesto veloce si scoprì il seno, disegnato dal desiderio stesso. Tutto, intorno spariva, e restava solo il cielo indaco, e lei, ancor più splendente.

S’allontano’, senza parlare, e lui non oso’ seguirla.

Accanto a lui, comparvero due serpenti, e s’intrecciavano tra loro, muovendosi.

Ebbe paura, e s’alzò da terra.

La donna era scomparsa, e, sulle pietre, s’erano disegnate le ombre dei suoi piedi nudi; anche i due serpenti erano spariti; al loro posto, in terra, un bracciale sinuoso, che lui raccolse, e mise al polso sinistro.

Era a Festos, a Creta, tutto si muoveva e brulicava di persone e parole e risate, e suoni di bronzo.

Una sacerdotessa, vestita di nero, e bellissima, lo invitava ad entrare nel suo tempio.

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Le nuvole avevano interamente coperto il Gran Sasso, scendendo basse, fin quasi a nascondere l’autostrada.

Sembravano foreste bianche che volessero scrollarsi, sulle rocce, del loro gelo.

Lui, le guardava da Aquila, e decise d’andarle a toccare.

Gli sembrava, una volta sulla Piana, a Campo Imperatore, d’essere in una stanza piena di fumo, impalpabile, e senza odore, leggermente luccicante, come se avesse rubato scintille di fuoco, e non riconosceva più nulla, intorno a sé. Non la strada, non i radi alberi sulla collinetta. Vedeva solo pochi passi innanzi a sé, e non si preoccupava della direzione che stava prendendo: faceva solo attenzione a non cadere, a non arrivare sull’orlo di un vuoto. Persino i rumori, erano scomparsi: gli restava solo il ritmo del suo respiro.

Fu una volpe, rossa, intravista un istante alle radici di una quercia, a ricordargli, per contrasto, perchè ormai si sentiva camminare oltre la terra e l’erba, che, adesso, era dentro le nuvole, e ne aveva le mani piene.

Allora sedette, e dai suoi occhi, iniziò a piovere.

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Prese uno specchio; un vecchio specchio da una soffitta polverosa. E, sceso in strada, lo gettò con forza in terra.

I vetri, frantumati, riflettevano il cielo, che diventava sera.

In ognuno di quei frammenti c’era anche una parte del suo volto, moltiplicata mille volte.

E ciascuno dei suoi volti, non aveva voglia di tramontare.

Per questo cercava stelle da accendere, e musica che rompesse il silenzio.

E quand’anche fosse stato annerito dal buio, avrebbe chiesto aiuto a una lucciola.

Qualcuno che non lo facesse essere notte.

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Al mattino, il prato era più verde, come se si fosse portato via un pezzetto di notte, che lo scuriva.

Lui camminava portando con sé una lunga falce, la cui lama aveva affilato con una pietra, quando il cielo era buio ancora.

Nel campo, l’erba era già alta, e lui avrebbe potuto tagliarne a sufficienza da portar via, per le bestie nella stalla.

Iniziò il suo lavoro, e pareva avesse dentro di sé un ritmo di canzone. I suoi movimenti erano lenti, nel tornare indietro, e veloci, quando portava la falce davanti a sé, per tagliare. Procedeva allargando sempre più lo spazio intorno a sé, ma, si fermò, d’improvviso. Quasi nel centro del campo, una beccaccia covava nel suo nido. Non poteva lasciarla, senz’erba intorno che la nascondesse dalle volpi. S’avvicinò cautamente, e con tutte e due le mani, sollevò il nido, mentre la beccaccia lo lasciava fare, come se avesse compreso il senso dei suoi gesti.

Lui nascose l’uccello e il suo nido entro un cespuglio spinoso poco lontano. E tornò ogni giorno a vedere, le uova schiudersi prima, e i pulcini che crescevano poi.

Voleva scoprire il segreto del volo, per impararlo, ed alzarsi da terra, e non pesare più, e toccare le nuvole e salire sul ponte d’arcobaleno e raccogliere le scintille dei raggi di sole.

Un giorno però, vide una donna correre tra gli alberi e dirigersi verso di lui, anche se lo sguardo di lei lo trapassava, come se lui non esistesse, e, immaginando di poterle parlare, si sentì leggero, come mai prima nella sua vita.

E pensò che, forse, stava volando.

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Sul letto, il lenzuolo, era tutto stropicciato.

Lui aveva preso un foglio di carta, strappandolo da un libro di poesie, e aveva costruito una barchetta di carta, sulla cui vela, aveva appuntato una piccola piuma di un passero, trovata in terra, vicino all’ingresso di casa.

La barchetta, era nel mezzo del mare del lenzuolo, e lui soffiava verso di lei, un vento leggero, che la faceva navigare tra le pieghe di cotone, senza una rotta precisa.

Forse soffiò troppo forte, o forse la barchetta sentiva così urgente il richiamo del mare aperto, che prese a galleggiare nell’aria della stanza, come se quella piuma, le avesse dato la forza di volare via. La finestra della stanza era aperta leggermente, e la piccola nave, con un rapido slancio, si ritrovò d’improvviso nel cielo.

Avrebbe voluto essere su quella nave piumata, e affrontare le onde di nuvola, alte, a forma di drago o di balena, ma restò da solo, sul letto disordinato. E iniziò a ridere.

Immaginava la carta di poesia, affannarsi in problemi pratici: non imbarcare acqua; riconoscere la stella polare; sapere quali fossero dei porti sicuri dove attraccare.

Si pentì, d’aver riso.

Le parole di poesia, parlano al mare, alle stelle e ai porti, e non fanno mai naufragio.

Possono restare da sole, questo sì.

Ma qualcuno può anche ritrovarle, dentro una bottiglia, e leggerle, e liberarle.

Può succedere.

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Il ragazzo sapeva, d’essere in ritardo.

Iniziò a correre, allora.

Correva sui marciapiedi, scansando alberi e mamme che portavano la spesa. Saltava uomini che che guidavano una carrozzina col bimbo che dormiva, e traversava la strada senza aspettare che il semaforo fosse verde. Sfiorava con le dita le mele esposte nelle cassette fuori dal negozio del fruttivendolo e vinceva la tentazione di fermarsi a guardare nei cortili dei palazzi, quando il portone si apriva.

Non sentiva fatica, ma anzi, aveva voglia di andare sempre più velocemente, come se il mondo smettesse di girare e fosse lui, a dargli una spinta, per farlo restare in equilibrio dentro la sua orbita intorno al sole.

Maree di pensieri scuri, lo assalivano, al solo pensiero che non avrebbe fatto in tempo.

Ma riuscì ad arrivare in tempo.

Il negozio era ancora aperto e poteva comprare per lei un nuovo regalo.

Un altro regalo, che, come sempre, avrebbe lasciato di nascosto sul suo banco in classe, per ogni volta che lei rifiutava d’uscire con lui.

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Il mare, appena oltre il braccio del molo, urlava il suo desiderio di travolgere ogni memoria, e di abbattere il muro che ne frenava la libertà.

Le barche ormeggiate, strofinavano dolorosamente le loro fiancate, cui facevano scudo i parabordi bianchi, e i nodi del cordame, che le ancoravano proteggendole.

Da sotto, vedeva gli schizzi di schiuma, strappati dal vento, spargersi nell’aria, come semi che cercassero una terra da bruciare. E arrivò fino alla fine della strada; fino al punto in cui, l’acqua quasi calma del porto, sentiva la forza delle onde del mare libero, a tramontana.

Cercò di vincere la sua tentazione, fortissima, a tuffarsi e ad iniziare a nuotare contro le onde alte, ma, più volte, toltesi le scarpe, fu sul punto di entrare in acqua.

Fin quando s’accorse, che dietro un cumulo di vecchie nasse coniche, altissime, abbandonate a seccarsi, c’era un cane, che pareva respirare a fatica. Si avvicinò a lui, mentre questo muoveva debolmente la coda, sul pavimento sporco. Era un cane impreciso. Dal manto povero e rado, e lo guardava, allungando il muso nella sua direzione, come se, persino lui che ancora voleva buttarsi, fosse prezioso.

S’abbasso’ e pose una mano sulla testa dell’animale, carezzandolo.

Il cane poggiò il capo a terra, guaendo, debolmente. Allora sedette, al fianco dell’animale, mentre il mare faceva sentire il suo respiro potente, furioso, appena dietro alle sue spalle.

E restarono così, insieme, fino al tramonto, fin quando il mare non iniziò a placarsi.

Fin quando lui non capì che solo con le carezze, si oltrepassa la tempesta.

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Nella soffitta sotto il tetto spiovente, non si poteva entrare. L’unico accesso, era consentito da una botola, posta sul soffitto di una stanza sempre chiusa a chiave.

Quella sera, il ragazzo attese che i suoi uscissero, e andò subito alla scrivania del padre, dove sapeva che era custodita la chiave di quella stanza.

Per arrivare al soffitto e aprire i chiavistelli della botola, mise due sedie una sopra l’altra. S’arrampico’ non senza difficoltà e rischiò di cadere anche, ma riuscì ad arrivare alla soffitta, illuminata appena da un lucernario. Camminando a quattro zampe, arrivò fino ad un vecchio e polveroso baule semiaperto. Lì, tra cianfrusaglie e carte, riposava un lungo cilindro di metallo, chiuso da due lenti; una più piccola e l’altra più grande. Il ragazzo lo prese in mano senza sapere bene cosa farci, e per guardare meglio aprì le ante del lucernario. Neanche lui seppe bene perché, ma avvicinò un occhio alla lente più piccola e subito la città parve venirgli incontro. Si spaventò quasi, ma poi iniziò a guardarsi meglio intorno e punto’ lo strumento verso una casa vicina.

La ragazza cui pensava giorno e notte, gli appariva vicinissima; stese la mano, ma non poteva toccarla.

Ecco perché non si doveva entrare nella soffitta. Era la stanza delle illusioni.

Il ragazzo capì così di dover attraversare tetti e cieli, per arrivare fin dove era lei. E, d’improvviso, si sentì più grande.

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Cercava di capire se i battiti del suo cuore, avessero lo stesso tempo dell’orologio che riempiva la notte col suo ticchettio.

Il suo cuore era sempre più veloce, come se volesse anticipare il tempo; come se volesse già arrivare all’indomani.

Allora, immagino’ d’essere alla guida di un bus che scegliesse dove fermarsi, secondo il correre del suo cuore.

Si fermò in una piazza dove c’era musica e si ballava. Si fermò vicino ad una panchina, dove, seduti, un nonno e una bambina giocavano insieme. Si fermò davanti ad un museo che esponeva solo quadri di pittori innamorati. Si fermò davanti ad un’università, da cui uscivano giovani che parlavano tra loro, e qualcuno camminava tenendosi per mano.

Poi, il suo cuore, decise di fermarsi, un attimo, e anche l’orologio parve tacere.

Allora riportò il bus nel suo garage, spense il motore, e chiuse gli occhi.

Col canto dei primi fiori che s’aprivano al mattino, il suo cuore riprese a battere, come la lancetta dell’orologio.

Stavolta però più lentamente. Come se il suo cuore chiedesse al tempo una tregua; un cielo pieno di lune luminose; un sogno dolce in cui perdersi, senza più paura.

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Tornava a casa, dopo la sua notte di lavoro. S’era acceso l’ultima sigaretta della notte, o forse la prima del giorno, e camminava lentamente per le strade quasi buie, e stupite del silenzio intorno. Si strinse nel giubbotto e mise le mani in tasca, faceva freddo ancora. Le serrande dei negozi erano tutte abbassate; qualche vetrina esponeva la sua merce ai sogni notturni che non erano già scappati via con la luce.

C’erano pensieri che avrebbe voluto scrivere sui muri.

Ma gli sarebbe parso d’urlare, e lui parlava sempre sottovoce, quasi. E poi i suoi pensieri non erano così importanti. Nessuno si sarebbe fermato a leggere quel che avrebbe voluto scrivere.

Le luci dei lampioni si stavano spegnendo, e da qualche albero interrato nei marciapiede, si sentivano gli uccelli cantare, prima d’essere zittiti dal traffico.

Deviò, dal percorso per tornare a casa, e prese una piccola stradina laterale. Fuori dal piccolo forno, l’odore di pane caldo addolciva l’aria di pietre cementate. Comprò due piccoli filoni, dalla crosta dorata e croccante. Profumavano di tempo antico e solenne. E arrivò al parco, dove sedette su una panchina. Lì, aspettò che il cielo iniziasse davvero a dipingere luce sulla città e allora tornò a casa. Aprì i due pani, e li empì di marmellata. Poi li avvolse in tovaglioli di carta, e li mise in una bustina trasparente. Uscì di casa, nuovamente, e coi suoi panini conservati dentro il cartoccio del forno, arrivò ad un edificio vicino, dove sapeva abitare una donna sola, coi suoi due figli. Avrebbero avuto colazione, quel mattino. Poggiò il cartoccio sulla soglia della loro casa, suonò forte alla porta, e scappò via.

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La notte aveva dimenticato in cielo la luna. E lui guardava la luce filtrare attraverso la lanugine sferica di un soffione, alto, in mezzo all’erba del prato.

Immagino’ di potersi aggrappare ad un ombrello di semi dalle ali bianche, un lenzuolo strappato, gonfio e cadente; ed immagino’ arrivasse un vento greco che gli permettesse di volar via, così com’era: con le mani strette a quel fiato di vita, a dondolare nel vuoto, mentre sotto di lui, non più posato a terra, il mondo girava.

Cime d’alberi e nidi nascosti, e acqua affiorante, azzurra più dell’aria. E castelli rossi d’alba, sin sulle torri d’avvistamento che parevano nascere direttamente dalla roccia, e strade come scarabocchi distratti, su un quaderno impigrito.

Gli pareva salire, dai dorsi delle colline, un profumo di petali caldo, che lo alzava, fino alle nuvole, saltellando come una lepre curiosa.

Non sapeva, se fosse immaginazione, o realtà, quando posò sulla cima di un monte, e tutta l’intera terra era sotto di lui. Città e mari e campi coltivati e foreste, e la paura di non poter più scendere.

Lo salvarono le ali di una farfalla, che lo portò dove non era mai stato, per fargli sognare un nuovo volo felice.

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Lo sapeva, che la notte avrebbe continuato ad essere buia. Era presto ancora, per iniziare a pensare ad un altro giorno, mentre c’era ancora il giorno di oggi, da vivere.

Teneva tra le mani un vecchio orologio di quasi cinquanta anni prima, eppure, era già un orologio giapponese, col quadrante verde smeraldo, e il cinturino d’acciaio.

Lo aveva ritrovato in una vecchia scatola di cartone, chiusa, a sua volta, in uno di quei grandi scatoloni da trasloco, rimasto in un garage, dopo l’ultimo cambio d’indirizzo. Forse, gli era stato regalato per la comunione o per la cresima. Non ricordava più.

Eppure, tenere in mano quell’orologio, gli riportava alla mente, memorie che pensava d’aver perduto.

Fece scattare la rondella del meccanismo di carica, ed iniziò a fare viaggiare le lancette all’indietro. Quell’assurda giacca verde, e i pantaloni beige, dall’orlo largo.

Non aveva voglia però, di tornare fino alla sua infanzia. E allora fece correre le lancette in avanti, fino ad una spiaggia, dove addormentarsi, seduto su una sedia di vimini, mentre il tramonto insanguinava il mare blu e bianco d’onde.

Pensava al tempo presente.

E allora rimise l’orologio nella sua scatola.

Gli sarebbe servita una penna. Voleva scriverla, la notte che iniziava, e crearla, con le parole, e darle luce, magari.

Certe volte, la notte, finisce col diventare alba.

Succede di rado, ma succede

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Alla lavanderia a gettone, lui aveva portato le sue lenzuola da lavare. Il tempo di infilare tutto nell’oblò di una lavatrice, e di alimentarla col detersivo appena comprato, e fece partire il lavaggio. Aveva circa tre quarti d’ora di tempo, davanti a sé. Vuoto. Prese per un attimo il cellulare in mano, e controllò se vi fossero messaggi.

Nessuno lo cercava.

Se fosse stato invisibile, immaginava, ora si sarebbe immerso tra la folla di un supermercato, ad ascoltarne qualche parola, di nascosto. Giusto qualche parola. Il necessario per immaginare una storia, una possibilità, e guardare altre vite che gli scorrevano intorno.

Ma non era invisibile.

Il movimento rotatorio dei suoi panni nella lavatrice, era ipnotico, e lo faceva pensare ad una galassia che orbitava nello spazio profondo.

Esploratore di altri mondi, tra fiori giganteschi e farfalle grandi come aeroplani.

Forse fu una porticina che s’aprì, da qualche parte, e si ritrovò in una astronave in avvicinamento ad un pianeta verde.

Magari lì, qualcuno, gli avrebbe insegnato a stirare le lenzuola e avrebbe smesso allora, di svegliarsi tutto spiegazzato. Sempre.

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Era stato al concerto, la sera prima.

Grande musica. Il cantante, una nocciolina senza capelli, aveva tirato fuori dal pianoforte, gli stessi suoni che traversano gli occhi, quando ci si lasci andare a pensieri belli e senza sensi di colpa. Il bassista, aveva giocato coi ritmi, come un cuore che scopre di essere innamorato e i fiati, ci avevano poggiato sopra tutti i venti che Eolo aveva regalato ad Ulisse, rendendoli dolci come carezze sulla pelle, al mare.

Aveva deciso, poi, di aspettare il mattino camminando tra i palazzi della periferia.

Qualche luce era accesa, tra le tante finestre addormentate e i panni stesi sui balconi. Qualcuno metteva la propria auto in moto, forse per andare a lavoro. Gli alberi dei marciapiedi, sorpresi dalla primavera, stendevano le loro braccia, attraverso la luce dei lampioni, proiettando ombre cinesi e saluti, sulle serrande chiuse dei negozi.

La ragazza, durante il concerto, non aveva voluto lasciargli il suo numero di telefono. Gli aveva spiegato che il compagno, ogni tanto, voleva guardare il suo cellulare, e leggere, messaggi, e guardare chiamate fatte e ricevute.

E lui l’aveva guardata senza capire. Non riusciva ad immaginare come fosse possibile considerare normale una simile pretesa.

Ci aveva messo una notte intera, a pensarci. A camminare e a restare in silenzio, coi denti stretti e le mani chiuse.

Indossava un papillon slacciato. Lo tolse dalla camicia, ed iniziò a fare il nodo a farfalla. Poi, salì sul piedistallo di una statua di bronzo messa al centro della piazza, e mise il papillon al collo del condottiero che guardava il mondo dal suo passato lontano.

Pensò che la libertà faceva paura. E che ci vuole coraggio, ad essere liberi. Liberi, spesso, si è soli.

Non rivide mai più quella ragazza, e mentre prendeva un caffè, le auguro’, pensandola, d’illudersi almeno d’essere felice.

Per lui, era ora di andare verso l’Università; quel mattino aveva un esame scritto, e si sentiva preparatissimo.

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S’era indubitabilmente perso.

Le strade gli sembravano tutte uguali. Tutte a senso unico, e tutte traversate da altre strade, indubitabilmente a senso unico, a formare una serie di incroci ad angolo retto. Tutti eguali. A tutti gli incroci, gli stessi colori e gli stessi negozi. In incroci diversi, al semaforo, era sicuro d’aver visto lo stesso ragazzo che faceva roteare dei piatti su lunghe canne, aspettando che qualcuno gli regalasse delle monete.

S’era talmente perso che, a momenti, non ricordava neppure dove doveva andare. Incredibilmente, e indubitabilmente, il suo cellulare non prendeva, e non poteva neanche chiedere aiuto ad un navigatore satellitare. Senza capire bene cosa gli stesse accadendo, d’improvviso, tutto intorno, non c’erano più, palazzi, ma rocce, e costruzioni lontane, pietrose e cupe.

Finì con l’attraversare il ponte levatoio, d’una di queste, e si ritrovò nel piazzale d’un castello merlato, deserto. Scese dall’auto, pensando che, se avesse potuto trovare qualcuno, avrebbe chiesto indicazioni, per ritornare in un mondo un po’ più noto. Vagando tra le camere, entrò in una stanza da letto, dove, con sua grandissima sorpresa, trovò una bellissima ragazza, vestita di tutto punto, come una principessa, che però sembrava dormire. Da infinito tempo.

Gli vennero in mente vecchie favole, di eternità felici e contente, e pensò che forse avrebbe dovuto provare a svegliarla.

Ma aveva dimenticato come si baciava.

E il cellulare aveva ripreso a funzionare.

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C’erano due ragazzi, seduti sulla spalletta di un ponte. Forse, si raccontavano dei loro giorni futuri. Sotto di loro, correva un rivo trasparente, circondato, sulle sponde, da rocce e piccoli canneti sparsi.

Sembravano due studenti, arrivati alla fine dell’anno scolastico, e, forse, per loro, ci sarebbero stati gli esami. Ma prima degli esami, sicuramente, ci sarebbero stati i pensieri del mare, e dei viaggi, e delle biciclette libere, e delle ragazze con le gonne corte, sulle gambe abbronzate.

Tantissimi erano certo i pensieri, che arrivavano prima di quegli esami, posti in cima ad una scala, che faceva un po’ paura, salire.

Forse, frequentavano classi diverse e, per qualche giorno, non si sarebbero rivisti. Il loro prossimo incontro, sarebbe stato, forse, nei corridoi dell’Istituto, il giorno del tema di italiano.

L’aria era piena di vita, intorno, e persino il traffico sembrava andare al ritmo del canto degli uccelli, e dei loro sguardi che vagavano in cerca di nuove porte da aprire.

I due ragazzi, non lo sapevano, ma, forse, il vento stava regalando loro un momento bello; un istante di sospensione nella loro corsa, e sarebbe stato importante, se si fossero accorti, che tutto era pieno di luce e promesse.

Come dovrebbe essere ogni giorno, forse.

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Il sole, sembrava aver voglia di tramontare, e il ragazzo aveva raggiunto la spiaggia, deserta ormai.

Le onde arrivavano piano, sulla riva, e si perdevano schiumando nella sabbia, dove disegnavano archi di conchiglie e alghe.

Avrebbe voluto suonare una musica, capace di andare, e tornare, come il mare, e come il mare respirare profonda, e azzurra, e oro, e rossa, di passione feroce, e ferita. Ma non sapeva suonare alcuno strumento, ed era stonato anche.

Ma la immaginava.

La immaginava curiosa come una stella di mare, e sfrangiata, come le nuvole che vedeva lontane, portate via dal maestrale leggero. Immaginava una musica che baciasse i ricci di mare e si rifugiasse tra braccia innamorate, come un polpo che si chiuda nella sua tana tra gli scogli.

Forse, s’era lasciato sfuggire qualche suono, con la bocca chiusa, e magari qualche gesto, con le mani, come se dirigesse un’orchestra immaginaria, e sentì rumore alle sue spalle. Una ragazza, uscita dalle macchie di canne, lo guardava e rideva.

Era normale, che una ragazza ridesse di lui. Gli capitava sempre. Diventò rosso, e smise di immaginare la musica.

Fu allora, che gli si avvicinò una farfalla, nera e arancio.

Da un angolo dell’occhio, gli scese una goccia d’acqua. E sapeva di mare

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A lui toccava di ripulire il palcoscenico del teatro, dopo ogni rappresentazione. Ed era un lavoro che richiedeva grande attenzione. Non doveva esserci mai nessuna scheggia di legno fuori posto, e null’altro, che potesse ferire attrici e attori, quando esigenze di copione, chiedessero loro di recitare a piedi nudi, o di poggiare le mani sul palco, ad esempio.

Quella sera, il teatro era vuoto ed era rimasto solo lui, a lavorare, alla luce di un grande occhio di bue, che illuminava tutta la scena. E, per un attimo, anche lui, si sentì attore, ed iniziò ad essere Cyrano, e poi Orlando, e Romeo, Don Chisciotte e il Gobbo di Notre Dame.

Usava le rime della poesia, per raccontare del suo amore, mai confessato, per la protagonista della commedia appena recitata, che mai gli aveva rivolto la parola, nonostante lavorasse in quel teatro, almeno sei mesi l’anno, da tanto tempo.

E quella sera, lei, era lì, in platea, dov’era andata a nascondersi, per sottrarsi agli inviti a cena, e ai fiori di tanti che avrebbero voluto avvicinarsi. E, senza volerlo, lo ascoltò.

Erano rivolte a lei, quelle parole che parevano uscire dal fuoco stesso di un cuore incendiato, e lei ne fu scossa.

Ma non si rivelò, restando in silenzio, nel buio.

Lui, in realtà sapeva, che lei era lì, e per questo aveva usato le parole di poeti dell’amore rifiutato, dalla sorte o dall’impossibilità. Sapeva, di non poter fare nulla. Solo lei, avrebbe potuto decidere di guardarlo. Ma, almeno, aveva voluto dire, e non tenersi dentro più tutta l’angoscia del proprio sentimento solitario.

Si spense la luce nel teatro, e lui ad alta voce, nel buio, pronunciò il suo nome, e andò via.

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Toccava la corteccia di un pino.

Sentiva, sotto le dita, i bordi aspri delle scaglie di legno, e pensava al tempo, e alla pazienza, e alla tenacia, che la pianta aveva avuto per crescere; per vincere le cattive stagioni e gli assalti del vento, senza cedere mai, protendendosi sempre, verso il cielo.

Gli sembrava un capolavoro e sentiva una vaga vertigine, insieme: quasi sicuramente, quell’albero era più vecchio di lui. Lo aveva visto nascere, e cresceva mentre lui era impegnato a scuola e mentre lui s’innamorava.

Era arrivato sin lì, portando con sé un robusto coltello, perché voleva incidere sul tronco del pino, il proprio nome, e quello della donna che amava, senz’essere mai riuscito a dirglielo. Favoleggiava che lei, capitando lì, s’accorgesse dei loro nomi intrecciati, e magari ci pensasse, come ad una possibilità, e magari lo cercasse, perché talvolta, le storie, hanno un lieto fine.

Ma sentì che usare il coltello sull’albero, sarebbe stato come ferire la pelle d’un vivente; sentirsi colare il suo dolore di resina tra le dita.

C’era un passero, lì vicino, che si fece avvicinare e prendere delicatamente tra le dita. Portò la bocca vicino al piccolo uccello e gli sussurrò il nome della donna, e gli chiese di andarle a dire che il proprio cuore, era tra le sue mani.

E poi lo fece volar via.

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Appena sveglio, al mattino, pensava che, fuori dalla finestra della sua camera da letto, al quinto piano, si fermasse un treno. Uno di quei vecchi treni coi sedili di velluto rosso. E lui, ancora in pigiama, potesse salirci sopra, e partire, senza biglietto.

Quel mattino, voleva andare verso un posto lontanissimo nel mondo, affacciato sul ghiaccio di un monte altissimo, le cui pendici affioravano dal mare. Il mare doveva essere blu, e verde profondo, e trasparente fino ai pesci di San Pietro, enormi, sul fondale. E voleva ritrovarsi in un volo di pinguini, anche se i pinguini, solo di rado, volano; quando hanno proprio fretta fretta d’arrivare al concerto. E voleva anche fare colazione, sul treno, e sedere in una confortevolissima carrozza ristorante, e parlare amabilmente con una donna bellissima, mentre fuori dal finestrino, passavano a gran velocità, le rocce, il ghiaccio, il mare e i pinguini che ascoltavano musica vestiti di tutto punto.

Però, ad un certo punto di quei pensieri, s’accorse che le proprie mani, stavano scomparendo nella luce del giorno, e poi le proprie gambe, come una polvere luminosa che cerchi quiete; la donna che era con lui scompariva, senza che potesse fermarla, e il treno, si dissolse come una bolla di sapone iridescente.

Andò a preparare il caffè.

Ma pensò che, la sera, si sarebbe addormentato vestito di tutto punto: la donna, era convinto, aveva smesso di parlare con lui, perché lui stava ancora in pigiama, a quell’ora.

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Era seduto alla scrivania del suo ufficio.

Davanti a sé, un piccolo quaderno a righe, dalla carta leggermente ingiallita.

Voleva iniziare a scrivere, ma senza saper bene cosa. Dentro di sé aveva migliaia di parole che parevano foglie d’autunno, portate a spasso su una strada, da uno scirocco capriccioso. E mille e mille argomenti bussavano dall’esterno della sua finestra. E c’erano cose che gli urlavano dentro, ma che non riusciva a fare diventare inchiostro fermo sulla carta; troppo potenti e urgenti, da poterle afferrare. Troppo brucianti, per maneggiarle con le mani.

Fu la carta, a fare da sola.

E sulle righe del quaderno, gli sembrava fossero scritte le prime frasi di una storia. La storia di un uomo che avrebbe voluto scrivere che ogni istante di tempo era per lui un regalo, da consegnare nella sua pienezza e fragilità, a chi s’amasse, perché lo facesse fiorire, ma che non riusciva, a trovare le parole giuste, per farlo, e finiva poi, col lasciare fare alla carta di un quaderno che, da sola, iniziava a scrivere, inventando una storia…

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Si avvicinò allo specchio, perché gli era parso di scorgere un’ombra. Ma, una volta davanti allo specchio, si accorse di un fenomeno strano. Era come se, il fondo dello specchio, fosse moltiplicato centinaia di volte, fino a formare una sorta di tunnel che lasciava entrare una luce strana, dal suo termine, come d’un cielo nuvoloso che s’agitasse di nuvole, che sembrava volessero far emergere qualcosa.

E sul fondo del fondo dello specchio, vide sé stesso, e vide, ne ebbe subito chiara coscienza, sé stesso impegnato nel fare, quel che sapeva, di lì a poco, avrebbe fatto. E ne ebbe paura.

Immagino’ che, se avesse continuato a guardare, avrebbe visto tutto di sé stesso, magari fino alla fine del proprio tempo, e agghiacciò.

Distolse subito lo sguardo allora, e poi chiuse gli occhi e, a occhi chiusi, pensava a quale fosse stato il suo più grande desiderio, da ragazzo, e ricordo’ a sé stesso, che lo aveva incontrato, nel suo vivere, il suo più grande desiderio di ragazzo. E allora capì che, in realtà, il nostro tempo futuro, possiamo inventarlo. Possiamo dare una brusca deviazione a tutto, e essere quello che desideriamo davvero. Non c’è un finale già recitato.

Riaprì gli occhi.

Nello specchio ora c’era solo il suo volto che si guardava. Notò qualche capello bianco in più.

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Il bambino sulla spiaggia, scavava la sabbia con la sua paletta. Scavava con gran forza e convinzione, lottando contro le frane che, ad ogni movimento disattento, riempivano il fondo della buca, vanificando quasi, tutti i suoi sforzi precedenti.

Il bambino aveva imparato, guardando il padre, che scavare sulla spiaggia, significava scoprire, dopo poco, il mare. Come se, il mare, corresse sotto la terra, sotto i suoi piedi, nascosto solo da mezzo braccio di rena portata via.

E arrivò, infine, all’acqua che, quanto più continuava a scavare, tanto più allargava la sua polla, e la buca ingrandiva i suoi margini, diventando sempre più ampia e piena di mare schiumoso.

E in quel dito d’acqua emerso dalla sabbia, il bambino entrò con le sue gambine, sedendosi poi, fino a sentire il mare solleticargli il pancino.

E allora il bimbo immagino’ di nuotare, fino a quell’orizzonte che vedeva lontano e di affacciarsi, su un cielo d’oro e rosso, dove sarebbe stato possibile volare.

E il bimbo volò, da quell’orizzonte, libero, dalla paura del suo cuore, chiuso stretto in un pugno per l’emozione d’esser solo nel cielo, e con in mano un retino, col quale prendere le stelle che aveva sempre sognato.

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Stava per buttar via un vecchio paio di scarpe, nelle quali però, ancora camminava comodo, ma così usurate, ormai, da lasciar sempre la sensazione che, da un momento all’altro, potessero sfarinarsi, e lasciarlo a piedi nudi sulla strada.

Mentre stava per infilarle in una busta, iniziò a domandarsi se, con quelle scarpe, non stesse buttando via tutti i passi di una vita, comunque bella e vissuta, visto che lo aveva portato ad essere ancora vivo, ora. Se non stesse buttando via, anche tutti i luoghi visitati, con quelle scarpe ai piedi: mari, montagne, città e musei, bar e chiese, piazze.

Rimase con lo sguardo perso nel vuoto, un istante, mentre dietro i suoi occhi si materializzavano le persone con cui aveva camminato; quelle con cui aveva bevuto e parlato; quelle che lo avevano sfiorato un istante, perdendosi poi nell’ombra della memoria. Mentre dietro i suoi occhi, rivedeva tutte le volte che se l’era tolte, quelle scarpe, per entrare nel letto dove la persona amata lo aspettava.

Mise di nuovo quelle scarpe ai piedi, allora. E poi sedette, su una poltrona, alzando i piedi, e poggiandoli su un piccolo pouf.

Aveva deciso che le sue vecchie scarpe, dovevano riposare e raccontargli tutto, da capo, in ogni particolare, di quel che avevano percorso, prima d’andarsene.

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Entrò in ospedale, un giorno di festa.

Il traffico era scarso, e i parcheggi vuoti erano tanti.

Pensava che, forse, ogni giorno, avrebbe dovuto essere un giorno di festa. Così non s’ammalava nessuno; magari solo uno stretto indispensabile di tonsilliti. Magari in ospedale arrivavano solo mamme sull’orlo del parto, e futuri papà parecchio apprensivi e nervosi.

Ci sarebbe stata bene, una bella camminata in montagna, dopo le sale illuminate dai neon, e i lunghi corridoi quasi deserti, pensava, mentre camminava tra recinti e lavori in corso.

Il giorno di festa, anche l’ufficio che informava il pubblico era chiuso, per festività, appunto. Il giorno di festa, le informazioni non possono essere date, perché tutti festeggiano, altrove, s’intende.

Mentre invece, lui, aveva proprio bisogno di una informazione.

Nella notte, dietro la schiena, gli erano spuntate due grandi ali, e gli serviva sapere se, con le leggere difficoltà respiratorie che avvertiva talora, avrebbe potuto tranquillamente volare ad alta quota, oppure se la rarefazione dell’aria, avrebbe potuto procurargli dei capogiri.

In verità, il primario di Medicina Soprannaturale, godeva anche lui della festività.

Per non saper né leggere né scrivere, decise comunque di anticipare ogni verdetto medico, e andare al collocamento ad iscriversi nelle categorie speciali degli angeli custodi.

Magari, con un po’ di fortuna, e di formazione professionale, avrebbe potuto in futuro essere utile alle persone che amava.

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S’era svegliato molto prima dell’alba, ed era uscito di casa, col cielo che iniziava, ad est, a colorarsi di blu, dirigendosi verso un grande prato vicino, circondato da alberi.

S’era messo in testa di voler vedere i fiori svegliarsi. Li immaginava chiusi e con la testa bassa, per ripararsi dal buio della notte, ed immaginava poi, una esplosione di bolle colorate; ciascuna diversa dall’altra, ciascuna pulita e netta, eppure perfettamente mischiata, con gli altri colori, e col verde dell’erba.

Si fermò su una roccia, in mezzo al prato, spoglia e macchiata di muschio secco, per non calpestare nulla, ed iniziò, con gli occhi, a cercare dei fiori addormentati.

Il prato era ancora abbracciato alla notte, e lui non riusciva a distinguere nulla, se non un lieve movimento di steli, sotto il vento. Avrebbe voluto accarezzare ciascun fiore, e raccontargli che il giorno sarebbe stato bello e dolce, e avrebbe voluto, per ciascun fiore essere un sole delicato, e attento.

Forse s’era alzato troppo presto, o forse era ancora stanco di tutto il lavoro del giorno prima, e, con la testa poggiata sulle braccia, ed il corpo rannicchiato su quella roccia, finì col riaddormentarsi.

Nel sogno, ogni fiore gli raccontava profumi diversi, e si lasciava toccare, colorandogli le dita, e si svegliava, sorridendogli. Da tanto tempo, nessuno più lo guardava sorridendo. Gli parve che il suo stesso cuore, sbocciasse colmo di linfa luminosa.

Chi guardasse da lontano quel prato, vedeva ora questa strana roccia che sembrava un uomo addormentato. Coperta di fiori e spighe di grano leggero e farfalle, che sembrava l’abbracciassero, proteggendola.

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Lui non sapeva ballare.

Non era mai riuscito a lasciarsi andare del tutto. La discoteca non gli era mai piaciuta, e, a ballare un valzer, o un tango, avrebbe voluto, ma temeva di pestare i piedi della sua compagna di ballo. Era troppo rigido, e, immaginava, che se si fosse cimentato in un ballo sudamericano, sarebbe apparso essere meno agile e meno armonioso di un tricheco che si sposti sulla spiaggia strisciando sul ventre.

Per questo, non le aveva mai proposto d’uscire una sera, per andare insieme a ballare, neanche un morbido jazz da ascoltare abbracciati su una mattonella, perché temeva di risultare pesante, e goffo, anche solo ad avvicinarsi a lei.

Una sera però, le chiese di uscire, e vestirsi per una serata di gala.

La fece salire sulla sua barchetta di legno bianca e celeste, e iniziò a remare, fin quando le luci della città, restavano ancora visibili, a galleggiare sul mare. Allora, le chiese di togliersi le scarpe, e di salire sulla piccola coperta di prua. Anche lui tolse le scarpe, e accese un piccolo apparecchio registratore. Aveva scelto vecchie musiche che sapevano di succo di frutta e gelato al gusto di stracciatella.

S’avvicinò a lei, e la prese per mano. Erano entrambe in piedi, sulla barca senza governo, la musica cercava stelle in cielo, ed erano le onde di mare, leggere, a muoverli, e a farli ballare.

Mentre ogni rumore del mondo, svaniva col respiro di lei.

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Il bambino giocava con la sua palla vicino ad un muro. Era una palla di colore blu scuro, punteggiato di stelline gialle, e lui la tirava, con le mani, sempre più in alto, per raggiungere il cielo, forse.

Finché la palla non scavalcò il muro.

Il bambino non poté riprendere quella palla. Il muro, era una recinzione d’aeroporto, rafforzata anche da filo spinato. Il bambino si sentì più solo, e triste, senza quella palla, senza poter giocare ancora.

Il bambino divenne un ragazzo che, ogni tanto, ricordava ancora quella palla perduta.

Un giorno, era in un prato, e parlava con una ragazza. In realtà, non riusciva benissimo, a parlare; quella ragazza era per lui un intero universo, dentro il quale erano contenuti tutti gli universi conosciuti, e quelli immaginati, ed era la prima volta, che aveva trovato il coraggio di chiederle se volessero camminare un po’ insieme.

Avrebbe voluto regalarle qualcosa; qualcosa che le raccontasse quanto era stato difficile crescere e non poter giocare più, e quanto invece, sin da bambino, e anche ora, lui avesse sognato, qualcuno con cui essere, fosse possibile; qualcuno che lo spingesse a superare tutti i muri.

Su quel prato, cadde una vecchia palla blu, piena di luci notturne, forse caduta da un aereo, che passava tra le nuvole.

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Fuori dalla finestra c’era ogni respiro del vento. I panni stesi ad asciugare si muovevano leggermente e le palme, lontane, oscillavano, senza spezzare il suono dei pensieri.

Aveva dolore, alla schiena e alle gambe, come se i muscoli bruciassero. La cura che gli era stata prescritta, sembrava fare l’effetto opposto, a quello atteso.

E il mondo restava oltre la finestra, senza che lui potesse toccare nulla.

Allora si alzò dalla poltrona, a fatica, e decise di andarsi a prendere il sole che sorgeva. C’era una vecchia torre, sulla scogliera, dalla cui cima merlata era possibile scorgere l’arrivo dei pirati saraceni, e, da lassù, stese le braccia verso il cielo per fermare il corso del sole.

Fu per questo, forse, che, quel giorno, dalla vecchia torre sembrava salire un fuoco che cercava d’abbracciare il cielo, come se volesse raccontargli quanto bisogno aveva, di sperdersi tra i ricordi delle pietre.

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Aveva scelto di spegnere, i fari dell’auto. Il mattino colorava il cielo di un celeste rosato, appena mosso da un lontano vento di scirocco, che portava con sé il rumore cadenzato del motore di un peschereccio in uscita sulle onde, oltre il porto.

La strada, dietro di lui, era segnata dai lampioni, a destra, e a sinistra, come il disegno di un bimbo che allungasse sul foglio un nastro illuminato perso nel grigio dell’asfalto, e nel buio della città lasciata indietro.

Coi fari spenti, gli sembrava di turbare meno, le nuvole che si svegliavano e le cime degli alberi appena mosse. Appena prese il piccolo viottolo di campagna, segnato dai bassi muri a secco di pietre ingiallite dal muschio secco, vide un gran sacco di plastica nera buttato ai piedi di un ulivo. Gli parve un’offesa inaccettabile alla terra rossa e al legno contorto e dolcissimo di quegli alberi che erano l’ultima bellezza che desiderava ricordare.

Si fermò e scese dall’auto per guardare cosa contenesse. Era pieno di libri antichi, dai fogli di carta punteggiati di umidità rugginosa, come se il ferro nero dell’inchiostro, avesse sparso respiri sulla carta fragile, tenuta insieme da rilegature in pergamena brunita dal tempo. Vecchi trattati di medicina e raccolte di atti notarili e registri di battesimo. Forse i resti di una piccola biblioteca di parrocchia, considerati ormai ingombranti e inutili. Di tutti quei libri, decise di prenderne con sé uno solo. Una edizione illustrata dell’ “Orlando Furioso”. Amava moltissimo, saraceni e paladini perduti dentro il castello del mago Atlante. Ognuno cercando il proprio desiderio più grande. Una spada, la gloria, un cavallo, la donna amata. Tutti prigionieri dei propri sogni, e delle proprie illusioni.

Come lui, che ovunque cercasse di fuggire da sé stesso, si ritrova sempre legato al suo bisogno d’essere abbracciato dall’amore dal quale provava a fuggire, e che lo teneva invece, ancora legato alla vita.

Aprì il portabagagli dell’auto, e lasciò, sui libri che aveva trovato, la corda che aveva portato con sé. Poggiò le storie di Ariosto sul sedile accanto alla guida, e tornò indietro.

Il cielo era chiaro, ormai; un cavallo alato correva verso la luna e le torri del castello svanivano, come la nebbia sull’orizzonte.

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Era un posto strano, per giocare a calcio.

Piano, era in piano, quasi perfetto peraltro. Ed era anche un campo in erba. Un’erba verde e dolce, che sembrava un velluto a caderci sopra. E aveva anche le porte, grandi, e con una rete vera, che, al gol, si gonfiava proprio come quella dello stadio, e sembrava, quel campo, un piccolo stadio, perché ai suoi lati, c’erano delle lunghe linee di muretti, sui quali sedersi per guardare la partita e, quel giorno, lei, era seduta, insieme a due sue amiche, a guardare quella partita.

Ma era davvero particolare quel campo da calcio, perché, proprio dentro il campo, e completamente a caso, da una parte e dall’altra del centrocampo, ci crescevano degli alberi. Ma non erano alberelli piccolini e smilzi, erano proprio grandi invece. Qualcuno di quegli alberi aveva visto forse gli antichi Romani cavalcare vittoriosi contro Pirro.

E quindi, durante il gioco, non bastava correre più veloce dell’avversario, o far finte per scappare via con la palla al piede, era importante anche calcolare dove, i rimbalzi della palla sulla corteccia ritorta sarebbero finiti, o come nascondersi, per poi comparire d’improvviso a raccogliere il passaggio d’un compagno.

Il ragazzo sentiva che quello era il suo giorno. Lui era lì e anche lei lo era. Sarebbe bastato fare qualcosa di fantastico, in partita, e lei finalmente avrebbe capito che anche lui, valeva.

Giocava in difesa, da libero, e arrivò la sua occasione, quando riuscì a togliere la palla dai piedi di un attaccante avversario, ed iniziò a correre, veloce e solo, verso la porta dell’altra squadra. Lasciò fermi sul posto, tre o quattro alberi, e un sacco di giocatori avversari, e stava per entrare nell’area di rigore, e per tirare, un tiro che, lo sentiva, sarebbe certo finito, imparabile, in rete, quando, da dietro, quello stesso attaccante cui aveva tolto la palla, gli fece un terribile sgambetto, mandandolo rovinosamente a gambe all’aria.

La ragazza, sul muretto, rideva, con le sue amiche, mentre lui sentiva un fortissimo dolore al polso destro, che lo faceva quasi piangere, ogni volta che provava, senza riuscirci, a chiudere il pugno.

Senza dire nulla, uscì dal campo, e riprese la bicicletta per tornare a casa, reggendo il manubrio con una sola mano.

Da un albero un piccolo uccello iniziò a cantare.

Forse qualcuno lo stava salutando.

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Era ormai quasi pomeriggio.

I quattro uomini sedevano intorno ad un tavolo da poker, dalla tarda serata del giorno prima. La partita era stata accanita, e, ciascuno, conservava quasi intatta ancora, la rilevante posta iniziale.

Stavano per iniziare quella che, avevano stabilito, sarebbe stata l’ultima mano. Per ciascuno di loro, sino a quel momento, sembrava essere stato un punto d’onore, riuscire a vincere. E, in quell’ultima mano, ognuno di loro appariva essere determinato ad affrontare un gioco duro, e rischioso anche, pur di affermare la propria maggiore abilità, e raccoglierne i frutti materiali.

Quell’ultima mano vide continui rilanci su ciascuna puntata, sin dall’apertura. La posta in gioco cresceva a dismisura, fin quando, dopo aver cambiato le carte, due di loro si ritirarono dal gioco, senza aver nulla in mano, e preservando così, almeno un poco della loro dotazione iniziale di fiches. Gli altri due invece, avevano messo sul piatto tutto quanto avevano davanti a sé. Uno solo dei due, avrebbe vinto tutto.

Il primo, fece vedere il suo punto.

Un poker di 8.

L’altro, serrò i denti, prese le sue carte e, senza mostrarle, le mischiò col mazzo di carte rimaste, e si dichiarò sconfitto.

In mano, invece, aveva una scala reale di quadri. Dal 9, al K.

Ma lui, non voleva vincere.

Per lui tutto avrebbe dovuto finire in un impossibile pareggio. Un pareggio che avrebbe dato soddisfazione a ciascuno, e desiderio di giocare ancora. Per provare a vincere. Provarci sempre.

S’era consegnato nelle mani dell’altro, perché certe volte, anche da come si perde, si capisce il cuore di chi abbia vinto

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Il negozio aveva grandi vetrate, che facevano entrare una luce calda, quasi rosata, e s’affacciavano sulla possente struttura di ferro e legno, posta di fronte, che, dall’Ottocento, ospitava il mercato della città.

Le pareti del negozio, erano quasi integralmente coperte da scaffalature, sulle quali poggiavano intere annate, talvolta in edizioni diverse, di serie di fumetti. Personaggi e avventure provenienti da tutto il mondo; fantasie sconfinate, come certi prati erbosi pieni di fiori d’ogni colore. Donne bellissime e inafferrabili; misteri e fantascienza. Delitti e amori rifiutati. Disegni di inesauribile sensualità e storie del passato profondo. Animali e personaggi umoristici e comici. Interi universi immaginati e sogni d’ogni specie. Giustizieri, detectives, marinai, agenti segreti, cowboys e nativi americani. Giornalisti e superdonne; inquietudini e incubi. Mappe del tesoro e paperini.

A guardare tutto, e tutto insieme, si sentivano le vertigini; sembrava di volare tra nuvole mosse dal vento libero.

Lui avvertì l’immediato desiderio, di restare chiuso dentro il negozio, mentre il proprietario era in ferie, per poter leggere tutto il leggibile; per chiudere gli occhi e, al buio, dirigersi verso un qualsiasi scaffale e scegliere a caso un albo e leggerlo, e poi ancora, e ancora…

Nel centro del negozio era posta una poltrona, che appariva comodissima, e la cui tappezzeria era una stoffa ove erano riprodotte vignette di fumetto, talune intere, altre solo in ritagli, lì dove il disegno della poltrona non offrisse spazi più ampi. S’avvicinò, cercando di riconoscere a quale fumetto corrispondessero quelle decorazioni, ma le immagini parevano sfocate, per quanto lui si sforzasse di guardare. Allora sedette, sulla poltrona, come attirato da un segreto richiamo. Ed avvertì, nel sedersi, un leggerissimo capogiro.

D”improvviso, i disegni parvero farsi più nitidi, e riconobbe subito il fumetto cui facevano riferimento. Era un fumetto di una breve serie argentina, realizzata da Trillo e Altuna; le storie avevano per protagonista un ometto calvo, con gli occhiali, e un po’ panciuto. Ingenuo, sognatore, ma intrappolato in una vita monotona e subordinata che però, talora, apriva la porta di un qualsiasi sgabuzzino e, dal suo mondo ordinario, arrivava magicamente in incredibili altri mondi e tempi, nei quali però lui era il protagonista eroico e vincente, di imprese mirabolanti, il cui lieto fine s’interrompeva giusto in tempo per costringerlo a tornare alla sua vita grigia.

Gradualmente, il negozio scomparve dai suoi occhi, e si trovò in una piccola stanza totalmente buia, che odorava di legno e polvere, arredata solo con un piccolo tavolo e una sedia, un divanetto a due posti, ed un grande letto , dalle lenzuola bianche, immacolate. Sentì bussare dalla porta d’ingresso, dai cui stipiti filtrava una acquosa luce verde. Aprì la porta, frastornato, e si trovò davanti una donna dal fascino disarmante di una rosa spudorata, che era stupita, piacevolmente forse, della sua presenza in quella che avrebbe dovuto essere la sua stanza d’albergo, pur non comprendendo come mai avessero assegnato la stessa stanza a due sconosciuti, e però entrava, in quel buio complice, profumandolo di dolcissima musica estiva.

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