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Il settimo viaggio di Sinbad

Set 30, 2022 | Storie

Il mare aveva il respiro veloce del sole che spingeva forte le nuvole, tutte insieme, da dietro la costa ombrosa di Santa Caterina, fino ad allungarle verso i tetti piatti, appena cintati da muretti bassi di tufo sabbioso, delle case di Gallipoli.

Salvatore, appena uscito sul piazzale davanti al portone principale del cinema Tito Schipa, s’era messo a correre, infilandosi dentro un breve tunnel, buio e pisciato, sotto le rotaie di ferrovia deserta che arrivavano fino al porto, e seguendo poi, in leggera salita, tutto il lungomare di tramontana, superò il cantiere navale delle Fontanelle e l’Ospedale, per arrivare, più sotto, sino alle mura della Distilleria.

Si fermò dove finiva l’ombra dei nuovi palazzi in costruzione, appena dopo il catrame della strada e già sul basso terrapieno che ricopriva parte della scogliera; sentiva un indolenzimento scuro e ferito alla milza e ansimava, guardando la via appena asfaltata che s’interrompeva, deviando brusca, sotto un costone polveroso.

Le onde parevano trattenere il fiato, sin dall’orizzonte lontano, dentro l’azzurro fondo del cielo limpido, per precipitare subito dopo urlando fino a far diventare silenzio intorno, mentre si spargevano sugli scogli appuntiti, schiumando acqua spezzata, bianca e densa, che schizzava dalle creste rabbiose, sperdendosi.

Il mare aperto era verde pei riflessi mossi d’alga di fondale e celeste più freddo del cielo illuminato dal mezzogiorno, e arrivava fin quasi ai piedi del ragazzo, che cercava di tenersi ben distante da quella agitazione oscura appena vista al cinema, e popolata di creature mostruose e magie che potevano ogni istante emergere e portarlo via .

Salvatore si sentiva in gola il nero dei graspi d’uva usciti dal fumo delle ciminiere della Distilleria mischiati alla salsedine terrosa e al lippio giallastro seccato sulla roccia e percepiva appiccicato, sulle proprie mani, quel leggero sudore antico che scolorava, piano, le poltroncine, in legno rosso e col sedile ribaltabile, del cinema in visione mattutina.

Sapeva d’essere in ritardo e che sarebbe dovuto tornare a casa appena dopo la fine del film, per il pranzo della domenica.

Le domenica mattina, di fine settembre, quando ancora non era scuola, c’era aperto il cinema per i ragazzi, cui erano riservati, per un unico spettacolo alle dieci, vecchi film western e d’avventura o fantasia.

Cento lire il biglietto di carta velina strappato allo Schipa. E cento lire di bruscolini comprati dalla finestra con la quale il piccolo bar s’apriva, appena nell’atrio d’ingresso, bucando il muro bianco e curvo – decorato dalle foto in bianco e nero dei grandi attori di Hollywood prima appena della Seconda Guerra Mondiale – che contornava le tende di velluto pesante e polvere, da cui s’accedeva alla Platea popolare.

E cento e cento ragazzi nel buio della cavea e, sulle scomode sedie da salotto dei palchi arrampicati in piani quattro fino al soffitto, ancora cento e più che facevano il tifo, sgolandosi, per Sinbad il Marinaio, e lo avvisavano, fischiando, quando il mago cattivo di nascosto lo minacciava e urlavano, di paura nera, mentre duellava di spade con lo scheletro dal teschio nudo e spietato.

E applaudivano, il pericolo scampato e il fine lieto, quando finalmente l’eroe di coraggio mai offuscato, poteva riabbracciare la donna bellissima di cui era innamorato, e che un incantesimo perfido aveva ridotto alle dimensioni di una piccola bambola fragile, prima ch’egli la liberasse.

Ora, Salvatore brividiva di Settentrione e di albero maestro spezzato e di vele discinte, pensando alle quattro braccia velenose della donna serpente, e al loro movimento a scatti, posseduto da volontà oscura e altra – quella del mago -; e avvertiva i passi cupi del ciclope unicorno dalle gambe di capro e di diavolo, che neppure le lance di duro bronzo ferivano, ad ogni colpo che il mare sfogava sulla bitta di ferro aranciato dalla ruggine, ove si legavano le gomene dei vapori usati per il trasporto di uve e vinacce.

Chiuse gli occhi, allora.

E, per scacciare il sudore impaurito e ghiaccio, cercò il ricordo di quel vecchietto magro, che, un giorno di mareggiata, aveva visto salire lì, coi piedi in equilibrio stretto sulla bitta, e aprire il suo paniere di giunco, e masticare la mollica del filone di pane secco che avrebbe mischiato poi, umida, con le dita immerse prima nel barattoletto di ricotta schianta, e civare infine l’amo, nascosto alla fine della sua lunga canna di bambù sottile, al termine del filo trasparente, pesantito con un leggero piombo martellato sopra.

E guardava, come fosse ora, i cefali uscire dall’acqua, rapidi come lampi d’argento, grandi quasi come un suo braccio di ragazzo, che il vecchio staccava dall’amo, incurante del vento, per riporli poi in una busta di plastica bianca che teneva legata alla cintura dei suoi pantaloni.

Si dibattevano, i pesci, mentre la burrasca sembrava voler bianchire tutto.

E poi si fermavano.

Vinti.

E il vecchietto gli mostrava possibile, fronteggiare il mare potente.

Il fiato era tornato leggero.

Il film era finito e le avventure vissute stavano diventando ricordo di una lotta vittoriosa. E nel mare, una volta  allentato il vento, avrebbe potuto tornare a  farci il bagno.

Salvatore, adesso,  immaginava il sapore delle polpette al sugo.

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