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Il mercato del non lavoro

Ott 15, 2022 | Storie

C’era una volta una Lavoratrice di cinquanta anni d’età.

Lavorava in un ufficio, ad Aquila, un ufficio del cosiddetto terziario, non avanzato, ma arretrato. Aveva un rapporto di lavoro a termine, o, per meglio dire, il suo primo contratto di lavoro era durato sei mesi; a questo, era seguita una proroga per ulteriori sei mesi, e, a fine mese di ottobre, anche il periodo di proroga sarebbe scaduto.

In un mondo normale l’impresa presso la quale la Lavoratrice era impiegata, avrebbe, già da un po’ di tempo, iniziato a ragionare sul da farsi. E, in un mondo normale, il ragionamento avrebbe dovuto partire dalle effettive necessità, dell’impresa: l’impresa avrebbe ancora avuto bisogno della Lavoratrice ? Tale valutazione, avrebbe dovuto essere legata, presumibilmente, ad una attenta considerazione della propria situazione di mercato: vale a dire cioè, che l’impresa avrebbe dovuto considerare se il suo mercato, in un futuro più o meno lungo, le avrebbe consentito di assorbire quel costo del lavoro, e magari anche, realizzare un giusto profitto.

In sostanza, l’impresa, considerato che il lavoro della persona era stato comunque sin lì proficuo, altrimenti sarebbe inspiegabile una proroga contrattuale di ulteriori sei mesi rispetto ai primi già effettuati, avrebbe dovuto valutare se questa reciproca collaborazione poteva proseguire fruttuosamente, sulla base di considerazioni, quanto più possibile razionali e legate alla prospettiva della propria attività economica futura.

Peraltro, l’impresa avrebbe potuto sentirsi sufficientemente tranquilla in merito alle sue scelte, poiché, nel caso di una situazione di mercato sfavorevole, avrebbe potuto licenziare legittimamente la lavoratrice. La Legge lo consente tranquillamente, e, in una impresa che occupi meno di quindici dipendenti, non sarebbe stata necessaria nessuna particolare procedura, ma, semplicemente, una lettera motivata, ed il pagamento di un piccolo premio all’INPS, in previsione della possibile richiesta di Indennità di Disoccupazione, che la Lavoratrice avrebbe presentato; questo, nel caso in cui, alla scadenza di ottobre, il contratto di lavoro a tempo determinato, fosse stato trasformato in contratto a tempo indeterminato; ma, in realtà, secondo la normativa vigente, l’impresa avrebbe anche potuto decidere per una ulteriore proroga del contratto a tempo determinato: la Legge lo permette, fino ad un massimo di quattro proroghe.

Se invece l’impresa chieda consiglio al proprio consulente del del lavoro, può accadere che egli formuli delle proposte interessanti, da fare alla Lavoratrice.

Ad esempio, la Lavoratrice potrebbe accettare di essere licenziata e presentare subito dopo domanda di Disoccupazione: una volta ottenuta l’indennità, la Lavoratrice potrebbe lavorare per sei mesi in nero, presso la medesima azienda,  risultando ufficialmente disoccupata, con la promessa che, trascorsi i sei mesi, siccome sarebbe rientrata nuovamente all’interno dei requisiti previsti perché l’impresa che la assuma possa usufruire di sgravi contributivi, a quel punto, certamente, l’azienda l’avrebbe riassunta.

Con un nuovo contratto a termine.

Oppure, una volta licenziata, la Lavoratrice potrebbe chiedere, ed ottenere l’indennità di Disoccupazione, e, a quel punto, tornare a lavorare per la stessa azienda, tramite un Tirocinio Formativo finanziato dalla regione Abruzzo. Il Tirocinio Formativo, tecnicamente, non è un rapporto di lavoro, ed è retribuito con una sorta di rimborso, che non dà diritto a contribuzione, o a ferie, o a malattia, e può essere erogato anche contemporaneamente alla percezione della Indennità di Disoccupazione. Il che significa che la Lavoratrice, lavorerebbe nel medesimo luogo di lavoro, dal quale è stata licenziata, dovendo fornire le stesse prestazioni di quando era Lavoratrice dipendente, ma fingendo di compiere un percorso formativo, pagato con soldi pubblici, per qualcosa che già conosce.

Se un’impresa, invece di ragionare sulle proprie prospettive di mercato, e sulla capacità di una Lavoratrice di svolgere il ruolo per il quale è retribuita, ragiona su come sia possibile lucrare sulle smagliature della Legge ( già di suo parecchio indulgente ), significa che si tratta di un’impresa che, in primo luogo, sfrutta le persone; in secondo luogo non utilizza gli incentivi e le facilitazioni che la legge le pone a disposizione, per rafforzarsi e crescere sul mercato, ma solo per ottenere indebiti risparmi di costo, e, presumibilmente, un maggiore profitto, non derivante da un miglioramento della sua prestazione sul mercato, ma solo da un comportamento illecito, innanzitutto, ma anche moralmente indecoroso; in terzo luogo, un’impresa del genere, sul mercato, fa concorrenza ad altre imprese, magari corrette e rispettose della legge, e si tratta di una concorrenza sleale.

Ma, la Lavoratrice, cosa dovrebbe fare ?

Se accettasse i sotterfugi che le vengono proposti, diverrebbe complice di una condotta illegittima, o addirittura illegale, dell’impresa; per di più, senza nessuna reale garanzia di conservare il posto di lavoro ed il proprio salario, continuando cioè a restare potenzialmente sotto ricatto.

Ma, l’alternativa, quale sarebbe ?

Restare disoccupata, e, a cinquanta anni d’età, quante sono le persone che vengono regolarmente assunte, quando non abbiano specifiche e magari elevate, capacità professionali ?

Se denunciasse il comportamento aziendale, cosa otterrebbe ?

Forse di andare in Tribunale per una causa dai contorni difficili da definire, e, ancor più difficili da provare, quando si sia rimasti al livello di proposte.

Se guardiamo questa vicenda un po’ più da lontano, cosa vediamo ?

Vediamo una economia che si muove, ed esiste, solo in quanto scarica le sue debolezze sulle persone che vorrebbero lavorare, e questa economia non ha alcuna possibilità di qualificarsi e di rispondere alle necessità occupazionali del Paese; vediamo un’economia in cui i consulenti non aiutano le imprese a crescere, ma solo a cercare scorciatoie furbe per lucrare sulle spalle delle risorse pubbliche e del bisogno di lavoro delle persone; vediamo il rapporto di lavoro, trasformarsi da subordinato, a sottomesso, mutarsi in una sorta di moderno servaggio senza che vi sia una reale possibilità di affrancamento della persona, se non legata a circostanze del tutto fortuite o casuali ( la persona che trovi un lavoro degno di questo nome ); vediamo un sistema di imprese che non dice neppure una parola sull’uso disinvolto o truffaldino delle Leggi; vediamo un sistema di imprese che non è interessato a forme di incentivazione pubblica e di sostegno al lavoro che favoriscano il rafforzamento delle proprie posizioni di mercato dentro un quadro di legalità e di crescita complessiva, bensì è interessata solo a forme di sostegno indifferenziate e che possano essere usate solo come strumento di controllo e di comando sulla propria forza-lavoro.

Vediamo una legislazione lavoristica nel nostro Paese che, negli ultimi quasi quaranta anni, col pretesto di consentire flessibilità nell’impiego quale strada maestra per allargare le opportunità di lavoro, non ha invece aumentato l’occupazione di neppure un posto di lavoro in più, ma ha solo reso tutti i Lavoratori e tutte le Lavoratrici prigionieri di una vita che li spossessa completamente delle proprie possibilità di scelta e li mette a totale disposizione dei datori di lavoro: quelli corretti e quelli senza scrupoli.

C’era una volta una Lavoratrice di cinquanta anni d’età, posta di fronte ad un dilemma: se continuare a sperare di lavorare, sia pure in modi sempre meno dignitosi e legali, e magari pagata anche meno dallo stesso datore di lavoro, o se scegliere di non lavorare più con lui, e provare a cercare altrove, senza nessuna garanzia di trovare.

E’ una scelta che la Lavoratrice farà da sola, perché sulla sua strada non ha incontrato un Sindacato che abbia provato a costruire per lei degli strumenti di tutela reale; sulla sua strada non ha incontrato un sistema di controllo pubblico ( INPS, INAIL, Ispettorato del Lavoro, Carabinieri etc. ), per un verso, messo in condizione di svolgere una reale attività di sorveglianza ( Carenza di organici e di strumenti, legislazione estremamente permissiva ) e per un altro verso, fattivamente dotato di una reale volontà a svolgere il proprio compito; sulla sua strada ha incontrato un Legislatore che, negli anni, ha fatto di tutto perché la Lavoratrice non fosse anche una Cittadina, dotata di pieni diritti sul proprio luogo di lavoro, ma fosse sempre più una persona senza difesa, totalmente sottoposta alla volontà d’impresa; quella corretta, e quella illegale o illegittima.

Il precariato, non è tanto l’essere vittima di un sistema che ti vuole con la testa sempre china; ma è soprattutto, la consapevolezza d’essere solo.

Se qualcuno sia interessato a rimettere in piedi l’Italia, lavorando per una economia sana e che cresca, dovrebbe iniziare dal rompere questa solitudine.

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