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Di sera

Dic 22, 2022 | Storie

Se la ricordava ancora, quella sera d’estate.

Era proprio una sera come questa, anche se c’era meno gente a Gallipoli, allora.

D’estate arrivavano pochi turisti, e tanti emigranti tornavano, con le loro famiglie nuove e le loro lingue, spesso straniere. Tedesche di Germania, o di Svizzera, per lo più.

Pietro aveva conosciuto Sabine, perché era la sorella  di Anselmo, Hans, in realtà. Sulla spiaggia giocavano a pallone insieme.

Ci andavano presto, al mattino, al mare, quando sulla rena di tufo granuloso della Purità, c’erano pochissime persone. Forse qualcuna rimasta dalla notte prima e avvolta, ancora ad occhi chiusi, dentro corti giacchetti umidi e alghe seccate, al fianco di piccoli fuochi ormai braci nere; forse qualche donna anziana, che arrivava col suo vestito scuro a fiori e i capelli grigi raccolti a crocchia, ed entrava nell’acqua placida, appena increspata di un vento che spingeva leggermente fuori, sollevando la gonna e camminando per qualche metro entro, fino alle ginocchia, per non esporre di più le gambe, mentre teneva con l’altra mano gli scarpuni, e parlava, camminando, con la sua compagna vicina: le donne, arrivavano sempre in coppia, ed in coppia risalivano la rampa curva che tornava sulle mura, verso le faccende del mattino.

Si poteva giocare tranquilli a pallone, a quell’ora, perché non si rischiava di colpire qualcuno.

Pietro e Hans si scambiavano passaggi al volo, a piedi nudi, fin quando l’equilibrio glielo consentiva, e finivano sempre, poi, o l’uno, o l’altro, per sfogare la rabbia d’aver lasciato cadere la palla, tirandola con tutta la forza che avevano, contro lo spazio incavato, segnato da grandi archi, dentro le mura alte che abbracciavano tutto l’isolotto scoglioso della Gallipoli antica, proteggendolo dal mare, e dagli invasori che venivano dal mare. Di rimbalzo, certe volte il pallone arrivava sino all’acqua, e, bagnato di sale, si riempiva di rena, appena tornavano a giocarci. Per questo; per evitare gli schizzi brucianti, Pietro e Hans, calciavano tenendo un braccio davanti agli occhi, con la palma della mano aperta, come a pararsi dal sole, e non s’accorgevano, quasi mai, quando qualcuno arrivava fino a loro.

E spesso, arrivava Sabine, che andava a farsi il bagno.

Pietro non osava mai entrare in acqua, verso Sabine, se era insieme ad Hans. Era una regola, non farsi piacere la sorella di un amico; mai da violare.

Una mattina però, fu Hans, a proporgli di buttarsi in acqua, dopo aver palleggiato. E Pietro allora, per non avvicinarsi a lei, che già nuotava al centro del piccolo golfo chiuso dal molo, si mise a nuotare, con il naso immerso quasi sempre  in acqua e gli occhi aperti, con bracciate veloci verso l’ultima casa, costruita sulla punta estrema del semicerchio della spiaggia; la prima ad affacciarsi sulla riviera di scirocco, sempre percossa da un vento da mal di testa. Lì sotto, dove la spiaggia finiva, c’era un piccolo gruppo di scogli, popolato di ricci di mare, a quel tempo.

Arrivato fin lì, in un punto dove l’acqua era alta, riemerse, tenendosi a galla, e riprese a respirare, dapprima con la bocca aperta, per riprendere fiato, poi, più lentamente, col naso. Guardava verso largo, verso l’isola del faro, lontana, appoggiata sull’orizzonte lucente di sole, e dell’ombra di fine del mare.

Quando si girò verso la spiaggia, ed iniziò a guardarsi intorno, s’accorse che Sabine era vicino a lui, a pochissimi metri da lui. Anche lei si teneva a galla, muovendo lentamente le braccia, sotto le onde trasparenti; i suoi lunghi capelli biondi, bagnati, erano tutti raccolti all’indietro, lasciandole libera la fronte e gli occhi, più limpidi del cielo. Sabine lo guardava e le sue labbra, chiuse, e rosa, come certe conchiglie di sabbia, sorridevano. Pareva aspettare, in silenzio, che Pietro le dicesse qualcosa.

Ma Pietro sentiva solo il cuore battergli, nel collo, come una corsa senza respiro e lo stomaco vuoto, contratto, le gambe fredde, da crampi quasi, e stringeva i denti, per non urlare quanto era bella. E quanta paura avesse, di parlarle.

Le chiese scusa. Di fretta, a mezza voce.

E riprese a nuotare con la testa affondata, verso la riva.

Sabine uscì anche lei dall’acqua, mentre Hans ancora saltava e si lasciava cadere pesantemente di schiena, a pochi metri da riva, senza curarsi d’altro, e passò al fianco di Pietro, che tremava, di freddo, e rossore.

Pietro la guardò negli occhi e le chiese, a voce bassa, se quella sera avessero potuto vedersi, proprio lì, sopra le mura, dalla parte della chiesa di San Francesco. La chiesa del Mallatrone.

Lei gli rispose di sì.

Non ricorda nulla di quella giornata d’attesa, ora, Pietro. E neppure allora, la sera ricordava qualcosa del giorno intero appena trascorso. Forse solo le bugie che aveva raccontato ad Hans per non andare a mangiare la pizza, insieme con gli altri amici, nella città nuova, oltre il ponte.

Il cielo era sull’orlo del buio. Certe nuvole scure si sperdevano nel mare lontano. Pietro non sentiva, il rumore delle auto sulla strada stretta, e neanche le voci delle persone che passeggiavano e i bambini. S’era vestito bene, con una camicia bianca che gli piaceva e i jeans appena comprati e ancora un po’ rigidi.

Pietro vide solo, davanti al bar, Sabine, con le gambe nude, sotto la gonna corta, che parlava, e rideva, circondata da ragazzi più grandi di lui, seduti sui loro Ciao.

E poi, da poco lontano, senz’essere riuscito ad avvicinarsi, e senza che lei mai lo avesse cercato con lo sguardo, la vide andar via, seduta dietro al motorino di uno di loro, verso Corso Roma.

E i capelli le volavano dietro, come un mantello luminoso e leggero.

Questa sera Pietro, è dall’altra parte della spiaggia della Purità, in alto, sulla strada, e guarda verso quella casa laggiù, dalla parte opposta, che adesso non è più abitata da persone, ma ospita un ristorante, coi tavoli sul marciapiede largo davanti. Proprio dov’era Sabine.

Sotto, tra gli scogli, in mare, non ci sono più ricci, o stelle.

Sono tante di più le luci ora, e galleggiano sull’acqua, come un arcobaleno vagante, che da una riva, raggiunga l’opposta, tremolando, e cercando un volto da carezzare dei propri colori.

Pietro tiene Maria, per mano, e le mostra la spiaggia dei suoi lontani quattordici anni.

Le racconta di Sabine, e di quella sera, in cui era finito a mangiare un gelato da solo, sugli scogli di notte, dall’altra parte del mare.

Sente la mano di lei stretta alla sua, ora, e gli pare che il mondo intero inizi, e finisca, tra le loro dita intrecciate. Il cuore gli batte nella gola, tra le parole che cerca per avvicinarsi a lei, e quelle che ascolta e gli bruciano addosso.

Maria è venuta da lontano, per stare con lui qualche giorno, e non ha voluto fermarsi a casa sua, ma gli aveva chiesto di cercare un albergo che potesse guardare il mare.

Prima d’esser lì, questa sera, Pietro ha fatto l’amore con Maria, mentre dal letto della loro stanza d’albergo, guardavano il mare azzurro, che li avvolgeva di storie antiche e onde dolci.

E non sente ferite. Mai più.

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