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Un pensiero lungo 14 anni.

Mar 31, 2023 | Storie

Pubblicato su “Il Centro” a febbraio del 2009

E’ in atto una crisi politica al Comune de L’Aquila, che potrebbe condurre anticipatamente al voto la Città.

Una simile ipotesi sarebbe un danno grave per L’Aquila. Che ha bisogno di governo, e di scelte, in una fase di crisi economica e sociale dai contorni drammatici. Mi permetto di intervenire sul tema per chiedere a tutti gli attori politici e istituzionali una seria assunzione di responsabilità. Ma anche precise consapevolezze e determinazioni concrete.

La nostra città è stata lasciata, dopo quasi un decennale governo della coalizione di centrodestra, in uno stato di declino morale, economico, urbanistico, organizzativo e di Bilancio. Il simbolo di tale sfascio è la rovina della città attuata con la determinazione di dare il via alla cosiddetta metropolitana di superficie. Tale stato si è acuito con i provvedimenti dell’attuale Governo nazionale che hanno sottratto rilevanti risorse alle disponibilità comunali.

La maggioranza che i cittadini hanno eletto due anni fa al governo de L’Aquila ha il dovere di costruire le risposte alla marginalizzazione della città, e ha il dovere di farlo nel segno di una netta discontinuità con il passato. Ancor più necessaria dopo il preciso segnale, che i cittadini hanno voluto inviare, di rifiuto di questa politica, ricevuto con l’astensionismo di massa alle Elezioni per il Consiglio Regionale dello scorso dicembre.

Ciò che appare più urgente è affrontare i nodi reali della città, nel merito, avendo il coraggio di non trincerarsi dietro vuote formule che non parlano più a nessun cittadino, e su questi stabilire l’azione di governo, ove  ve ne siano le convergenze. Provo ad indicarne alcuni:

  • Esiste una Questione Morale legata all’urbanistica della città. Quello che oggi appare è la prevalenza dell’interesse privato dei costruttori edili e della rendita fondiaria che, volta per volta e in continuità, a prescindere dal colore della Giunta Comunale, contrattano con l’Amministrazione interventi al di fuori di un qualsiasi quadro programmatorio, ponendo poi la città di fronte al falso dilemma se compiere un intervento o meno con lo stucchevole dibattito sulle “incompiute” o su quelli che “dicono no” a tutto. Nessuno che si chieda cosa serva davvero alla città, e soprattutto cosa non serva. Tale quadro va integralmente rovesciato, in nome di un interesse pubblico prevalente. Interesse pubblico che non può sempre orientare le proprie risorse solo a completamento di progetti privati, soprattutto in un momento in cui, col federalismo fiscale prospettato dal Governo, tali risorse rischiano di essere ancora più scarse, ponendo la città, di fatto, sotto il ricatto di interessi privati barattatti per sviluppo, naturalmente, “in variante”;

  • Il Governo si appresta a varare provvedimenti che prevedono che i servizi pubblici, solo eccezionalmente siano di proprietà pubblica: quale è la determinazione della Giunta Comunale nel riorganizzare le municipalizzate aquilane, anche abbattendone i costi, come proposto da anni dalla CGIL che chiede una unica azienda municipalizzata multiutility che trovi sinergie industriali con altre aziende pubbliche regionali, e non solo,  e risolvendo anche per questa via ad esempio il problema dei rifiuti ?

  • Occorre, in tempi rapidi, assumere una decisione politica sulla cosiddetta metropolitana di superficie, e non attendere che il quadro delle risorse disponibili, di per sé, determini la decisione politica, ed occorre che si proceda per danno erariale nei confronti di chi ha preso tutte le sciagurate decisioni che hanno devastato la Città;

  • Occorre che le determinazioni di Bilancio coinvolgano le Parti Sociali, strutturalmente, in sede preventiva e in sede consuntiva, anche intervenendo sullo Statuto Comunale, proprio nel momento in cui invece il Governo nazionale provvede a scegliersi l’interlocutore sociale e a operare nel segno della restrizione degli spazi di libertà e di democrazia:

  1. Occorre determinare con trasparenza, e nel segno dello sviluppo innovativo, il rapporto, anche sul piano urbanistico, dell’Amministrazione comunale con l’Università, che va supportata, e con la ASL e la medicina del Territorio, che sono nodi essenziali dell’economia e del futuro, anche occupazionale del nostro Territorio, oltre che di investimento sui giovani;

  2. E, infine, occorre una idea di priorità infrastrutturali, anche immateriali,  nei Nuclei industriali, nelle periferie e nelle frazioni, e nel rapporto con il territorio provinciale e regionale e con la Capitale, e tra le priorità occorre inserire la vivibilità urbana, la possibilità di camminare e correre senza auto, la possibilità di socializzare senza l’obbligo al consumo: il restauro e la messa in sicurezza del patrimonio urbano, il verde pubblico, la ripavimentazione stradale.

Naturalmente l’elenco potrebbe essere ben più lungo, ma credo che il punto essenziale per  L’Aquila, e per la sua Amministrazione, risieda nel dare concreti e reali segnali ai suoi cittadini della fine di una stagione in cui le scelte politiche siano solo il frutto di mediazioni non trasparenti tra interessi parziali. E’ necessario rispondere in tempi brevissimi per provare a rispondere in modo articolato e complesso, anche con misure di welfare locale, e politiche tariffarie differenziate e progressive, alla tremenda crisi in atto. Chi non comprenda la portata della posta in gioco, in un tempo di grandi mutamenti, è destinato alla scomparsa politica, e alla gravissima responsabilità di aver reso il capoluogo di Regione una vera nullità, sul piano regionale, nazionale e europeo.

Zona Franca Urbana, la fiera degli equivoci

27/05/2010

Ad ottobre del 2009 la Commissione Europea approva l’istituzione delle Zone Franche Urbane ( in Italia, sono 22 ), e il connesso regime di aiuti ( esenzioni fiscali, esenzioni contributive ).

Nella lettera al Governo italiano, la Commissione Europea rimarca che questo regime di aiuti:

  • interessa solo le piccole e le microimprese ( rispettivamente, come meno di 50, o con meno di 10 dipendenti, entro certi limiti di fatturato annuo ), costituite dopo il 1/1/2008;

  • interessa quartieri svantaggiati, da rivitalizzare, di aree urbane e può coinvolgere aree abitate da un massimo di 30.000 persone;

  • non mira ad incentivare investimenti e a creare occupazione, quanto a porre rimedio all’esclusione sociale;

  • richiede una strategia integrata, che coinvolga l’istruzione, gli alloggi, la lotta all’esclusione, lo sport;

  • viene accettato dall’Unione Europea, perché avrà impatto molto limitato sugli scambi.

Lo strumento della Zona Franca Urbana, nato in francia, è stato introdotto nella legislazione italiana nella Finanziaria 2007 dal Governo prodi, con le finalità individuate nella lettera della Commissione europea di accettazione del regime di aiuti proposto dal Governo italiano.

E questo strumento, ancora formalmente da approvare dall’Unione Europea per L’Aquila, è nella legge 77/09, come una delle risposte ( altre sono i Contratti di programma, ad esempio ), individuate dal Governo per far fronte alle conseguenze economiche del sisma.

Restano però aperte alcune questioni:

  1. Nella Legge sono individuati 45 milioni di euro disponibili, ma non è specificato se siano il totale dell’intervento, o la cifra utilizzabile per ogni anno di vigenza del regime di aiuti ( tale questione non è stata sciolta dalla Delibera CIPE che autorizza la Zona Franca per L’Aquila, né è sciolta la questione dell’intensità di aiuto per singola impresa, peraltro ultimamente ridotta, in via generale, da un provvedimento governativo );

  2. Nella legge è ben specificato che i 45 milioni fanno parte delle risorse complessivamente stanziate per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma ( che sono insufficienti ), e non sono quindi aggiuntivi;

  3. La legge prevede che tale regime di aiuti possa riguardare più di 30.000 persone nell’area colpita dal sisma, ma su questo, bisognerà attendere altri pronunciamenti governativi ed europei, e che possa riguardare solo le imprese costituite dopo il 6/4/2009, in deroga a quanto stabilito in via generale per le Zone Franche Urbane;

L’art. 107.2.b della versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea, recita che sono compatibili con il mercato interno “ gli aiuti destinati ad ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali, oppure da altri eventi eccezionali”. Sarebbe possibile, perciò, immaginare una specifica misura di sostegno all’intera area colpita dal sisma, capace di riverberare i suoi benefici per l’intera provincia di L’Aquila, per il grado di interconnessione socio-economica che lega tutto il territorio. Ma non è stata questa, la strada scelta dal Governo, perché non ha, né la volontà politica, né le risorse. E, sul territorio provinciale, la lotta per raggiungere questo obiettivo è stata sino ad ora inadeguata ed insufficiente.

Ecco allora che la Zona franca Urbana per L’Aquila rischia di essere l’unica risposta al tessuto economico e produttivo colpito dal sisma, ponendo anche una pesantissima ipoteca sul futuro, perché sostiene un tessuto fatto solo di piccole e microimprese, i cui livelli di fatturato non potranno certo consentire innovazione e tanto meno ricerca.

La Zona franca de L’Aquila, secondo le regole dell’Unione Europea, non ha la finalità dunque di sostenere l’economia e gli investimenti, ma quella, nobilissima, di intervenire sulle esclusioni sociali. E quindi è la risposta, incoerente, alle necessità di rilancio e riqualificazione del tessuto economico e produttivo colpito dal sisma.

E questa storia, andrebbe raccontata per come è. Altrimenti, si è subordinati ad una propaganda che distrugge ancora di più le aree colpite dal sisma.

Non è mestiere del sindacalista

24/6/2010

L’articolo 4 L.77/09 ( ricostruzione de L’Aquila ), prevede che siano trasferiti alla Regione abruzzo, immobili appartenenti allo Stato, e gestiti dall’Agenzia per il Demanio, o dal Ministero della Difesa, e affida alla regione il compito di predisporre programmi di intervento per la ricostruzione di edifici pubblici con l’obiettivo di salvaguardare il ruolo operativo de L’Aquila quale capoluogo di Regione.

Nella nota 622 del 21/10/2009 il presidente della regione Abruzzo chiede un programma stralcio, del valore di 200,85 milioni di euro, per garantire la tempestiva esecuzione di lavori su 27 immobili della città di L’Aquila e della Provincia.

Una Deliberazione del CIPE del 6/11/2009 assegna al Presidente della Regione le risorse richieste per gli immobili individuati.

Dei 27 immobili individuati, ben 12 fanno riferimento a strutture di Forze dell’Ordine ( compresi i Vigili del Fuoco ); 4 sono strutture ecclesiastiche; 2 sono strutture del settore Giustizia; 4 fanno riferimento alla Regione Abruzzo; 2 alla Provincia; 1 al Comune e 1 all’INPS.

Sempre nella Delibera del CIPE del novembre scorso, si dice che entro il 30/6/2010, il Presidente della Regione deve rimettere una Relazione sullo stato degli interventi effettuati, atteso che si tratta di immobili particolarmente importanti per la ripresa dell’attività della Regione.

Forse, non è mestiere del Sindacalista, ma alcune domande meriterebbero risposta:

  1. Chi ha deciso, e perché, i 27 immobili individuati sono prioritari ? C’è stato un qualche livello di negoziato con qualcuno, su questo ?

  2. Le risorse indicate e stanziate dal CIPE sono effettivamente nella disponibilità del Presidente della Regione ?

  3. Se le risorse sono disponibili, e se sono state utilizzate, quali procedure sono state poste in essere per i relativi affidamenti dei lavori ? O, al contrario, quali procedure saranno utilizzate per l’affidamento dei lavori ?

  4. Qual è lo stato dell’arte, ad oggi, sugli immobili individuati ? Ed è predisposto, come il Presidente della regione assicura che sarà fatto, nella sua nota, un programma quadro completo di intervento su tutti gli edifici pubblici colpiti dal sisma nell’area del cratere ? Si può conoscere questo programma, o negoziare ?

Dovrebbe essere di estremo rilievo la trasparenza e il controllo di legalità su questi punti, e la negoziazione degli interventi, per capire se le risorse siano utilizzate con priorità coerenti con gli obiettivi; se si colga la necessità di ridare funzionalità al Capoluogo di regione, se, alla trasparenza delle procedure si affianchi la regolarità dei rapporti di lavoro, se ai lavoratori dei Settori Pubblici coinvolti sia assicurata una transizione dignitosa e sicura; se gli interventi siano inseriti in un quadro organico di ridisegno urbanistico delle funzioni cittadine de L’Aquila.

Ma, soprattutto, credo, dovrebbe essere prioritario affermare che esiste un diritto delle Forze Sociali a negoziare con il Presidente della Regione e Commissario per gli interventi sulla ricostruzione, risorse e priorità di intervento. Per dare trasparenza, partecipazione e democrazia al processo di ricostruzione.

Dare. Significa che oggi, non c’è.

Sanità equilibrista

Vale la pena leggere il Programma Operativo 2010 per la Sanità, presentato dalla Regione Abruzzo al Governo.

Il Piano Operativo si pone tre priorità.

Raggiungere l’equilibrio economico-finanziario
Non, curare i cittadini abruzzesi, dar loro migliori servizi e più prevenzione. Ma curare il Bilancio. L’equilibrio nell’uso delle risorse è importante. Ma la Sanità non è un’azienda. E’ un Diritto Universale dei cittadini. E’ una priorità imposta dal Piano di Rientro dal deficit, ma è declinata semplicemente come taglio delle risorse disponibili. A prescindere da quello che un Servizio Sanitario Pubblico potrebbe e dovrebbe fare, in relazione con le specificità sociali, economiche, demografiche, geografiche, epidemiologiche, del territorio in cui si opera. Questioni queste ultime, totalmente ignorate dal Piano Operativo Regionale.
Riqualificare offerta ospedaliera e servizi territoriali
L’unica riqualificazione descritta è la chiusura di tre presidi ospedalieri pubblici, senza il coraggio di specificare quali. E perché.
Migliorare la qualità percepita dai cittadini
Quella che va migliorata è la “qualità percepita”, non la qualità reale. D’altra parte, è meglio fare pubblicità, che non rimediare a Liste d’attesa di mesi, o anni, per ogni semplice esame diagnostico. Situazione che “costringe”, chi se lo può permettere, a rivolgersi alla Sanità Privata. O ad andare fuori Regione, aggravando per questa via il deficit. La Salute delle persone dipende dalla loro disponibilità di reddito. In Abruzzo.

Ai Medici di Base è chiesto di ridurre le prescrizioni. Semplicemente. E saranno posti sotto esame quelli che spendono troppo. Ancora una volta, la Salute delle persone non c’entra nulla. Quella che può essere la scrupolosità di un medico è percepita, e qualificata, come spreco.

Il ridisegno dei confini delle ASL, la chiusura di alcuni Presidi, implica la ridiscussione delle Piante Organiche. Ma il Piano Operativo non prevede su questo un ruolo del Sindacato. Ruolo che è duplice, a tutela dei Lavoratori della Sanità, e a tutela dei cittadini e del Territorio. Ma sarà un ruolo da conquistare. Per evitare che al Sindacato resti il solo ruolo di concordare come si fa Mobilità da un luogo di lavoro ad un altro per i Lavoratori in esubero; che è l’unico ruolo che il Piano Operativo assegna al Sindacato, visto che non si parla di contrattazione, quando il Piano Operativo prevede la rideterminazione del salario aziendale, il blocco totale del turn-over, e assunzioni da effettuare esclusivamente attraverso forme contrattuali flessibili, o “in convenzione”. Il Piano Operativo disegna una Sanità che ha l’obiettivo di ridurre i Salari e che “comanda” i suoi Lavoratori, o ne ricatta la disponibilità attraverso il perpetuarsi della precarietà e della frammentazione.

Il Piano Operativo raggiunge il culmine dell’ipocrisia e dell’equilibrismo quando parla de L’Aquila.

La ASL aquilana, aveva stipulato una Assicurazione per il rischio sismico, per tutte le strutture sanitarie della città: Presidio Ospedaliero e Sanità Territoriale ( Collemaggio ).
Nel settembre 2009 una Delibera della ASL aquilana stabilisce come debbano essere utilizzati i 47 milioni di euro che l’Assicurazione ha erogato dopo il sisma.
Il Commissario della ASL Avezzano-L’Aquila-Sulmona, appena insediato, cancella quella Delibera.

A pagina 43, del Piano Operativo Regionale c’è una Tabella. Al rigo 3 della Tabella si riporta la voce di Bilancio “Entrate proprie” della Sanità abruzzese, che per il 2009 ammontano a 108 milioni di euro, e sono previste per il 2010 a 63 milioni di euro. La differenza fa 45. I soldi che l’Assicurazione ha erogato per il risarcimento del danno subito dalle strutture aquilane con il sisma del 6 aprile 2009, sono entrati nel Bilancio Regionale della Sanità, e lì scomparsi per abbattere il deficit, forse, o il debito.
Il Piano Operativo si preoccupa di scrivere che per riparare l’Ospedale San Salvatore saranno richiesti ulteriori fondi al Governo ( chiedere non costa nulla ), e dimentica, volutamente, le strutture della Sanità territoriale di Collemaggio. Che resteranno danneggiate per anni, forse sino alla loro privatizzazione.

Nulla naturalmente si dice del ruolo dell’Università all’interno della ASL aquilana.

La Sanità abruzzese resta commissariata. La Asl de L’Aquila, resta commissariata. Quando ci sarà concesso di tornare ad una normale dialettica democratica ? C’è qualcuno che possa porre questa esigenza con la sufficiente forza ?

Penso ce ne sia abbastanza per una rivolta delle coscienze, innanzitutto. E penso che sia un errore grave rassegnarsi alla logica e alle scelte che presiedono a questo Piano Operativo. Occorre mobilitare intelligenze e costruire alleanze per riscriverlo radicalmente.

Altrimenti ne pagheremo duramente le conseguenze, che però saremo chiamati a “gestire”. Nel ruolo della foglia di fico sulle scelte scellerate altrui.

Strategie per la Ricostruzione -Istruzioni per lo smontaggio –

30 luglio 2010 alle ore 7:39

Il 20 luglio 2010 è stato pubblicato il Documento “Linee di indirizzo strategico per la ripianificazione del Territorio”, a cura del Commissario Delegato per la Ricostruzione, Presidente della Regione Abruzzo, e della Struttura Tecnica di Missione.

E’ un Documento molto complesso ed articolato. In cui convivono importanti spunti di interesse e clamorose dimenticanze. Affermazioni di principio inaccettabili, e posizioni condivisibili. Sfasature temporali e posizioni teoriche corrette, ma contraddette dal contesto e dagli atti sin qui compiuti sul Territorio dal Governo e dalla Protezione Civile.
E’ un Documento in cui brillano le assenze. Non c’è il Lavoro; non c’è la Cultura; non c’è la ASL, e non c’è l’Università; non ci sono i fenomeni migratori; non c’è l’immenso campo della cura della persona; non c’è L’Aquila città Capoluogo di Regione.

Non è questa la sede, e non posso certo pretendere di farlo da solo, per contrapporre a questo Documento una riflessione complessivamente alternativa. Posso solo provare a segnalare alcune questioni che a me sembrano di rilievo, e su cui sarebbe importante aprire un pubblico dibattito, con l’obiettivo di costruire un insieme di consapevolezze e proposte realmente partecipate. Una visione del nostro futuro.

Innanzitutto, il Documento si dà un orizzonte spaziale: si propone cioè di costruire Linee Guida per l’intero territorio del Cratere, che comprende 57 Comuni a cavallo tra le province di L’Aquila, Pescara e Teramo. Questa area geografica è battezzata “Città-Territorio”. In questo modo si tagliano le relazioni con i Comuni non colpiti dal sisma, ma collegati a L’Aquila da intensi rapporti storici economici e sociali; non viene in alcun modo considerata la relazione tra L’Aquila e la sua Provincia, nei centri più importanti di Avezzano, Sulmona e Castel di Sangro. E’ una scelta. Per me non corretta, e dalle pesanti implicazioni.

Il Documento si propone di gerarchizzare le relazioni tra Territori, proponendone anche specializzazioni, tra flussi di mobilità e infrastrutture. L’approccio è interessante, ma da approfondire. Dentro un Abruzzo policentrico i flussi, materiali e immateriali, devono costruire una rete, di cui sono essenziali i nodi: fino a ieri, i nodi erano frutto di stratificazioni storiche, economiche, sociali, e politiche, ora occorre pensare nuovi nodi di connessione: questa materia, di ampia suggestione, oggi merita delicatezza nelle scelte, lungimiranza e condivisione.
La logica che informa il Documento, è quella del “piano di impresa per il posizionamento nel mercato”. Se questa logica ha un senso, non può però essere l’unico senso possibile: si comprende perciò che il Documento assegni alla Istituzione Locale l’unico ruolo di “facilitatore” della contrattazione tra progetti di Soggetti Privati, con il compito di favorire una “selezione sociale basata sul merito, la responsabilità, il rischio”, ma si tratta di una visione di fondo che elimina, alla radice, l’idea di coesione sociale, di eguaglianza nelle opportunità, di intervento a tutela di interessi deboli, ma prioritari per il bene comune. Si tratta di una visione di fondo che cancella il ruolo della Istituzione Pubblica di promozione degli interessi socialmente rilevanti.

Per converso, il Documento si preoccupa di segnalare la necessità, stringente, di non consumare altro suolo, di tutelare le acque, il paesaggio e l’ambiente, di intervenire sul rischio idrogeologico, ma lo fa a valle degli interventi del Progetto C.A.S.E., in una condizione cioè in cui l’intervento sul suolo e sugli spazi c’è già stato, pesante e senza partecipazione dei Cittadini. Il Documento si preoccupa dei fenomeni di spopolamento e di invecchiamento della popolazione dei Comuni montani e minori, e propone di tenere lì servizi, commercio e istruzione, sanità; proprio mentre le scelte del Governo, e in parte anche le scelte della Regione Abruzzo, vanno in una direzione radicalmente opposta. Il Documento ignora del tutto le problematiche e anche le opportunità che i fenomeni migratori producono su questo quadro.

Il Documento assegna a tutto il Territorio del Cratere un ruolo, dentro la scelta strategica della Regione di essere Piattaforma dello scambio e dell’attraversamento tra Tirreno e Adriatico. Ma in questa ottica la città de L’Aquila viene esclusa dalle grandi direttrici dei flussi della mobilità, sia su gomma, che su rotaia: le azioni di sistema proposte privilegiano tutte la direttrice Roma-Pescara, passando per Avezzano, arrivando alla beffa di proporre un parcheggio di scambio in Piazza d’Armi, a servizio di una fantomatica fermata del tram che dovrebbe condurre alla stazione ferroviaria.

Il Documento ignora sostanzialmente i temi della Ricerca e dell’Innovazione, arrivando a fare un elenco di centri di ricerca presenti nel Territorio, tra i quali figurano situazioni ampiamente decotte ( il Parco Scientifico e Tecnologico ), situazioni in profonda crisi ( CNX ), situazioni fuori dal cratere ( il CRAB ), dimenticando clamorosamente l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Senza che sia posta una reale strategia di comunicazione tra Enti presenti, senza che sia delineata una strategia di attrazione per altri Centri nazionali o internazionali, senza che vi sia un riferimento organico all’Università, se non per dichiarare la necessità di supporto che questa dovrebbe avere a servizio di imprese private.

Tutta la discussione sul Turismo prescinde dalla situazione post sisma dei Beni Culturali e delle Emergenze Artistiche, che pure potrebbe essere oggetto di una nuova economia del restauro e del riuso, pur contenendo alcune indicazioni teoriche che potrebbero essere utilmente praticate.

La proposta sugli spazi urbani è troppo teorica e letteraria, pur essendovi presenti importanti indicazioni relative alla tutela dei terreni agricoli, ma ignora del tutto gli spazi pubblici e di socialità, di comunicazione, e, paradossalmente, mentre il Documento è molto preoccupato, giustamente, del Trasporto Pubblico su gomma extraurbano, sembra lasciare all’attuale stato di difficoltà finanziaria quello urbano che pure ha nuove e pesanti esigenze da soddisfare.
L’intera tematica del ciclo dei rifiuti non compare affatto nel Documento, così come non vi compaiono scelte di impiantistica urbana “intelligente” e non sono delineate scelte strategiche sull’Acqua, anche alla luce della recente riforma che ne privatizza la gestione. Troppo generica appare la discussione sulle fonti energetiche rinnovabili.

L’unica forma di sostegno all’economia di cui si fa cenno è la Zona Franca Urbana. Del tutto inadeguata al Territorio e portatrice potenziale di pericolosi squilibri.

L’Aquila città Capoluogo di Regione è solo un “centro di competenze”.

Integralmente ignorata è la dimensione di una Politica Culturale, della Musica e dello Spettacolo.

La ASL, anche con il suo potenziale di Ricerca e di rapporto con l’Università non è neanche citata.

Va aperto un pubblico dibattito, che coinvolga tutti gli Attori Sociali, e i Cittadini, ed è da questo dibattito che possono uscire davvero delle linee di indirizzo strategico per il nostro Territorio. Va costruito un reale sistema che governi la partecipazione degli Attori Sociali e dei Cittadini alle scelte. Senza questi elementi di fondo ci troveremmo di fronte ad un Documento, che, a prescindere dalla bontà o discutibilità delle sollecitazioni, sarebbe integralmente da rigettare, perché figlio di una logica che prevede uno solo che comanda e tutti gli altri, soli, e senza voce. 

31 luglio 2010

Personale opinione sul Documento “Linee di indirizzo strategico per la ripianificazione del Territorio”

12 agosto 2010 alle ore 17:14

Il Documento “Linee di indirizzo strategico per la ripianificazione del Territorio” è costruito senza l’apporto degli “Esperti”, che dovrebbero affiancare il Presidente della Regione e la sua Struttura tecnica di Missione, presentati alla città il 26 luglio scorso, viste le loro affermazioni pubbliche, secondo le quali, per molti di loro, quello era il primo giorno di presenza a L’Aquila.  E’ un Documento che non può essere sottovalutato, soprattutto per il ruolo rivestito oggi da chi lo ha redatto, e perché appare ovvio che tutte le azioni dell’oggi dovrebbero essere orientate alla realizzazione delle Linee strategiche individuate: il futuro disegnato in questo Documento, dunque, influenza le azioni del presente.

Dopo aver letto le 142 pagine del Documento, viene immediata una questione di metodo: se porsi in una logica “emendativa”, che cioè, conservandone l’impianto suggerisca correzioni più o meno profonde, o se sia giusto invece porsi in una logica globalmente alternativa, ed immaginare cioè un altro Documento, del tutto diverso. In entrambe i casi, si tratta di scelte molto impegnative. Poiché si tratta di immaginare il futuro del territorio colpito dal sisma, e di immaginare gli strumenti di governo della crisi rappresentata dagli effetti del terremoto, in un contesto nazionale e internazionale a sua volta in profonda crisi economica.

Personalmente, ritengo che il Documento non possa essere emendato.

E questo per quattro ragioni di fondo che ne condizionano l’intero impianto, persino al di là del merito delle scelte operate:

  • Non è condivisibile l’idea di “città-territorio” che propone, che comprende tutti i Comuni del cratere: fin quando la divisione amministrativa resterà quella attuale, occorre ragionare per cerchi concentrici: dai Comuni colpiti, alla Provincia, alla Regione, allo Stato nazionale, all’Europa, al resto del mondo, indagandone le relazioni e proponendone di nuove;

  • Il Documento non specifica mai seriamente in quale forma giuridica dovrebbero applicarsi le scelte che immagina per il Territorio, lasciando la sgradevole impressione che ciò possa avvenire per strade non trasparenti: esistono oggi tutta una serie di strumenti programmatori, ad ogni livello: e in ciascuno di essi dovrebbero essere individuate risorse ed idee per il Territorio in una logica di disegno unitario: oggi questo non accade, ad esempio il Masterplan della Regione Abruzzo non contiene alcun elemento di intervento specifico sull’area colpita dal sisma, così come non vi è traccia di interventi specifici nel Piano delle Infrastrutture, senza contare che le risorse disponibili sono tutt’altro che certe. Viceversa, fortissima è l’esigenza che i livelli Istituzionali Locali recuperino in tempi rapidi la loro piena potestà giuridica, cancellando gli innumerevoli commissariamenti, e che si costruiscano Conferenze dei Servizi che rapidamente decidano sugli interventi di ampio raggio, con il coinvolgimento democratico dei Cittadini, e stimolando, per le azioni di investimento produttivo, gli Accordi di Programma tra le Parti Sociali;

  • L’unico strumento che il Documento individua per il sostegno all’economia del Territorio è la Zona Franca Urbana. Si tratta di uno strumento inadeguato, dalle risorse incerte e potenzialmente pericoloso, poiché stimola le imprese ad avere una dimensione minima, e non ne stimola la crescita dimensionale, unica in grado di consentire che la competizione si sposti dai costi e dai diritti all’innovazione, alla qualità alla ricerca;

  • L’unico ruolo che il Documento assegna al soggetto Pubblico è quello di “facilitatore” degli affari privati: un’idea di edilizia e di urbanistica contrattata, così come di sviluppo minimale che hanno prodotto enormi danni prima del sisma, e sarebbero fatali ora.

Una idea di sviluppo per il nostro territorio non può che partire da uno sforzo di elaborazione collettiva dei Soggetti Sociali, e di tutti gli Enti, e da un dibattito pubblico, costante e strutturato nel tempo e che produca condivisione.

Non pretendo di avere il monopolio delle proposte, ma provo ad indicare alcune questioni che mi appaiono davvero strategiche, e che nel Documento non sono contenute:

  1. L’articolo 107.2.b della versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea dichiara compatibili con il mercato interno “gli aiuti destinati ad ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali”. E’ possibile perciò immaginare un regime di aiuti specifico, sul piano fiscale e su quello degli investimenti: occorre una veloce e decisa trattativa del Governo con l’Unione Europea in questo senso. Sarebbe fondamentale per tutto il Territorio colpito dal sisma, per i prossimi anni. Nell’attesa di una specifica Legge sulla ricostruzione, ogni anno, in occasione della redazione della legge Finanziaria, va previsto il rifinanziamento di tutti i capitoli della Legge 77/09, nonché di quella parte della legge 366/90 che finanzia nello specifico il trasferimento tecnologico verso le imprese del Territorio dei risultati della Ricerca effettuata nel Laboratorio di Fisica Nucleare del Gran Sasso;

  2. Il Documento redatto dall’OCSE nel giugno del 2009 costituisce un contributo fondamentale per ripensare l’economia del Territorio, a partire dal ruolo dell’Università e di tutti gli altri Centri di Ricerca, e dalle opportunità tecnologiche innovative nella ricostruzione: dal piano energetico, alle tecniche costruttive e di restauro, al turismo, al riuso e riciclo dei materiali, ai Laboratori formativi e di scambio tra ricercatori e tra ricercatori e imprese, alla formazione e alta formazione, alla ricostruzione “intelligente” nei servizi innovativi, ed ecocompatibile etc.  Si tratta di un Documento da discutere, certo, ma estremamente stimolante;

  3. Dentro il circuito della Ricerca, in rapporto anche con l’Università, va inserita la ASL;

  4. La Cultura, la Musica, lo Spettacolo, sono fattori di identità del nostro Territorio, e devono costituire un volano della ricostruzione, anche rispetto all’uso di nuove tecnologie e alla Rete;

  5. I Beni Artistici, le Emergenze storiche e architettoniche costituiscono oggi, di per sé, un formidabile laboratorio di ricostruzione e restauro, su cui convogliare risorse, intelligenze e sperimentazioni, persino in funzione turistica;

  6. Il Piano Regolatore della città de L’Aquila è stato stravolto da decenni di edilizia contrattata e dal Progetto C.A.S.E. : è urgentissimo elaborare e approvare un nuovo Piano Regolatore, che dia corpo all’idea di “Città-connessa”, costruito anche in rapporto con i Comuni del territorio che, da sempre, sono in relazione con la città Capoluogo; sul piano della infrastrutturazione materiale e immateriale e delle relazioni con gli altri livelli territoriali, quale snodo dei rapporti Est-Ovest e Nord-Sud; sul piano della salvaguardia rigorosa degli equilibri idro-geologici, paesaggistici e ambientali; sul piano degli spazi urbani di socializzazione in particolare giovanile, sottratta alle logiche del consumo; sul piano della mobilità urbana ed extraurbana privilegiando decisamente il trasporto pubblico e quello su rotaia con il riuso delle linee esistenti; sul piano della logistica e della infrastrutturazione di servizi “intelligenti”; sul piano del ciclo dei rifiuti da completare e della tutela delle acque come bene comune pubblico; sul piano degli insediamenti produttivi e di servizio alle imprese etc. E, nel frattempo, va costruito un agile “corpus” normativo locale che governi la transizione fino al nuovo strumento regolatorio;

  7. Occorre una idea strategica di governo del progetto C.A.S.E. : sul piano innanzitutto delle risorse necessarie alla sua manutenzione ordinaria e straordinaria negli anni; sul piano del suo riuso futuro, e di tutti i servizi, anche sociali, necessari, sul piano dei collegamenti di mobilità, sul piano di una graduale e progressiva compartecipazione degli inquilini ai costi connessi;

  8. Le dinamiche demografiche, lo spopolamento dei Comuni Montani impongono una idea di accoglienza, a partire dai Lavoratori, anche migranti, che sono qui a partecipare alla ricostruzione: occorre costruire politiche specifiche che favoriscano una equilibrata nuova residenzialità, a partire dal mantenimento e potenziamento di servizi, compresa la comunicazione a banda larga, e commercio ;

  9. La cura della persona e l’Assistenza sono terreni di economia sociale tutti da esplorare, anche per sottrarli a logiche di depauperamento dello Stato Sociale e di clausura che nasconda i problemi delle famiglie;

  10. Il nostro è un Territorio in larga parte vincolato: è da qui che si riparte per pensare all’offerta turistica, costruendo finalmente quella rete di offerta integrata che fino ad oggi è stata in larga parte inesistente, connettendo anche qui con lo sport e le sue eccellenze nel territorio, una capacità di pensare il tempo libero che segnali una nuova qualità urbana e del Territorio.

Del Documento proposto dal Commissario per la ricostruzione, vanno comunque recuperati una serie di spunti e sollecitazioni, che segnalano questioni vere. Ma, a me pare urgente, soprattutto, affiancare alla logica rivendicativa di questi durissimi mesi, una battaglia altrettanto intransigente e rigorosa sul piano della proposta. Che è un terreno molto più difficile e complesso, ma senza il quale, alla fine, saranno i poderosi interessi materiali strutturati, anche criminali, che già hanno agito in questi mesi, e agiscono, a definire quale sarà il futuro del nostro Territorio. Qualcuno lo potrà definire “Mercato”, io non vorrei fosse un Deserto la cui unica stella polare sia la moneta.

  

Sulla Centrale a Biomasse da realizzare a L’Aquila

1 dicembre 2010 alle ore 10:24

Il 30 agosto scorso, la regione Abruzzo ha dato il proprio parere favorevole alla Futuris Aquilana srl per la realizzazione di una centrale per la produzione di energia elettrica e termica, ottenuta dalla combustione di biomasse, da costruire nel nucleo industriale di Bazzano, entro 12 mesi dal momento del rilascio dell’autorizzazione. L’Azienda intende realizzare un impianto, capace di produrre 40 GWh/anno bruciando 60.000 tonnellate/anno di biomassa, che verrebbe fornita tramite un accordo “di filiera” da una serie di aziende forestali e agricole: l’Azienda Cimini nell’Alto Aterno, l’azienda Fiordigigli di Paganica, la Colafor, una Cooperativa di Collarmele, l’Associazione Agricola CIA, il GAL Marsica.

L’investimento necessario per la realizzazione della centrale dovrebbe aggirarsi sui 30 milioni di euro, per dare occupazione ad una ventina di addetti alla centrale, e ad un’ottantina di persone nella filiera agricola.

Si tratta di un investimento che ha margini di profitto sicuri, grazie alle enormi facilitazioni che la legge concede a questo tipo di impianti, che dovrebbero contribuire a ridurre l’inquinamento generato dall’uso  e dalla produzione di energia da carburanti fossili.

 

La prevista realizzazione di questa centrale ha aperto un duro dibattito tra i cittadini, tra essi e le Istituzioni. Sono molte le paure che un impianto di questo genere suscita. A partire dalla definizione di biomassa fornita dalla Legge. Per la Legge sono biomasse ad esempio anche i reflui degli allevamenti o la frazione organica dei rifiuti solidi urbani. La Regione ha autorizzato la Futuris Aquilana per un impianto che bruci “biomasse vegetali solide vergini”, ma, allo stesso tempo, l’Azienda ha facoltà di cambiare il proprio progetto, anche “sostanzialmente”, dandone comunicazione preventiva alla Regione 30 giorni prima. Su questo punto, andrebbe posto un vincolo formale, invece, che obblighi la Futuris Aquilana, al solo utilizzo di biomasse vegetali solide vergini. Pena la decadenza dell’autorizzazione.

C’è qui un serio difetto di trasparenza nei confronti dei Cittadini. Tutto l’iter autorizzativo è avvenuto nel chiuso di segrete stanze e procedure solo burocratiche, che non hanno coinvolto le popolazioni, cui non è stata consentita alcuna partecipazione democratica, ma solo di subire scelte da altri determinate.

Sarebbe doveroso intervenire su questo punto, costruendo un Protocollo di Intesa che consenta ai cittadini di “entrare” nell’azienda, di verificarne i comportamenti concreti, in ogni momento. Soprattutto dal punto di vista delle precauzioni che vanno prese rispetto alle emissioni, all’uso dell’acqua, al trattamento dei residui della combustione, all’inquinamento acustico, alle problematiche che il trasporto della biomassa su camion certamente produrrà in un’area già drammaticamente congestionata dal traffico.

Monitoraggio continuo, sotto il controllo di un’autorità indipendente, ad esempio l’Università de L’Aquila, e trasparenza in ogni scelta, potrebbero essere alcuni elementi su cui lavorare per ridurre sia l’impatto effettivo che un impianto del genere produrrà, sia l’impatto psicologico che comunque grava su popolazioni già duramente provate dal sisma.

 

A questo proposito non depone bene il comportamento della Futuris Aquilana, che nella procedura autorizzativa ha chiesto di derogare ai limiti imposti dalla Legge per l’emissione di ossidi di azoto ( responsabili delle cosiddette “piogge acide” ) , e di anidride carbonica. E’ necessario l’esatto opposto. Un investimento certificato e verificabile per il massimo abbattimento possibile delle emissioni nell’aria.

Così come sarebbe necessario che ogni anno, l’Azienda e i componenti della filiera agricola, siano impegnati in modo vincolante, e controllato, a produrre almeno il 5% della massa bruciata in quantità equivalente di rimboschimento definitivo, anche quale rassicurazione che l’alimentazione della centrale non provochi effetti insostenibili di disboscamento e desertificazione del territorio.

 

Vanno quindi cambiati radicalmente i comportamenti sin qui avuti dalle Istituzioni che hanno autorizzato questo impianto (Regione in primo luogo, ma anche Provincia, Comune e Consorzio Industriale di Sviluppo); In particolare, dalla procedura autorizzativa, risulta che la Centrale sia inserita nel Piano Regolatore generale del Comune de L’Aquila, il che andrebbe francamente verificato; così come si evince che il Sindaco ha emesso un “parere igienico-sanitario” a seguito di uno scambio di note, non contenuto nella procedura stessa, tra Sindaco e Azienda nel periodo tra maggio e giugno 2010.

Ma va anche cambiato il comportamento dell’Azienda, che deve comprendere che un impianto di questo genere si può realizzare solo a patto di costruire un rapporto di fiducia vero con i cittadini. Non basta essere una Azienda che opera nel campo delle energie rinnovabili, per essere una azienda “pulita”.

Ricostruzione quasi impossibile. Luigi Fiammata e Valente Perilli

28 dicembre 2010 alle ore 17:57

In uno Stato di Diritto, il principio stabilito da una Legge, dovrebbe essere regolamentato coerentemente, e non contraddetto radicalmente dagli atti applicativi che ne dovrebbero rendere effettiva l’attuazione.

L’art.3 lettera a), della Legge 77/2009 stabilisce che:

Per soccorrere le esigenze delle  popolazioni colpite dal sisma del 6 aprile 2009 sono disposti:  la concessione di contributi a fondo perduto …….. per la ricostruzione o riparazione di immobili adibiti ad abitazione considerata principale …….. dichiarati inagibili o danneggiati ovvero per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive dell’abitazione principale distrutta. Il contributo di cui alla presente lettera è determinato in ogni caso in modo tale da coprire integralmente le spese occorrenti per la riparazione, la ricostruzione o l’acquisto di un alloggio equivalente. L’equivalenza è attestata secondo le disposizioni dell’autorità comunale, tenendo conto dell’adeguamento igienico-sanitario e della massima riduzione del rischio sismico. “

Dovrebbe apparire dunque evidente che una limitazione  dell’erogazione di contributi, con negazione della copertura integrale della spesa necessaria alla riparazione delle abitazioni danneggiate dal sisma, sarebbe contraria alla Legge, impossibile, dal punto di vista della coerenza tra un principio e i suoi atti applicativi.

Ed invece è quello che accade a L’Aquila e nei 49 Comuni del cosiddetto “cratere”.

 

Già l’Ordinanza 3790/09 della Presidenza del Consiglio dei Ministri assicurava l’integrale copertura delle spese per la riparazione e per l’adeguamento sismico, solo dal 60% all’80% delle vigenti norme antisismiche, per le prime abitazioni, le parti comuni e con la limitazione all’80%, fino a 80.000 €, per una seconda casa (nel caso di non fruizione del contributo per la prima o per le unità immobiliari non adibite ad abitazione), obbligando i cittadini colpiti dal sisma ad una scommessa con il proprio futuro; costringendoli cioè o ad accettare un rischio, nel caso del ripetersi di un sisma drammatico, o ad autofinanziare, in parte, l’adeguamento antisismico della propria abitazione ( chi se lo può permettere ). L’Ordinanza in questione, contraddice contemporaneamente due Leggi dello Stato: La legge 77/09 per la ricostruzione dopo il sisma, e tutta la normativa antisismica che obbligherebbe a precauzioni necessarie in una zona ad alto rischio come la nostra.

L’Ordinanza 3881/10 della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ulteriormente limitato questo diritto commisurando le riparazioni da effettuare al costo massimo di “produzione” per l’Edilizia Economica e Popolare della Regione Abruzzo, commettendo qui una palese ingiustizia che ignora totalmente lo stato di fatto e la diversificazione delle tipologie abitative danneggiate, contraddicendo ulteriormente la L.77/09, in nome di una inconfessabile assenza di risorse per la ricostruzione.

La Regione Abruzzo con D.G.R. 09/08/2010 n°615 ha stabilito il costo massimo di “produzione” per l’Edilizia Economica e Popolare  per tutto il territorio della Regione;

Al Titolo V di questa Delibera sono previste deroghe al limiti massimo di costo fissato secondo le facoltà sancite dal D.M. 05/08/1994, con possibilità di aumento fino al costo unitario sufficiente per il recupero e la perfetta funzionalità antisismica e adeguamento energetico del patrimonio edilizio devastato dal sisma. Una deroga che sarebbe stata più che giustificata all’interno dei Comuni del cratere. Ma La Regione Abruzzo non ha dato corpo a questa facoltà che pure le era legislativamente concessa, condannando, non solo la propria Edilizia Economica e Popolare, ma tutta la ricostruzione cosiddetta “pesante” ad essere inadeguata strutturalmente a fronteggiare i rischi derivanti da terremoti futuri e negando la riqualificazione degli abitati. E precostituendo una condizione che ferisce profondamente i cittadini già effettivamente colpiti dal sisma, privandoli del loro diritto ad un integrale ristoro del danno subito.

Ed infatti, ecco che arriva il Decreto n°27 del 02/12/2010 del Commissario della Ricostruzione che  regola il limite massimo del contributo, per le abitazioni classificate “E”, senza che sia visibile una distinzione tra le abitazioni all’interno del Centro Storico, e quelle fuori dal Centro Storico ( de l’Aquila e degli altri Comuni colpiti ), ed è da presumere quindi che i massimali di spesa debbano considerarsi i medesimi, ai sensi dell’Ordinanza 3881/10 della Presidenza del Consiglio dei Ministri tenendo conto di quanto stabilito dalla D.G.R. n° 615 della Regione Abruzzo, producendo l’effetto di un limite massimo a mq, di superficie netta abitabile ( compreso l’adeguamento energetico ), pari a circa 1200 euro, palesemente insufficiente alle necessità.

Viene riconosciuto, nel caso di demolizione e ricostruzione integrale, il costo dello smaltimento delle macerie.

Vengono incredibilmente limitati (anche rispetto alla 615 valida per tutto il resto del territorio regionale) i costi per le spese tecniche e per le indagini geognostiche e nei materiali. A titolo esplicativo queste indagini, che nella 615 sono riconosciute al 3% della spesa ammissibile, per il Decreto 27, qualunque sia l’estensione di un aggregato strutturale, sono limitate a 20.000 € (cifra risibile per grossi aggregati con strutture stratificate e complesse).

Inoltre rimangono ad oggi insoluti i problemi di come trattare ( anche sotto il profilo civilistico), in regime di limitazione del contributo occorrente, il rapporto tra le parti esclusive e le parti comuni nei condomini e, ancora più in generale, il problema delle seconde case quando l’avente diritto non ha usufruito di contributi per altre abitazioni.

Tutte queste problematiche che impediscono la presentazione delle pratiche a poco più di 2 giorni dal termine perentorio del 31 Dicembre 2010 per ottenere diritto all’accesso al contributo, senza che intervenga immediatamente una proroga, produrranno effetti drammatici per la cosiddetta ricostruzione pesante : cittadini e tecnici, nell’intrico di rapporti tra diritti limitati e non chiariti potranno operare sostanzialmente due scelte, per restare dentro i termini previsti:

o sceglieranno di non procedere all’adeguamento antisismico (cosiddette pratiche super “B” ), sia pur parziale, dei loro fabbricati “rabberciando” in qualche modo gli edifici, o dovranno costruire particolari rapporti con le ditte incaricate della ricostruzione, presentando progetti che aumentino i volumi edificabili, e cedendo alle stesse ditte, a titolo di compenso, i volumi eccedenti rispetto a quanto già edificato prima del sisma ( operazione questa resa possibile dal cosiddetto “Piano Casa“ che consente aumenti volumetrici fino al 35% del preesistente ), aprendo per questa via la strada ad una straordinaria ed ulteriore cementificazione del territorio, al di fuori di qualsiasi possibilità regolativa. Vi è un altro effetto potenziale, ancor più pericoloso, se possibile: nella concitazione del momento diventa molto appetibile l’offerta di una Ditta che assicura di iniziare e proseguire i lavori senza chiedere anticipazioni di spesa ai cittadini, costruendo per questa via un possibile canale di riciclaggio di denaro sporco.

La cosiddetta “ricostruzione pesante” diventa così o una “ricostruzione leggera”, o aperta ad ogni scorreria urbanistica, o peggio, e con i cittadini sotto ricatto e convinti che i tecnici che, sin qui non hanno presentato i progetti, siano degli incapaci.

Se questa poi è la regola, economica e urbanistica che vale anche per i Centri Storici, rischiamo di celebrare il 2010 come l’anno in cui è diventato chiaro che L’Aquila, e i Comuni colpiti, non potranno essere ricostruiti.

Due anni

5 aprile 2011 alle ore 11:55

Il tempo si accumula, come un’erba secca che spacca il senso delle parole.

Il tempo affonda le sue radici di vipera dentro il cemento e scinde l’intonaco della nostra esperienza individuale, dal ferro armato della nostra dimensione collettiva. Sino a rendere impossibile la loro unione. Sino a separare la nostra percezione della realtà. Come se qualcuno ci raccontasse, mentre ci guardiamo vivere.

Il taglio profondo della notte, che ha cancellato vite, e sepolto il suono delle nostre certezze, ha ridefinito il paesaggio. Interiore e del giorno. Misurando una distanza incomunicabile e nascosta. Innanzitutto tra la vita e la nostra morte, anche degli affetti. Indicibile. Per pudore, per la velocità delle lancette dell’orologio, per la solitudine che ci coglie di fronte ai pensieri abissali. L’impossibile da dire diventa il velo che ci trasciniamo dietro di fronte al mondo, cercando di scostarlo dal viso. Una ragnatela invisibile, che non è lamento, ma peso.

Ma quella notte è diventata subito immagine, definizione che altri hanno dato di noi, dentro una crisi generale di sistema. Spettacolo impudico di membra sparse, delle pietre, delle facce, delle idee accelerate dalla presa diretta. Subitaneo comando e controllo abbattuto su di noi, e magnificato nella sua dimensione di unica voce narrativa. Non c’è altra vita oltre il rappresentato. Un verme osceno che definisce la spina dorsale di sensazioni e pensieri, regola l’agenda del quotidiano, e distorce persino la percezione di noi stessi, che diventiamo quello che altri rappresenta di noi.

Scompare la responsabilità quotidiana di ciascuno: il lavoro e le faccende domestiche; la costruzione del pensiero e dell’azione politica; la socialità dell’ozio e del negozio; la cultura della lettura e della musica. Resta l’eccezionale che diventa la nostra normalità. Come vivere nudi davanti agli sguardi altrui. Comando e controllo. Accessi negati e pranzi in fila. Il medico che non parla al paziente, e gli impone la cura, per il suo bene, altrove deciso . La condizione malata e irresponsabile viene prodotta, indotta, inoculata, magnificata, resa indispensabile e accettata come necessaria. Comoda perfino.

Tutta intera, una classe dirigente, cessa di pensare la propria autonomia. Anche comprensibilmente, sul piano umano. Devastante, sul piano delle conseguenze. Eccezioni ci sono, a partire dal Rettore dell’Università. Presto costrette a ripiegare sul piano di una sopravvivenza che è bene superiore, ed è insieme lo scambio da pagare perché non ci deve essere discorso generale, che non deve disturbare. La necessità del ricovero fa a pezzi, letteralmente, ogni altra istanza. Il bisogno materiale, vero, cui rispondere, diventa il puro pretesto dell’esercizio eccezionale della sovranità indiscutibile, cui tutti devono piegarsi. Il mezzo diventa il fine, senza neanche disturbarsi a dichiararlo.

Sul paesaggio maciullato si stende protettiva l’ala dell’affare economico, del potere governativo e della propaganda. E costruisce e alimenta e rappresenta il consenso. Il mondo si definisce in un’unica e potente dimensione narrativa, cui è impossibile sottrarsi. No. Non è impossibile. Ma non conviene, e, spesso, non vi è la forza necessaria, semplicemente.

Sono rubati i luoghi e le parole. E tutto è deroga, eccezione, esproprio. Come un sasso nello stagno, produce cerchi concentrici di onde: chi può cerca di avvicinarsi al buco centrale per alimentare la propria inutile visibilità, gli altri restano periferici e possono solo sentire le vibrazioni del comando sotto di sé. Sopra di sé. Esclusi. Ma nessuno decide chi, come, dove e perché si lancia il sasso. Che è in altre mani. Neanche si percepisce questa condizione, diventata immediatamente, per effetto della rappresentazione che definisce l’agenda, da eccezionale, normale, e necessaria. Una egemonia culturale pervasiva, allestita in poche ore. E ancora durevole.

Il tempo di questi due anni ha generato scissioni continue. E autistiche. Chiuse in sé stesse.

Ogni tentativo, collettivo e individuale, di rompere la crosta di questo tempo, è stato contrastato sapientemente. Con offese giornaliere. Di portata nazionale, echeggiata da tristi epigoni locali. Servi.

La tecnica legislativa, amministrativa, ordinamentale e procedurale ha contraddetto sistematicamente e scientificamente il racconto rappresentato della realtà, nel frattempo diventato interiore, storia. Che il sovrano conceda, al suo buon cuore, richiede solo genuflesso ringraziamento. Non discussione, che diventa crimine. Le risorse economiche necessarie sono la corda che un Ministro tende o accorcia per togliere il fiato all’impiccato. E contemporaneamente inafferrabili, e, quando necessario, oggetto di smodate elargizioni e compravendite.

Nelle prime ore si dichiara di voler istituire una nuova figura penale: il reato di sciacallaggio; nella Legge, diventa reato invece la riproduzione illegale dei simboli della Protezione Civile. Diritto d’autore. E migliaia diventano le norme legali che piegano il diritto. L’Ordinanza diventa la cifra di una democrazia derogata per causa di forza maggiore pervicacemente insistita.

E l’intero catalogo della rappresentanza locale si piega. Per necessità, per convenienza, per impudicizia, per incapacità di percezione, per impossibilità. L’ascolto diventa inutile, relegato alle immense e infinite discussioni individuali: dov’eravamo; come abbiamo reagito, come siamo classificati, dove abitiamo ora.

La prima discussione pubblica riguarda l’intera indennizzabilità del danno alla casa. Non il lavoro. Non la città bene comune. Non la democrazia. Dopo la solitudine della tenda, dell’albergo, del campeggio, la solitudine della casa separata da tutto il resto, in cui tornare a rinchiudersi con la televisione accesa, e scissi dagli altri, diventati stranieri. I luoghi raggiungibili solo nella solitudine dell’automobile. Scissi dalla strada, dai marciapiedi, dalle piazze. La speranza non è l’edificazione di un nuovo tessuto economico, sociale, urbano, politico, culturale, impresa esaltante, ma la riedificazione del guscio, e qualcuno, in una città ai margini di fenomeni migratori significativi, raccoglie firme perché agli stranieri non sia data casa. La tecnica del capro espiatorio più vicino, diventa senso comune, e divide, scinde, separa, si riproduce all’infinito, dentro un assordante silenzio.

Mentre impera l’eccezione, e mentre nulla è come prima, si lancia la parola d’ordine del “dov’era, com’era”. Come se fosse possibile riavvolgere il filo del tempo. E una intera classe dirigente pensa che i paradigmi siano gli stessi, eguali i riferimenti e i modi d’agire. Le cooptazioni fedeli alla linea. I più svelti tra gli imprenditori scelgono nuovi carri vincenti, ed esterni alle mura. La Chiesa sopisce e coltiva affari indecorosi. Qualcuno cerca una via di fuga.

L’attendere alle necessità materiali, diventa l’unico discorso politico possibile, in cui ognuno sgomita priorità.

Guardo dall’esterno ragazzi generosi. Che muovono parole e atti di resistenza, e mi sembrano una delle poche cose degne di questo tempo, insieme al lavoro quotidiano di chi non ha smesso di fare il proprio dovere, insieme a chi concretamente ha reagito, insieme a chi non si rassegna, insieme a chi pensa nuove dimensioni, insieme a chi trasforma la critica in concreta pratica e inventa. Pur tra malattie antiche, ingenuità, contraddizioni. Ma qui si può costruire. Perché qui si è percepito il prima, e il dopo. E lo si è raccontato e agito con altre parole. Posso non condividere, ma rispetto. Profondissimamente, perché mi ha insegnato.

Ho conosciuto quanto fonda sia la mia ignoranza, in questo tempo, quanto io possa essere vilmente presuntuoso. E quanto senta urgente e necessario ricomporre le scissioni. Mischiare i colori e aprire le porte. Ascoltare. L’altra sera Vauro Senesi parlava della “resistenza del pensiero”. Posso provare a illudermi che questa possa essere oggi la mia funzione. Provarci almeno.

Perché da questo tempo non esca solo la sconfitta.

” Words of prophets are written on the subway walls ” – Simon and Garfunkel

27 giugno 2011 alle ore 22:05

Il luogo su cui si decide di lasciar scritto il proprio pensiero ha un profondo significato. Persino al di là delle nostre intenzioni.

Se scrivo queste parole su un quaderno, con la mia grafia, è evidente che lo faccio per me, per me solo. Dato che il quaderno è nella mia esclusiva disponibilità, e la mia grafia può non essere del tutto intellegibile. Le motivazioni per le quali scrivo, magari attengono alla psicanalisi.

Se invece scrivo le mie parole sui muri, è evidente che intendo lanciare dei messaggi. E scelgo anche uno stile. Sintetico. Degli slogan. Il cui obiettivo, in quanto slogan, è raggiungere il maggior numero possibile di persone e “colpirle”, impressionarle, costringerle ad una rapida, quanto intensa, auto interrogazione. “Sono d’accordo che i Commissari continuino a voltare le spalle agli aquilani ?” “Sono d’accordo che le C.A.S.E. appartengano agli aquilani e non al Governo ?”

Davanti allo slogan, si prende posizione. Favorevole, o contrario. E quanto più lo slogan si presenta come domanda retorica ( che già ha in sé una risposta ), tanto più il processo di identificazione in chi legge diventa probabile. Chi non vorrebbe una “ Ricostruzione subito e sicura ?”.

Lo slogan fa correre dei rischi, però. Che la semplicità sia semplificazione.

A L’Aquila non ci sono più i muri della metropolitana su cui scrivere. Invero, l’unica cosa che vi somigliasse era il percorso pedonale sotterraneo che dal megaparcheggio di Collemaggio, conduceva a piazza del Duomo.

E quindi, le parole, per essere viste, oggi, hanno bisogno di altri luoghi. E i luoghi scelti sono assai significativi, quasi un paradigma. Perché sono i luoghi di una comunità automobilizzata. Sono rotonde e svincoli, incroci e pareti stradali.

Il che dovrebbe condurre ad una serie di pensieri conseguenti.

Profondissimamente è mutata la città dal 6/4/2009 ad oggi.

Che vi sia mutamento è oggettivo, come oggettivo è che non vi sia unanimità di giudizio su molti aspetti di questo cambiamento. Né consapevolezze universali.

Se mutamento vi è, e implicitamente se ne tiene conto scrivendo le proprie parole nei luoghi che più plasticamente ritraggono una mutata condizione urbana e sociale, allora, forse occorrerebbe assumere pienamente ogni conseguenza di questo mutamento. E con esso scontrarsi/confrontarsi/dialogare.

Gli insediamenti del Progetto C.A.S.E. ; la città trasferita nei Nuclei Industriali di Sviluppo ; il complesso delle Frazioni che appare ed opera come una cintura di piccoli comuni in crescente difficoltà di rapporti con il Capoluogo; l’assenza totale di una mobilità pedonale che sia incontro e socializzazione non collegata al consumo.

La caotica e individuale riallocazione delle attività private e anche pubbliche; l’incombente malaffare predatorio; l’asfittica discussione sulle infrastrutture materiali e immateriali e sulla riconversione energetica.

Il vincolo del rientro dal debito regionale e la conservazione delle consorterie, come unici criteri di discussione sull’Ospedale e sulla Sanità del Territorio; l’assenza di una seria discussione sull’impatto del Federalismo Fiscale sui nostri Enti Locali.

La necessità di una discussione trasparente e partecipata sul sostegno alle attività economiche del nostro Territorio dopo il 2013, quando finirà l’attuale regime di aiuti dell’Unione Europea ( in attesa della Zona Franca e delle sue reali conseguenze in prossimità delle Elezioni Comunali ).

La fine del periodo di parziale sospensione degli effetti della Riforma Gelmini sulla nostra Università, senza che sia alle viste un Piano per il suo sviluppo futuro; la Cultura cittadina tradita dai tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo e dalle impossibilità del Bilancio Regionale.

L’immenso patrimonio storico-artistico, in preda ai tagli del Bilancio statale e alle scelte insindacabili della Curia; le macerie pronte ad essere veicolo di trasporti illeciti di rifiuti ignoti.

E si può continuare a lungo, con l’elenco dei dati oggettivi di cambiamento da cui partire, se si vuole scrivere sui muri della metropolitana. Tenendo anche conto degli elementi di continuità.

Alla crisi economica generale, alle dinamiche sociali di impoverimento e di polarizzazione della distribuzione delle ricchezze, al sottogoverno cittadino delle lobbies edificatorie, alla drammatica crisi di moralità e di Bilancio della Regione Abruzzo, si è aggiunto lo spaventoso peso del sisma. Un peso che grava anche sulle persone in quanto tali.

Questo cambiamento, va governato, e non eluso o esorcizzato.

Il futuro che ci attende è assai complesso, e non possiamo fare sconti alla durezza della realtà. Io non voglio i Commissari, voglio la Democrazia e la Partecipazione. Ma siamo sicuri che le macchine comunali o regionali abbiano le capacità tecniche di governare la Ricostruzione in tempi ragionevoli ? Chi, e con quali risorse garantirà la manutenzione degli alloggi del Progetto C.A.S.E. ? Punti dai quali non si può sfuggire.

L’orizzonte è, quanto meno, quello dei prossimi dieci anni. Decisivi per le giovani generazioni della Città. Il cui futuro si giocherà nelle relazioni con la Provincia, con la Regione, con l’Italia, con l’Europa, con il Mondo.

Pensare ad una autosufficienza e ad una autorappresentanza, dentro le nostre mura, oggi, sarebbe un suicidio.

Mi permetto di giocare anche io con uno slogan “ L’Aquila città connessa “. Da riempire di senso.

In fondo, sui muri della metropolitana può scrivere chiunque. Anche quando si spera di non essere profeti.

Sulla Legge Regionale di riordino delle aree produttive

agosto 2011

Lo scorso mese di luglio la Regione Abruzzo ha approvato una legge di riordino delle funzioni in materia di aree produttive.

Scompaiono i Consorzi per lo sviluppo industriale di tutto l’Abruzzo, accorpati in un unico ente pubblico economico: l’Azienda regionale delle Aree Produttive.

L’ente pubblico economico ha come oggetto, l’esercizio di una impresa commerciale.

Cambia quindi radicalmente la funzione di questi enti: da enti di programmazione del territorio ed erogatori di servizi alle imprese, in esercenti di servizi che sono venduti alle imprese.

I servizi che la nuova azienda regionale provvederà ad offrire alle imprese sono:

  • Servizi essenziali

    gestione acque, reflui, rifiuti, illuminazione, pubblica manutenzione viabilità e verde pubblico, prevenzione/gestione/controllo rischi rilevanti etc.

  • Servizi di sostenibilità ambientale

    attraverso l’istituzione di aree ecologicamente attrezzate, possono essere insediati impianti comuni per il fabbisogno energetico o per la riduzione della quantità e qualità dei rifiuti o per la gestione del ciclo delle acque e della depurazione, etc.

  • Servizi innovativi

    dovrebbero qualificare l’intera offerta economica della Regione.

Il nuovo ente ha, come organi di governo: l’Assemblea generale ( composta dagli attuali soci dei Consorzi industriali, secondo il loro effettivo apporto economico); il Consiglio d’Amministrazione, nominato dal Consiglio regionale, su indicazione della giunta, costituito, come da Statuto ( che deve ancora essere approvato dalla Giunta Regionale ), ed è sempre lo Statuto a stabilirne i compiti; il Presidente, eletto dall’Assemblea generale, nell’ambito del Consiglio d’Amministrazione, su indicazione della Giunta regionale; è istituita la Consulta territoriale, composta da rappresentanti delle imprese e degli enti locali, le cui funzioni saranno sempre determinate dallo Statuto.

Per un altro anno e mezzo è prorogata la presenza degli attuali Commissari.

Attualmente, nelle aree che ricadono nella competenza del Consorzio di Sviluppo Industriale di L’Aquila, c’è, di fatto, a causa del terremoto e delle scelte di reinsediamento fin qui effettuate, la città. Sedi universitarie, esercizi commerciali, tribunale, imprese, uffici pubblici di ogni tipo, etc.

Queste aree sono sottratte alla sovranità del territorio e affidate ad un ente regionale, la cui funzione è quella di essere un’impresa commerciale.

Una impresa commerciale che ha interesse a sviluppare servizi da vendere alle imprese, ad esempio sul piano dell’energia che può essere loro venduta attraverso nuovi impianti di produzione dell’energia, o sul piano della gestione del ciclo dei rifiuti, anche quelli di origine industriale che possono essere pericolosi o nocivi. Senza che le comunità territoriali abbiano, di fatto, voce in capitolo sulle scelte che saranno effettuate.

Forse la mia è una lettura superficiale del testo di legge approvato, e forse non ho, né le necessarie conoscenze tecniche, né la competenza per intervenire su argomenti così delicati.

Ma mi pare che sia avvenuta una cosa abbastanza semplice, e grave, per quel che riguarda il nostro territorio. Aree che, oggi ancor più di ieri, sono strategiche per la città e le sue frazioni, sono state conferite ad un governo di carattere regionale, senza che la discussione abbia avuto il necessario rilievo, anche nell’assise comunale, e senza che il territorio e la Cittadinanza, in futuro, possano realmente partecipare alle scelte che su di esse saranno effettuate.

Una delega in bianco ad un nuovo ente regionale che, nei fatti, governerà dal punto di vista urbanistico e delle scelte insediative una parte fondamentale della nostra città e delle sue importanti frazioni. Un nuovo ente regionale che, è bene ribadirlo, non ha una funzione “pubblica”, ma una funzione prevalentemente “commerciale”. E, oggi, il massimo interesse commerciale riguarda la produzione di energia e la gestione del ciclo dei rifiuti. Che sono questioni dirimenti per il futuro di un territorio e che andrebbero affrontate, e risolte, con estremo rigore e trasparenza, in tempi rapidi e con il massimo coinvolgimento democratico delle comunità interessate.

Le scelte effettuate e la colpevole assenza di dibattito preludono forse ad effetti particolarmente negativi per il territorio.

Note per un documentario mai realizzato

6/11/2011

Non sono in grado di scrivere una sceneggiatura per un documentario. Tecnicamente. E’ una cosa che non ho mai fatto. Quindi, questo testo è più il racconto di una idea, che non la scrittura di come dovrebbe essere filmata.

L’obiettivo del documentario, dovrebbe essere il racconto, nei termini più semplici possibile, dello stravolgimento delle Leggi operato su L’Aquila in occasione del Terremoto. L’occasione per creare uno “stato di eccezione”, che è il potere che solo il sovrano assoluto può esercitare. In questo consiste infatti l’essenza del potere senza democrazia. La creazione dello “stato di eccezione” avviene immediatamente, sin dalla prima Ordinanza post-sisma. La situazione di emergenza è piegata ad un disegno di altra natura. Lo strumento tecnico utilizzato è quello dell’Ordinanza. Emissione di Editto senza contrappesi. La distanza tra la rappresentazione della realtà, e la scrittura tecnico-legislativa è abissale. Due mondi paralleli che non hanno modo di incontrarsi. Lo scontro è solo individuale; quando, nella condizione materiale della persona, ci si ritrova a confliggere con regole stabilite dall’alto e non conosciute, spesso.

L’architettura del documentario l’ho immaginata come un riadattamento, mi si perdoni la presunzione, dell’Odissea.

La struttura narrativa del poema omerico, consente di immaginare il percorso di un ipotetico Ulisse, smemorato per il naufragio che nell’epos lo conduce all’isola dei Feaci, e che rivive la sua avventura, innestando su essa il racconto delle ferite al diritto che la gestione emergenziale del Terremoto ci ha fatto subire. Il tentativo è quello di accostare agli episodi del poema il complesso dei colpi che abbiamo ricevuto. Un tentativo che non dovrebbe svolgersi come mero riassunto di quanto avvenuto, ma anche come tensione nel comprendere il lascito che tali ferite ci hanno prodotto. Anche lo svuotamento della democrazia e del diritto produce e produrrà macerie.

L’Aquila è un’Itaca cui tornare e da costruire.

Ho dei dubbi se Ulisse possa essere una donna o un uomo. Il rovesciamento dell’eroe in donna, oltre a “celebrare”, in una certa misura, il ruolo delle donne nel dopo terremoto, consentirebbe uno sguardo diverso sulle cose. Però non so se sono in grado di raccontare questo sguardo, anche se alcuni squarci li percepisco. Propendo di più perché sia un uomo. Ma è una questione che lascio aperta.

L’intelaiatura narrativa la potremmo dividere in tre parti.

Naufragio e risveglio

Racconto del viaggio di ritorno ad Itaca-L’Aquila

Sguardo sul presente e desiderio di vendetta

Il racconto dovrebbe essere strutturato come un incastro tra l’adesso e il flashback. E, se possibile, per il racconto del passato userei il bianco e nero invece del colore.

Naufragio e risveglio

Il naufragio è come il sisma. Io lo racconterei con una lampadina accesa, che si spegne. Seguita da una ripresa del silenzio, al buio, nel quartiere di Santa Barbara della durata di 23 secondi, tanti quanto la scossa. Scanditi da un cronometro digitale visibile ad un angolo dell’inquadratura.

Il risveglio senza memoria lo immagino con Ulisse steso a terra, l’ideale sarebbe una ripresa sull’asfalto, con la telecamera che parte dal primo piano di una crepa e si allarga sul corpo steso longitudinalmente rispetto alla crepa che continua. O comunque qualcosa di simile, ad esempio dentro una casa, sulla parete. Soccorso da una serie di persone che lo svegliano, lo rianimano. Lo conducono in un ambiente confortevole, una casa vera, una reggia. L’uso del dialetto aquilano nei dialoghi potrebbe essere una scelta utile. Magari accompagnata, come controcanto, da qualche verso dell’Odissea, utile al contesto del racconto, in greco, alla base dell’immagine.

Si deve comprendere che Ulisse non ricorda più nulla, tranne il suo nome, tranne che è reduce da un lungo viaggio.

Il colloquio consente l’apertura di luci sul passato. Il progressivo riaprirsi della memoria. Una scelta narrativa potrebbe essere quella di una rapida sequenza di un giro automobilistico tra le frazioni aquilane, nei punti ancora in rovina, facendo comprendere che è il percorso che lo accompagna nella casa di chi lo ha soccorso.

E, il momento del ritorno della memoria è a tavola, magari alla fine della cena, con un bicchiere di genziana.

Racconto del viaggio di ritorno ad Itaca-L’aquila

Ulisse ora ricorda. Piange.

Chi è con lui gli chiede di raccontare. Ulisse racconta che subito dopo il terremoto è andato in giro per l’Italia, a raccontare L’Aquila, ma nessuno gli ha creduto. La TV mostrava altre immagini.

Ulisse racconta che chiedeva di sapere da un funzionario chi avesse in mano una pratica di ricostruzione, il funzionario gli risponde che a L’Aquila non c’è trasparenza degli atti della Pubblica Amministrazione. Abolita per Ordinanza.

  • Ma scusa, qui dice che mi danno 300 euro per la rimozione di macerie da casa mia e deposito in discarica controllata, invece dei 3200 richiesti…-

  • E si vede che non ti spettavano….-

  • Sì, ma l’Ingegnere non aveva chiesto neanche un euro nel Progetto su questa voce…-

  • E si vede che hanno guardato un altro progetto…-

  • Quindi mi regalate 300 euro ? –

  • E ti lamenti pure ? –

Inquadratura di un monumento aquilano. Magari la fontana di Fontesecco. E poi il monumento coperto con un telo. Sparito, sottratto alla vista.

Nella cena, con un salame in mano, qualcuno dice: “ Affella, Fra’…”

E’ come l’incanto cui Circe sottopone gli uomini che viaggiavano con Ulisse, facendogli dimenticare il luogo dove volevano tornare. Li trasforma in maiali, e offre a Ulisse un’altra realtà.

Ed ecco il Progetto C.A.S.E.

La nuova realtà. Inquadratura di bandiere che sventolano.

Per fare il Progetto C.A.S.E. si è derogata la legge sul subappalto. Si poteva subappaltare fino al 50% dell’opera, invece che il 30%. Decine e decine di Ditte, come formiche che costruiscono il formicaio, sotto il comando di una regina. Ma si erano dimenticati una norma da derogare, che produceva un reato. E quindi con un’Ordinanza hanno sospeso il reato. Retroattivamente, il reato di subappalto non autorizzato, non esiste più.

Si può raccontare con le immagini di un uomo, vestito da imperatore romano, che costruisce casette con il “Lego”, e, ogni tanto, gli capita tra le mani una scatolina che sul coperchio ha la scritta “Regole”; lui la prende, la guarda, e la butta via dietro le spalle.

E, ogni volta che questo avviene, la scena torna alla cena, al salame affettato, e alla voce che dice “ Affella, Fra’…”

Per fare le C.A.S.E. hanno fatto la Deroga al Codice dei Contratti della Pubblica Amministrazione, e hanno derogato alla vigilanza operata dalla Corte dei Conti:

Difatti le situazioni eccezionali ed imprevedibili richiedono interventi urgenti, ma quando questi non siano

assunti le situazioni si consolidano, per così dire, con il trascorrere del tempo e da situazioni dell’anzidetta

natura divengono situazioni di disagio abitativo, di difficoltà di vita sociale, di stagnazione dell’attività produttiva, di carenza di infrastrutture che sono proprie non soltanto dei luoghi colpiti da eventi calamitosi ma di tante parti del territorio nazionale. Non solo, ma l’attenuazione delle garanzie che discende dagli interventi in deroga non trova più alcun sostegno logico o funzionale quando il decorso del tempo sta a dimostrare che non esiste o non è stata efficace la situazione di urgenza a indurre interventi della stessa natura”.

Frase pronunciata da un Sacerdote della Corte dei Conti, con aria ispirata. Detta all’angolo di una strada, deserta, nel silenzio di tutti.

Quanto costa il Progetto C.A.S.E. ?

Le casette del Lego, poi coperte da un lenzuolo, poi il lenzuolo si alza, e si vede il libro realizzato dalla Protezione Civile, e dalle Ditte coinvolte, e si legge il costo lì riportato, poi si inquadra il rendiconto prodotto, sempre dalla Protezione Civile, e si vede una cifra diversa, e si fa la differenza di quanto denunciato in meno. Ulisse dice che è come guardare la realtà con un occhio solo, inquadratura di un automobile di notte che cammina con un faro solo.

Uno degli inquisiti per il processo alla Commissione Grandi Rischi, presente alla famosa riunione del 30 marzo 2009, è responsabile di Eucentre, cui l’Ordinanza consegna 300.000 euro per il progetto del Progetto C.A.S.E.

Affella, Fra’…”

Inquadratura notturna del cimitero de L’Aquila, da fuori, che si vedano i lumini accesi, e poi del San Salvatore, sempre di sera, che si vedano le luci, e, sempre di sera, inquadratura da lontano del Progetto C.A.S.E. sulla strada tra L’Aquila e Scoppito, magari ripreso dal ristorante Casale Signorini. Luoghi diversi, effetto uguale.

Chi paga le manutenzioni ?

Chi paga i giardini ?

Che ci si fa quando finisce l’emergenza abitativa ?

Che relazioni sociali si creano in quei luoghi ?

Quanto disagio ?

Come è cambiato il traffico automobilistico, sulle tracce ancora della metropolitana di superficie ?

Sono proprietà del Comune, ora, dove il Comune trova le risorse per gestirle ?

Domande che Ulisse racconta di aver fatto ad un Oracolo. L’Oracolo gli ha detto di scendere nell’Ade. Ulisse prova a scendere nel sottopasso tra piazza Duomo e Collemaggio. E lì trova un barbone, che gli dice che era un lavoratore con contratto di progetto prima del terremoto, e gli hanno dato solo 800 euro per tre mesi dopo il sisma e poi più nulla. Sta lì perchè sa che arriverà la Zona Franca, e di sicuro sarà assunto, in una piccola azienda che fabbricherà forchette per i cinesi, dove saranno liberi di licenziarlo quando vogliono, però lui si darà da fare per essere un bravo servo, tanto la laurea in matematica lì non gli servirà.

Ulisse gli fa le domande, e lui gli risponde che non gliene frega un cazzo. Un piatto di pasta a Padre Quirino che tanto non è una C.A.P. ( Chiesa Assolutamente Provvisoria ), ma una C.A.I. ( Chiesa Assolutamente Irremovibile ), e domani si vede.

Ripresa di persone che frugano nei cassonetti di immondizia dietro il supermercato Carrefour vicino al cimitero.

Ulisse gli chiede perché pensa solo al presente, e non al futuro, il futuro dei suoi figli. E lui gli racconta le scuole de L’Aquila, la Circolare del Ministero delle Infrastrutture pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 13 agosto 2009 ( così scompare nei pic-nic di ferragosto ). Per gli edifici privati si costruisce con le nuove norme antisismiche, ma per quelli pubblici, se avevano i progetti già presentati, si poteva ricostruire con le vecchie norme antisismiche. A L’Aquila, alla data del 30/6/2009, presa a riferimento, quali erano i progetti già avviati ? Forse le Scuole, visto che a settembre sarebbe ripreso l’anno scolastico ? Non si può sapere, Opacità Atti Pubblica Amministrazione. E comunque, le scuole rimaste in piedi, sono a norma, nella migliore delle ipotesi, della vecchia legislazione antisismica. Carrellata sulle scuole aperte a Colle Sapone e i ragazzi che entrano al mattino.

Però si fanno i M.U.S.P. Moduli a uso Scolastico Perenne, e si distribuiscono soldi altrove per la sicurezza delle Scuole.

Affella, Fra’… “

Ulisse esce dall’antro, e, deluso, getta per terra una cartaccia, e altre cose che aveva portato con sè per offrirle in dono all’Oracolo. Tanto, l’immondizia gettata a terra è come le macerie, che, per Legge, sono diventate Rifiuti Solidi Urbani. E subito gli si avvicina un losco figuro, che, con accento del nord, gli chiede se può usare le sue macerie per andare a buttare via un po’ di amianto della sua fabbrichetta. Tanto, se sulla bolla di trasporto del camion c’è scritto che sono macerie del terremoto, chi vuoi che controlli se dentro c’è mischiata un po’ di robaccia ? E gli offre una moneta da cinque euro. “ Tanto voi siete dei sempliciotti…”, dice. E raccoglie la mondezza da terra, portandosela via felice.

Ulisse prende i soldi, cammina verso l’Arcivescovado, attraversando tutta la piazza, e lascia cadere la banconota sulla soglia.

Ulisse guarda il Duomo. “ Non è certo bello come altre Chiese”. Ma la Chiesa, sarà stazione appaltante della ricostruzione dei Beni Artistici della Città, in deroga al Codice dei Beni Culturali. Magari saranno realizzate bellissime opere, come la Chiesa Protezione Civile sita dietro la Fontana Luminosa ( immagini della tenda ), oppure, intanto, una lastra di cemento armato a piazza San Silvestro, e senza far diventare il denaro gestito una fonte di potere.

Si avvicina ad Ulisse una donna, come per chiedere un’informazione turistica, e Ulisse le dice :

Ospite caro , ti adirerai se ti dico una cosa ? E’ questo che piace a costoro, la cetra e il canto: facile, perché mangiano senza compenso la roba di un altro, ma se lui ritornasse, e lo vedessero a L’Aquila, tutti pregherebbero d’essere svelti di piedi, piuttosto che ricchi di oro e di vesti “.

La donna lo guarda stupita, e fa cenno agli amici che la aspettano lontano, che Ulisse è un po’ scemo. Danni da sisma.

l’esperienza delle inchieste e dei processi hanno acclarato una diffusa pratica di illegalità a soddisfazione di vantaggi personali e di gruppi politici, quella pratica, dalla quale sono derivati danni incalcolabili all’immagine della classe politica e del Paese ed all’economia nazionale, ha dimostrato che la corruzione è dilagata laddove i controlli erano insufficienti, inadeguati e, più spesso, inesistenti, sia negli enti locali che in quelli privatizzati a capitale pubblico.

Ebbene, di fronte a questa realtà, la risposta non è stata, a nostro avviso, quella prevedibile, cioè nel senso del potenziamento del sistema dei controlli perché essi fossero più funzionali agli obiettivi di efficienza dell’azione pubblica in un quadro di legalità.

Si è, invece, proceduto ad una drastica riduzione di quelli diretti a verificare il rispetto

delle leggi, con introduzione di valutazioni di gestione mutuate dall’esperienza della

imprenditoria privata. “

Ancora il Sacerdote della Corte dei Conti de L’Aquila, in un angolo della Piazza, da solo, vestito come un mimo che chiede l’elemosina. Declama, ad alta voce, nel silenzio deserto.

Ulisse chiude gli occhi, e sente la voce del Sacerdote che ripete più volte “imprenditoria privata” nel buio dell’inquadratura, si fa strada una musica, si potrebbe campionare un po’ di “ Sea swallow me” dei Cocteau Twins, ottima per essere il canto delle sirene.

Una serie di inquadrature veloci. L’abuso edilizio con sigilli del magistrato, sulla parallela di viale Corrado IV, il tentato abuso edilizio con i ponteggi ancora lì sopra il centro commerciale alla rotonda. Una carrellata circolare di vetrine dentro i vari centri commerciali della città. L’insegna della Finmek fallita. L’ingresso del Circolo del Golf di Preturo. Le baracche di legno di viale della Croce Rossa. La casa di un noto imprenditore edile e sede della sua azienda in viale Aldo Moro, chiusa perché classificata E. Il centro commerciale fantasma ex-Sercom a Sassa. Il Parco Scientifico e Tecnologico chiuso. L’Accademia dell’Immagine chiusa. E poi bar, bar e ancora bar. E una teoria di capannoni prefabbricati lungo la strada che da L’Aquila va a Scoppito.

E, alla fine, un mucchio di ossa spolpate, buttate da una parte.

Affella, Fra’…”.

Ulisse riapre gli occhi, e si ritrova ancora nella sala con gli altri commensali che lo hanno risvegliato.

Uno di loro gli chiede, come mai, mentre era svenuto, urlava, cercava di difendersi, e parlava sempre di un Mostro, chi era il Mostro ?

E Ulisse racconta che nel suo viaggio ha incontrato decine di mostri.

Inquadrature di diverse persone, riprese in luoghi riconoscibili de L’Aquila, e poi in primo piano, tutte con una benda nera su un occhio. Ad ognuna di loro, una voce fuori campo chiede : “ Dimmi il tuo nome, ora subito”. E ognuno di loro risponde . “ Tutti, è il mio nome, Tutti mi chiamano”. E poi, ognuno di loro dice una frase diversa:

  • L’ha fatto quiju, perché non lo pozzo fa’ pure ji ?-

  • Te se pozza remponne –

  • Ma lascia stare –

  • Business as usual –

  • Ma fatte gl’affari te’ –

  • Magna tu che magno io –

  • Che te serve fra’ ?-

  • E jamo, su…-

  • Esso quissi –

E altre frasi si possono scegliere, in aquilano migliore del mio.

Sguardo sul presente e desiderio di vendetta

  • E l’hai vinti questi mostri ?-

Chiede uno dei commensali.

  • Questi mostri si vincono. Ogni giorno, se ti assumi la responsabilità di agire esattamente come pensi che gli altri dovrebbero agire. Se rompi gli schemi.

Una serie di inquadrature, veloci, di gesti di vendetta.

  • Un immigrato, e un altro uomo dentro al Boss, che si capisca che sono muratori, l’immigrato offre un pezzo di panino all’italiano;

  • Ragazzi che studiano all’Università;

  • Un’automobile che si ferma per far passare un uomo sulle strisce pedonali;

  • Un imprenditore che, a un colloquio di lavoro, caccia via un uomo raccomandato da un potente politico, perché gli serve gente qualificata davvero per lavorare;

  • Un barista che richiama un uomo che ha pagato un caffè, perché non ha preso lo scontrino fiscale;

  • Un gruppo di musica classica che suona;

  • Bambini che giocano a rugby e imparano il sostegno;

  • Una ragazza che dice : “ Non mi interessa”;

  • Un medico in camice bianco che dice ad un paziente che non lo manderà a spendere soldi in una struttura privata ma che chiama al telefono un dirigente della ASL e si incazza perché la salute è un diritto pubblico, e non si possono aspettare sei mesi per un esame;

  • Un uomo che pianta un albero a San Giuliano;

  • Un gruppo di ragazzi che cancellano scritte sui muri nel centro storico;

  • Un politico che rifiuta i voti di uno che gliene promette tanti perchè cambi destinazione d’uso di un terreno;

  • La vecchia scritta “Yes we camp” a Roio;

  • Una insegnante con una scolaresca davanti alla lapide in piazza Nove Martiri;

  • Un ragazzo e una ragazza che si baciano;

  • Due vecchi che giocano a bocce;

  • Un po’ di persone con gli strumenti da ingegnere, che, da una parte di Pettino, dicono che là ci faranno una piazza, così le persone si incontrano e parlano;

  • Una signora con cinque o sei buste della spesa in mano, e che fa vedere che va a buttare l’immondizia differenziata;

  • Un contadino nei campi;

  • Due ragazzi davanti ad un computer che discutono di energia alternativa;

  • Un ragazzo che dice che il videopoker è una noia mortale e che al Parco del Sole hanno costruito una nuova pista per le biglie di vetro e ci va agiocare mentre altri ragazzi guardano e fanno il tifo;

  • Un gruppo di persone che prende l’autobus;

  • L’acqua dell’Aterno che corre.

  • E come mai, ti sei ritrovato svenuto e senza memoria ? –

  • Mi sono ritrovato in mezzo tra due creature mostruose…-

  • E quali erano ? –

  • Da una parte i tentacoli della Crisi Economica, che cancella le persone, e santifica il denaro di pochi. E dall’altra la nebbia viscida delle regole per la ricostruzione di casa di mia madre, classificata E, che a tre anni dal terremoto, ancora aspetta nuove Ordinanze…-

  • E che farai ora ? –

  • Studio, gli incroci delle vie e delle piazze, i punti di giuntura e di connessione, so che la campana suona sempre anche per me, leggo le carte di chi vuole decidere senza sentirmi, parlo con le persone e le ascolto, ho cura di me, e di quello che ho intorno, e agisco, non mi fermo più, da solo e con tanti, non me ne faccio più passare una. Gioco. Amo. Cammino con la schiena dritta. “

Ulisse prende un arco, e tira una freccia in cielo.

Mario Monicelli che ci invita a darci da fare.

Uno sguardo sul passato per fare qualche domanda sul futuro.

12 novembre 2011 alle ore 12:01

L’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici è un organo che vigila sul rispetto delle regole che disciplinano la materia dei contratti pubblici. I sette membri del Consiglio sono nominati dai Presidenti della Camera e del Senato.

Il 9 febbraio 2011 l’Autorità ha emanato una Deliberazione relativa alle opere di ricostruzione degli abitati colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009. Si tratta di una indagine a campione, su una serie di appalti, effettuati dal Provveditorato Opere Pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna, Ente spesso al centro di inchieste della Magistratura, ad esempio anche sulla ricostruzione della Questura de L’Aquila.

Si tratta di una Deliberazione scritta con un linguaggio molto sorvegliato, attento a non esprimere alcun giudizio, e a restare esclusivamente nell’ambito della missione istituzionale della Autorità. E, tuttavia, dalla sua lettura, si possono ricavare interessanti spunti di riflessione.

Innanzi tutto, l’Autorità fa rilevare come, sin dalla prima Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dopo il terremoto, sia stata operata per il nostro Territorio una deroga molto ampia a tutta la normativa in materia di Appalti e Contratti Pubblici. Operare in condizione di emergenza richiede una flessibilità necessaria rispetto alla Legge per rispondere alle esigenze della popolazione colpita. E, tuttavia, rileva l’Autorità, tale deroga non può comunque intendersi come una licenza ad andare contro i principi generali dell’ordinamento giuridico. Le notizie fornite dal Provveditorato Interregionale sono notizie sommarie, già inviate ad altre autorità dello Stato, ed è su queste che l’Autorità effettua i suoi rilievi.

Il Provveditorato, ha riferito che, subito dopo il sisma e per un anno circa, in regime di commissariamento della Protezione Civile, gli affidamenti di appalti sono stati fatti o in modo diretto, o tramite una procedura negoziata con invito rivolto a imprese individuate dal Provveditorato, ma senza precisare la procedura o criteri prestabiliti secondo i quali selezionare le imprese. Tale sistema ha riguardato anche la scelta dei professionisti cui sono stati affidati lavori.

Sono stati stipulati 155 contratti, dall’inizio dell’emergenza fino al 25/11/2010 ( anche se in molti casi i lavori sono stati effettuati senza contratto, poi stipulato ), rispetto ai quali sono stati necessari 55 Atti Aggiuntivi, il che significa che, in oltre un terzo dei casi, dopo l’affidamento dei lavori, è stato ritenuto necessario ampliare l’oggetto dell’appalto affidato alla Ditta, con notevoli lievitazioni dei costi.

Non sono stati forniti, dal Provveditorato, i motivi per cui si sia proceduto ad affidamento diretto, o a procedura negoziata.

Per i lavori connessi al G8 sono stati spesi quasi 36 milioni e mezzo di euro, tutti in affidamento diretto;

per i lavori concernenti edifici scolastici sono stati spesi poco più di 21 milioni di euro, quasi tutti affidati con gara informale; per i lavori concernenti edifici pubblici, sono stati spesi quasi 28 milioni di euro, con procedure miste.

Le cifre esplicitano le priorità politiche delle scelte fatte sul Territorio in quella fase. Priorità che avrebbero dovuto essere ben altre, al di là della propaganda che abbiamo subito.

La pratica degli Atti Aggiuntivi, è stata utilizzata prevalentemente nel caso degli interventi sugli edifici scolastici, poiché sono stati affidati i lavori di ripristino, per accorgersi poi che era necessario mettere tutti gli impianti a norma, il che significa che, prima del sisma, i nostri ragazzi andavano a scuola in edifici pericolosi e fuorilegge.

L’incremento dei costi è stato assolutamente significativo: ad esempio, i lavori per l’Istituto Tecnico Commerciale Rendina, prima sono stati affidati per un importo di circa un milione e settecentomila euro, cui poi si è aggiunto un altro milione e duecentomila euro, oppure alla Scuola Media Dante Alighieri, prima sono stati affidati lavori per circa 700.000 euro, cui poi se ne sono aggiunti altri per oltre un milione di euro. Così anche per il Liceo Scientifico Bafile, o per l’ITIS Amedeo di Savoia.

I nomi delle imprese affidatarie sono pochi, il che significa che, alle stesse imprese, o in affidamento diretto, o a gara informale, sono stati affidati più interventi. Ma non sono mai state introdotte prestabilite modalità e criteri di individuazione degli operatori da invitare alle singole procedure di gara, al fine di assicurare trasparenza, imparzialità, e la più ampia partecipazione di imprese idonee. Analoghe considerazioni riguardano l’affidamento di lavori a professionisti.

Nel caso della messa in sicurezza della Basilica di San Bernardino, si arriva poi all’estremo per cui il progetto, sulla base del quale realizzare la sua messa in sicurezza, è redatto dalla stessa impresa cui poi sono affidati i lavori.

In definitiva, rileva l’Autorità, le procedure adottate, lasciano ampi margini, forse troppi, alle imprese affidatarie, e, spesso, le perizie di variante effettuate da chi avrebbe dovuto vigilare, non sono altro che la presa d’atto di quanto già avvenuto, anche sul piano economico: così, invece di lavorare “a budget”, si è lavorato “a consuntivo”, con incrementi di costo magari non congrui economicamente.

Una deroga alle disposizioni vigenti, dice l’Autorità, non trova logica giustificazione ove si prolunghi indefinitamente, e non appare pertanto giustificato il protrarsi di procedure emergenziali, che oggi sono da ritenersi non adeguate ad assicurare il rispetto dei principi di non discriminazione, parità di trattamento, trasparenza ed economicità.

In sostanza, l’Autorità mette le mani su un sistema. Un sistema che, in nome dell’emergenza, e attraverso lo strumento della deroga, ha costruito uno “stato di eccezione” permanente, nel quale diventa palese l’uso distorto della tecnica legislativa, i cui anfratti consentono un governo spregiudicato dell’economia. Tutto può essere stato fatto senza commettere reati e in nome dell’interesse pubblico. Ma non è sicuro che sia così, e solo questo dovrebbe bastare ad una Democrazia vera per correre ai ripari. Ma non accade.

Tutto questo, pone un problema. La condizione di emergenza ha consentito, sin qui, una disponibilità di risorse di assoluto rilievo per il Territorio, magari non sufficienti, ma comunque di assoluto rilievo. Il 31/12 prossimo, cessa l’attuale fase di emergenza con relativi commissariamenti.

Alla cessazione dell’emergenza e dei commissariamenti, corrisponderà una cessazione della disponibilità delle risorse necessarie ? Oppure possono esserci assicurate nuove risorse purchè gestite in regime di commissariamento ?

E’ un punto che occorre porre esplicitamente. Anche perché è una potenziale arma di ricatto per il Territorio. La cui condizione drammatica favorisce, oggettivamente, il piegarsi al ricatto. Può cioè essere tranquillamente ritenuto un “male minore” l’accettazione della assenza di trasparenza e della non economicità degli interventi, in nome del deserto che stiamo attraversando, pur di avere un po’ d’acqua.

Le stesse Elezioni Comunali sono sotto l’ipoteca di questo tema.

Il tutto in un contesto in cui la drammatica crisi che colpisce il Paese non potrà non avere ulteriori effetti su di noi e sul nostro Territorio.

Quando si pone una candidatura al governo della Città, si dovrebbe, a mio modesto parere, affrontare questo nodo. Oggi, da parte di tutti. Altrimenti correremmo il rischio ulteriore che la stessa costruzione delle candidature sia sottoposta ad una contrattazione preventiva, con qualunque Governo ci sarà, su questo tema. Una contrattazione che non sarà certo trasparente.

Percorso di guerra

1 dicembre 2011 alle ore 18:29

Partenza da Sassa, verso il Nucleo Industriale di Bazzano, sede ASM.

Devo attraversare Sassa, per la via principale, strettoia, ci passa un’auto sola, anche se i sensi di marcia sono due, la curva è cieca, e quindi ci vuole circospezione, e scaramanzia. E un bonus di fortuna. Se hai un’auto ingombrante, ci vuole anche grasso di balena da spalmare sulle fiancate, per scivolare meglio sullo stretto. Qui c’era una volta l’Ufficio Postale, e ora non c’è più. C’era anche la Caserma dei Carabinieri, e ora c’è un cancello chiuso. Passo. E vado verso L’Aquila.

Rotonda, e Progetto C.A.S.E. E MUSP.

Strada stretta, un po’ di incroci dietro le curve, che chi arriva per capire se può passare deve sporgere il muso, a rischio di una nasectomia.

Incrocio per Lucoli, rotonda nuova, ancora in plastica, deve crescere. Addirittura stanno facendo dei lavori che somigliano ad un marciapiede, che parte e arriva nel nulla, e, a fianco, un megagalattico lavoro di scavo che realizza un canyon per l’acqua, ingabbiando pietre in griglie di ferro, e si perde in un buco sotto la curva a gomito. A sinistra una casa di legno, autorimessa di una compagnia di bus da noleggio, un fungo del sisma. E finalmente la rotonda amletica. Per andare a Bazzano faccio la Mausonia, o passo in mezzo alla città ? La rotonda è minuscola, nel centro c’è un lampione con la luce psichedelica, che, negli ultimi giorni, si accende e si spegne in continuazione, a intervalli di tempo imprevedibili, neanche un geyser di Yellowstone.

Decido di passare per la città.

Naturalmente, il passaggio a livello è chiuso, deve passare il trenino. Aspetto. Una volta c’era la casa del casellante, ora non c’è più. in compenso si passa su un ponte che sovrasta il canale secco di un rivo che non so dove nasce. Il letto è ingombro di massi, alberi divelti, erbe che crescono, rifiuti umani. E’ secco, il clima non piove. E aspetta di gonfiarsi. Magari troppo. E’ una lotteria. Carta vince, argine perde.

Le sbarre si alzano, e mi posso immettere sulla Strada Statale 17. Ovviamente, l’ingresso vero e proprio è una corsa a spintoni con quelli che vengono da Scoppito. Hanno la precedenza e se la prendono, senza pietà. E quando entro, finalmente, ho davanti uno schiacciatore di uova professionista. La lentezza esasperante si accompagna ad una precisione millimetrica per acciaccare le uova sparse sul manto stradale, non ne manca una, a quindici chilometri orari. E quando arrivo alla rotonda monumentale che porta al Centro Commerciale, prego gli dei del traffico che giri a destra, e mi liberi della sua augusta presenza. Gira, per fortuna gira !

L’ingresso nella rotonda è come quello del toro nell’arena, fiero, veloce, e senza pensare a nulla, e per proseguire verso la rotonda successiva, apro lo sportello a fianco del guidatore, per impedire il passaggio a quelli che vengono dal centro commerciale, che non danno la precedenza e pretendono di sorpassarmi sulla destra. Piuttosto mi faccio lapidare.

Altra rotonda monumentale, fatta in accelerata rombante, nessuno può entrare dalla mia destra, ma tanto quando arrivo io ad una rotonda, mi prendo la precedenza dall’alto, dal basso, e da sinistradestra.  Rettilineo.

Sottolineato dal minaccioso Centro Meccanizzato delle Poste alla mia sinistra. Luogo in cui si perdono gentili anziane signore, dopo dodici ore di fila per ritirare una raccomandata; luogo, dove si narra, che un trentenne baldanzoso che voleva ritirare la propria posta arrivata all’indirizzo crollato,  sia diventato calvo nel frattempo, e con l’alopecia psorisiaca, e con uno strano tic nervoso che lo costringe al pianto dirotto, ogni volta che ascolta pronunciare un numero, che non è il suo. Unico ufficio aquilano di smistamento raccomandate e posta per terremotati. Il Signor Poste Italiane è un maniaco sadico con tendenze hitleriane.

La casetta dell’ANAS non c’è più, e neanche le fabbriche del Polo Elettronico, salvo qualche fantasma, e il ricordo di numerosi fallimenti drammatici. Quel luogo è oggi un ottimo investimento immobiliare.

Ancora una rotonda, circondata da esercizi commerciali che erano aperti, che sono aperti, che saranno aperti. e via dritto, verso il blocco stradale dell’uscita del casello autostradale, ovviamente senza aver dato la precedenza a nessuno, perché non gli spetta, che esca dai sette o otto incroci di negozi installati nella nostra vera via dello shopping, altro che Corso Buenos Aires a Milano. Noi abbiamo un negozio ogni tre centimetri quadrati, e neanche tutti gestiti da cinesi.

Il casello dell’Aquila Ovest mi ricorda che devo indossare le scarpe da neve fino al 15 aprile, e qui tra poco vado a riprendere il costume da bagno. C’è ancora la rimessa dell’ARPA, che fa rimettere, e l’ingresso ad un supermercato, diventato nel frattempo quattro supermercati in uno. Lì dentro a mia cugina hanno rubato il portafogli mentre, per paura di farselo rubare, lo stringeva tra i denti. La coda rallenta, così, sull’asfalto recentemente rinnovato, i colpi che si danno ai tombini sembrano solo una tappa della Parigi-Dakar. E fanno meno male alla cervicale.

Ma perché non fanno una bella rotonda davanti al Motel ?

Magari una rotonda multipiano, con parcheggi e centri commerciali. Adesso stanno sistemando un capannone orrendo prima del Motel, e dentro ci faranno una centro commerciale di centri commerciali, splendido. Già ci sono in giro gli avvisi per la selezione del personale addetto alla distribuzione di generi di conforto per gli automobilisti sulla strada fermi in coda , che, si prevede, partirà da Mosciano Sant’Angelo, e arriverà ad Antrodoco.

Viale Corrado IV, al posto del benzinaio crollato, una centrale a biomasse, per lo smaltimento degli scontrini fiscali e delle ricevute. La vedo dura. Bisognerà allargare oltre i 70 chilometri il raggio di rifornimento. Sono le otto del mattino e al MC Drive c’è la coda. Colazione con il Master MC Pig, panino con piedini di porco fritti nel lardo e nell’olio di petroliera usato, guarnito di erba gatta e maionese dietetica.

Guardo Piazza d’Armi, il leggiadro tetto in legno della rimovibile chiesa di San Berardino bis, la possente piattaforma in cemento per ospitare il mercato di Piazza Duomo bis, la selvaggia vegetazione, che aspetta un Auditorium, un complesso termale, dodici piste d’atletica, un palasport, una piscina olimpionica, un palazzo del ghiaccio, una salsamenteria,e, naturalmente, parcheggi e centri commerciali.

Intanto devo stare attento a come guido; le ruote rischiano di finire tra le fessure delle rotaie della metropolitana di superficie. Quanto costa al chilo questo ferro ? Tutto davanti casa dell’ex sindaco andrebbe portato, che lo ricicli, e il ricavato lo devolva al Comune de L’Aquila, per istituire un servizio di carrozzelle trainate da cavalli, gratuito, per tutta la città. Cazzo.

Ora attraverso il sottopassaggio. Una volta questa era la “rotonda”. Neanche i soldi del copyright le hanno dato. Le mura antiche un po’ sbriciolate, i palazzi sopra sbrindellati, e il centro commerciale lussuoso, che anni fa era sotto processo per abuso edilizio, poi presumo assolto, e ora pronto a sopraelevare, in un altro centro commerciale per poveri.

Il viale della Croce Rossa, con i suoi marciapiedi incamminabili, ha un che di romantico, con i suoi manufatti legnosi o a mattoni sotto le mura della città, un cafarnao arrangiato. Devo smettere di avere la puzza sotto il naso. L’importante è che i finestrini siano chiusi, il filtro antiparticolato efficiente, e la capacità di apnea, allenata. Attività che erano in Centro. Mi dico. E’ giusto così. Mi dico. Ma non riesco a convincermi. In verità sono venti e fischia anni che non mi convinco, passando di lì. Quanto sarebbe bello se sotto le mura si potesse passeggiare nel verde, andare in bici. Baciarsi. Tu non fai economia, uomo. Fai star zitti i tuoi pensieri, e chiudi meglio il naso che passiamo vicino alle macerie di amianto.

Sfioro la curva mai realizzata dello stadio, a fianco al palazzetto dello sport mai funzionante, e finalmente arrivo alla rotonda sotto Viale Gran Sasso, ora sì che il traffico scorre. E pure l’erba è tagliata. Magari l’appalto non costa tanto quanto la ricostruzione della Questura, e non lievita altrettanto, e forse non è nemmeno al massimo ribasso, e forse non interessa alle cosche.

Non funzionano più i semafori all’incrocio con la caserma dei Vigili del Fuoco, così in caso di sisma i tredici Vigili in servizio escono veloci senza aspettare il verde. Però devi passare feroce di lì, giusto un pizzico di attenzione per non arrotare studenti. E passo accanto a quel meraviglioso capannone che il terremoto ha finalmente consentito di ristrutturare, dopo decenni di abbandono. Ci faranno un centro commerciale ?

La curva a fianco al cimitero la faccio in sesta, che nessuno si azzardi a passare dai lati. Sono solo preoccupato che lo spostamento d’aria non danneggi i puntellamenti della chiesa. E, nel passaggio, mi ricordo le polemiche cittadine quando si consentì di edificare il centro commerciale con vista sul cimitero. Mi viene da sorridere, ma mi rabbuio subito, perché mi ricordo che ho sfiorato anche lo Stadio del Rugby mai aperto.

E via verso la rotonda di ingresso alla città, o di uscita, dipende dal punto di vista, ma in realtà, sono ancora in centro, visto che la città finisce a San Demetrio.

Un pezzo di strada a quattro corsie, raro come un mio lampo di intelligenza. Sgrano le marce, fino al restringimento. Dimenticavo che stanno costruendo i ciclopici cavalcavia a fianco del Progetto C.A.S.E. di Bazzano, e ci sono i lavori in corso. Quando passerò di li, mi sembrerà di volare, e potrò buttare le cicche di sigaretta sul balcone dei terremotati.

Ecco la rotonda, che mi immette sulla Provinciale; se non altro non ci saranno più i furbi che giravano a destra facendo finta di tornare verso L’Aquila, e subito rigiravano a sinistra per non fare la coda. vedi che le rotonde servono. Miscredente.

E poi, guarda che bella la rotonda del vecchio incrocio per Paganica. Ha anche un passaggio pedonale in mezzo, e spero che ci mettano una panchina, perché il panorama è magnifico: guardando verso Pescara, centri commerciali a perdita d’occhio.  Là dove c’erano fabbriche ora c’è una città, m’è venuta anche una citazione di canzone antica.

Ce l’ho fatta. Tra capannoni nuovi, e capannoni vecchi sono nel nucleo industriale di Bazzano. Commissariato. Sono arrivato.

In ritardo, gli sportelli sono chiusi. Sono arrivato tardi. Ci ho messo tre ore e mezzo. Facevo prima in elicottero.

La prossima volta parto da Preturo. Dall’aeroporto internazionale, di Preturo.

Uno sfogo, forse.

9 dicembre 2011 alle ore 18:52

Una storia impossibile.

 

A settembre 2008 la crisi economica globale era chiara. Ma, in Italia, il Ministro delle Finanze, e il Governo, spiegavano che non era vero nulla. In Abruzzo c’era campagna elettorale, la Giunta Del Turco era stata arrestata. Il Governo preparava il Federalismo Fiscale, per distribuire risorse per noi inesistenti. Il Sindaco minacciava le sue dimissioni. In città giravano centinaia di cassintegrati e lavoratori in mobilità. Nei negozi del centro, le commesse avevano il contratto di “associazione in partecipazione”. Il manager della ASL faceva un contratto di assicurazione contro i rischi da terremoto. Per piazza d’Armi si proponeva un faraonico progetto di cementificazione, e sotto il Ponte di S. Apollonia bisognava costruire parcheggi. Si discuteva di quante case fossero sfitte, degli affitti in nero agli studenti universitari.

Poi la terra ha iniziato a tremare. E ha tremato forte, la notte del 6 aprile 2009.

Ricostruzione al 100%”.

Questa è stata la prima parola d’ordine. Legittima. Necessaria. Ma incardinata dentro una visione totalmente individuale della vicenda che stavamo vivendo. La ricostruzione della propria normalità domestica, violata di notte, da un ladro blasfemo e assassino, che rende insicuro quanto noi pensiamo più nostro, e inviolabile; tutto quello che c’è dentro le porte delle nostre case.

La ricostruzione a spese dello Stato della nostra proprietà privata. Una esigenza essenziale, per chi è colpito, per chi è disperso in tenda o in albergo, per chi non ha più alcuna abitudine che riconosca come propria. Per chi non ha più paesaggio familiare. Ma è un tarlo. Una priorità politica-sociale-economica che oscura e divora ogni altra dimensione. E costruisce il cittadino senza prospettiva. Mentre la grancassa mediatica imbastisce una rappresentazione scenica centrata sulla Solidarietà, che esiste ed è forte in tutto il Paese; sulla efficienza della macchina nei soccorsi, che esiste e da’ importanti prove di sé; centrata sugli episodi in grado di esaltare il climax emotivo della vicenda.

Il cittadino ha l’unica dimensione della propria abitazione privata, il cui indennizzo va conquistato: scompare la città che diventa scenario televisivo di macerie che illustrano il dramma; il cittadino è raccontato nelle sue emozioni più profonde e “animali”: la paura, il dolore, l’aiuto dato e ricevuto; mangiare, bere, dormire, lavarsi.

L’intera rappresentanza istituzionale della città, della provincia e della regione è totalmente schiacciata su questa rappresentazione. Al seguito della rappresentanza governativa, che viene qui “a miracol mostrare”.

Più bella e più grande che pria “.

Ettore Petrolini, in teatro, negli anni ’30 del Novecento, irrideva Nerone, che bruciava Roma per ricostruirla. E sbeffeggiava amaramente un popolo, che, quando sentiva una parola non conosciuta, aulica, applaudiva, frenetico, incapace di intendere.

Al linguaggio aulico si sostituisce il linguaggio tecnologico. Progetto C.A.S.E. ; cui fa da contraltare l’altra parola d’ordine, tutta aquilana, rassicurante:

Dov’era, com’era “.

Al cittadino è proposta una nuova, duplice, dimensione: il bisogno abitativo, reale, urgente e drammatico, coniugato come tecnologia “nuova” e indistruttibile, mentre la terra ancora si fa sentire: come opera prometeica ed esemplare, venduta con un battage pubblicitario totalizzante, e la città assume la forma della “nostalgia”. Di un ritorno ad una dimensione arcadica, si può dire, che ne cancella tutte le crisi e le contraddizioni precedenti il sisma e la eleva ad un altare di mitico ritorno al passato, quando non c’erano le vittime, le distruzioni, e la vita si svolgeva dentro binari sempre dolci.

E, ancora, la dimensione resta quella individualizzata. Ogni misura è tarata sulla risposta a necessità individuali immediate. Che ci sono e pesano. Dal pedaggio autostradale gratuito, al contributo di autonoma sistemazione, all’autorizzazione a costruire manufatti di abitazione in legno.

La città è scenario nudo per la pietà televisiva mondiale del G8.

Il lavoro è sostituito da ammortizzatori sociali totali, che pagano lasciando le persone a casa. Ovunque sia la loro casa.

Un racconto sommario, il mio. Che guarda al “senso comune”. Ad un lutto irrisolto che qualcuno prova ad ammaestrare. Alle esigenze materiali quotidiane, in larga parte soddisfatte, delle persone, mentre la dimensione collettiva, sociale, politica, economica della vita quotidiana è stata eradicata, talvolta con assoluta consapevolezza di intenti. Dentro un contesto esterno a noi che diventava sempre più cupo di una crisi economica drammatica e globale sino a ieri negata dal Governo con pervicacia demenziale.

La dimensione individuale, paradossalmente, si esalta persino dentro il “social network”, ed io non ne sono certo esente.

Siccome la visibilità della mia parola diventa globale, io sono autorizzato a dire su tutto, e quanto più lo faccio in modo “accattivante”, tanto più posso avere seguito. La parola può sostituirsi all’atto. Il proclama può sostituirsi ad ogni mediazione sociale collettiva. In nome della libertà e della democrazia, e della partecipazione, ognuno aggiunge la propria voce individuale, che però ha valore assoluto e definitivo. L’invettiva è il nuovo modo di dimostrare la propria purezza.

Dentro un sistema che comunque, consente confronto, condivisione, rompe solitudine, diffonde idee e posizioni, può influenzare positivamente il crearsi di opinione pubblica. E può creare cambiamento collettivo reale. Può; ma non è detto e non è automatico che accada.

E, in ogni caso, si attivano dinamiche nuove, diverse, importanti, con il confronto reale delle Assemblee, dei Comitati, delle Manifestazioni.

Ma, credo, per le ragioni che sto cercando di fissare con le mie parole, che non vi sia riconoscimento comune, neanche della storia vissuta. Perché questo è stato sistematicamente impedito, perché il contesto e la sua dimensione culturale e materiale prevalente non lo hanno consentito. Credo che questa mia affermazione sia banale, quanto terrorizzante ed evidente.  All’estensione geografica della città, alla sua esplosione fisica e in parte necessitata, corrisponde l’atomizzazione delle percezioni che ognuno ha di quel che ha vissuto e vive. Naturalmente le eccezioni ci sono: momenti di identità collettiva, anche simbolici, ci sono stati. Ma non hanno assunto egemonia. Sono stati persino essi, forse, una estensione di una dimensione “super-individuale”. E i Gruppi, le Associazioni, i Partiti o i Sindacati, strutturati o estemporanei, se hanno colmato un vuoto della “società civile” inesistente o quasi pre-sisma, non hanno, ad oggi, costruito una visione unificante, dei problemi e delle loro possibili soluzioni.

Solo gli interessi economici, compresi quelli illegali, hanno avuto e hanno chiaro il “che fare” e come. Non si pongono domande sulla storia o il suo racconto, e sulla possibile visione del futuro. Pensano al fatturato. Ora.

La dimensione individuale resta un aspetto essenziale di una vicenda collettiva. I propri pensieri, le proprie sensazioni, il proprio dolore per quanto si è vissuto resta una traccia fondamentale per ciascuno di noi.

Ma io mi permetto, sicuramente con ritardo, di pensare che in tutto questo ci sia un fallimento collettivo, come comunità. E come classe dirigente, in senso largo, di questa comunità. Anche quando ci sia stato un lavoro generoso e disinteressato.

L’inganno, sapientemente costruito, delle norme tecniche di ricostruzione, mai definitive e sempre opinabili, e che saranno materia di grande business per gli avvocati in un futuro molto prossimo; la tabella della Legge 77/2009 sulla ricostruzione della città che diluisce le risorse finanziarie disponibili al 2032, il commissariamento di ogni scelta pubblica rilevante, hanno prodotto una drammatica lacerazione, e lasciato il cittadino, individualmente, ancora una volta, solo dinanzi al suo problema individuale, al più familiare, di ricostruzione.

Nessuno dei grandi soggetti associativi, politici, sindacali collettivi, ha reso questa solitudine meno drammatica ed evidente.

E dentro la solitudine, la ricerca del capro espiatorio è il processo più evidente che appare nel “senso comune”. Per ogni cosa vi è e vi deve essere una colpa e un colpevole, e spesso è vero che ci sono, ma quel che si vuole, di frequente, è la vendetta, la pubblica gogna, non la pubblica censura, secondo Legge, di reati o comportamenti scorretti. E’ molto pericolosa questa aria che si respira.

Non lo so, se ci siano ancora i margini per recuperare il fallimento che cerco di raccontare. Ma penso che sia un dovere civico.  Naturalmente, la mia è un’opinione. E, in quanto tale criticabile, o discutibile, integrabile. E qualcuno potrebbe persino convincermi che sbaglio, o che si tratta di un’opinione inutile.

Da un certo punto di vista mi auguro sia così. Vorrebbe dire che la nostra storia non è impossibile da raccontare, che questa storia produrrà una città migliore e più vivibile, e più prospera e più bella.

Mi piacerebbe contribuire a costruire una consapevolezza collettiva su quel che scrivo. E a cambiare il senso di questa nostra storia, finalmente riconosciuta come comune. Mi piacerebbe.

Lettera per chi è lontano

30 dicembre 2011 alle ore 13:14

Mille giorni.

Care amiche, e cari amici di Facebook, che non vivete a L’Aquila. Cercavo un modo per farVi gli auguri per il nuovo anno. Con molti di Voi non ci vediamo da anni, altri, tra Voi non ho mai avuto il piacere di conoscere di persona. Cercavo un modo che non fosse formale.

Alla fine ho scelto di provare ad essere rispettoso nei Vostri confronti, e, per augurarVi davvero un buon anno nuovo, provo ad offrirVi un pezzo, sia pure minimo, di esperienza personale dei miei ultimi mille giorni, affinchè, se lo riterrete utile, possiate usarlo per la Vostra esperienza quotidiana, lì dove vivete.

Vedete, la città dove vivo da 24 anni, è improvvisamente diventata un evento da prima pagina per quel che le è accaduto il 6 aprile del 2009. E quel che le è accaduto ha alimentato per qualche tempo l’informazione nazionale, alla ricerca di storie da vendere, o impegnata in inchieste importanti, o capace di usare un evento drammatico per edificare immaginifici successi politici di risposta ad una emergenza. Poi, come normalmente accade, con una informazione che gli “eventi” e “notizie” li vende, siamo scivolati in un lento oblio senza normalità. Chi parla più di quanto accaduto a Fukushima, solo qualche mese fa ? Una tragedia epocale al cui confronto quanto accaduto a noi, sia pure pesantissimo, sia pure con le irrimarginabili ferite della perdita di vita umane, scompare. Eppure guardiamo altrove, non certo a L’Aquila. Tante e vere sono le priorità in Italia, e poi le notizie durano solo due giorni e di giorni, a L’Aquila ne sono passati mille.

 

Io invece penso che sia importante che Voi possiate leggere qualche piccolo pezzo di storia di questi ultimi mille giorni. Perché magari abbiate modo di parlarne con i Vostri amici o in famiglia. Perché, se ci riesco, vorrei raccontarvi qualcosa che parla di noi: dell’Italia. E di come ci stiamo autodistruggendo. Naturalmente il mio è un punto di vista. Qualcuno potrebbe non ritenerlo la verità. Ma Voi in questi mille giorni avete ascoltato, visto e letto le notizie dell’informazione “ufficiale”, su L’Aquila, e la mia voce è di gran lunga meno potente e diffusiva, e quindi, vorrei che foste capaci di sopportarla. E scusate la mia presunzione.

 

Alla data del 27 dicembre 2011, nel solo Comune de L’Aquila, risultano assistite ancora dallo Stato, con differenti soluzioni abitative, 27.668 persone (http://www.commissarioperlaricostruzione.it/Informare/Situazione-della-popolazione-post-sisma/Report-sulla-situazione-della-popolazione-post-sisma-aggiornato-al-27-dicembre-2011), rispetto a 72.696 abitanti residenti.

Nella nostra Città, dal 6 aprile 2009, e per almeno altri 3 mesi del 2012, vige lo Stato di Emergenza. Il Presidente della Regione Abruzzo è Commissario per la Ricostruzione, coadiuvato da un Vicecommissario nominato dal Governo, da una Struttura di Gestione dell’Emergenza, da quattro Esperti, e da una catena di Enti incaricati di esaminare le pratiche per la ricostruzione delle abitazioni presentate dai singoli cittadini: Cineas ( un Consorzio di Compagnie Assicurative e Professionisti ); ReLuis ( Consorzio della Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica ) che non hanno sede a l’Aquila, ma in tutta Italia, di cui il cittadino non può conoscere chi materialmente ha in carico la sua pratica di ricostruzione, e il cui parere è vincolante ai fini della concessione del contributo statale.

Essere in Stato di Emergenza, significa essere governati attraverso Ordinanze della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Le Ordinanze operano in deroga alla legislazione ordinaria, cioè aboliscono in parte le Leggi che valgono per il resto del Paese. A L’Aquila l’Autorità commissariale opera in deroga alla Legge sulla Trasparenza per gli Atti della Pubblica Amministrazione; in deroga al controllo della Corte dei Conti; in deroga al Codice dei Contratti per gli appalti pubblici; in deroga al codice per gli espropri o al Piano Regolatore Generale; in deroga al Codice dei Beni Culturali; in deroga a tutta la Legislazione sui Rifiuti, o a quella sulle Lavorazioni insalubri, o sull’emissione di vapori, gas, esalazioni, scoli di acque o altri liquidi dannosi per la pubblica salute.

Paradossalmente, per L’Aquila non vale quello che vale nel resto del Paese in materia di legislazione antisismica. Infatti, qui, lo Stato finanzia l’adeguamento antisismico delle costruzioni danneggiate, solo fino ad una percentuale compresa tra il 60 e l’80% di quanto previsto dalla legislazione vigente. Se vogliamo essere sicuri dobbiamo pagare noi, o scommettere sulla nostra vita se non abbiamo le sufficienti risorse economiche.

Nella città de L’Aquila, il Nucleo Industriale di Sviluppo, ove oggi sono situati il Tribunale, l’Archivio di Stato, alcune facoltà Universitarie, altri Uffici Pubblici, esercizi commerciali, industrie, è commissariato; e commissariata è la società pubblica che gestisce l’acqua. Il Presidente del Parco Nazionale del Gran Sasso è un giornalista de “Il Giornale”. Il Presidente del Teatro Stabile de L’Aquila è l’Assessore Regionale alla Cultura. La rimozione delle macerie del sisma è affidata ad un Commissario.

Questo significa che da mille giorni, da noi, la Democrazia è di fatto sospesa. Le decisioni più importanti sul nostro Territorio sono assunte da organi monocratici, non eletti dai cittadini.

A me è successo di presentare domanda per riparare la mia casa danneggiata dal sisma. E la mia domanda, in un primo tempo, è stata bocciata dagli organismi competenti. Ad esempio, nella risposta che mi hanno inviato c’era scritto che invece dei 3200 euro richiesti per la rimozione delle macerie, me ne assegnavano 300. Però, questa richiesta l’ingegnere che aveva redatto il progetto per la mia casa, non l’aveva mai fatta. Questo significa che chi doveva esaminare la mia pratica, ne ha esaminata un’altra. E, sulla base della sospensione della Legge sulla Trasparenza degli Atti della Pubblica Amministrazione, la mia richiesta formale di sapere chi fosse il responsabile dell’esame della mia pratica, non ha mai avuto risposta.

Io sono tra i fortunati che, dopo un anno dal sisma, è rientrato nella propria casa. Ma, come tutti i cittadini de L’Aquila, non ho più la città.

L’Aquila è diventata una immensa periferia senza forma e senza bellezza. Questo dipende in parte dalle speculazioni edilizie del passato, e in parte dalla colpevole assenza di governo del territorio in questo periodo di emergenza, oltre che dalla scelta del Governo nazionale di edificare 19 nuovi quartieri dove alloggiare circa 13.000 persone la cui abitazione è danneggiata in modo gravissimo o crollata. Il Progetto C.A.S.E. ( realizzato, per Legge, in deroga alla normativa sanitaria in materia di abitazioni ) , venduto come una straordinaria opera di ricostruzione della città, è stata una risposta importante ai bisogni alloggiativi di chi ha perso tutto. Ma è stata anche una sensazionale operazione di propaganda dai costi altissimi. E pone una ipoteca straordinaria sul futuro della città. Oggi, quei complessi abitativi sono diventati proprietà del Comune de L’Aquila. Il che richiederà per il futuro enormi risorse economiche per la manutenzione e intelligenze straordinarie per evitare che si trasformino in drammatici ghetti senza servizi, separati dal resto della comunità cittadina.

A L’Aquila non si cammina più a piedi. Tutta la città fuori dalle mura del centro storico, che prima del terremoto viveva l’assenza di marciapiedi e piazze, e la penuria di giardini, come un piccolo prezzo da pagare per vivere la città “vera”, quella del centro storico, oggi, diventata essa stessa centro, si accorge di essere priva di una identità riconoscibile. Ci si può muovere solo in automobile, da un centro commerciale all’altro, agli estremi opposti della città. Tra gli undici e i quindici chilometri, da est a ovest della città, in una lunga e continua e inquinante fila di automobili, tra strade strette e stress. L’uso di psicofarmaci e antipsicotici è aumentato del 129%.

L’Aquila aveva un grande Centro storico, abitato. Vero, pieno di monumenti, chiese, musei, e palazzi privati vincolati dalla Sovrintendenza dei Beni Artistici. Ma anche Centro direzionale, degli Uffici Pubblici di un Capoluogo di Regione, di una Università con circa 30.000 iscritti, di cui più o meno la metà provenienti da fuori sede. Città medievale, prevalentemente.

Ora il nostro Centro storico è vuoto. E colmo. Colmo di crolli, e palazzi puntellati. Fasce d’acciaio e legno sono i confini delle pietre antiche che il clima e il tempo sbriciolano, nell’incredibile impossibilità, a mille giorni di distanza, ad intervenire realmente per ricostruire, restaurare, restituire a vita.

Qualcuno, nelle parti meno danneggiate, a proprio rischio e pericolo, ha riaperto le proprie attività commerciali, una decina di bar e pub, un negozio di abbigliamento intimo, una gioielleria, un paio di alimentari, due edicole, un tabaccaio, un paio di alberghi, una antica cantina. Lì dove c’erano circa 1200 esercizi commerciali e un mercato giornaliero di ambulanti. La sera, il Centro spettrale e disabitato diventa il luogo in cui si può esercitare l’unica forma di socializzazione possibile. Quella legata al consumo di alcoolici. Come una terapia compensativa dell’assenza. Capace di scatenare i peggiori istinti delle persone.

L’Aquila era una piccola città, dove i fenomeni di criminalità erano quasi del tutto assenti. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo il terremoto, aveva dichiarato che sarebbe stata istituita una nuova fattispecie di reato. Lo sciacallaggio. E invece il nuovo reato che è stato istituito, è  quello della “illegale riproduzione” dei simboli della Protezione Civile. Troppi cittadini aquilani, dopo il terremoto, hanno visto le proprie case svuotate dai ladri, una umiliazione pesante per chi ha perso tutto. Nonostante la presenza dell’Esercito in città, il cui compito è solo quello di impedire ai cittadini di entrare in vaste zone della propria città; Zone Rosse, si chiamano.

Ma la ricostruzione richiama anche la criminalità organizzata. Sono decine le inchieste in corso, le imprese forse inquinate. E la legislazione emergenziale rischia di favorire l’infiltrazione mafiosa, invece di prevenirla. E ci sono gli affaristi, più o meno legati alla politica nazionale e locale. Quelli che ridevano del terremoto pregustando gli affari, e quelli che si sono costruiti una legislazione ad hoc, per fare nuovi affari all’ombra delle macerie.

Persino la Curia vescovile è lambita dalle inchieste in corso.

Sono pochi, ma sempre troppi, e offensivi, gli episodi di cittadini che hanno provato a lucrare sui finanziamenti del dopo sisma, sporcando la meravigliosa solidarietà italiana che ci è stata vicina nel momento del bisogno.

Per ricostruire L’Aquila, la Legge 77/2009 stanzia poco più di quattro miliari di euro, cadenzati fino al 2032. Per il terremoto che colpì l’Umbria e le Marche, in dieci anni, sono stati spesi quasi dodici miliardi di euro, per un territorio colpito pari alla metà di quello aquilano, e per un popolazione colpita pari a circa un terzo rispetto a quella del sisma aquilano del 2009.

L’orizzonte di una vita “normale” non si scorge.

La più profonda forma di devastazione che abbiamo subito, è quella che ha risvegliato antiche radici della città e di parte dei suoi abitanti. L’abitudine a considerare l’intervento dello Stato come una forma di regalo, o di favore, elargito dal governante e dal potere. Questo ha provocato e provoca passività, rassegnazione, e soprattutto ricerca di protezione e di legittimazione magari dell’illecito.

Perché troppo spesso il potere politico si è comportato così, qui.

Chiedendo ringraziamenti per quello che invece dovrebbe essere l’esercizio di un dovere civico proprio di una funzione pubblica rivestita temporaneamente. E trovando troppo spesso servi compiacenti pronti a inginocchiarsi.

Il tessuto economico è a pezzi, sono milioni le ore di cassa integrazione erogate, migliaia i disoccupati e i Lavoratori in nero e precari. Ad essere colpite, sono soprattutto le donne. Siamo senza un sistema di sostegno organico all’economia del territorio.

Care amiche, cari amici.

Le parole che avete sin qui letto sono solo una piccola parte di quel che potrei raccontarVi. E sono parole note a tutti gli aquilani. E io Ve le racconto anche perché un altro degli effetti del sisma, anch’esso innestato su una crisi precedente, è l’impossibilità di costruire un racconto comune, la frammentazione delle esperienze individuali e la contrapposizione anche artificiosa degli interessi hanno atomizzato gli aquilani. Partiti, Istituzioni e Sindacati hanno sin qui fallito drammaticamente, in larga parte, nel rappresentare la necessità di una comunità di ricostruire i propri beni comuni, la propria identità cittadina, la voglia di futuro, la bellezza del paesaggio, del territorio, della sua arte, la sua cultura, la sua impresa. Hanno fallito nella necessità di tenere insieme una città.

Quando è stato inventato il G8 a L’Aquila, nel luglio 2009, per realizzare una strada hanno deciso di interrare i resti di una antica villa romana. Una perfetta metafora di come un assurdo e autoritario presente può uccidere la possibilità di conservare le proprie radici e immaginare il proprio futuro. E ciò è possibile soltanto quando la persona non è più un cittadino, ma un individuo solo davanti al potere,  ridotto alla sola dimensione dei suoi bisogni materiali, casa, cibo, lavoro, dipendenti dalle scelte lontane di altri.

Ciò diventa possibile quando si permette che le forme della mediazione collettiva degli interessi si svolgano senza la partecipazione degli interessati, coartati dalla propaganda, dalla dispersione abitativa, dallo stato di minorità permanente in cui vengono poste le Istituzioni territoriali democraticamente elette, e anche dalla volontà di chi ha il potere di decidere, che tutto si svolga nell’ombra.

Quel che ci è accaduto non è solo il frutto di una catastrofe naturale. Ma il risultato di una crisi preesistente, drammaticamente aggravata dal sisma, dall’assenza di cultura della prevenzione e dalle modalità con cui il Governo nazionale, innanzitutto, ma anche locale e regionale, è intervenuto per la ricostruzione. Quindi, il disagio di oggi non era inevitabile. In nessun luogo d’ Italia è inevitabile.

Se si vuole provare a scrivere una nuova storia.

Grazie di avermi letto. E auguri per il 2012 che arriva.

Non cadere nella trappola

23 gennaio 2012 alle ore 14:41

Il Protettore Incivile, ieri, è andato in televisione a parlare di quello che è avvenuto a L’Aquila.

Ha mandato alcuni messaggi, utilizzando tecniche di comunicazione raffinate, e tese a dipingere il quadro di un personaggio che da eroe salvatore della patria, diventa capro espiatorio, in forza di congiure oscure ordite da potenti nascosti nell’ombra.

I messaggi inviati vanno in molte direzioni.

Egli afferma, in primo luogo, una correità delle Istituzioni Locali, elencandole, Regione, Provincia, Comune, che nulla avrebbero fatto, a suo dire, in tema di preparazione all’emergenza, essendo a loro in capo, per Legge, tale tematica, “prima” di eventuali eventi drammatici.

Su questo ognuno può esercitare la propria capacità di giudizio, e, personalmente, proverò a scrivere una storia, che penso interessante, in merito.

Egli, inoltre, sostiene di aver deciso di convocare a L’Aquila, nelle forme e nei modi raccontati dalle intercettazioni telefoniche, una riunione della Commissione Grandi Rischi, per tacitare le “voci di alcuni imbecilli” che profetizzavano terremoti a Sulmona, a Rieti, a Pescara, in tutto l’Abruzzo. Avrebbe forse dovuto evacuare l’intera Regione ?

Queste affermazioni entrano nello specifico dei suoi rapporti con la Giustizia, delineano una linea di difesa. Di cui valuteranno gli organi competenti la congruità.

E però meritano qualche piccola riflessione circa la loro logica, o assenza, di logica..

Da domani mattina, io sono autorizzato a spargere la voce che a L’Aquila sta per comparire un Tyrannosaurus Rex, intrappolato e ibernato sotto la montagna e liberato dagli scavi della galleria tra Campo Felice e l’Altopiano delle Rocche. Questa voce si diffonde e qualcuno si sentirà autorizzato a convocare Steven Spielberg per spiegare che per fare un buon film ci vuole una sceneggiatura migliore.

E’ possibile che si convochi una riunione di altissimo livello per confutare pubblicamente le affermazioni di un “gruppo di imbecilli” e “tranquillizzare mediaticamente” la popolazione ?  

Delle due l’una:  o il “gruppo di imbecilli” non è credibile, e non si vede quindi per quale motivo legittimarlo con una riunione di quel livello; o l’allarme diffuso ha assunto proporzioni tali da richiedere non già una “tranquillizzazione”, ma un obiettivo esame della situazione e un corretto responso “in scienza e coscienza”.

Su come siano andate le cose, ognuno può compiere le sue legittime valutazioni. E la Giustizia chiamata a intervenire sul tema farà le proprie. Ma qualcosa stride nelle motivazioni addotte alla convocazione della riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009.

L’Incivile, poi, fa oscure allusioni, quando dichiara che verrà a L’Aquila, l’8 febbraio prossimo, da “testimone”, e può uscirne “indagato”.

La cosa assume i contorni di una profezia autoavverantesi.

Se accadrà così, ci sarà la prova provata di un complotto ai suoi danni, e, in quanto complotto, non credibile, strumentale, ideologico. Ma, soprattutto, ne potrebbe uscire “indagato” perché ostile è a lui il clima. A prescindere da ogni verifica di merito egli si dipinge come vittima predestinata.

Se non accadrà così, la verità avrà trionfato, non perché vi sia una “verità giudiziaria” che eventualmente vada verificata, ma perché vi è una “verità superiore”, da egli stesso incarnata, che è giusto sia sottratta a umane verifiche. A prescindere da umani e legittimi dubbi egli è incorrotto e trionfatore.

Tutta questa esposizione, poi, autorizza il cambiamento, semantico, di senso sociale, che investe la funzione che egli ha esercitato. L’autoaccreditarsi di una dimensione prometeica.

Vale a dire cioè, che un altissimo incarico pubblico, che richiede l’esercizio di enormi responsabilità, non è un “dovere civico di servizio alla comunità nazionale”, ma un luogo nel quale si esercitano “mistiche capacità taumaturgiche”, con i contorni dell’eroismo, in una lotta contro tutto e contro tutti.

E quello che dovrebbe essere il normale esercizio di una funzione pubblica, si trasforma in una funzione sovrana che concede la sua opera e la sua benevolenza, non dovuta, ma elargita, con magnanimità e coraggio. Il che trasforma i normali cittadini inuna corte di ammiratori e beneficati, comunque subordinati,  e di servi, che purtroppo a L’Aquila si sono ampiamente inginocchiati e hanno trovato ampia rappresentanza politica.

E infine, l’ultimo messaggio che la Leggenda Incivile invia, alla pubblica opinione nazionale, ai giudici chiamati a raccogliere la sua testimonianza, ed eventualmente a decidere su suoi possibili profili di reato, è una vera e propria provocazione, che serve a far crescere la rabbia degli aquilani, a connotarla in senso ideologico negativo. A ritorcerla contro chi, caso mai la manifesti, e quindi utile solo ad ottenere un esclusivo beneficio personale.

Egli afferma infatti che la pubblicazione, ora, di intercettazioni telefoniche datate due anni addietro, e nelle quali a suo dire non vi è alcun elemento probatorio in ordine a possibili reati nella gestione del G8 della Maddalena, serve a fare in modo che a L’Aquila, quando egli si presenterà a processo in qualità di testimone, troverà ad accoglierlo “ Comitati e Rifondazione Comunista”.

Dunque, l’accoglienza che troverà a L’Aquila, sarà essa stessa il lasciapassare necessario a dare verità a tutte le sue affermazioni precedenti.

Egli è un uomo fatto cadere inopinatamente dal suo piedistallo, da oscure e potenti forze che temevano le sue formidabili attività, e ogni critica al suo operare ha i contorni tristi e sovietici dal nostalgismo residuale comunista. Le cui manifestazioni avvalorano un clima di intimidazione nei suoi confronti e nei confronti della Giustizia chiamata ad ascoltarlo in ambiente pregiudizialmente ostile, e men che meno potrebbero autorizzare indagini su sue presunte responsabilità penali, data la loro radice politica che nulla ha a che vedere con la sua azione, peraltro “non dovuta”, ma frutto di eccesso di scrupolo. E che oggi gli vale un’accusa di omicidio colposo presentata da coloro che egli invece voleva proteggere.

Non ho alcun titolo, e non mi permetto nemmeno di dare consigli a chi pensa di organizzare una presenza individuale o collettiva il giorno 8 febbraio quando il Personaggio dovrebbe recarsi al Tribunale de L’Aquila in qualità di testimone nel processo in corso a carico dei componenti la Commissione Grandi Rischi.

Non posso certo dare consigli a chi ha perduto i propri affetti con il sisma del 6 aprile 2009.

Scrivo queste parole soltanto perché vorrei una cosa.

Che, individualmente, e collettivamente, non si cadesse nella trappola.

Che non si consenta a nessuno di continuare a sporcare e strumentalizzare il dolore individuale e collettivo, o l’indignazione individuale e collettiva per come siamo stati usati come palcoscenico di un terrificante “Truman show”.

Che non si permetta a nessuno di continuare a trarre indegni vantaggi personali usando come scudo umano una lettura distorta e distorcente, anche su un piano nazionale, delle nostre legittime critiche, proteste e proposte.

Grazie.

Sul Piano di Ricostruzione presentato dal Comune de L’Aquila

1 febbraio 2012 alle ore 22.56

Ho letto i Documenti del Piano di Ricostruzione dei Centri Storici di l’Aquila e Frazioni, pubblicati sul sito internet del Comune de L’Aquila.

Non sono un tecnico esperto della materia, e quindi nelle cose che scrivo posso sbagliare. Anzi, spero di sbagliare. Perchè se sbaglio, vuol dire che il lavoro svolto è un passo avanti importante per la Città.

La Legge 77/2009, art. 14 comma 5 bis, dispone che i Sindaci dei Comuni colpiti dal terremoto del 6/4/2009, d’intesa con il Presidente della Regione, e con il Presidente della Provincia, devono predisporre piani di ricostruzione dei Centri Storici. Per “Centro Storico”, secondo la vigente normativa, si intende una zona “territorialmente omogenea”, e così classificata dal Comune con i suoi Atti di Perimetrazione.

Due questioni vanno qui sottolineate.

La prima, riguarda il tempo in cui avviene questa presentazione: in questi giorni, dopo circa 33 mesi dal sisma e 31 dalla definitiva pubblicazione della Legge in Gazzetta Ufficiale. Su questo punto il dibattito e le polemiche sono state tante. Ognuno, è libero di prestare fede alla ricostruzione più convincente dei fatti. Ma è un fatto che questa disposizione di Legge è adempiuta dopo oltre due anni e mezzo . Ferma restando la complessità del lavoro da svolgere, e la necessità che questo lavoro sia svolto nell’interesse esclusivo della Città nel suo complesso.

La seconda riguarda una questione che può apparire formale, ma che invece è di sostanza. E’ il Sindaco che deve produrre questo Atto, dice la Legge. La scelta operata, invece, è quella che sia il Consiglio Comunale ad adottare il Piano di Ricostruzione e i Documenti connessi, e sul sito internet del Comune vi è una  proposta di Deliberazione che sarà discussa dal Consiglio Comunale.

Occorre chiedersi il perché di questa scelta.

L’art. 6 del Decreto 3/2010 del Commissario per la Ricostruzione, presidente della Regione Abruzzo, definisce la procedura per l’approvazione del Piano di Ricostruzione.

Secondo tale Decreto, è il Sindaco a dover compiere una serie di atti: perimetrazione delle aree, proposta di ambiti da assoggettare al Piano di Ricostruzione, richiesta ai proprietari, singoli o associati di presentazione di proposte di intervento sui propri immobili, verifica di ammissibilità di queste proposte etc.

Il Sindaco, infine, acquisisce eventuali osservazioni, su di esse decide, e trasmette il Piano al Consiglio Comunale che lo approva.

Nella proposta di Deliberazione al Consiglio Comunale, non è il Sindaco, ad aver compiuto gli Atti richiamati nel Decreto 3/2010, ma il Comune. Dice, sempre la proposta di Delibera, che il Comune ha effettuato una verifica preliminare delle proposte di intervento e che attraverso disposizioni sindacali, emanate tra dicembre 2010 e agosto 2011, ne ha determinato le più idonee modalità attuative conformi al Piano Regolatore Generale.

Se non comprendo male, quindi, il Comune, attraverso questo atto, già delibera che ogni proposta presentata è conforme al Piano Regolatore Generale. E, naturalmente, mi auguro che sia così.

Però, dice sempre la proposta di Delibera, alcuni interventi sono di più ampia portata urbanistica, e fanno riferimento a cosiddetti Programmi Integrati, Programmi di Recupero Urbano, o Piani di Recupero, normati dalla Legge Regionale 18/1983 in materia urbanistica, e tali interventi, una volta redatti, saranno approvati in variante al Piano Regolatore Generale.

Dunque, non tutti gli interventi sin qui proposti sono conformi al Piano Regolatore Generale vigente, ma richiederanno una approvazione “in variante”, che però con la proposta di Delibera del Consiglio Comunale, si rende sostanzialmente automatica. Il tutto quindi, se non capisco male, dovrebbe avvenire in coerenza con gli strumenti urbanistici esistenti, ma in variante agli stessi, secondo una procedura di concertazione con i soggetti pubblici e privati presentatori delle proposte.

La proposta di Delibera, quindi, descrive per capitoli, il Piano di Ricostruzione del Centro Storico de L’Aquila, e dei Centri Storici delle sue Frazioni.

E’ un Documento estremamente ricco e complesso, nel quale sono contenuti molti documenti programmatori, come ad esempio il Piano della Mobilità, redatto nel 2008, il Piano Comunale di protezione civile ed emergenza, la carta delle intensità macrosismiche del Territorio, e la micro zonazione sismica, il sistema delle reti dei sottoservizi, il Piano Stralcio per la difesa dalle alluvioni, Piano stralcio di bacino per l’assetto idrogeologico, la stima dei costi di tutti gli interventi, sia quelli conformi al Piano Regolatore vigente, che quelli da approvare in variante. E molti altri documenti.

Il Piano per la Ricostruzione contiene anche un Piano Stralcio di Progetti Strategici, costituito da Schede Progetti unitari di iniziativa privata, e Schede Progetti unitari di Iniziativa pubblica, anch’esso da approvare da parte del Consiglio Comunale.

In sostanza, il Consiglio Comunale è chiamato ad approvare un articolato e denso Piano, contenente sia linee di indirizzo strategico, che Documenti aventi una funzione propria e specifica, che concreti progetti di intervento edilizio, sia coerenti con il Piano Regolatore Generale, che invece in variante ad esso.

Io, che sono un ignorante in materia, mi chiedo se questo schema di procedura, che assume in sé questioni di carattere generale, scelte nobili ed importanti di fondo, sia compatibile con l’approvazione di specifici progetti di intervento, che cambiano, nel concreto, la destinazione d’uso di aree e di edifici, secondo scelte concertate con lo schema di una edilizia contrattata, riproposto come filosofia di fondo nel Decreto 3/2010 del Commissario Delegato per la Ricostruzione Presidente della Regione Abruzzo, e fatto proprio dal Comune de L’Aquila, che tanti danni sul piano urbanistico ha prodotto in passato a L’Aquila e in tutt’Italia. L’edilizia contrattata è  un sistema di intervento che parte da una proposta dettata da interessi privati, utilizzando vari schemi legislativi ( programmi integrati, piani di recupero etc… ), cui la parte pubblica aderisce discutendone aspetti marginali sul piano urbanistico e ricavandone limitatissimi benefici comuni per la Città. In questo caso, la questione a me sembra aggravata dal fatto che l’intervento privato, in realtà si svolge prevalentemente, o forse esclusivamente, attraverso il contributo pubblico dovuto per la riparazione dei danni causati dal sisma.

L’intento di cambiare in meglio aree importanti della città, magari caratterizzate in passato da brutture edilizie, o da edifici insicuri sul piano antisismico, rischia di diventare una grande occasione d’affari, piegando le procedure e le regole ad interessi privati. Forse, per non correre questo rischio, sarebbe opportuno scindere i contenuti del Piano di Ricostruzione dalla discussione su interventi specifici. Soprattutto quando poi, per realizzare gli interventi in variante al Piano Regolatore Generale diventa necessario introdurre innovazioni normative, contenute nel Piano di Ricostruzione, da approvare anch’esse da parte del Consiglio Comunale: l’impressione che si costruisca un intero edificio normativo, magari di per sé ottimo, al solo fine di consentire alcuni interventi in variante del Piano Regolatore Generale, diventa fortissima.

La proposta di Delibera al Consiglio Comunale prosegue, poi, spiegando che il Piano di Ricostruzione in sé, non è una variante al Piano Regolatore Generale, poiché riguarda Linee di Indirizzo Strategico, sia per gli interventi conformi al Piano Regolatore Generale, che per quelli da realizzare in variante allo stesso Piano Regolatore Generale, di cui però si chiede già l’approvazione delle schede progetto. E pertanto non sarebbe un piano di natura urbanistica e non conterrebbe modifiche o varianti alla vigente disciplina urbanistica, contenendo però in sé, il Piano di Ricostruzione da approvare, concrete proposte di innovazione normativa. E pertanto ad esso non si applicherebbe ad esempio la Valutazione Ambientale Strategica, né risulterebbe necessario ( come la Legge altrimenti prescriverebbe ) procedere all’accertamento della consistenza di proprietà immobiliari dei Consiglieri comunali e/o loro ascendenti e discendenti diretti nell’ambito delle zone interessate dal Piano di Ricostruzione.

Si tratta, mi pare, di un testo che presta il fianco a troppi rischi: il rischio di una normativa contraddittoria e forzata; il rischio che possa essere una normativa costruita specificamente per giustificare alcune proposte di intervento urbanistico ed edilizio troppo spostate su interessi privati e non pubblici.

In particolare poi, la proposta di Delibera del Consiglio Comunale, pone all’approvazione del Consiglio lo Stralcio di Progetti Strategici. Un Documento redatto dall’Assessorato alla Ricostruzione e Pianificazione, costruito con il contributo, tra gli altri, di ISPREDIL spa, cioè dell’Istituto per la Promozione Edilizia promosso dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili, il che a mio modesto parere pone qualche preoccupazione in ordine ad un possibile conflitto di interessi. Perché non si è chiesto anche il contributo di Associazioni come Italia Nostra o il WWF o altri ad esempio ?

Tale Documento contiene le Schede di progetti unitari di iniziativa privata, che non si comprende perché il Consiglio Comunale debba considerare “strategici” per la città, e le Schede di progetti strategici di iniziativa pubblica. Forse sarebbe opportuno discutere e approvare subito quei progetti che già il Documento definisce strategici e che sono di iniziativa pubblica, e approfondire la discussione in un secondo tempo per quelli che invece sono di iniziativa privata. O, al limite, lasciare la porta aperta ad altri successivi progetti che il Consiglio Comunale può valutare come strategici nell’interesse esclusivo della città.

E’ da rilevare, tuttavia, nel merito, che anche tra i progetti strategici di iniziativa pubblica, si pongono numerose questioni di opportunità. Soprattutto quando tali progetti sono definiti pubblici, ma sono in realtà frutto di partnership pubblico/privato, cioè già essi esempio della cosiddetta edilizia contrattata.

Ad esempio il Consiglio Comunale è chiamato ad approvare una scheda progetto di intervento sull’ex Ospedale di Collemaggio, i cui soggetti promotori, in project-financing, sono la ASL ( il cui compito, tra gli altri secondo la normativa della Regione Abruzzo è quello di alienare i propri beni per ripianare il debito sanitario ) e non meglio identificati Fondi Immobiliari.

Analogamente accade per il cosiddetto Polo del Welfare, da realizzare in partnership tra Enti Previdenziali e Fondi Immobiliari, così anche per la sede unica degli Uffici Comunali che vede ancora una volta coinvolti in una iniziativa di partnership pubblico/privato con un project-financing il Comune con Fondi Immobiliari.

Tutto questo insieme a progetti di intervento di assoluto interesse per la comunità ( sistema dei parchi urbani, polo culturale, progetto mura, spazi pubblici e altri ), il cui punto debole forse è rappresentato dalle risorse: si chiedono risorse infatti derivanti dalla Legge 77/2009 sulla ricostruzione de L’Aquila, in fase di start up ( progettazione ), ma la  gestione successiva dei progetti realizzati in termini di manutenzione e implementazione forse richiede maggiore approfondimento per la loro sostenibilità economica. Perché non possiamo certo permetterci progetti pubblici solo “progettati”, e senza risorse per realizzarli e mantenerli.

Tutto un discorso a parte meriterebbe Piazza d’Armi.

Il complesso delle risorse da impegnare poi, sia per i progetti unitari di iniziativa privata che per quelli strategici di iniziativa pubblica, è sostanzialmente a totale carico della legge 77/2009, salvo qualcosa frutto di donazioni, o da richiedere agli strumenti programmatori europei. E questo a me pare un segno profondo di debolezza. Perché se la comunità e il Consiglio Comunale devono definire strategici interventi che coinvolgono interessi privati, a me pare giusto che si dia contezza almeno di quanto i soggetti privati intendono investire.

In conclusione, a me sembra che, dopo aver atteso oltre due anni e mezzo questo atto, sia necessario sottoporlo ad ogni attenta valutazione ed osservazione possibile, e che non si debba, sia pure avendo sempre in mente l’assoluta necessità di dare risposta positiva e veloce,alle esigenze legittime dei cittadini e delle imprese, e di tutta la comunità cittadina, trasformare anche questa in una discussione “emergenziale”. Che produca scelte “necessitate” dall’emergenza.

Forse è opportuno che il Consiglio Comunale dia il via ad una campagna di ascolto della Città, che coinvolga gli interessi associati, le Categorie, i Comitati Cittadini, le Associazioni Professionali, Imprenditoriali e Sindacali, e che di questo ascolto faccia poi rapida sintesi.

Io vorrei togliermi tutti i dubbi. E vorrei che il Consiglio Comunale, se deve essere coinvolto, lo sia per produrre un Atto inoppugnabile, onesto, e capace di dare futuro alla Città.

Fermo restando che mi piacerebbe che un analogo esercizio di programmazione venisse effettuato per tutta la Città, e per tutte le sue Frazioni, e non solo per i Centri Storici.

Immaginare la ripresa economica della nostra città non è un esercizio facile.

Si corre il rischio di scrivere idee generiche che andrebbero bene per qualsiasi luogo, oppure si rischia di scrivere qualcosa che non potrà mai essere realizzato per il contesto generale in cui ci troviamo, e per le specificità del nostro tessuto economico-sociale. Si corre il rischio di sottovalutare le ricadute sul nostro Territorio della più generale crisi economica e politico-istituzionale che investe il nostro Paese e l’intero pianeta, o, al contrario, di considerarle talmente tanto da trasformare un discorso su L’Aquila in un più generale discorso sul sistema economico che ci governa.

Nello specifico della necessità di redigere un “programma economico” per Appello per L’Aquila, non voglio correre il rischio della pura propaganda, o della genericità della riflessione. Ci troveremo in una situazione in cui ognuno degli attori in campo proporrà idee più o meno valide e più o meno elaborate. Molti saranno i temi comuni, e penso, molta la retorica inutile e le cose scritte per fare volume.

Se un senso può avere scrivere di economia a L’Aquila, in questo momento, a mio parere, è quello di partire da una analisi “spietata” dell’esistente, e provare a immaginare le azioni concrete che una Amministrazione Comunale può porre in campo in un tempo dato, che è quello di una consiliatura almeno, cioè cinque anni: un tempo breve, sotto alcuni punti di vista, ma comunque rilevante.

Occorrerebbe poi aver presente che questo tema ha caratteristiche sue specifiche, ma che incrociano trasversalmente ogni tema di un Programma e di una campagna elettorale.

Verrebbe da immaginare un albero, il cui fusto è costituito appunto dai temi di carattere economico, e i cui rami, foglie, frutti, sono gli altri temi che, comunque, tutti, nell’economia hanno le radici.

Non ho le competenze necessarie forse per nessun tema. Però mi permetto di provare a delineare un percorso possibile di analisi e proposta, più per temi magari da approfondire che per ragionamenti completi, che, comunque, parte da quello che ho già scritto in forma molto sintetica in precedenza sulle questioni di carattere economico, e che vi ho già inviato.

Crisi pre-sisma

Una città Capoluogo di Regione, dentro un Territorio regionale uscito a metà degli anni ’90 dal sistema del Finanziamento Straordinario per il Mezzogiorno, senza un credibile sistema di accompagnamento verso la stabilizzazione su indici di sviluppo del suo tessuto economico-sociale migliori del passato, si è trovata investita dalla crisi economica generale, dalla crisi del sistema politico-istituzionale, in particolare sotto il profilo della legalità ( con il secondo arresto, nel 2008, di una intera Giunta Regionale ).

L’Aquila non aveva, e non ha ad oggi, una caratterizzazione sua propria sul piano economico-produttivo. La presenza di imprese in pressochè tutti i Settori, la presenza di Servizi e del Credito, la presenza di presidi importanti sul confine della Ricerca, non ha mai raggiunto una “massa critica” necessaria a innervare di sé il tessuto economico della città, e la sua stessa proiezione di immagine all’esterno. Altrettanto si può dire sul piano dell’immagine della città e del suo territorio rispetto all’offerta turistica. Il suo tratto più caratterizzante in questo senso, l’essere cioè un territorio in cui insistono importanti Parchi nazionali e regionali è stato vissuto dagli abitanti più come un vincolo, un freno allo sviluppo possibile che come un’opportunità. Il complesso delle Istituzioni Culturali ha continuato in questi anni a svolgere un lavoro di rilievo per la collettività, ma senza riuscire ad affrancarsi dalla necessità del finanziamento pubblico per la propria sopravvivenza, il che in anni di tagli selvaggi sul Settore ha già cominciato a produrre danni, vedi la vicenda dell’Accademia dell’Immagine, a prescindere dal giudizio che se ne possa dare sulla sua gestione.

Questa condizione ha prodotto, e produce, in larga misura, una cultura imprenditoriale legata al finanziamento pubblico, scarsamente propensa all’investimento e alla capitalizzazione delle proprie imprese, che fonda la propria competitività su un uso massiccio del lavoro nero e precario, e, più in generale, sul tentativo di elusione ed evasione dalle norme, anche fiscali. Ci sono, come è ovvio, eccezioni, ma la regola è quella di piccole e piccolissime imprese che comprimono il costo del lavoro come unico sistema per restare sul mercato.

L’uscita del Paese dal sistema delle Partecipazioni Statali ha privato la città di importanti presidi sul piano della cultura industriale, e della tecnologia, oltre a generare una sofferenza occupazionale irradiata in tutto il comprensorio dei comuni vicini, ancora non risolta. E pochissimo, quel sistema è stato in grado di fertilizzare il territorio in termini di imprese dell’indotto capaci anche di camminare con proprie gambe. La fine di quella stagione ha lasciato la città priva, nei fatti, di una opportunità di sviluppo sul versante dell’industria in particolare dell’elettronica e della meccanica. Pur avendo L’Aquila importanti esperienze e competenze in questo campo, anche sul piano formativo. Si può dire che in questo, L’Aquila ha seguito un destino nazionale, ma con l’aggravante di aver saputo costruire pochissimo capace di sopravvivere alla fine dell’intervento pubblico diretto nell’economia.

In estrema sintesi, si può dire che, prima del sisma, la città era priva di una sua identità caratterizzante. Aveva delle potenzialità di sviluppo, ma, abituata, anche nel suo tessuto imprenditoriale, ad un intervento facilitatore dello Stato in termini di risorse, non mostrava capacità concrete di reagire ad una nuova fase dell’economia, in cui l’intervento pubblico, in ogni Settore, veniva progressivamente meno.

Agricoltura, Industria, Servizi, Edilizia, sono stati colti dal sisma in una fase già profonda di crisi economica generale, e specifica del territorio, e in una situazione di pesante crisi di identità e di prospettive. Persino in quelle situazioni che vedevano a L’Aquila importanti insediamenti di aziende nazionali e multinazionali.

Il sisma del 2009

Tanti studi sui territori colpiti da calamità naturali documentano che l’immediato futuro di quei territori è spesso caratterizzato da molteplici fenomeni negativi sul piano economico, configurando specifiche crisi di quelle aree.

E’ e sarà questo il destino della nostra città ?

Il sisma costituisce una cesura storica. C’è un prima, e c’è un dopo il terremoto.

Immaginare che il processo di ricostruzione complessivo della Città sia, o possa essere, un ritorno al “prima”, è improponibile, oltre che un errore.

Il percorso che abbiamo davanti è un percorso “fondativo”.

Solo se si assume questo punto di vista può esservi una speranza di futuro. Altrimenti, come è avvenuto sino ad ora nella gestione degli effetti del post-sisma, quel che ci attende è una amministrazione, più o meno buona, giusta o onesta, del declino e del degrado.

La storia, il concreto svolgersi delle attività e delle scelte umane, individuali e collettive, economiche e politiche, non attendono i tempi di una elezione amministrativa. I processi in atto, dal 7 aprile 2009 ad oggi, hanno già cambiato il volto e il futuro della nostra città. E continueranno a farlo. Il compito di una nuova Amministrazione Comunale può essere paragonato a quello di chi tenta di cambiare il motore, tutti i sistemi di servizio e la carrozzeria di un’automobile mentre questa continua a camminare.

Qualche proposta

Il punto essenziale di un programma economico che riguardi i prossimi cinque anni almeno, di governo della Città è nel fondare una nuova idea di Città.

La Città intesa come un luogo, materiale e immateriale, di relazioni, economiche, sociali, istituzionali, culturali, ambientali, politiche. La Città come luogo di Bellezza e di Sicurezza. La Città come luogo di scambi, anche commerciali. La Città come luogo di incontro. Una Città “connessa”, con il suo territorio, con la sua Provincia, con la sua Regione, con il suo Paese, con l’Europa, con il Mondo.

E’ immediatamente intuibile che, in particolare sul piano economico, il complesso di interventi che possono essere effettivamente svolti da una Amministrazione Comunale hanno e possono avere tempi, interlocutori e progettazioni e risultati distanti tra loro. Alcuni dei quali persino difficilmente rilevabili.

Il futuro della Città de L’Aquila dipende essenzialmente da come le ferite determinate dal sisma diventeranno le fondamenta di una nuova idea di Città. Per dirla brutalmente, è il Terremoto la caratterizzazione della nostra Città.

Per dirla in maniera diversa, e che andrebbe largamente articolata, L’Aquila può proporre sé stessa come possibile esempio nazionale di risposta alla catastrofe naturale, capace di caratterizzarsi come Città che convive con il rischio sismico e costruisce sé stessa in funzione di risposta al rischio, sperimentando per questa via nuove forme di bellezza, di rapporto con l’ambiente circostante, con l’energia, con la cultura, con l’amministrazione, di cura della propria storia e della propria arte, etc.

Credo sia qui la risposta possibile per una idea di sviluppo economico nuovo e diverso, che andrebbe ovviamente declinata a 360 gradi. E tutto andrebbe scelto secondo questo tipo di priorità.

L’Amministrazione Comunale potrebbe proporsi come soggetto che interloquisce con il Governo nazionale per apportare risorse finalizzate sul Territorio:

  • Si può rifinanziare la Legge 366/90 sul punto che promuove il trasferimento tecnologico dall’INFN alle Imprese del territorio. Sarebbe qui necessario favorire un processo di apertura dell’INFN al territorio, e all’Università in particolare, e stimolare, anche sul piano nazionale, l’insediamento di Imprese che si propongano di essere partner nel processo di trasferimento tecnologico;

  • Si può sollecitare il finanziamento della Legge 77/2009 sul punto che promuove un Fondo di Garanzia per le piccole e medie imprese, comprese quelle commerciali, turistiche di servizi, e per gli studi professionali, per investimenti finalizzati all’innovazione. Scegliendo in particolare di concentrare il sostegno alle attività innovative legate alla costruzione/ricostruzione, premiando la creazione di buona e stabile occupazione;

  • Così come è da finanziare il punto della Legge 77/09 che prevede Accordi di Programma nei settori dei componenti e prodotti hardware e software per ICT, della farmaceutica, dell’agroalimentare, e dell’edilizia sostenibile;

  • Si possono contrattare appositi Bandi, con il Ministero Università e Ricerca, ed Europei, per favorire processi di spin off e di trasferimento tecnologico, e di scambio di personale nella Ricerca tra Imprese del Territorio e Università e INFN, in particolare anche nel rapporto con la Sanità e con la ASL;

  • Si può decidere, attraverso apposita rimodulazione, che i fondi, originariamente destinati alla Zona Franca Urbana, siano finalizzati alla realizzazione, nel sito ex-Italtel di cui il Comune ha acquisito la proprietà, di un’area che consenta l’interscambio di conoscenze e applicazioni, anche produttive, nel campo dell’innovazione edilizia e dei materiali, dell’antisismicità, del risparmio energetico, del restauro e conservazione, della comunicazione e telecomunicazione in situazioni di emergenza; infrastrutturando il sito per accogliere, anche sotto il profilo residenziale, Imprese, Gruppi di Ricerca, sedi Universitarie e sedi staccate di Scuole nazionali ( per esempio sul restauro );

  • Si possono promuovere speciali programmi di infrastrutturazione in rapporto con le Grandi Imprese di Utilities: con ENI, Enel, Telecom, Wind, Vodafone, Tre, SNAM, ANAS, Ferrovie, Gran Sasso Acqua, finalizzati alla “bellezza”, ma anche alla “sicurezza” in caso di catastrofe naturale.

Naturalmente, in questi processi, tutti gli attori sociali e il credito, vanno coinvolti, in sede di formazione delle progettualità e di discussione con il Governo.

L’Amministrazione Comunale può inoltre compiere in proprio e favorire “azioni di sistema” che contribuiscano a costruire il giusto ambiente, per qualità della vita, efficienza ed efficacia delle azioni amministrative, trasparenza e legalità, per una nuova stagione di sviluppo.

Ma una nuova qualità dello sviluppo territoriale deve favorire, per quanto possibile, Occupazione buona e stabile; integrazione con il territorio e l’ambiente in un’ottica di stretta salvaguardia; mediazione culturale e percorsi di cittadinanza per l’immigrazione.

Alcuni concreti interventi possono essere :

  1. Unificazione del sistema degli appalti comunali, caratterizzandoli per velocità, efficienza, e trasparenza amministrativa, con inserimento di specifiche clausole sociali, riguardanti il rispetto dei Contratti e delle Leggi, in particolare sulla Sicurezza, privilegiando la difesa e lo sviluppo dell’Occupazione, inserendo il massimo del controllo contro infiltrazioni mafiose, e contro ogni forma di evasione/elusione delle normative fiscali e contributive, rinunciando al principio del “massimo ribasso”;

  2. Costituzione di una specifica Unità Organizzativa comunale, completa di tutte le risorse professionali necessarie, anche attraverso il ricorso a forme di flessibilità contrattuale e contrattata, dedicata alla interlocuzione esclusiva e costante con i cittadini, le imprese, i tecnici, e gli Enti sulle problematiche della Ricostruzione;

  3. Costituzione di una specifica Unità Organizzativa comunale, completa di tutte le risorse professionali necessarie, anche attraverso il ricorso a forme di flessibilità contrattuale e contrattata, dedicata alle specifiche problematiche della Ricostruzione dei Beni Artistici e Culturali;

  4. Accorpamento, in una unica Multi-Utility, delle diverse aziende comunali, nell’ottica di stringere alleanze con altri soggetti pubblici analoghi al fine di fare massa critica sui costi di gestione, ristrutturandone attività e missioni;

  5. Promozione di una specifica Fondazione Comunale, senza costi di gestione, che dialoghi con tutte le Fondazioni Bancarie della città, e con investitori privati e istituzionali, per un intervento finanziario unitario sul sistema delle Istituzioni Culturali cittadine, sottraendole al condizionamento della politica e dei tagli dei Bilanci Regionali e Nazionali, con un occhio particolare all’investimento su nuove forme di comunicazione e spettacolo in special modo destinate ai giovani, e all’acquisizione di nuove e innovative professionalità;

  6. Riappropriazione delle potestà programmatorie sui Nuclei Industriali di Sviluppo, sottraendoli al commissariamento regionale e all’istituzione dell’Azienda Unica d’Abruzzo, intervenendo anche per questa via sulle potenzialità di sviluppo dell’Aeroporto di Preturo;

  7. Istituzione di una specifica Unità Organizzativa Comunale che provveda al dialogo costante, e all’interlocuzione specifica, unificata e semplificata su tutte le procedure autorizzative di pertinenza comunale relative al sistema delle Imprese artigiane, piccole imprese dell’Agroalimentare, Cooperative e del piccolo Commercio, favorendo anche per questa via, rapporti di filiera col sistema delle grandi imprese e della distribuzione organizzata, anche attraverso concentrazioni insediative;

  8. Individuazione di una piattaforma logistica unificata che abbatta i costi di stoccaggio e magazzino, unificando il sistema degli orari di consegna agli opifici e alla distribuzione, attraverso trasporti ecologicamente orientati;

  9. promozione di una azione, concertata con le imprese insediate a L’Aquila ( che occupano circa 2000 persone ) nel settore dei Call Center, che intervenga sulla formazione e sulle possibilità di diversificazione dei servizi offerti, alzandone il livello tecnologico.

Riguarda le possibilità di azione concreta del Comune, e può impattare anche favorevolmente sul piano occupazionale, il completamento del ciclo dei rifiuti, e la sollecitazione all’insediamento sul territorio di imprese che intervengano sul riciclo.

Così come impatta in maniera forte sul piano occupazionale una attenzione particolare del Comune alla manutenzione del verde urbano e al rimboschimento delle aree, in particolare quelle a rischio idrogeologico. Sono programmi realizzabili anche con una spesa ridotta rivolgendosi ai Vivai del Corpo Forestale.

Per il momento, mi fermo.

Ma mi permetto di dire che un ragionamento analogo a quello che ho cercato di svolgere, si può fare anche sul piano dell’offerta turistica. In cui è l’integrazione tra le offerte di tutto il territorio che può vincere. Ogni singolo “spezzone” di emergenza artistica, o naturalistica, da solo, non va da nessuna parte. E’ la cultura e il “clima complessivo” di un territorio che può attirare la domanda. Ed è l’offerta che ha il dovere di presentarsi strutturata, diversificata, e soprattutto, unificata.

Una storia lunga, o forse troppo breve.

1 aprile 2012 alle ore 18.16

Trentuno ottobre 2002.

Terremoto di San Giuliano di Puglia. Muoiono 27 bambini e una maestra.

Mancano 2350 giorni.

La prevenzione del rischio sismico è attività complessa. E ciascuno degli attori istituzionali dovrebbe avere un ruolo preciso e un coordinamento altrettanto preciso. E risorse finanziarie sufficienti. E ciascuno degli attori istituzionali dovrebbe resistere alle pressioni di chi vorrebbe meno vincoli, che significano costi più bassi di costruzione e maggiore libertà di edificare su qualsiasi terreno.

Affidare alla sola Protezione Civile l’attività di prevenzione, significa deresponsabilizzare chi dovrebbe avere il governo del Territorio.

Il Parlamento italiano avvia una indagine conoscitiva sul rischio sismico in Italia. E, in sede di Commissione di indagine, l’ 11 dicembre 2002, l’Assessore alla Protezione Civile della Regione Abruzzo, capofila per le materie della Protezione Civile nell’ambito della Conferenza delle Regioni, Giorgio De Matteis,  dichiara che sarebbe opportuno spostare tutta l’attività di prevenzione del rischio sismico sulla Protezione Civile, che non dovrebbe quindi intervenire solo nella gestione dell’emergenza, e che sarebbero opportuni provvedimenti legislativi in tal senso, chiarendo anche il problema delle competenze delle Regioni ed evitando il sovrapporsi di strumenti legislativi contraddittori.

Oggi, la prevenzione del rischio sismico è affidata ad una Commissione di esperti istituita con Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 19/1/2010; la Commissione è stata nominata dal Presidente del Consiglio Monti con Dpcm del 23 dicembre 2011; secondo l’Ordinanza del 2010, la Commissione, entro 30 giorni dalla nomina, avrebbe dovuto definire gli obiettivi ed i criteri per l’individuazione degli interventi per la prevenzione del rischio sismico.

Io, oggi, non sono a conoscenza dei risultati del lavoro di questa Commissione.

Il 20 marzo 2003 viene pubblicata l’Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 3274, che introduce una nuova normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica, più severa che in passato, e che introduce tecniche costruttive più avanzate, e che da’ alle Regioni il compito di inserire i singoli Comuni del loro Territorio nelle varie zone sismiche e sei mesi di tempo per verificare la situazione degli edifici ritenuti strategici. Nella proposta dei criteri di individuazione delle zone sismiche, L’Aquila resta classificata in “zona 2”, in una scala in cui, rispetto alle vecchie classificazioni che prevedevano 3 zone, ne prevede 4, di cui la prima è quella a maggiore pericolosità.

Mancano 2265 giorni.

Il 4 giugno 2003, la Protezione Civile sente il bisogno di pubblicare una Nota Esplicativa dell’Ordinanza n. 3724. Sente il bisogno di spiegare che l’Ordinanza è valida sin dalla sua pubblicazione; che sono le Regioni, che possono cambiare la classificazione sismica proposta per i Comuni; che le nuove norme tecniche sono immediatamente vigenti, in particolare per le opere considerate strategiche ( esistenti e in costruzione ). La Protezione Civile spiega che devono essere considerate strategiche tutte quelle situazioni ( edifici e opere infrastrutturali ), il cui collasso può causare rilevanti danni: le Regioni entro 6 mesi devono individuare quali siano le situazioni strategiche, e avviare una ricognizione della situazione che durerà cinque anni.

Verrebbe da chiedersi da dove nasca il bisogno di spiegazioni: in fondo una norma dovrebbe essere scritta bene e senza equivoci. Forse.

Mancano 2198 giorni.

Con un Decreto, del 21 ottobre 2003, la Protezione Civile spiega cosa si intenda per situazione di interesse strategico di carattere statale, sia essa edificio o opera infrastrutturale. La Protezione Civile, si mette così, “in regola”, rispetto alle indicazioni della Ordinanza 3724. Mancano 2059 giorni.

La Giunta regionale Abruzzese lo fa il 29 marzo 2005, con una propria Delibera, la numero 438, e pubblica un elenco delle categorie di edifici e opere infrastrutturali di interesse strategico, di competenza regionale, la cui funzionalità, in caso di eventi sismici, assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile.

Ma, il 22 gennaio 2004, la Protezione Civile avverte la necessità di aggiornare le nuove norme tecniche per le costruzioni proposte con l’Ordinanza 3724 di meno di un anno prima, e costituisce perciò un Gruppo di Lavoro, di cui fanno parte tra gli altri, il Prof. Gianmichele Calvi, della Fondazione Eucentre, nata nel 2003 su impulso anche della Protezione Civile; il Professor Edoardo Cosenza, oggi Assessore Regionale in Campania alle Opere Pubbliche; il Professor Mauro Dolce.

Mancano 1967 giorni.

E, subito dopo, è il Ministro delle Infrastrutture Lunardi a costituire un Gruppo di Lavoro, con un Decreto il 28 gennaio 2004, con il compito, entro il 30/6/2004, di costruire un Testo Unico della Normativa Tecnica delle Costruzioni.

E’ l’avvio ufficiale del conflitto istituzionale di attribuzione delle competenze. A chi spetta costruire una nuova normativa antisismica ? Alla Protezione Civile, o al Ministero delle Infrastrutture ? Immagino che le faglie in movimento siano attanagliate da questo dubbio. E immagino anche, che sia un interesse preciso delle Aziende edili, tra cui quelle riconducibili alla passata attività del Ministro Lunardi, avere norme precise e inequivocabili.

Mancano 1960 giorni.

Si aggiunge un terzo attore del conflitto istituzionale: la Conferenza delle Regioni. Alla Regione Abruzzo , e precisamente all’Assessorato regionale alla Protezione Civile Giorgio De Matteis, coadiuvato dal Direttore Regionale alle Opere Pubbliche Francesco D’Ascanio è affidato l’incarico di coordinare i lavori della Conferenza in materia di Protezione Civile. L’Abruzzo è Regione capofila.

E, il 26 marzo 2004 con una lettera di Giorgio De Matteis si precisano i termini del conflitto.

Si dichiara che la situazione che si è venuta a determinare è quella di una sostanziale inapplicabilità delle nuove norme tecniche, pur essendo in una fase transitoria ( fino a settembre 2004 ), prima della reale vigenza delle regole stabilite dalla Ordinanza 3724.

Si segnala il problematico coordinamento delle nuove norme con le disposizioni già vigenti, con ripercussioni su tutte le Amministrazioni Pubbliche, oltre che sul mondo delle professioni e dell’imprenditoria.

Naturalmente, per i cittadini, ripercussioni non ce ne sono.

Si segnala inoltre che la nuova normativa tecnica sulle costruzioni in zona sismica dovrebbe rientrare nel Testo Unico della Normativa Tecnica delle Costruzioni in via di predisposizione dal Ministero delle Infrastrutture, e il cui lavoro andrà ricondotto nell’ambito della Conferenza Unificata Stato-Regioni. Ma c’è anche il Gruppo di lavoro predisposto dalla Protezione Civile, il che crea problemi di ambiguità e attribuzione dei ruoli, arrivando a definire un ruolo subordinato delle Regioni, in questa materia.

Regioni, Ministero delle Infrastrutture, Protezione Civile: i tre soggetti istituzionali che rivendicano, ciascuno, un ruolo preminente.

Infine, la Lettera, fa presente che anche la classificazione sismica del Territorio è in realtà tutta da definire, perchè alla Protezione Civile spetterebbe il compito di fare una proposta che individui criteri generali per l’individuazione delle zone sismiche, cui dovrebbero seguire i pareri di una serie di soggetti, tra cui la Conferenza Unificata, prima della formale approvazione governativa.

Mancano 1902 giorni.

Ad aprile del 2004 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia pubblica la mappa di pericolosità sismica prevista dall’Ordinanza 3724. L’Aquila è di color viola. Di più pericoloso, in Italia, ci sono solo due piccole zone color blu, una nell’Appennino calabrese, l’altra nel sud della Sicilia.

L’ 8 luglio 2004 viene pubblicata l’Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 3362. E’ istituito un Fondo straordinario per intervenire sul rischio sismico, e, per gli anni 2004 e 2005, si stabilisce che ci sono disponibilità di 67,5 milioni di euro per interventi di competenza delle Regioni, e 32,5 milioni di euro, sempre per gli anni 2004 e 2005 per interventi di competenza statale.

Ma, con questa Ordinanza, si stabiliscono i fondi disponibili per il solo 2004. Per il 2005, si provvederà secondo la nuova mappa del rischio sismico in via di definizione.

Le Regioni, per poter usufruire di tali fondi, entro 120 giorni, devono trasmettere al Dipartimento della Protezione Civile un piano degli interventi che intendono realizzare. Anche cercandosi qualunque altra fonte finanziaria disponibile. Chi non si muove nei tempi previsti, può vedere la propria quota di risorse assegnata ad altri.

All’Abruzzo, l’Ordinanza assegna 2. 287. 573 euro.

Mancano 1798 giorni.

La Regione Abruzzo, Direzione LL.PP. e Protezione Civile, in attuazione di quanto previsto dall’Ordinanza 3362/2004 ha elaborato il Primo Programma Regionale per le Verifiche Tecniche. Il Programma, approvato con delibera della Giunta Regionale n. 194 del 28 febbraio 2005 e integrato con le modifiche previste dalla D.G.R.A n. 792 del 17 luglio 2006, prevede l’esecuzione di verifiche tecniche su 254 edifici strategici e rilevanti e su 25 ponti. Ma, per garantire trasparenza nelle modalità di individuazione dei tecnici incaricati delle verifiche, dobbiamo attendere la pubblicazione di una procedura di evidenza pubblica sul Bollettino Ufficiale della Regione Abruzzo del 13 settembre 2006. La Delibera di Giunta è emanata 235 giorni dopo questa Ordinanza, la si integra 739 giorni dopo e l’individuazione dei tecnici cui affidare le verifiche, è normata 797 giorni dopo, non entro i 120 giorni previsti dall’Ordinanza.

Il 13 settembre del 2004 il capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, scrive a Giorgio De Matteis, nella sua qualità di Assessore alla Protezione Civile dell’Abruzzo, capofila in materia per le Regioni italiane. In vista dell’entrata in vigore il 9 novembre del 2004 delle nuove Norme Tecniche, chiede che venga convocato un Tavolo Tecnico per il 21 settembre, premurandosi però di chiarire che la nuova Normativa Tecnica per le costruzioni in zona sismica ha un carattere transitorio, visto che nel frattempo, il Governo ha emanato una nuova Legge che prevede una normativa organica in materia di costruzioni in zona sismica e sulla quale il Presidente della Conferenza delle Regioni, Ghigo presidente del Piemonte è intervenuto con una pesante lettera ai Capigruppo del Parlamento rivendicando le competenze regionali in materia.

Mancano 1731 giorni.

E le nuove Norme Tecniche per le Costruzioni in zona sismica sono diventate una disciplina transitoria, in vista di una normativa organica, oggetto di studio di due Gruppi di Lavoro, con le Regioni che chiedono sia chiara la propria parte.

Il 22 settembre 2004, Giorgio De Matteis scrive invece a tutte le Regioni, e per conoscenza a Bertolaso, convocando per il 28 settembre successivo, una riunione tecnico-politica, delle sole Regioni , che deve avere il compito di discutere gli elaborati tecnico-normativi trasmessi dalla Protezione Civile, delle cui posizioni si “prende atto”, anche alla luce della nuova Legge del Governo, la numero 186 del 27/7/2004, che prevede un Testo Unico sulla Normativa Tecnica per le costruzioni in zona sismica.

Mancano 1722 giorni.

La riunione, poi, si svolge il 28 settembre, anche alla presenza della Protezione Civile, che assicura una proroga alla scadenza del 9 novembre per l’entrata in vigore delle norme dell’Ordinanza 3724, così come richiesto dal mondo professionale.  De Matteis chiede una proroga, tutti chiedono una proroga, finendo con il considerare l’Ordinanza come provvisoria in attesa del Testo Unico.

E, il 18 ottobre 2004, Giorgio De Matteis scrive a tutte le Regioni, e per conoscenza alla Protezione Civile, che è emersa la necessità di costituire un Tavolo Tecnico Ristretto delle Regioni che proceda all’esame tecnico istruttorio delle nuove Normative Tecniche proposte dalla Protezione Civile, formulando osservazioni e suggerimenti, che saranno poi sottoposti al Tavolo Tecnico di tutte le Regioni e Province Autonome per l’opportuna condivisione che consentirà di trasmettere il tutto alla Commissione che la Protezione Civile aveva costituito per la revisione delle norme dell’Ordinanza 3724. La Protezione Civile chiede che questa trasmissione avvenga entro il 15 novembre. Ma, Bertolaso, con la sua lettera all’Abruzzo del 13 settembre, non aveva detto che la nuova normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica sarebbe entrata in vigore il 9 novembre ?

Mancano 1696 giorni.

Il giorno dopo, il 19 ottobre 2004, Giorgio De Matteis scrive nuovamente a tutte le Regioni alla Protezione Civile, dando conto di una riunione tenuta il 26 luglio tra le Regioni per valutare la nuova mappa di pericolosità sismica proposta dall’INGV. Questa riunione si era tenuta su sollecitazione all’Abruzzo da parte della Protezione Civile.

Nella riunione, la Protezione Civile sostiene che il quadro normativo non presenta alcuna ambiguità, e che la mappa della nuova pericolosità sismica proposta dall’INGV è uno studio di altissima qualità, rafforzato da numerosi confronti con altre autorità straniere e con la comunità scientifica.

La Protezione Civile è fermamente intenzionata a dare attuazione all’Ordinanza 3724 ed è quindi vicina all’emanazione di un provvedimento organico, sia sulla pericolosità sismica, che sulle norme tecniche di costruzione. Intervengono tutte le Regioni, e l’Assessore De Matteis sintetizza, alla fine della riunione, che le Regioni sono disponibili a tutti gli approfondimenti tecnici, ma che lo Stato deve fare chiarezza sulle contraddizioni e conflittualità istituzionali emerse, e che per quel che riguarda la mappa di pericolosità sismica elaborata dall’INGV, se ne deve discutere in sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni.

Finalmente, arriva il 5 novembre 2004, e viene pubblicata l’Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri numero 3379, con la quale è prorogata la possibilità di continuare a progettare e costruire, con le vecchie mappe sismiche, e con la vecchia normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica, fino a marzo del 2005.

Mancano 1679 giorni.

Il 17 dicembre 2004, l’Assessore De Matteis dà conto, in una lettera inviata a Bertolaso e a tutti i Presidenti di Regione, del lavoro elaborato dal Tavolo Tecnico ristretto, e giustifica il ritardo con cui si trasmette questo lavoro svolto, data la sua alta complessità. Nella sostanza, si chiede alla Protezione Civile di non emanare nuove Norme Tecniche per le costruzioni in zona sismica, ma di accogliere il contenuto delle Osservazioni delle Regioni, per poi compiere un ulteriore passaggio nella Conferenza Unificata Stato-Regioni per le opportune valutazioni di merito e istituzionali.

Nelle Osservazioni sulla normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica, si legge che, per gli edifici esistenti, assume grande rilievo il rapporto costi/benefici, ed è necessario avere tempo, per esplorare una serie di esempi numerici che mettano a confronto i risultati ottenibili con la vecchia normativa e quelli con la normativa proposta, sia in termini di rischio, sia in termini di costi. E si chiede di differire l’entrata in vigore della normativa, sino ad una sua completa e profonda revisione.

Anche perché, è evidente, che negli edifici esistenti, non ci abita nessuno.

Mancano 1637 giorni.

A questo punto, il 18 gennaio 2005, la Protezione Civile, con una Lettera di Guido Bertolaso inviata a Giorgio De Matteis e all’Architetto D’Ascanio, dichiara che il Gruppo di lavoro incaricato di aggiornare la normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica prevista nell’Ordinanza 3274/2003, accoglie tutte le Osservazioni delle Regioni, le integra con quanto già predisposto dalla Protezione Civile, ed è pronta ad emanare una nuova Ordinanza, che prende atto delle osservazioni delle Regioni e renda definitive le norme.

Mancano 1605 giorni.

Ma le Regioni, non ci stanno, e il Tavolo Tecnico riunito presso la sede della Regione Abruzzo a Roma, fa sapere, il 2 febbraio 2005, che nessuna nuova Ordinanza può essere emanata, senza il parere della Conferenza Stato-Regioni, peraltro, si fa osservare che nella proposta di nuova Ordinanza illustrata dalla Protezione Civile, sono numerosi gli elementi di merito, di metodo, e di principio, insoddisfacenti, e si auspica la convocazione di un Tavolo Tecnico che metta insieme Ministeri, Regioni ed Enti Locali.

Il giorno dopo, è la Conferenza delle Regioni, a chiedere ufficialmente quanto già anticipato dal tavolo Tecnico delle Regioni.

Mancano 1590 giorni.

Bertolaso, a questo punto, il giorno dopo, 3 febbraio 2005, coglie l’occasione di un quesito inviato da Confindustria alla Protezione Civile nel dicembre del 2004, per affermare con una Lettera di risposta, che la proroga dell’entrata in vigore delle nuove norme tecniche di costruzione al marzo del 2005, non riguarda invece la classificazione dei Comuni nelle nuove zone sismiche, che entrerà invece ufficialmente in vigore quando le Regioni decideranno di adottare gli opportuni provvedimenti in merito.

Bertolaso così, scarica sulle Regioni la responsabilità di una insanabile contraddizione: il mese dopo dovrebbero entrare in vigore nuove norme tecniche di progettazione e costruzione, che le Regioni contestano, che il Ministero delle Infrastrutture vuole ricomprendere in un Testo Unico, legate ad una classificazione sismica del Territorio, frutto di un importante lavoro scientifico dell’INGV, anch’essa contestata dalle Regioni, da cui dipende comunque inserire i singoli Comuni in una zona di pericolosità sismica, piuttosto che in un’altra.

Intanto, il 29 marzo 2005, con Delibera 438 della Giunta Regionale abruzzese, viene recepito il lavoro dell’INGV sulla classificazione sismica del Territorio. L’Aquila è nella zona sismica 2.

Mancano 1535 giorni.

E, una nuova Ordinanza, la numero 3341 del 3 maggio 2005, proroga di ulteriori tre mesi l’entrata in vigore delle nuove norme tecniche per la progettazione e costruzione in zone sismiche. L’entrata in vigore sarà poi prorogata con Ordinanza del 13/10/2005 al 23 ottobre 2005, per saldarsi con l’entrata in vigore del Decreto del Ministero delle Infrastrutture, di concerto con il Ministero dell’Interno e con il Dipartimento della Protezione Civile del 14 settembre 2005, recante approvazione delle “ Norme Tecniche per le Costruzioni”.

Il primo dicembre 2005 si svolge a Roma un Convegno sulle Norme Tecniche per la Costruzione, uno dei relatori è Angelo Balducci, presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. ( Intenzionalmente scrivo presidente con l’iniziale minuscola ).

Il Testo Unico, magnificato come una riforma storica, è pubblicato in Gazzetta Ufficiale, dopo meno di due anni di lavoro, del Gruppo di lavoro, che doveva concludere i propri lavori entro il 30/6/2004. Il nuovo Testo Unico sarà accompagnato da un Gruppo di monitoraggio che verifichi l’applicabilità delle norme, immediatamente operative, per raggiungere l’obiettivo della sicurezza delle costruzioni ai fini della pubblica incolumità e della conservazione delle costruzioni. Non una parola per costruire strumenti di intervento seri sul patrimonio edilizio esistente.

Mancano 1289 giorni.

Ma, il 28 febbraio 2006, è lo stesso Angelo Balducci, ad istituire un Gruppo di Lavoro che ha l’obiettivo di costruire una proposta di aggiornamento riguardante i criteri di classificazione sismica del Territorio e di verificare la compatibilità tra il Testo Unico sulle Norme Tecniche per le Costruzioni, e l’Ordinanza 3274/2003. Del Gruppo di lavoro fanno parte, tra gli altri il Dottor Giovanni Guglielmi, ex provveditore alle Opere Pubbliche per l’Abruzzo, intercettato durante alcune inchieste della Procura della Repubblica de L’Aquila, il Professor Franco Braga, attuale Sottosegretario alle Politiche Agricole nel Governo Monti, il Professor Gian Michele Calvi della Fondazione Eucentre.

Mancano 1200 giorni.

Il 18 aprile 2006, il Servizio Previsione e Prevenzione dei Rischi della regione Abruzzo, fa il punto sulla situazione della Nuova Normativa Tecnica per le Costruzioni, forse anche a beneficio della nuova Giunta Regionale nel frattempo eletta.

Vi è una  ricostruzione storica dell’iter normativo; la sottolineatura che il nuovo Testo sulle norme Tecniche per le Costruzioni avrà un periodo transitorio di 18 mesi fino al 25 maggio 2007, durante il quale potrà essere utilizzata la previgente normativa. Si rileva inoltre che nel marzo 2006 il Ministero delle Infrastrutture ha presentato la nuova mappa di pericolosità sismica del Territorio, proposta dall’INGV nel 2004, e che le Regioni avranno un anno di tempo per procedere alla nuova classificazione sismica dei Comuni. Fermo restando, che, per le Regioni, continuano ad esservi aspetti di metodo e di merito sulla normativa che richiedono chiarimenti e interventi nella sede della Conferenza Unificata Stato Regioni.

La preoccupazione è tutta per i progettisti, i costruttori, e le possibilità di controllo delle Regioni. I cittadini non sono mai citati.

Il 28 aprile 2006 viene pubblicata l’Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 3519. Sono approvati i criteri generali e la mappa di pericolosità sismica del Territorio. Il Gruppo di Lavoro, istituito da Angelo Balducci come presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, ha il compito, entro la fase di transizione per l’entrata in vigore delle Norme Tecniche per le Costruzioni, di armonizzare le norme con la classificazione sismica. L’Aquila è inserita, graficamente, nella zona di massima pericolosità.

Mancano 1141 giorni.

Il 12 luglio del 2006, la Conferenza delle Regioni torna sull’argomento delle Norme Tecniche, connesse con la classificazione sismica: chiede di poter consentire anche alla Pubblica Amministrazione di progettare e costruire entro il periodo di transitorietà della vigenza della norma, secondo le vecchie regole, anche per progetti già approvati, e non solo per opere iniziate; e per questo si propongono emendamenti al testo normativo; e, inoltre, afferma una questione assolutamente vera: per effettuare i controlli necessari, le Regioni non hanno né il personale, né le risorse finanziarie sufficienti.

Mancano 1066 giorni.

Il regime transitorio per l’operatività delle norme tecniche per le costruzioni, viene prorogato dal Governo una prima volta fino al 31 dicembre del 2007, dalla Legge Finanziaria del 2006, poi, viene prorogato al 30 giugno 2009 con l’approvazione in Legge del Decreto Milleproroghe del 2007 e con il Decreto Milleproroghe del 28 febbraio 2008, il periodo transitorio per l’operatività delle norme tecniche per le costruzioni viene prorogato a giugno del 2010.

Al Governo vi era il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prima, e il Presidente del Consiglio Romano Prodi poi.

Il 28 febbraio del 2008, mancano 470 giorni.

Il 6 aprile del 2009 alle 3 e 32 del mattino sono finiti i giorni.

Questa è la storia di uno Stato che mangia sé stesso e ignora i suoi Cittadini e il bene comune.

Questa è la storia in cui i diversi Apparati, e le diverse Istituzioni dello Stato sono in guerra tra loro per ragioni di potere e di consorteria, senza guardare al pubblico interesse.

Questa è la storia in cui le persone, che ricoprono incarichi dirigenziali nella Pubblica Amministrazione, o incarichi politici elettivi, prestano troppo orecchio a interessi economici forti e consolidati del Paese, e trovano il modo, attraverso le cariche che esercitano, di accrescere il proprio potere e la propria ricchezza, secondo una logica di guerra per bande, ammantata di preoccupazioni istituzionali e di equilibri normativi, che sono talvolta reali, ma di cui possiamo leggere la strumentalità verso altri fini nel corso del tempo.

Questa è la storia in cui le persone che ricoprono incarichi dirigenziali nella Pubblica Amministrazione, o cariche elettive nelle Istituzioni, quanto meno, esercitano la propria funzione con troppa lentezza, con troppa inerzia, con poca responsabilità generale, ma di questo ci accorgiamo solo dopo, perché nell’esercizio del potere, in questo Paese, troppo spesso, questa è la normalità.

E questa è anche la mia storia, che in questi 2350 giorni, che separano il 31 ottobre del 2002 dal 6 aprile del 2009, ho pensato ad altro, magari di importante, ma non mi sono accorto che un intero sistema non era capace di proteggere me, la mia famiglia, i miei amici, la mia città.

E di questo, mi scuso. E questo è il mio piccolo tentativo di ricordare così, le Vittime del Terremoto de L’Aquila, Vittime anche della banalità del potere.

Il voto del 6 e 7 maggio 2012 a L’Aquila

9 maggio 2012 alle ore 14:54

Ho votato il candidato Sindaco Ettore Di Cesare. Ed ho espresso una preferenza tra le Liste che sostenevano la sua candidatura.

Se non vi fosse stato, per queste Elezioni Amministrative, il movimento di Appello per L’Aquila, non sarei andato a votare.

E’ la prima volta, da trenta anni, da quando cioè posso votare, che non ho votato a Sinistra, o per chi la Sinistra sosteneva. Non è stato facile, per me. Ma è stato necessario. E frutto di una scelta, credo, responsabile.

Ho compiuto questa scelta per molte motivazioni. Tra queste, una per me decisiva. L’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco, che avevo votato, ha, dal 6 aprile 2009 in poi, mantenuto un profilo operativo ed istituzionale del tutto coerente con una idea di “amministrazione” della città, dentro un quadro di assoluta difficoltà, e sottoposta a pressioni, condizionamenti, eventi enormi. Io avrei voluto che avesse fatto “politica”.

Avrei voluto che sin dalla fase dell’emergenza si fosse pensato alla costruzione di una nuova città, che intervenisse sulle storture, gli abusi e l’indifferenza della vecchia città. Avrei voluto che il Sindaco e la sua Amministrazione, e le forze politiche che l’hanno sostenuta, avessero mantenuto un profilo identitario e autonomo più forte, rispetto al Governo, alla Protezione Civile, a tutti i Commissariamenti che abbiamo subito. Avrei voluto tante altre cose, e tante altre non le avrei volute.

Gli “avrei voluto” non sono politica, né tanto meno storia. E però vorrei permettermi una prima valutazione del voto aquilano, e mi sembrava onesto raccontare quello che ho premesso, per far comprendere da quale punto di vista parto.

Siamo, da luglio 2008, dentro una crisi economica nazionale europea e mondiale, pesantissima. E, siamo in Italia, con un Governo che non è quello eletto dagli italiani il 13 aprile del 2008, nato per una crisi che, forse, ha esaurito un intero ciclo politico iniziato all’indomani della caduta del Muro di Berlino. A L’Aquila un terremoto ha pesantemente compromesso la vita dei cittadini, fatto centinaia di vittime, devastato una città, la sua storia, la sua cultura, la sua economia, la sua comunità.

Sono passati interi mondi da quando il 27 maggio 2007 si votò per il rinnovo del Consiglio Comunale a L’Aquila.

Nel 2007 votarono 48.897 cittadine e cittadini, nel 2012 hanno votato in 44.446.

Il candidato Sindaco Massimo Cialente ottenne allora 25.011 voti. Oggi, 17.598.

Il Partito Democratico oggi ha ottenuto 6.689 voti, nel 2007 Democratici di Sinistra e Margherita ottennero insieme 11.059 voti.

Oggi, il Popolo delle Libertà ha ottenuto 3.447 voti, mentre nel 2007 Forza Italia e Alleanza Nazionale insieme, ottennero 9.027 voti.

L’UDC nel 2007 ottenne 3.105 voti, oggi ne ha ottenuti 3.337.

L’Italia dei Valori, nel 2007 ottenne 1.752 voti, oggi ne ottiene 1.384.

Rifondazione Comunista ottenne nel 2007 1.139 voti, oggi, insieme ai Comunisti Italiani, ne ottiene 1.221.

Se possiamo permetterci il confronto, nel 2007 i Socialisti Democratici Italiani ottennero 2.372 voti, e nel 2012 i Socialisti Riformisti, hanno ottenuto 1.701 voti.

La Federazione dei Verdi nel 2007 ottenne 619 voti, mentre i Verdi Ecologisti, in un’altra alleanza, oggi, hanno ottenuto 1.121 voti.

Se vogliamo, possiamo confrontare il dato del 2007 della Lista “Alternativa per Mussolini” che ottenne 426 voti, con il dato di “Prospettiva 2022”, in un’altra alleanza, che oggi ha ottenuto 1.267 voti.

Infine, in modo certamente arbitrario, e irrispettoso delle diverse ispirazioni politiche, proviamo a confrontare il peso di diverse Liste Civiche, che nel 2007 ottennero 7.579 voti, e nel 2012 hanno ottenuto 9.387 voti.

Penso sia possibile, da questi dati, in parte arbitrariamente confrontati, constatare un elevato grado di “volatilità” del voto, in parte certamente dovuto alle peculiarità delle consultazioni amministrative comunali, dove conta certamente molto la “vicinanza” tra candidato ed elettore, talvolta a prescindere dallo schieramento politico.

Si può dire che in queste elezioni amministrative vi sono stati alcuni vincitori.

L’astensionismo, innanzitutto.

Un po’ l’UDC, di più, percentualmente, i Verdi, ma con un’altra collocazione politica rispetto al passato. Certamente la Destra.

Soprattutto, mi pare, si debba constatare la forte affermazione personale del candidato Sindaco Giorgio De Matteis.

Così come, mi pare, si debba constatare una forte espansione del voto alle Liste Civiche, fermo restando il fenomeno di alcune tra loro alleate con schieramenti politici pienamente riconoscibili, mentre altre, oggi, appaiono più marcatamente caratterizzate da un profilo politico autonomo rispetto a tradizionali schieramenti politici.

Ci sono anche degli sconfitti.

Ma su questo, lascio il giudizio a ciascuno. Tenendo conto soprattutto del fatto che c’è ancora un Ballottaggio da compiere, e il cui esito certamente determinerà il segno delle Elezioni in un modo o in un altro.

Mi colpisce un primo aspetto del voto aquilano.

Esso è avvenuto, in larga misura, come dentro una bolla di sapone. Come se, cioè, le grandi correnti di movimento del Paese, della sua crisi economica e politica, fossero passate oltre la nostra città. Lasciandola intatta ai suoi problemi specifici. Vero è che i problemi specifici della nostra città hanno una portata tale da occupare le menti e i cuori di ciascuno dei suoi cittadini, ma altrettanto vero è che, pare, il quadro generale in cui ci siamo mossi e ci muoviamo, non abbia influito in alcun modo sui nostri orientamenti di voto.

A mio parere, cioè, ad esempio, è come se la riflessione sulle responsabilità della crisi, sulle possibili risposte ad essa, sia stata completamente cancellata. A meno di non voler interpretare in maniera molto estensiva alcuni dati del voto. Io non credo perciò che una riflessione sull’entità e la responsabilità della crisi sia il motivo per cui a L’Aquila il PDL ha ottenuto un risultato così penalizzante.

Ma questa estraneità al quadro generale del Paese, anche nella campagna elettorale, non è un buon segnale per L’Aquila. Non lo è perché, chiunque governi, gestirà situazioni, decisioni, eventi, scelte, determinate da quel quadro, anche in una più ampia ottica europea, almeno.

Chi continua a pensare ad una città senza relazioni col suo territorio, con la sua Provincia, con la sua Regione, con l’Europa e il Mondo, ad una “aquilanità” inesistente, fa il male della città, non il suo bene.

Basti pensare al fenomeno migratorio che ci interessa, collegato alla ricostruzione. O alla necessità di riferimenti europei quanto meno, se vogliamo davvero dare una idea di sviluppo alla Città.

Le relazioni con l’esterno sono necessarie. Vitali.

Che relazioni ha un candidato Sindaco che capeggia una Lista che si chiama Movimento per le Autonomie, il cui riferimento nazionale è il Presidente della Regione Sicilia ?

C’è un secondo dato che a me appare rilevante, questo sì in sintonia, in una certa misura, con quel che avviene nel resto del Paese.

Vale a dire l’assottigliarsi del consenso, in generale, ai Partiti organizzati, e la ricerca, da parte del corpo elettorale, di risposte alla domanda di rappresentanza, il più possibile vicino alle proprie sensibilità. Meno ragionamenti “generali”, più ragionamenti specifici. Non lo scrivo come un dato qualitativamente negativo. E’ una questione problematica. Che attiene ad un ragionamento sulla forma della rappresentanza politica oggi, sulla sua crisi. E non mi pare il caso ora di soffermarmi su questo. Però, questo dato ha una sua specificità aquilana. Vale a dire cioè, che in esso è contenuto, credo, un giudizio implicito degli elettori sull’azione di governo del dopo terremoto. Ai vari livelli. Comunale, Provinciale, Regionale, Nazionale, Commissariale. E una specifica richiesta di Democrazia e di Partecipazione consapevole. Sarebbe facile scrivere che ha beneficiato del consenso dei Cittadini chi si è tenuto alla larga da responsabilità di azione di governo, in senso ampio, nella fase del dopo terremoto. In parte vi sarà anche questo dato. Ma credo che vi sia qualcosa di più profondo. E lo si comprende dal risultato positivo in un contesto estremamente difficile come L’Aquila, per la sua storia sociale, delle due Liste Civiche, “Appello per L’Aquila” e “L’Aquila che Vogliamo”. Più di altre esse sono il frutto di un percorso di autocostruzione ed elaborazione, riflettendo in vario modo i movimenti che hanno percorso il dopo-sisma. Forse, per la prima volta a L’Aquila, esse hanno strutturato, in modo ancora embrionale, e tutto da verificare per la sua tenuta nel tempo, di una “Società Civile” ( chiedo scusa per l’abusato termine ), che si pone in una posizione di forte autonomia dalla rappresentanza politico-istituzionale storica. E con essa confligge, discute, contratta ( nel senso nobile della parola ). Il punto vero è che questa rappresentanza politico-istituzionale storica si è dimostrata impermeabile a queste nuove istanze. Lontana, sorda talvolta. Anche soggettivamente. E lo si vede anche dal risultato, minimale, raccolto da formazioni, della Sinistra in particolare, che più di altre avrebbero potuto e dovuto essere capaci di lasciarsi permeare da una situazione improvvisamente mutata con le conseguenze del dopo-sisma.

D’altra parte, si vede anche come, nel voto, abbiano pesato fortemente interessi specifici. Non sempre chiari, trasparenti e legittimi. Si pensi alla esplicita posizione sul “condono”, assunta da alcuni candidati e da alcune forze politiche sul tema delle “casette di legno” del dopo-sisma. Rivelando una città profondamente “meridionale”, nel senso deteriore del termine, nel suo approccio al rapporto con il territorio, con il suo paesaggio, con la sua vivibilità. Lo stesso tipo di approccio che nel passato ci ha regalato una città-dormitorio in sue larghe parti, frutto di speculazioni edilizie, incapace di pensare alla qualità della vita e alla sicurezza dei suoi cittadini, con parecchi dei suoi palazzi crollati per irresponsabilità costruttive, autorizzative, pianificatorie.

Infine, mentre tutta la città discute il suo voto, il merito delle questioni e delle scelte future, sembra essere nuovamente scomparso dentro una discussione poco appassionante di meta-politica e di alleanze.

Da elettore di “ Appello per L’Aquila”, credo sia giusto compiere alcune scelte.

Innanzi tutto non procedere ad alcun apparentamento. Mantenendo così un profilo di autonomia da qualsiasi futuro governo cittadino.

Ma credo sia anche giusto dire, esplicitamente e pubblicamente, che esiste una differenza tra i due candidati Sindaci che vanno al ballottaggio. E tra le forze politiche che li sostengono. E che la compagine guidata dal candidato Sindaco Giorgio De Matteis, è irricevibile per questa città.

Io al ballottaggio andrò a votare. E voterò per il candidato Sindaco Massimo Cialente. Non perché è il “male minore”, ma perché, come cittadino, penso che vi sia così qualche possibilità in più di essere ascoltato. E voglio continuare a partecipare alla vita di “Appello per L’Aquila”, perché penso che le sue posizioni, di merito, erano, sono, e mi batterò insieme e alla pari con altri, perché siano anche in futuro le migliori per questa città.

Il Ballottaggio a L’Aquila

26 maggio 2012 alle ore 13:16

Marcosvaldo entrò al Boss. Si trovò uno spazietto al bancone di legno, e chiese un bicchiere di rosso. Un pacchettino di taralli. Prese tutto, e si andò a sedere ad un tavolo.

Aspettava gli amici. E arrivarono. Arrivò il Principino, e, subito dopo, Agnesino con Limetta, tutta caruccia nel suo completino tailleur nero e giallo, e con i tacchi a spillissimo. Bionda da far male gli occhi a guardarla.

-Vedi – disse il Principino – Massimo ha vinto. Viva Massimo. –

-Sì – rispose Marcosvaldo – ma ha preso 4.516 voti in meno del 2007… –

-Ma piantala – non lo fece neanche finire il Principino – con tutto il casino che è successo in Italia, e a L’Aquila, l’antipolitica del terremoto, il Grillo parlante, la crisi, i Commissari Basettoni, ha vinto alla grande, ha vinto al Massimo ! –

Agnesino già fremeva, che neanche gli era arrivato il bicchiere di bianco richiesto, e sbottò subito:

-Ha preso oltre quattromila voti in meno, nonostante l’appoggio di parte del Popolo del Bunga-Bunga !!! –

-Anche tu non hai capito niente – lo rimbeccò il Principino – è fondamentale, aver allargato la base elettorale; è un frutto essenziale del sistema elettorale usato per le Comunali: c’è’un di più di credibilità che è patrimonio personale del Sindaco… e poi, parliamoci chiaro : per vincere, va bene tutto, perché poi siamo comunque noi a governare, e noi siamo nel Giusto ! –

 

Marcosvaldo li ascoltava un po’ stupito, forse il rosso era un po’ troppo forte, o forse al Boss c’era troppa gente a quell’ora e il volume delle voci si alzava confondendolo un po’. Marcosvaldo infatti, era abituato a guardare, prima di tutto, i punti di debolezza di una situazione, per capire se poi fosse  possibile rimediare e andare avanti. E disse:

-Scusa, Principino, è vero che Massimo ha al secondo turno aumentato anche il numero di voti in più rispetto alle Liste che lo appoggiavano che già aveva preso al primo turno, passando da 2.347 a 3.027, contando anche l’appoggio dell’IDV, ma tanta, tanta gente non ci è andata a votare, e questo per la Democrazia non è proprio un bene… –

-Guarda – rispose subito il Principino – è segno dei tempi moderni, e di una Democrazia matura, l’astensionismo, i compagni americani del partito Democratico quando eleggono il Presidente non arrivano quasi al 50% del corpo elettorale… –

-E anche i “compagni” americani – disse sorridendo Limetta – si mettono d’accordo prima del voto su come dividere gli incarichi pubblici tra gli amici ? –

-E certo – sorrideva anche il Principino – lì sono fuori dalle nostre ipocrisie: lo “spoil system” è un sistema collaudato e che funziona, e chi vince si prende tutto, evviva la Faccia ! –

Marcosvaldo sentiva un po’ caldo, e si agitava sulla sedia. E gli uscì quasi come un sospiro:

-Ma scusa, se lo fanno gli altri si urla alla lottizzazione, all’occupazione del potere, alla mortificazione del merito, e se lo facciamo noi va bene ? –

-Sei fuori dal tempo – gli rinfacciò il Principino – quello che fa il Partito è sempre giusto, e in questo caso, sarebbe moderno, veloce: ma vuoi mettere governare la ricostruzione con tutta gente che la pensa come te, o che la puoi controllare, invece di perdere tempo con soggetti che non sai da dove nascono e quali interessi servono ? –

-Ma non si possono fare questi ragionamenti – disse Marcosvaldo – mentre in tutto il resto dell’Italia si discute di come i partiti debbano tirarsi indietro dalla gestione del potere… mentre c’è in corso una crisi della rappresentanza politica, mentre la politica è rappresentata come una casta, qui c’è un pericolo…

-Ma quale pericolo ? – rispose Agnesino – qui stiamo a L’Aquila, c’è il terremoto, il resto non conta e la gente ha votato per chi già sapeva le cose e poteva ripartire subito per ricostruire !

-La gente ha votato pure – aggiunse Limetta con un sorriso disarmante – per quelli che gli garantivano l’edificabilità della casa di legno, per gli avvocati, per quelli che mettono le statue del papa, per i medici…

-Non essere dissacrante – le disse il Principino – da sempre si vota per i propri interessi, e per chi ti da fiducia rispetto ad un problema o ad una idea. Poi spetta a noi mettere d’accordo gli interessi. A partire da quelli che pesano di più.

Marcosvaldo cominciò a sentirsi disorientato. Gli sembrava di ascoltare una puntata di Porta a Porta. Eppure stava al Boss, non si fumava più nemmeno dentro la Cantina, e aveva bevuto solo mezzo rosso ancora.

-Scusa – disse al Principino – ma non si dovrebbe partire da un programma, dagli interessi collettivi e poi da lì fare eventualmente giuste e trasparenti mediazioni ? –

-Ancora ? – Si stava scocciando il Principino – ma in quanti, credi, che a L’Aquila abbiano i letto i programmi di chi si presentava alle elezioni ? Hanno votato le persone…

-E qualcuno – aggiunse soave Limetta – non l’hanno votato proprio, pure se tutto il gruppo dirigente del Sindacato gli ha fatto campagna elettorale…

Marcosvaldo era affranto ora. Limetta aveva toccato un punto sensibile. Perchè in realtà, qualcuno, il Sindacato lo aveva fatto eleggere, almeno un Sindacato di quelli organizzati davvero. Ma a Marcosvaldo bruciava che chi il suo Sindacato appoggiava non era stato votato a sufficienza.

-Questo è un problema serio – quasi rifletteva ad alta voce Marcosvaldo – perchè non capisco bene se non c’è stato il giusto rapporto con i Lavoratori, o se la Società è tanto cambiata da non riconoscere più una rappresentanza dei Lavoratori…

-Ancora con i Lavoratori stai ? – chiese il Principino – ma se la Sinistra, tutta insieme, a queste elezioni ha preso quasi mille voti meno dei voti delle Liste Civiche ! Non ci sono più i Lavoratori, e, comunque, non li rappresenta la Sinistra. Oggi ci sono i Precari, i Disoccupati, e si rivolgono a chi gli risponde, non a chi fa solo chiacchiere tante e fatti zero.

-E poi – aggiunse Agnesino – che ti pensi ancora che la gente distingue tra Destra e Sinistra ? Sono tutti uguali, quando si siedono alla poltrona…

-Anzi – rincarò la dose dolcemente Limetta – quelli di Sinistra si scannano tra loro e la gente lo sa, e sono pure presuntuosi perchè dicono sempre che loro avevano già detto e capito tutto prima, però non solo non risolvono niente, ma quando fanno le cose le fanno tutte sotto sotto…

-Ma non è vero ! – insorse Marcosvaldo – Non sono tutti così ! –

-Vedi – disse il Principino – tu pure, se dici che non sono tutti così, vuol dire che qualcuno invece è proprio così !

Marcosvaldo si sentì punto sul vivo. Perchè pensava alle bandiere, ai sacrifici, alle lotte, a quello che in tanti avevano pagato di persona per le proprie idee, e il comportamento di pochi segnava tutti a dito come un marchio infame. Gli veniva quasi da piangere, perchè la Sinistra a L’Aquila contava pochissimo e perchè per qualcuno, davvero, la politica era diventato il modo di sbarcare il lunario. Marcosvaldo, sapeva, sentiva, che mentre per tutti gli altri questo sarebbe stato considerato normale, per uno di Sinistra questo non era normale, era una cosa brutta, e si pagava doppio. Però la politica doveva essere una cosa nobile, una passione, e poteva anche permetterti di vivere materialmente, però dovevi essere migliore degli altri, e dimostrarlo…

-Diciamocelo chiaramente – disse il Principino – con quello che è successo a L’Aquila si potrebbe scrivere un libro di opinioni. Ma quello che conta sono i fatti, e i numeri. Non quelli dell’aereoportuale clandestino che pensava vincesse il conte Franco Dracula, che invece al primo turno ha preso 821 voti meno delle Liste che lo appoggiavano, e al secondo turno ha recuperato  1342 voti, comunque soltanto 521 in più delle Liste che lo appoggiavano. Per carità, risultato decente, ma neanche lui ha incanalato proteste e disagio; ha solo rappresentato una certa idea di città, vecchia, e fatta di interessi piccoli, e del residuo rifiuto di qualunque cosa sappia, anche solo da lontano, di Sinistra. E poi, i fatti, dicono che gli illusi che fanno l’Appello possono continuare a pensare che il merito delle questioni conti qualcosa, fin quando reggono. E i fatti dicono che quegli altri non hanno votato Massimo perchè al processo ha dichiarato la sua verità, e non quella che i seguaci del precursore sismico avrebbero voluto sentirsi dire. Per questo si vota a L’Aquila ! E poi si sono spostati gli equilibri dei poteri, e la ricostruzione è una cosa seria, che non si può lasciare in mano ai dilettanti, o ai sognatori e noi ormai siamo gli Interlocutori, e abbiamo i rapporti con chi deve ricostruire, e abbiamo le idee chiare che l’urbanistica può essere contrattata e se lo facciamo noi lo facciamo per il bene, e gli altri no. A prescindere.

Marcosvaldo si alzò dalla sedia. Tornò al bancone di legno, prese un altro bicchiere di rosso, e lo bevve tutto d’un fiato.  Si sentiva le orecchie ronzare. Avrebbe voluto parlare con i suoi amici delle tante questioni aperte a L’Aquila, del lavoro che non c’era, della bellezza, della lotta da fare ai capitali della camorra, delle banche che stavano cambiando, della chiesa spa, delle piazze, del futuro, dei marciapiedi, del teatro e della musica, del rugby, di una partita a calcio per strada, delle poesie dimenticate… delle tante persone che, in buona fede, tutti i giorni, dimostravano di essere oneste e capaci tra quelli che avevano vinto, e, forse, pure tra quelli che avevano perso. Meno i fascisti, naturalmente.

Gli arrivò l’eco delle ultime parole di Agnesino e Limetta.

-Certo che sarebbe una raffinatissima forma di vendetta dare ad una ex sindacalista la Delega in Giunta per il Personale e intanto continuare a gestire maggioranze variabili… : tra poco si vota per la Regione e per il Parlamento e bisogna fare le cose per bene… –

Non serviva molto ragionare e discutere. La realtà era troppo complessa per il piccolo Marcosvaldo, e ogni volta che pensava di riuscire a partire da un punto, quello sfuggiva e si trasformava in qualcosa d’altro. Eppure certe volte gli sembrava che ci fosse un senso nel fare, nel dire, nel pensare. E gli sembrava che ci fosse la possibilità di farlo insieme, con altri. E non era una condanna inevitabile essere accettati soltanto se si diceva sempre di sì al potente di turno. Se ci si sapeva mimetizzare bene.

Marcosvaldo se ne andò, senza pagare il conto.

Tanto, così fan tutti.

Il Boss è avvisato.

Il Prestigiatore

3 giugno 2012 alle ore 18:01

Il palcoscenico contiene due importanti elementi di scenografia.

Da una parte, il cosiddetto “Decreto Sviluppo” del cosiddetto Ministro dell’Economia Tremonti, del maggio 2011, ha innalzato a un milione di euro, per la Pubblica Amministrazione, la possibilità di svolgere gare d’appalto senza Bando Pubblico, ma a trattativa privata.

Dall’altra, nella legislazione italiana, è difficile ritrovare, e far perseguire, il reato di concussione, e quello di corruzione tra soggetti privati.

Come due sedie, ai lati opposti del palco, su cui sedersi alternativamente, a secondo del copione da interpretare.

Allora si possono immaginare alcune scene, che il Prestigiatore può interpretare, arrivando con la sua tournee a L’Aquila, teatro di importanti appalti pubblici e privati, soprattutto se il pubblico si distrae, o magari è complice.

Ad esempio, a L’Aquila ci sono due squadre, una nel calcio, e l’altra nel rugby. L’intervento finanziario del Prestigiatore, volontario o consigliato,  per supportare le squadre, magari in difficoltà economica, può aprire tante porte. Oliare tante situazioni difficili, semplificare tante procedure intrecciate. E rendere digeribili scelte altrimenti parecchio pesanti.

Un numero particolarmente eccitante del Prestigiatore, è il finanziamento, esplicito e certificato, della campagna elettorale del Sindaco di una importante città del Veneto. Così il Prestigiatore riesce facilmente a presentare progetti e installare isolatori antisismici nei condomini aquilani, e mettere i propri striscioni, da Santa Barbara, a Piazza Palazzo.

Ma il Prestigiatore può assumere molteplici forme. Per esempio può essere “fratello” di molti ai piani alti di una Banca del Territorio, che,  nonostante siano ormai in vigore le norme cosiddette di “Basilea 3”, mantiene aperte linee di credito quasi sulla parola, per lui, mentre nei confronti di altri si è rigorosi. Poi, se capita che importanti dirigenti di una Banca vanno a lavorare in un’altra, non è detto che il Prestigiatore, e tanti suoi colleghi e “fratelli”, non lo seguano. Per puro affetto si intende.

Certo, il Prestigiatore talvolta si ritrova a dover fare di necessità virtù. Per esempio suonando sullo spartito delle normative per la ricostruzione aquilana, ci sono tanti arrangiamenti possibili.

Può accadere che, per la ricostruzione di una casa, i pagamenti siano troppo lenti; allora il Prestigiatore può trovare ampi spazi nel finanziare la Ditta che è stata scelta per il lavoro, e che ha dovuto anticipare materiali e stipendi, e una Ditta aquilana piccola può diventare così un Cavallo di Troia, che contiene in sé capitali equivoci. Visto che le banche applicano le normativa di “Basilea 3”, per le “ditte normali”. E visto che quella Ditta, proprio per i ritardi nei pagamenti, magari non può più neanche presentare il DURC ( Documento di Regolarità Contributiva ), necessario per aggiudicarsi nuovi lavori.

Allora si possono vedere aziende che, nel giro di tre anni, moltiplicano i propri fatturati, partendo magari da una forza lavoro di tre dipendenti. Una magia, appunto.

Un’altra magia del Prestigiatore può essere quella di costruire un piano in più di quello che era prima nella casa abbattuta, magia resa possibile dall’incrocio tra le norme sulla ricostruzione e le normative edilizie regionali e nazionali sempre molto generose. Quel piano magari serve ai condomini come “moneta di scambio” per pagare alla Ditta un adeguamento sismico al 100%, visto che si può arrivare per legge massimo all’80% rispetto al rischio con il finanziamento per la ricostruzione. Così la Ditta acquisisce un pezzo di immobile. E cambia la città. E magari ripulisce qualche capitale macchiato.

Il Prestigiatore può gonfiare le fatture, aiutando così vari soggetti, se serve, magari per aggiudicarsi un lavoro. Che è forse il trucco più semplice.

Oppure il Prestigiatore può subappaltare il lavoro acquisito, e chiedere al Subappaltatore un “contributo” del 30 % sul valore del lavoro aggiudicato. Poi, basta che l’Appaltatore contesti al Subappaltatore il 30% del lavoro svolto, e che il Subappaltatore non si opponga alla contestazione. Così, il “non pagato” diventa guadagno netto.

Il Prestigiatore affitta i propri immobili alla ASL, che così non ricostruisce Collemaggio perché i soldi li spende in affitti.

Il Prestigiatore può aiutare la Pubblica Amministrazione a frazionare un Appalto, così la Pubblica Amministrazione, per aumentare la propria efficienza ed efficacia, svolge il lavoro a trattativa privata. E, magari, così si possono assumere un po’ di amici e amici degli amici del Pubblico Amministratore.

Ma la Pubblica Amministrazione può anche affidare importanti consulenze al Prestigiatore, o ai suoi Amici, così magari certi Contratti di Programma, o Piani Urbanistici somigliano alla quadratura del cerchio, come per ogni “urbanistica contrattata” che si rispetti.

Il Prestigiatore poi, può insegnare a chi debba decidere, nella Pubblica Amministrazione o tra Soggetti privati, come si può dare un aiuto “legale”. Ad esempio il Prestigiatore si offre di acquistare l’immobile o il terreno di uno che ha il potere di decidere, e paga una caparra. Poi l’acquisto non si perfeziona, e la caparra resta nelle tasche di poteva decidere e ha deciso.

Il Prestigiatore può essere bravissimo nel consigliare amichevolmente  la Ditta che ha acquisito un lavoro a chi si debba rivolgere per l’acquisto dei materiali; o a chi quella Ditta debba rivolgersi per l’affitto di macchinario necessario alla costruzione.

Il Prestigiatore abbassa il costo del lavoro assumendo un sacco di Apprendisti o di Lavoratori part-time, o consigliando tanti Lavoratori ad aprirsi una Partita Iva. Da Professionisti si lavora di più, si guadagna meglio, e si pagano meno tasse. E si è più liberi, vuoi mettere ?

Il Prestigiatore passa molto tempo a pensare i “numeri” del suo spettacolo.

E, soprattutto, cerca di riuscire nel suo “numero” più difficile, quello di essere invisibile, e di convincere tutti che non lo hanno mai visto.

In fondo, è uno strano tipo di spettacolo, in cui ha più successo chi ha il nome più nascosto sui cartelloni, e convince tutti che non esiste nemmeno, e che è bene non parlare mai di lui e non applaudirlo.

La tecnica legislativa, lo studio dell’elusione e di come si costruisce un appalto, il pensiero furbo e veloce, i controlli, resi per legge troppo scarsi, la pigrizia e le regole sempre vissute come inutile burocrazia, l’abitudine a fottere il mercato e i contratti, la cura esclusiva dell’interesse particolare e mai di quello comune, sono l’ambiente naturale in cui si muove il Prestigiatore.

Poi, qualche volta, il Prestigiatore è costretto a incazzarsi se trova un pubblico che non applaude, e perciò molla qualche scappellotto amichevole,fa succedere qualche furtarello d’avvertimento; gli scappa di buttare qualche fiammifero nel posto sbagliato. 

Però, se a L’Aquila il Prestigiatore non si è ancora incazzato visibilmente, forse, vuol dire solo una cosa.

Che il Prestigiatore non esiste.

Non sono un urbanista. Perdonatemi.

1 luglio 2012 alle ore 10:22

Considerazioni in merito al Documento della “Commissione per la valutazione urbanistica delle criticità e delle prospettive per la ricostruzione e lo sviluppo della città de L’Aquila”, pubblicato sul sito del Ministero della Coesione Territoriale il 15 giugno scorso.

Il Documento, si apre con una affermazione di principio: centrale è l’impegno prioritario per la ricostruzione del Centro Storico. Bene. Ma la soluzione degli innumerevoli problemi aquilani, di vivibilità, di sicurezza, di sviluppo, di qualità, etc. , non si misura a partire da una singola area della Città, per quanto importante. Bensì , dall’armonia con la quale tutto il Territorio, Centro, Periferie e Frazioni, contemporaneamente, procede verso un nuovo assetto urbano dopo il sisma. Tutti i cittadini hanno diritto a migliorare la propria condizione risolvendo i problemi che li interessano.

Mi piacerebbe che si guardasse a L’Aquila con una prospettiva d’insieme. E non parziale.

E, invece, il Documento ritiene sia necessario partire dalla ricostruzione del Centro Storico per immaginare un futuro da “Smart City”, cioè da città centrata su processi innovativi.

Dovrebbe essere urgente il contrario: partire dai margini più esterni al Territorio, ora fortemente popolati, e densi di strutture produttive e di servizio, anche pubbliche, e in cui sono in atto processi tumultuosi, e arrivare poi al Centro, per innescare processi innovativi virtuosi. Visto che nel Centro Storico ancora non si avvia, purtroppo, un consistente processo di ricostruzione. Tralascio, in questa sede, ogni considerazione sulla “Smart City”.

Il Documento si propone di offrire ai Consorzi di proprietari del Centro Storico le condizioni per andare oltre una logica esclusivamente edilizia nella ricostruzione e imboccare al suo posto un percorso che possa farsi anche imprenditoriale, costruendo le opportune modifiche normative e “premialità” urbanistiche. Ad esempio prevedendo l’ampliamento e la diversificazione delle destinazioni d’uso degli immobili, anche con moderati incrementi di superficie utile, o nello stesso luogo, o altrove : nelle zone ai margini del Centro, o all’esterno del Centro; in quelle zone che il vigente Piano Regolatore definisce di “Attrezzature Generali”, la cui destinazione specifica però può essere cambiata solo da una Delibera del Consiglio Comunale.

Penso sia importante immaginare il futuro della città in un’ottica dinamica. Non mi è mai piaciuta l’idea del “dov’era, com’era”, viste le tante brutture e diseguaglianze presenti anche prima del sisma. Il Documento però, mentre sceglie di non intervenire sull’integrale finanziabilità della sicurezza anti-sismica, pone invece il punto di una possibile evoluzione degli immobili verso  Residenze Sanitarie Assistite o verso la “Filiera turistico ambientale”, tra le altre. Per questo tipo, o altri tipi, di evoluzione, si possono cambiare le destinazioni d’uso, ricostruendo con soldi pubblici, sulla base di progetti privati, ma sempre con una sicurezza sismica finanziabile compresa tra il 60 e l’80% di quella necessaria per Legge, nel quadro di una indennizzabilità massima, che resta sempre rapportata ai prezziari dell’Edilizia Economica e Popolare nella Regione Abruzzo. Anche per il Centro Storico, anche per gli edifici di pregio. Fino a norma contraria.

C’è una scelta precisa: immaginare una idea evolutiva della città, ma a partire dalle norme e dalle risorse finanziarie disponibili. La volontà di far muovere quello che, fino ad ora, è rimasto fermo, conduce però sull’orlo della rottura delle norme di tutela urbanistica e ambientale della Città. Aprendo varchi immensi al malaffare.

Mi pare si costruiscano le premesse per avere una ampia “zona grigia” di scelte urbanistiche, di difficile legittimazione, oltre che, magari, di insopportabile speculazione. Che partano coprendosi di ottime intenzioni, e finiscano per legittimare interventi pesanti per l’identità del Centro Storico e della città nel suo complesso. Se poi si mette in relazione questo Documento, con il “Piano di Ricostruzione del Centro Storico” del Comune de L’Aquila, nella parte in cui si descrivono le risorse finanziarie disponibili, nessuna di carattere privato, il rischio di finanziarie possibili malversazioni private con risorse pubbliche, si fa troppo alto.

 

La ricostruzione di reti di infrastrutturazione, anche “intelligenti”, è fondamentale per il futuro della città. E il Documento contiene molti interessanti spunti, anche se resta profondamente carente sul piano delle risorse disponibili. In questo quadro, però, surrettiziamente, suggerisce che sia possibile utilizzare l’energia prodotta da biomasse della costruenda Centrale di Bazzano, approvata dalla Regione Abruzzo,per il riscaldamento/raffreddamento del Centro Storico. Mi pare una forzatura, quanto meno, e sarebbe interessante conoscere il pensiero del Comune de L’Aquila, i cui tecnici, con parere positivo del Sindaco, hanno approvato a suo tempo quella costruzione, giudicandola peraltro coerente con il Piano Regolatore Generale vigente.

Così come è certamente lodevole la sollecitazione a pensare la ricostruzione ( ancora, perché solo del Centro Storico ? ) in “Classe Gold” per l’Ambiente, ma con quali risorse ?

E sempre in tema di risorse, per la prima volta in assoluto, mi pare, il Governo certifica l’insufficienza delle risorse sin qui stanziate per la ricostruzione della Città de L’Aquila. Il Documento infatti, quantifica in 10, 6 i miliardi di euro sin qui stanziati, di cui 2,9 utilizzati per la gestione dell’Emergenza; 2, utilizzati per i processi di ricostruzione sin qui avviati, e dichiara, esplicitamente, che i restanti 5,7 miliardi sono insufficienti per completare la ricostruzione. Ma a questa affermazione non fa seguito alcuna conseguenza. Non vi è cioè alcun ragionamento avviato, o proposto, per il reperimento delle ulteriori risorse necessarie.

Penso che tutti i soggetti istituzionali del nostro Territorio, a partire dal Presidente della Regione che ha sempre dichiarato che “ i soldi ci sono”, per finire con chi si è battuto col precedente Governo per ottenere una “tassa di scopo”, debbano chiedere conto al Governo attuale di queste sue affermazioni, e battersi affinchè le risorse necessarie siano reperite. E penso che questo tema debba restare al centro delle azioni e delle richieste dei soggetti associativi, datoriali o dei lavoratori, e dei cittadini tutti.

Il Documento poi, si diffonde sulle caratteristiche di una nuova possibile forma di governo del processo di ricostruzione, una volta usciti dall’emergenza. Si immaginano nuove strutture, nuove figure, a partire da un “City Manager”, da reclutare tramite concorso internazionale. Ma continua a non immaginarsi quello che forse sarebbe più semplice e necessario. Una nuova pianta organica del Comune, che preveda il reclutamento delle figure tecniche indispensabili per gestire le complessità che ci aspettano, e le risorse necessarie per alimentarla. Una struttura che dialoghi e risponda, in tempo reale, con i tecnici della ricostruzione, le imprese, i cittadini. E una forte struttura di controllo, se necessario di livello regionale, che dialoghi col Governo, ma solo in funzione di verifica ex-post della liceità e correttezza delle scelte, delle erogazioni finanziarie, dei comportamenti.

Ma quello che servirebbe di più sarebbe un corpus normativo chiaro, coerente, che non crei conflitti di attribuzione e individui invece con precisione chi ha la responsabilità di cosa, e sufficientemente flessibile da poter essere adeguato facilmente all’evoluzione delle esigenze della ricostruzione.

Non mi pare che si vada in questa direzione, purtroppo.

Il cuore del Documento, è nel tentativo di offrire un nuovo modello di Piano per la Ricostruzione.

Partendo dalla Legge 77/2009.

I Comuni predispongono, secondo la Legge, d’intesa col Presidente della Regione, la ripianificazione del territorio comunale per assicurarne la ripresa socio-economica, la riqualificazione dell’abitato, garantendo un’armonica ricostituzione del tessuto urbano abitativo e produttivo, ivi compresi gli insediamenti del Progetto C.A.S.E. Dentro questa ripianificazione, si inserisce, con il compito preminente di essere uno strumento di programmazione pluriennale delle risorse disponibili,il “Piano di Ricostruzione del Centro Storico”.

Il Documento sostiene che la programmazione del Territorio è una competenza regionale. Ma la Regione Abruzzo ha una legge urbanistica che risale al 1983. E che individua il Piano Regolatore Generale come strumento della pianificazione del Territorio. Ma, sostiene ancora il Documento, il Piano Regolatore Generale è uno strumento ormai vecchio e inadatto.

E’ per questa convinzione, che la Commissione che ha redatto il Documento sulle prospettive urbanistiche della città de L’Aquila, indica la necessità di uno strumento solo programmatorio, cui consegua uno strumento operativo capace di essere flessibile nel rapporto tra progetto e atto che autorizzi quel progetto, e uno strumento solo regolamentare che si occupi della gestione del patrimonio edilizio esistente.

Quindi, la proposta è di avere un Piano Strutturale, un Piano Operativo, e un Regolamento Edilizio.

Ma, il Governo non può obbligare la Regione ad una nuova Legge Urbanistica che abbia queste caratteristiche, e non ce ne sarebbe neanche il tempo. Quindi il Governo suggerisce alla Regione un intervento normativo transitorio che consenta ai Comuni, L’Aquila in particolare, la ripianificazione del territorio comunale, secondo quanto previsto dalla L.77/2009, e una nuova strategia urbanistica di ricostruzione.

Credo sia grave, semplicemente, che a tre anni e tre mesi più o meno dal sisma, si giunga alla consapevolezza che non abbiamo una corretta architettura giuridica, al di là della bontà o meno delle proposte governative su cui non intervengo, per la ricostruzione della città. Sono francamente poco interessato alla ricerca delle responsabilità di questa situazione, anche se ho le mie idee, e sono molto più interessato, invece a quel che è accaduto “nel frattempo”. Vale a dire cioè alla enorme massa di cambi di destinazione d’uso, di interventi realizzati, di licenze concesse, etc. sulla base di regole opinabili, contrattabili, senza una trasparente e partecipata e condivisa visione della Città. Ogni singolo atto sin qui avvenuto, avrà forse la sua legittimità giuridica, ma il Documento del Governo, quanto meno, certifica che una ripianificazione del territorio non è stata fatta. In termini di pensiero, elaborazione, generosità verso il futuro. Bensì realizzata, materialmente, sulla spinta dell’emergenza e delle necessità dei cittadini o delle imprese, più o meno legittime o legali, e sulla spinta di iniziative politiche, quanto meno, non lungimiranti. Il Documento del Governo, di fatto, certifica che l’unica ripianificazione del Territorio che sarà possibile sarà quella chiamata a giustificare tutto quanto avvenuto sin qui.

Ecco allora, che il modello del “Piano per la ricostruzione del Centro Storico de L’Aquila” va esteso al resto della città, e, semplicemente, quando ci sono problemi col Piano Regolatore Generale vigente, lo si cambia. In variante, volta per volta. Una disciplina delle varianti è richiesta alla regione Abruzzo. E così, a me sembra, le crepe che si aprono saranno ancora più larghe.

Estendere a tutta la città lo schema degli “Aggregati”, consentirebbe di trattare più agevolmente il tema delle demolizioni e compensazioni edilizie, utilizzando anche le cosiddette “Aree Bianche”, per le quali, secondo il Governo, andrebbe cambiata la Delibera in merito del Consiglio Comunale, per aumentarne l’indice di edificabilità, anche pensando a forme di esproprio, da parte del Comune, che il Governo si impegna a finanziare, ma sempre nell’ambito delle attuali risorse stanziate per il sisma. Neanche aggiuntive.  E, “finalmente”, si indica l’opportunità di prevedere una ricucitura urbana, attraverso nuova edificazione, tra alcuni insediamenti del Progetto C.A.S.E. e il resto della Città. Mi permetto di dire che sarebbe interessante, per i casi che il Governo indica ( Sant’Elia, 1 e 2, Bazzano, Roio, etc. ), conoscere i nomi  delle proprietà dei terreni destinati, secondo gli auspici, a nuova edificazione.

Siamo di fronte alle premesse di quello che, in tempi rapidi, secondo le affermazioni del Governo, si tradurrà in atti di Legge. E’ in corso una discussione su questo, in parte pubblica, e in parte no.

Sono stanco di osservare che il futuro della Città è costruito, a me pare, a partire dagli interessi privati, e non a partire dall’interesse comune, entro il quale gli interessi privati possano trovare la loro soddisfazione. E sono stanco che la Legge serva soltanto a legittimare quello che le forze concrete del Mercato, se così possiamo definirle, ( più o meno lecite ), hanno già determinato.

Sono stanco, anche perché questa discussione avrebbe dovuto essere fatta e avrebbe dovuto produrre tutte le sue conseguenze, normative, politiche, sociali ed economiche, a partire da tre anni fa.

Non mi pare che il Documento del Governo, pure denso di proposte condivisibili, ci faccia compiere il necessario salto di qualità, mi pare invece ci accompagni per mano verso una legittimazione giuridica di scelte urbanistiche per la città, decise da alcuni poteri, certo in modo non trasparente, e per ciò stesso, fatte diventare “sviluppo”.

Abbiamo bisogno invece di riappropriarci, come Città, da subito, dei poteri e delle scelte che riguardano un futuro che è nostro e di chi verrà dopo di noi.

Ossimori

24 luglio 2012 alle ore 17:27

La condizione di crisi economica, la sottrazione della città, sono la normalità del vivere.

Torna nella tua casa, uomo, donna, o giovane, o anziano. Chiudi bene la tua porta, e accendi il televisore. O accendi un computer.

E’ dentro le tue mura, che tu puoi vivere. E, se proprio devi uscire, devi consumare qualcosa, devi pagare qualcosa, devi fare la spesa in un contenitore dedicato. Devi avere rapporti con la Pubblica Amministrazione, che però tagliamo. Nei compiti, nelle risorse, nel personale. Di cui rendiamo inafferrabili le decisioni, incomprensibili le leggi. Una Pubblica Amministrazione minima che dia solo servizi minimi, per una cittadinanza minimizzata.

Fuori dalle tue mura protettive, puoi andare ad un lavoro, se ce l’hai. E sapere che ci dovrai restare fino almeno a sessantasette anni, qualunque esso sia, dal maestro d’asilo, alla muratrice sui ponteggi a trenta metri d’altezza e senza cintura di protezione. E al lavoro devi solo sapere che, qualcuno, tanto vicino come un padrone che conosci, o una multinazionale lontana anni luce, o un Ente Pubblico che deve rientrare dal Debito, in ogni momento, e per una qualunque ragione rivestita più o meno di legittimità giuridica, ti può cacciare via.

Inventarti un lavoro potresti, se hai le conoscenze giuste, se sei simpatico ad una banca, e però è normale che ti chiudano la porta se non sei figlio di. Ed è normale che ti faccia concorrenza quello meno regolare possibile.

Fuori dalle tue mura protettive non c’è nulla che debba avere un senso.

Tutto quello che ha un senso, riguarda te, la tua persona, la tua famiglia, al massimo. Pensa al tuo sogno d’amore, alla tua paura di star male, al prossimo viaggio che forse riuscirai a fare. Ma pensaci da solo, e, al massimo, raccontalo in un social network. Nel quale costruisci la rappresentazione di te stesso. Più vera del vero. Perchè più somigliante all’idea che hai di te stesso, la sola che vuoi comunicare. Fai pubblicità alla tua persona sul banco del mercato mondiale. Ed esaurisci così ogni possibilità di senso, perchè lo vedi pubblicato, fruibile da un tuo simile anche a Timbuctù.

Mentre guidi la tua automobile carro armato ti muovi più o meno ordinatamente e lentamente in colonna e per sentirti libero non ti fermi ai passaggi pedonali, non dai la precedenza e vai più veloce del dovuto e non segnali quando devi girare, attaccato al tuo cellulare come ad una dispensa di ossigeno.

Le strade che percorri costeggiano le porte di ingresso delle case. E non c’è confine tra il tuo tinello e il gas di scarico. E sono strade strette, sempre più strette nelle periferie dove la proprietà privata non fa nessun conto con le distanze di rispetto. E con l’esistenza di altri esseri umani. E sono strade inoculate come un virus insopportabile davanti ai cancelli e alle mura di recinzione, che non tollerano marciapiede, e hanno orrore del vuoto di una piazza. Scendi dalla tua auto e sei direttamente in sala da pranzo col telegiornale acceso.

Ti hanno spiegato che la tua città è soltanto il centro storico. Te lo hanno raccontato da quando sei nato. Ed era vero. Perchè L’Aquila si divide tra chi è nato fuori le mura, e chi dentro. E non fa niente che il San Salvatore stesse dentro le mura. Se sei di Paganica, o di Preturo, o di Bazzano, per te, solo i portici di Corso Vittorio Emanuele dovevano avere senso. Figuriamoci per te, abitante di Scoppito o di San Demetrio. Quindi, torna alle tue mura amiche di Pettino, quando hai respirato un po’ di città. Come dopo una gita dal parente benestante.

E adesso che il centro de L’Aquila, o di San Gregorio, o di Onna, è transennato e puntellato dal differenziale tra il valore dei titoli di Stato tedeschi e quelli italiani, fai sorgere soltanto mitologie sismiche. Di ricordi inventati e agibilità parziali. Per incontrare anime vaganti, bevi. Col volume alto di cosiddetta musica. E commuoviti quando vedi un cane randagio con il coraggio di vivere tra le macerie. Quello stesso cane di cui, il 5 aprile 2009, non riuscivi a sopportare che la ASL non si  occupasse.

Oggi, ti rechi in devoto pellegrinaggio nei luoghi che già prima troppo spesso dovevi vivere come ospite. Mentre ammiri la fantasia dei manufatti legnosi su piattaforma di cemento armato sorti ovunque. Compresa le tenda della Protezione Civile alla Fontana Luminosa trasformata in chiesa provvisoriamente eterna e l’architettura sovietica del San Bernardino fuori le mura, tanto transeunte da diventare inamovibile con il master plan per la piazza non più d’armi. Ma neanche di verde e passeggiate o corse libere.

La tua normalità è essere senza fiato. Perchè se guardi il paesaggio vedi nuclei industriali commissariati, ormai di proprietà della Regione, colmi di ex luoghi di produzione, e ora di uffici anonimi, commerci coatti e pranzi i più veloci possibile.

Se guardi il paesaggio hai una collina ancora bruciata, e una pineta di Roio trasformata in discarica, neanche più accogliente per farci l’amore. Che però puoi trovare gratis sul tuo computer pornografico.

E questo, mentre senti parlare di bellezza. Il passato è bello. Per definizione. Al massimo sono belle le tue pareti di casa, colorate, dopo le riparazioni.

La tua normalità è sperare di tornare al passato mentre rendi eterna la disoccupazione e il rientro dal Debito Pubblico, che ti sei impegnato a pagare in venti anni di comode rate da oltre 40 miliardi di euro all’anno. Dovrai vendertela, la bellezza, per riuscirci. Dal Colosseo al Rosone di Collemaggio, fino a Corno Piccolo. Ivi compresi tutti gli edifici della ASL a Collemaggio, di cui il Comune certifica il Progetto Strategico di Fondi Immobiliari, da realizzare con i soldi della ricostruzione e senza neanche un euro privato.

Ed è la tua normalità non capire.

Non capisci su cosa si discuta quando tutti vorrebbero ricostruire in fretta e bene, e meglio di prima. E siccome non capisci perchè si discuta, se tutti vogliono la stessa cosa, dai ragione a chi strilla di più, o alla vergine cuccia dell’arcivescovo, o a chi ti garantisce che, dentro le tue mura, quelle di casa tua, potrai sempre avere un agognato piatto di arrosticini e di pecora locale. Basta che lo voti in saecula seculorum. E basta che dica quel che vuoi sentirti dire.

E, intanto, quelli che invece capiscono bene perchè discutono, costruiscono norme sempre più tortuose e indecifrabili, foglie di fico perfette per consentire furbizie e arricchimenti svelti, in nome del normale interesse d’impresa, di capitale, di individui o di gruppi o di consorterie. Perchè è normale, che ci sia una zona rossa, “ là dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”.

E sono normali, venti e più anni di cosiddette riforme istituzionali che, in nome di una specie di autonomia senza risorse, hanno frantumato l’idea stessa di Stato, impedendo sistematicamente ogni sguardo capace di scorrere dal locale al mondiale. Con ottomila sistemi elettorali diversi hanno reso possibile finalmente eleggere qualcuno che sta vicino a te, e che non risponde a nulla se non alla prossima scadenza elettorale.

E chi se ne fotte, se, per ricostruire una città ci vogliono venti anni come minimo; ogni cinque anni di governo, o di sindaco, o di presidente della provincia o di presidente della regione, o di parlamentare europeo, cambiamo le norme di riferimento, sapendo che le scadenze elettorali sono ad anni sfalsati, e i colori politici un po’ cambiano, e la quaresima diventa normale, per tanti. Così che, l’unica normalità possibile sia quella di chi può muovere i capitali, il più liberamente possibile, e convincerci che ogni intervento in città, purchè si taglino nastri in appalto, è vero progresso e bellezza, capace di resistere per i prossimi trecento anni. Per loro ci sarà sempre una normale continuità normativa.

Inutile far scelte economiche, politiche o sociali o urbanistiche di lungo periodo, quando nel lungo periodo saremo tutti morti. Direbbe Keynes.

Allora non è normale la gentilezza. Non è normale sorridere. Non è normale se non hai la volpe sotto l’ascella. Non è normale se non parli a nuora perchè suocera intenda. Non è normale se non sei la mamma dei cazzi degli altri e se non fai lo stesso rumore di una lima sorda.

E non è normale se rispetti un contratto o una legge, e non cerchi una raccomandazione. E non è normale chiedere la ricevuta di un pagamento o darla.

E non è neanche normale illuderti di partecipare alla vita della città che ti è stata sottratta e che ti sei un po’ lasciato sottrarre. Perchè invece è normale che la politica sia sozza.

E quanto è normale ad un giovane che abbia idee e capacità e voglia, offrire un contratto a scomparsa, di tre mesi. E se è una donna offrirle un contratto con obbligo di cena intima. Rinnovabile.

E quanto è normale il MUSP: Il Modello Unico di Scuola Precaria.

Un po’ meno normale che ci sia ancora qualcuno che pensi di essere un insegnante, e non di fare l’insegnante.

Ed è normalissimo che a lavorare ci siano macedoni, albanesi, nigeriani, marocchini, tunisini, polacchi, moldavi, rumeni. Purchè poi tornino a casa loro, e ci lascino invecchiare demograficamente tranquilli. E non ci interroghino sulle loro donne velate. O sulla voglia di tanti di loro di migliorarsi e magari mettere radici qui.

Perchè è normale che la responsabilità penale sia di razza, o di religione, e non certo personale, e soprattutto aggirabile con le prescrizioni e i processi abbreviati. Allo stato degli atti. Senza altre indagini scomode.

E’ ora di fare un po’ di conti con sé stessi. E con la propria normalità. A partire da me.

Non mi piaccio molto. Non faccio e non sono abbastanza. E non cerco giustificazioni. Troppe chiacchiere, pochi fatti. E quello che scrivo serve solo, forse, a disturbare la mia normalità.

Il mio intervento impossibile

7 ottobre 2012 alle ore 19:18

Se avessi potuto intervenire alla presentazione del Documento “L’Aquila 2030 – una strategia di sviluppo economico”, promosso dal Ministero per la Coesione Territoriale, avrei detto :

Per quel che vale il mio parere, il Documento mi appare un contributo importante di riflessione per gli strumenti che mette a disposizione della Comunità locale, in termini di analisi, e in termini di proposta.

Ma.

Il contesto cui si fa riferimento, quello della “competizione territoriale”, su scala almeno europea, è considerato un dato acquisito. Immutabile nell’orizzonte temporale scelto. Il che è assolutamente realistico. E però, se il dato saliente è quello della competizione, allora il tema reale è quello del profitto poiché  le risorse economiche si allocano lì dove sono più favorevoli le condizioni di profitto. Il che implicherebbe che, compito della Autorità Pubblica, è la costruzione delle migliori condizioni possibili perché il profitto si espanda, generando così ricchezza. A prescindere da una sua distribuzione più o meno equa, o dal benessere che può crearsi nel territorio nel quale il profitto si genera. E, nelle concrete politiche sin qui messe in campo dagli Stati, l’attenzione al profitto si sostanzia nella deregolamentazione, nella diminuzione dei diritti e dei vincoli, nell’abbattimento delle tasse, nella riduzione dello Stato e delle sue articolazioni, ad uno “Stato minimo”, talvolta in una assenza totale di democrazia.

E’ ovvio che non desidero qui fare un ragionamento più o meno profondo o pertinente su temi generali di politica economica. Mi limito a portare alle “estreme conseguenze”, un dato che nel Documento mi pare di assoluto, quanto sottaciuto rilievo. E le cui implicazioni sarebbero comunque fondamentali per una discussione su una strategia di sviluppo economico del territorio.

Se cioè la tendenza che descrivo ha un minimo di fondamento, dovrebbe realisticamente innervare tutto il Documento, e non restare sullo sfondo di un “non detto”.

Del resto, è lo stesso Documento ad evocare la necessità di un pensiero condiviso capace di superare i “cicli politici” per traguardare seriamente la ricostruzione del nostro territorio. Come se le differenze politiche dovessero essere nullificate di fronte all’altezza e all’importanza dell’obiettivo. E, persino questo, è in parte vero e necessario. Si tratterebbe semmai di esplicitare più a fondo di cosa parliamo. In termini di contesto certamente, ma anche di scelte operative pratiche. Perchè quanto il Documento propone, potrebbe essere letto anche come un invito implicito alle forze politiche, sociali ed economiche del Territorio a trovare una convergenza unitaria su uno schema di ragionamento e di intervento che, in realtà, di per sé, lascerebbe ben poco spazio a letture o pratiche di altro segno. Questo, naturalmente, a prescindere da ogni considerazione sulla  qualità della classe dirigente, e anche sulla condivisibilità o meno della necessità di un pensiero di fondo che attraversi indenne le diverse formazioni politiche chiamate a realizzarlo.

Se tuttavia volessi lasciar correre questi aspetti di fondo, e mi limitassi ad una riflessione nel merito delle analisi e delle proposte formulate nel Documento, proverei ad invertirne alcune priorità.

La questione che mi appare più rilevante è il “tempo”.

Noi abbiamo bisogno di incrociare diversi “tempi”. Mentre si procede alla ricostruzione fisica, dovremmo in essa innervare il tempo di una “riforma in senso pubblico” della città, che è la precondizione perchè sia possibile sostanziare il tempo di una strategia di sviluppo economico.

Ma, in quest’ottica, se considerassimo un “dato di fatto irreversibile” il proliferare dell’abusivismo, o la riallocazione in capannoni industriali non solo del commercio, ma persino di importanti servizi anche pubblici, sarebbe condannata alla sconfitta ogni ipotesi di possibile progresso.

E quindi, occorre agire il tempo del controllo stringente sull’oggi. In senso antisimico, di rispetto dell’ambiente e del paesaggio, di efficienza e di efficacia della burocrazia, di risparmio energetico, di dotazione infrastrutturale etc.

Il Documento parla di diversi “masterplan” che possano concorrere alla ricostruzione fisico-spaziale del Territorio, colmandone i disequilibri, quelli preesistenti al sisma, e quelli susseguenti, a partire dal Progetto C.A.S.E.

Ma il vero tempo di cui abbiamo bisogno, è quello di un nuovo Piano Regolatore Generale.  Le Istituzioni Locali dovrebbero dare il via, a partire dai Centri Storici, a tutte quelle ricostruzioni che siano coerenti con il vigente Piano Regolatore, e, contemporaneamente, aprire il cantiere di un nuovo Piano Regolatore. Che affronti il tema di una città nuova. Il tema di una città e del suo territorio, e delle relazioni con i Comuni vicini, che vogliano traguardare, appunto, il 2030.

E’ dentro il discorso del Piano, che può affrontarsi la mobilità sostenibile, il risparmio energetico e le energie alternative, l’infrastrutturazione intelligente e la gestione integrale del ciclo dei rifiuti; la tutela del paesaggio, anche rurale, e la trasformazione degli spazi interstiziali dello sprawl periferico in spazi pubblici, di servizio, o ludici o di socializzazione; la ricostruzione di nuove relazioni con le Frazioni de L’Aquila, e nuove gerarchizzazioni del Territorio che costruiscano più “Centri”, sottraendo anche così il discorso pubblico alla dittatura della rendita fondiaria. E’ dentro il discorso del Piano che si può affrontare il tema della trasformazione della rete ferroviaria in rete metropolitana che collega l’asse Est-Ovest del Territorio, con i necessari nodi trasversali del trasporto pubblico su gomma riconvertito ecologicamente;  possono così costruirsi reali percorsi di fruizione delle emergenze storico-artistiche della città e del Territorio, valorizzando anche il percorso fluviale in funzione di infrastruttura pubblica sottratta al trasporto veicolare privato. E’ dentro il discorso del Piano, che può intrecciarsi una necessaria alleanza, anche in funzione anti-speculativa, tra investimenti pubblici, investimenti delle agenzie pubbliche e capitale privato.

Penso si debba smettere di posticipare il tempo di un nuovo Piano Regolatore Generale, poiché continuare a spostare l’orologio in avanti, significa semplicemente cedere agli interventi “in deroga”, dettati da interessi privati, e rendere impossibile una riforma in senso pubblico della città e del suo territorio, e, in ultima analisi, rendere impossibile una seria strategia di sviluppo economico, rendendo reale quello che il Documento chiama uno “scenario senza intervento”, cioè uno scenario di declino irreversibile.

La vittoria sui disequilibri fisico-spaziali della città e del suo territorio, pre e post terremoto, è, di per sé, già una strategia di sviluppo economico.

Il Documento ministeriale, mi scuso della semplificazione, prefigura per L’Aquila, un futuro da “Città universitaria”, su cui investire. Mi pare però che non indaghi abbastanza su due possibili implicazioni di questa scelta. Da una parte, vi è tutto il tema del legame tra Università e Sanità, che coinvolge, indirettamente le questioni dell’Assistenza e del Welfare ( anche tenendo conto della composizione demografica del Territorio ), ma anche i possibili sviluppi in tema di Ricerca e di Tecnologie.

Dall’altra, il tema del rapporto tra Università, Ricerca e Imprese del Territorio, che, lungi dall’essere “orientato al mercato”, come il Documento presupporrebbe con grave attacco alla stessa autonomia della Ricerca e dell’Insegnamento, dovrebbe ovviamente evitare di essere collocato in torri d’avorio inaccessibili alle concrete esigenze delle Imprese.

La Città Universitaria, dovrebbe essere luogo anche di “scambi fisici” tra Ricercatori. Di comunicazione. E penso sia qui il caso di inserire un ragionamento del riuso delle caserme cittadine per campus, non per studenti, ma di residenzialità per Ricercatori, Dottorandi, Docenti, e anche Tecnici e Ingegneri, legati ai processi di Ricostruzione e alle Imprese hi-tech del Territorio.

Così come lo spazio ex-Italtel, di proprietà del Comune, potrebbe divenire uno straordinario luogo fisico di accoglienza per persone e imprese e Enti Formativi che leghino la Ricostruzione all’innovazione tecnologica, nelle comunicazioni, nell’energia, nelle tecniche costruttive e di restauro e che comunichino con l’Università anche per esperienze di incubazione d’impresa.

E’ anche su queste basi che si qualificano e nascono Servizi avanzati e imprese dedicate.

Pur se accennato dal Documento del Ministero, un altro grande tema mi pare urgente e necessario. Ed è quello del rapporto con i flussi migratori legati ai processi di ricostruzione. Questi flussi cambieranno la composizione sociale e demografica della città e del territorio. Non è qui il luogo per un ragionamento complesso sui processi di integrazione. Ma una cosa è certa: non ci si può limitare a pensare che gli immigrati possano essere la chiave per risolvere il tema dello spopolamento dei centri minori o delle frazioni. Questo significherebbe la costruzione di sostanziali ghettizazioni e separatezze, pericolosissimi per il futuro. E la questione andrebbe affrontata a partire dalle scuole. Di ogni ordine e grado, la cui ricostruzione e riallocazione è tema decisivo anche in questo senso e non possiamo permetterci di non discuterlo fino al 2030.

Resta assente dallo scenario prefigurato dal Documento il tema del rapporto tra giovani in particolare, e nuove forme di comunicazione, di arte, di cultura. Spazi non utilizzati già oggi permetterebbero, con il concorso anche delle Istituzioni Culturali presenti in città, di immaginare nuovi percorsi di accumulazione e confronto di saperi, di esperienze, di laboratori di idee. Cio’ dovrebbe riguardare ovviamente anche gli spazi pubblici da recuperare e dedicare allo sport e allo spettacolo.

Non sarebbe sufficiente un “Urban Center” per la partecipazione democratica reale ai processi di trasformazione della città e del territorio; sarebbe necessario un “Media Center”, che anche per questa via accorci le distanze con Roma, in funzione di decentramento e di scambio ad esempio.

Il Documento del Ministero per la Coesione Territoriale è un documento molto serio, da non liquidare con le mie poche parole. E propone analisi e soluzioni dotate di fondamento. E però, se si vuole davvero accompagnare il processo di ricostruzione/costruzione, il rapporto tra L’Aquila e il Governo nazionale, non può limitarsi al controllo delle risorse stanziate e ad uno stimolo “culturale”, ma deve strutturarsi in una “camera di compensazione” dei processi e delle normative, tra pari, si potrebbe quasi dire. Altrimenti quel che accadrà sarà solo la ricerca costante di sponde per affinità politiche nelle diverse stagioni e la lamentazione per le insufficienze che potranno verificarsi.

E su questo, il tema delle risorse disponibili, in particolare in una fase di crisi, resta decisivo, anche alla luce della concreta possibilità che l’Abruzzo, e l’Aquila, escano dal sistema degli aiuti europei con la prossima programmazione comunitaria. Con il che, invece di realizzare un laboratorio per un modello di ricostruzione urbana e territoriale in una zona altamente sismica del Paese, e di possibile sviluppo economico, ci ritroveremmo, da qui al 2030, davvero a diventare semplici custodi di “ruderi”.

Grazie dell’attenzione.

Alienazioni

16 ottobre 2012 alle ore 15:00

Sei infilato dentro una scatola.

La scatola può essere colorata. Oppure grigia e pesante. Può anche essere diroccata e puntellata.

Ma sei infilato dentro una scatola.

Tu non decidi per te. Ci sono altri che lo fanno, e ti sollevano dalla fatica. Qualcuno insegue i tuoi gusti e gli istinti per spiegarti cosa deve piacerti. E te lo offre pronta consegna, come se avesse letto nel fondo dei tuoi occhi. Qualcuno ti impone i gesti, i percorsi e le strade. Forse lo fa per il tuo bene. O forse lo fa per il suo profitto, che però è un bene superiore. E certe volte ti premia, quando gli cade una briciola dalla tovaglia. O quando ti lascia spiare nel suo mondo dorato. Mentre dentro di te sedimenti, come un fiume che non si ferma, che quello è il modo giusto di essere. Dalla taglia delle mutande, alla marca della pistola.

Qualcuno ti spreme il tempo.

Mentre sei confortato in automobile dalla musica, dal condizionamento dell’aria, dalla protesi telefonica. E ti rechi dalla tua quasi-casa al tuo indispensabile appuntamento con l’acquisto. Lontano, in una terra straniera di capanne cementificate industriali con le vetrine.

Mentre devi ripetere in serie i gesti del tuo lavoro efficientandoli produttivamente sotto le urla silenziose del ricatto. Mentre non ti è chiesto di comprendere quel che fai, ma solo che devi farlo. E come ti viene detto di farlo. Per pensare hai tempo. Dopo.

Mentre rincorri nomi invisibili che devono esprimere un parere sulla tua ricostruzione, o sulla tua preparazione. E il tempo diventa denaro. E anche impossibilità di vivere dentro spazi che non puoi scegliere.

Ci sono i sogni pret a porter.

La bellezza che devi avere la puoi comprare da un manifesto sulla strada. Iniettandoti abbronzature invernali e botulini estivi. O puoi comprare armi allo scopo di avere viaggi in regalo, quelli dei tuoi sogni ovvio. E poter scrivere, sulla giusta app quante città hai toccato in fuga. Tra uno scalo e l’altro mentre acquisti nei free shop una confezione di salmone thailandese. Ma, di certo, puoi anche sognare che riapra il cinema in centro. Purchè la prima proiezione sia “Gli amici del bar Margherita”.

E se sognavi di partecipare ad una discussione che decidesse del tuo qualunque futuro, puoi sempre consolarti con le classifiche della razza. Abruzzese forte e gentile, ma non operoso come l’Emiliano, certo non camorrista come fu il Campano. Sogna che il male sia solo d’importazione. E che la televisioni ti nomini quando una velina dirige l’orchestra wagner dall’auditorium del Palladio. Così sogni d’essere ancora notizia.

Quelle che il giorno dopo, servono ad incartare il pesce.

E, soprattutto, sogna una scuola migliore, che esca dal musp e torni in casa dove finalmente “ il marchesino d’alto ingegno perchè d’alto lignaggio”, abbia il giusto premio con una laurea odoris causa.

Qualcuno spiega che ti sbagli.

Mentre stendi la memoria ad asciugare accanto ai calzini. La tua memoria ti racconta la città dove non sei mai stato e quella che non avrai mai. Perchè leghi la tua memoria alle mani che camminavano accanto a te, e non al tramonto di una città già devastata e tradita. E ti annodi ad un passato che altri hanno riscritto a loro uso e consumo. E dalla memoria scacci tutte le doppiezze mentre non riconosci nulla di quel che hai intorno, recintato d’arancione cantiere. E cammini senza vedere quello che non c’è più, quello che non c’è mai stato e quello che ti raccontano sorgerà all’alba. Ma ti sbagli, comunque ti sbagli. Perchè il tuo domani qualcuno l’ha già trovato, e a te non resta che adeguarti.

Sei in una scatola. Del computer, della televisione. Di una C.A.S.A. O di una S.C.U.O.L.A o di un Ufficio di Collocamento. Sei in una scatola, alla fabbrica e nel tuo ufficio. In una Chiesa.

Il problema è che fin quando non vedi i nastrini colorati che ti legano graziosamente penserai anche che sono prigionieri. Gli altri.

Siamo tutti a termine, ma qualcuno più degli altri.

Per questo, ci dobbiamo riconoscere. E non avere più paura.

Italtel

20 ottobre 2012 alle ore 11:46

C’era un intero territorio dentro quella fabbrica.

Con tutte le sue contraddizioni, e con tutte le sue possibili potenzialità. E la sua fine ufficiale, oggi, avviene in silenzio. Come una morte dopo una lunga malattia. Una luce che si spegne su una storia di cui L’Aquila ha già perso memoria, quasi fosse una colpa di cui non si vuole pagare il prezzo.

Quella fabbrica appartiene ad un tempo in cui lo Stato interveniva nell’economia reale. Molti direbbero che era un’aberrazione. E molti ne potrebbero avere nostalgia, come di qualcosa che proteggeva dalla durezza della legge dei mercati.

Di certo, quell’intervento produsse avanzamenti tecnologici essenziali per il Paese. E produsse la possibilità che il Sud conoscesse l’industria, e L’Aquila era, e forse è ancora, Sud. Ma produsse anche sprechi e clientele. E produsse però saperi diffusi, di cui l’Italtel de L’Aquila era ricca. Saperi cui una mentalità conservatrice del territorio ha sempre impedito di fecondare nuove aziende, di aprire altre strade. E, nel contempo, in molti, produsse l’idea drammatica che bisognasse sempre aspettare soluzioni da altri, dalla politica in primo luogo.

Era una fabbrica fatta di donne, prevalentemente. Il che introduceva una novità rilevante nella società di un territorio interno e di provincia come il nostro. Una novità non sempre ben digerita in una città che si autorappresentava quasi aristocraticamente.

Il peso numerico dell’occupazione in quella fabbrica, per un territorio come L’Aquila, era di assoluto rilievo, tanto che si potrebbe dire che ben poche famiglie non avessero un parente all’interno di quei cancelli. Ma questo, salvo rarissimi momenti, non significò mai una piena compenetrazione tra fabbrica e territorio. Anzi. La fabbrica era e restò per lungo tempo un corpo estraneo e perturbatore. Perchè consentì un reale progresso sociale per molte e per molti, inviso a una parte importante della città, e una diffusione di ricchezza che la politica cittadina usò in larga misura non per accrescere e modificare la propria cultura, ma per giustificare processi di inurbamento selvaggio e speculazione edilizia diffusa. Tenendo sempre, il più possibile, ai margini, la diretta rappresentanza di quel mondo del lavoro. Eppure, in quell’azienda, si diffondeva, grazie anche alla contrattazione sindacale, una cultura diversa del lavoro, e della crescita professionale. Le cui competenze, oggi, sono in larga parte disperse e bruciate.

La stagione decisiva fu quella dei primi anni ’90. Quando, quasi come in una perfetta sceneggiatura da film, mentre a Roma il gruppo dirigente Italtel illustrava alla delegazione sindacale nazionale i piani industriali triennali dell’azienda ( triennali ! ), arrivava la notizia, tramite i primi telefonini, che persino il Ministro della Giustizia, Claudio Martelli, era stato raggiunto da avviso di garanzia per corruzione. Quando il Paese, di fronte ad una crisi pesante del debito pubblico e dell’inflazione, e con la scelta da compiere di entrare o meno nel gruppo di testa che avrebbe costituito l’Unione Europea, scelse di privatizzare quasi tutto il proprio apparato industriale pubblico. Ma con una pura logica di cassa. Di svendita. Proprio come oggi si guarda al patrimonio immobiliare, paesaggistico, d’arte, pubblico, come strumento per ripianare le casse dello Stato. Fu un processo di dissennato impoverimento in realtà, compiuto da una classe politica debole, impaurita, sotto ricatto della criminalità organizzata e di oscure trame, che ritorna oggi, sotto vesti ancora più radicali e drammatiche. Mentre gli ultimi operai di quella che un tempo era l’Italtel, vengono licenziati nel silenzio del terremoto e degli imperativi di un mercato globalizzato, senza alcun freno.

Un mercato che non ha prodotto, in questi ultimi venti anni, maggiori ricchezze e opportunità per i cittadini italiani e aquilani. Ma perdita di diritti, spreco di saperi, divaricazione maggiore tra ricchi e poveri, minore eguaglianza, costi umani altissimi. E anche spreco di risorse pubbliche. Perchè venti anni di ammortizzatori sociali non sono venti anni di investimenti per il futuro. Ma solo il modo con il quale è stato chiesto al Sindacato e ai Lavoratori, di tacere. Di gestire le conseguenze di fatti economici di cui non è mai stato realmente possibile discutere la radice.

Ecco l’unica grande responsabilità della politica. Quella di essersi consegnata mani e piedi ad una impossibilità di discussione di un paradigma economico. Per questo, negli anni, ho sempre considerato le manifestazioni fatte davanti a Regione o Comune, o persino davanti ai Ministeri poco più che il sussulto di una impotenza. Mai in grado di chiedere e di aspettarsi risposte che fossero realmente capaci di restituire un futuro alla cultura industriale dispersa della nostra città. Anche quando le organizzavo io, insieme ad altri, quelle manifestazioni.

E forse è anche per questo che oggi, questa fine burocratica di quella esperienza industriale mi brucia di più. Perchè la nostra città forse non ha mai compreso fino in fondo quale tesoro di potenzialità sociali, economiche, politiche, industriali, culturali, umane fosse quella fabbrica. E forse non lo hanno compreso neanche tanti di quei Lavoratori e di quelle Lavoratrici che un costume distorto aveva deresponsabilizzato. E di cui restano oggi pochi invisibili. “Esodati”, consegnati ad un limbo di inutilità da anni di cassa integrazione senza speranza e da una criminale riforma del sistema pensionistico.

Mi brucia il silenzio. E mi fa rabbia l’assenza di prospettive e di discussione.

La città conserva ancora un luogo fisico. Quel luogo fisico. E per quanto possibile dovrebbe sentire il dovere, urgente, di lavorare perchè quel luogo sia ancora una possibilità per i nostri giovani. Per i nostri saperi. Senza facili speculazioni o scelte avventurose. Ma con serietà. Sapendo di confrontarsi con un mondo e con un’economia profondamente cambiati. Sapendo che il tempo dell’assistenza è finito. Soprattutto gli imprenditori dovrebbero saperlo. E il sistema bancario del territorio, le sue Fondazioni, che potrebbero dare un serio impulso a nuove strumentazioni di sostegno perchè quel luogo non sia il cimitero che è oggi. Ma qualcosa di vivo e pulsante.

Non ho nostalgie del passato. Non voglio puntare il dito su responsabilità di altri, e, per quanto minori, mi assumo anche le mie. E non penso certo con queste poche righe di aver esaurito un tema così ampio e complesso. Ma perchè la fine silenziosa di oggi, meritevole solo di stanche righe di qualche comunicato stampa, sia compresa sino in fondo e possa essere stimolo per una ricostruzione reale della città e del suo territorio, per questo ho scritto. Per questo vorrei che la città discutesse e coinvolgesse ogni sua rappresentanza politica e istituzionale, e imprenditoriale e sociale. Perchè questa non dovrebbe essere materia di campagna elettorale, ma impegno vero di una comunità per il proprio futuro.

Lettera a Luigi tra dieci anni.

19 novembre 2012 alle ore 18:56

Caro Luigi,

forse oggi ti starai chiedendo dov’eri il 25 novembre di dieci anni fa. Avevi quarantotto anni allora, e ti stavi scrivendo questa lettera. Hai pensato di scrivertela perché così avresti potuto capire, a distanza di tempo, quando la memoria magari perde dettagli importanti, o magari tutta la bussola, il perché di una tua particolare scelta. Certo, auspicando che tra dieci anni tu sia ancora qui a calpestare questa terra, e che tra dieci anni, appunto, tu possa conservare una qualche curiosità sul te stesso del passato.

Devi sapere che, il 25 novembre del 2012, con grande personale sofferenza, non sei andato a votare per le Primarie del CentroSinistra. Col tempo, magari, avrai trovato ottime motivazioni per confermare la tua scelta di allora, o forse, avrai avuto modo di pentirtene amaramente. Per questo, mi pare giusto, oggi, mentre la tua scelta ancora ti brucia dentro, provare a spiegartela.

Per arrivare a questa scelta, ti sei posto una prima domanda. Ti sei chiesto cioè, se, nonostante tutte le differenze di opinione, o di idee, o di scelte concretamente effettuate dai partiti che danno vita oggi a quelle elezioni, tu avresti dovuto comunque andare a votare.  In nome, ad esempio,  di una storia in parte comune, o di una appartenenza ad una parte politica comune, che potremmo genericamente definire “progressista”.  Oppure  in nome di una superiore necessità politica derivante, o dal voler dare una più ampia base popolare possibile di partecipazione democratica al processo delle Primarie, e/o dal voler influire anche tu, nel tuo piccolo, a quello stesso processo per dargli esiti il più possibile vicino alle tue priorità. Ci hai pensato molto, voglio rassicurarti. E hai scelto di non andare a votare.

Hai pensato che, stavolta, al contrario di tante altre volte, l’argomento di una “superiore necessità politica, in nome di fini ultimi condivisibili”, era per te un argomento senza più alcun rapporto con la realtà. Soprattutto, era un argomento divenuto per te, soggettivamente, inaccettabile. Sei stato presuntuoso, quindi, devi saperlo. Nella tua scelta ha prevalso un orientamento che è stato innanzitutto di tipo individuale, , ma che, scavando, avevi la sensazione fosse in realtà frutto di una particolare sensibilità che magari era anche di altri e non solo tua. Te lo dirà il tempo, se avevi ragione o torto. Ma tu hai pensato che il rifiuto di partecipare fosse, insieme, una determinazione individuale, maturata nel chiuso dei tuoi pensieri, e anche un gesto di rappresentanza. La rappresentanza cioè di un insieme di altre persone e sensibilità che pensano che questo modo di fare politica, per quanto spesso colmo di generosità, sacrificio, intelligenza, scelga strumenti e fini ormai sbagliati.

Ti racconto una storia, per provare a chiarirti questo punto.

Si era a metà degli anni ’90. E in una riunione, il deputato del tuo territorio di allora, L’Aquila, sosteneva che bisognasse andare a votare positivamente al referendum che aboliva il sistema elettorale proporzionale, con la motivazione che, un sistema maggioritario, avrebbe consentito di scegliere direttamente, da parte dei cittadini la loro rappresentanza, e che proprio in forza di questa scelta diretta si sarebbero rafforzati i processi di controllo, da parte dei cittadini nei confronti dell’eletto, e anche i processi partecipazione democratica, visto che ogni cittadino sarebbe stato coinvolto nella scelta dei candidati.

Tu votasti contro quel sistema elettorale maggioritario.

Temevi che la politica sarebbe divenuta troppo personalizzata; che dalla possibilità di essere eletti sarebbero stati espulsi quelli che non avevano le risorse economiche per fare la campagna elettorale; temevi che la rappresentanza politica sarebbe stata impedita a minoranze anche consistenti e importanti per il Paese, con grave danno per la Democrazia, che sarebbe divenuta a quel punto solo il terreno di conquista per chi, meglio, avrebbe saputo vendere il proprio prodotto di largo consumo, non necessariamente il migliore.

Che cosa sia accaduto di quelle affermazioni puoi scoprirlo, se te lo sei dimenticato, leggendo le cronache italiane 1994-2012, e potrai così scoprire la differenza tra la parola “propaganda”, e la parola “politica”.

La scelta di quel tempo, in fondo, è la stessa che stai facendo oggi.

Le Primarie, sono certamente un bellissimo sistema di partecipazione democratica. Ma sono un sistema che, per sua natura, personalizza la politica, stempera le idee, rendendole in qualche misura persino inutili, dentro il confronto tra personalità e tecniche di comunicazione e di mobilitazione.

Voglio, ancora una volta rassicurarti. Ti sei anche posto una seconda domanda. Se, cioè, la scelta dello strumento delle Primarie, non sia una scelta che interpreti correttamente lo “spirito dei tempi”, se cioè non sia una scelta che è esattamente interprete delle volontà di un elettorato, di una base popolare, del Paese, complessivamente, che chiede di decidere direttamente, non fidandosi per nulla di un sistema-partito, o di un sistema dei partiti le cui mediazioni o processi di selezione interni troppe volte hanno dato prova di sordità alle domande del Paese, o vengano condizionati da logiche che nulla hanno a che vedere con la scelta dei “migliori”, ma solo con la scelte dei più “potenti” dentro un ambito ristretto. Più potenti, magari perché meglio di altri in grado di manovrare le leve clientelari del potere anche all’interno di un singolo partito o di una coalizione di partiti.

Qui, per te, è entrata in gioco una questione molto di merito. Per quanto possa sembrare ancora di metodo. Una questione che ti ha fatto pensare che, ammesso sia questo lo “spirito dei tempi”, esso andava contrastato, e non favorito.

La scelta di uno strumento, dovrebbe essere coerente con la scelta dei fini che si vogliono raggiungere con quello strumento. Quindi la scelta di uno strumento, apparentemente di “democrazia diretta”, chiama in causa la forma stessa della Democrazia di questo Paese. E ne prefigura una evoluzione, che oggi, non ti piace. Magari tra dieci anni avrai cambiato idea.

Vedi Luigi, nel momento in cui ti scrivo, la Costituzione della Repubblica, è ancora quella del 1948, per fortuna. Quella Costituzione, prevede un forte equilibrio dei poteri. Tra potere Legislativo, Esecutivo, e Giudiziario. E non immaginava nessuno di quei poteri “personalizzato”. Incarnato cioè da una singola persona votata dal popolo. Perché sapeva, quella Costituzione, che questo avrebbe significato inevitabilmente, persino al di là delle singole volontà, uno squilibrio dei poteri, modificandone le fonti di legittimazione. E non voleva correre questo rischio. Per il bene dell’Italia, appena uscita da una dittatura, e che avrebbe corso il medesimo rischio con Berlusconi. D’altra parte Luigi, non sono forse le stesse forze politiche che oggi organizzano le Primarie, ad aver difeso, più o meno bene lasciamo perdere questa valutazione ora, in nome della Democrazia, e dell’equilibrio dei poteri, l’Italia, dai ripetuti e sconvolgenti tentativi di torsione autoritaria che Berlusconi ha provato a dare durante tutto l’arco della sua esperienza politica ?

Allora, non è che se una cosa la faccio io che sono buono e giusto, di per sé quella cosa è buona e giusta. Una politica avveduta, che non pensi prima a costruire una nuova ed equilibrata architettura statuale, anche comprendendo nuovi eventuali poteri o forme di legittimazione diverse per i singoli poteri dello Stato, non si balocca come un apprendista stregone con qualcosa che sottende, di per sé, un’altra idea di Stato, potenzialmente più autoritaria di quella che fino ad oggi hai vissuto. Potenzialmente più autoritaria perché personalizzata, direttamente scelta dal popolo. Sciolta quindi dalle necessarie mediazioni, con altri soggetti politici o con i corpi intermedi dello Stato, dalle Associazioni ai Sindacati, nessuno dei quali oggi, incredibilmente caro Luigi futuro, su questo dice nulla. Ma cosa diranno i corpi intermedi quando magari di fronte a scelte difficili, il nuovo Capo dell’Esecutivo, legittimato a partire da un voto diretto del suo elettorato, dirà che sono soltanto le sue idee ad essere quelle giuste perché il popolo, comunque una parte importante di esso, lo ha delegato a governare, se oggi tacciono ?

Questo, caro Luigi, è uno di quei casi in la forma ti appare sostanza. E, naturalmente, speri di sbagliarti. Saranno i dieci anni passati tra quando hai scritto questa lettera, e quando la leggerai, a risponderti, oggi hai scelto un “principio di precauzione”, come quello che senti quando vai a fare la spesa al supermercato, con la voce dell’altoparlante che ti dice che non troverai in vendita prodotti geneticamente modificati, non perché si sia contrari alla ricerca scientifica, ma perché non si hanno sufficienti elementi per capire se un prodotto geneticamente modificato possa far male o meno alla salute. Nel dubbio, meglio prevenire.

A questo punto, Luigi, ti ricordo che c’erano anche tante questioni di merito che ti impedivano di andare a votare alle Primarie.

Le Primarie si svolsero sulla base di una “Carta d’Intenti”, sottoscritta, si dice, da tutti i candidati ( anche se su questo, all’epoca, tu manifestavi qualche dubbio, viste le parole dei candidati stessi, in più occasioni contraddittorie con quel Documento ).

La Carta d’Intenti, aveva un nome bellissimo “Italia Bene Comune”, ed era un Documento interessante, nonostante la forzata sinteticità.

Però diceva delle cose importanti che non ti piacevano, e ne ometteva altre che per te invece sarebbero state essenziali. Per esempio, la Carta assumeva come fondamentale l’impegno di tutti a rispettare e difendere gli impegni assunti a quell’epoca, oggi cioè, mentre ti scrivo, con l’Europa. Impegni, bada bene, assunti da un Governo di cui il CentroSinistra non faceva parte ma di cui aveva votato tutti i provvedimenti.

Impegni fondati sulla necessità di abbattere il Debito Pubblico dell’Italia, corroborati dal vincolo costituzionale, recentemente introdotto, al pareggio di Bilancio, vincolo in via di estensione a tutti gli Enti Locali. Tu, Luigi, pensavi allora, cioè oggi, che di fronte a un impegno vincolato di questa natura, non vi sarebbe stata sostanziale differenza tra chi fosse chiamato alla guida del Paese. Pensavi cioè che le politiche economiche praticabili sarebbero state strutturalmente simili, chiunque fosse andato al Governo. Simili e ingiuste. Non perché non si dovesse rientrare dal Debito Pubblico, ma perché, nei fatti, questa scelta era come mettere le mutande alla Storia. E poco importava se nella Carta c’era un generico auspicio a costruire un’Europa politica migliore. Una forza di CentroSinistra non può decidere, nella Costituzione del proprio Paese, che si può dare il premio Nobel per l’Economia solo a teorici monetaristi. Gli stessi che hanno ispirato le idee e le concrete politiche di chi ha materialmente prodotto la drammatica Crisi che stiamo vivendo dal 2008 e che spero che quando mi leggerai tra dieci anni sia finita. Non te la faccio lunga su questo, che meriterebbe ben altro approfondimento, solo perché spero che tra dieci anni avrai conservato una idea di politica economica decente e realistica; se non fosse così, ti chiedo scusa sin d’ora e ti chiedo di rileggere qualcuno dei tuoi vecchi libri di oggi per capire cosa pensavi.

Direttamente discendente da questo punto vi è la questione, largamente omessa in quel Documento, relativa al cosiddetto “modello di sviluppo”. Tu, Luigi, pensavi che, la Demografia, la Crisi Economica, la Questione Ambientale, la Questione Democratica, dei Diritti e della Pace nel mondo, fossero tutte facce dello stesso prisma. Collegate tra loro inscindibilmente, e che da una risposta in positivo a questi temi, dipendesse la stessa sopravvivenza della specie umana. Eri un po’ apocalittico dieci anni fa caro Luigi, e se mi stai leggendo, magari, per fortuna, ti sbagliavi. Pensavi che fossimo già in ritardo nello scegliere di cambiare completamente il modo di produzione del Pianeta, come unico scampo alla distruzione. E che da questo discendessero una serie di scelte fondamentali. E pensavi che accollarsi questo tipo di questioni fosse necessario, anche nelle Primarie, che pure si disputavano invece sulla “rottamazione”, o sulla “responsabilità”, o sulla “omosessualita’”, o sulla “competitività”… Eri anche un po’ massimalista all’epoca, Luigi.

E poi, per fare tutto quel che c’era scritto sulla Carta d’Intenti, chi si candidava alle Primarie, si vincolava a “promuovere un accordo di legislatura con le forze del “Centro Liberale” del nostro Paese”. Facevi moltissima fatica, all’epoca Luigi a individuare in Italia “forze del Centro Liberale”. In un panorama politico pieno di forze di destra reazionaria, talvolta esplicitamente razzista, confessionale per convenienza, collusa non episodicamente con varie forme di criminalità organizzata. Propugnatrice di politiche ingiuste, prone ai voleri del potere temporale della Chiesa. Di Liberale trovavi molto poco, ammesso che Liberale fosse migliore di una “Sinistra”, finalmente non più legata all’esperienza storica del Comunismo, lo pensavi già allora Luigi, sulla scorta di quel che diceva Hobsbawm, il tuo storico preferito, che sosteneva, da marxista, che la concreta esperienza storica del Comunismo fosse proponibile solo in tempo di guerra.

E, infine, Luigi, un’ultima cosa. Tu vivevi a L’Aquila, colpita dal terremoto del 6 aprile 2009. E sentivi nella carne l’esistenza di una “questione urbana”, fondamentale. Non solo riguardante la ricostruzione della tua città di allora. Ma proprio di carattere generale. Legata a forme di convivenza civile profondamente diversa da quella che concretamente vivevi. Una forma di Città che mettesse al centro la tutela dell’ambiente, il risparmio energetico, la riqualificazione del paesaggio, la mobilità pubblica invece di quella privata. Una forma di città che riempisse di piazze il vuoto sociale, che cercasse nella Scuola, nell’Università, nella Cultura, le forme della propria sfida positiva al futuro. Una forma di città che prescindesse dal consumo, a partire da quello di suolo e di risorse naturali, e investisse invece sulla propria bellezza e sicurezza, sulla propria “apertura”, anche all’altro.

E di tutto questo, e anche d’altro, purtroppo, Luigi, in quella Carta d’Intenti, non c’era quasi traccia. Mentre tu pensavi che proprio dalle forme del vivere urbano, dipendessero lo sviluppo e le possibilità di un territorio e della sua popolazione, dell’Italia tutta. Ma, magari, eri solo un po’ illuso Luigi.

Ciao, Luigi, spero tanto che quello che ti ho scritto oggi sia, tra dieci anni, solo un ricordo minore della vita, perché, nel frattempo, la Bellezza di una musica, o di una Giustizia avrà finalmente vinto su tutta la linea. E l’Italia avrà anche abrogato il Segreto di Stato, avrà smesso di essere Proibizionista, avrà consentito ai suoi Cittadini di avere Diritti di Libertà, sulla propria vita e sul proprio destino individuale, e Diritti di Cittadinanza aperti e guarderà alle proprie Donne come ad una ricchezza e non come ad una copertina seminuda. E ti ricordo Luigi, il grande rispetto che avevi il 25 novembre 2012 per quasi tutti, quei tantissimi che avrebbero lavorato volontariamente per le Primarie, e per quasi tutti quelli che sarebbero andati a votare.

La citta’ visibile

21 dicembre 2012 alle ore 14:55

La città comincia quando l’autostrada che viene da Roma si avvia verso la Galleria di San Rocco. Se, mentre stai guidando, ti concedi un rapido sguardo, in alto a sinistra, ti accorgi che il cielo è solcato da due falchi. Volano lì, a guardare dal cielo le nostre scatolette di latta che vanno veloci in curva.

La città si aggrappa al cielo, prima di infilarsi dentro un lungo tunnel oscuro.

Se sei sufficientemente fortunato, la città la ritrovi lungo il greto colmo di acqua piovana di un torrente sempre secco, che attraversa il cosiddetto nucleo industriale di Pile. Dove industrie, quasi, non ne sono rimaste più. Sugli argini del torrente, hanno tagliato tutti gli alberi, forse perché impedivano la visuale delle insegne commerciali, ma, sotto, se guardi bene, sulla superficie dell’acqua fangosa, nuotano i germani reali, che luccicano del verde smeraldo delle piume del collo, al sole.

Guardinghi, attenti ad ogni movimento brusco. Come clandestini che respirano su una spiaggia dopo la mareggiata. Pronti a scappare.

C’è ancora un tunnel oscuro, quello della Mausonia, che, se vuoi, ti riporta verso la città. Alla tua destra, in alto, vedi le sagome dei palazzi di via XX Settembre. Sventrate di mura. Con la vegetazione che, dal basso, cerca di riappropriarsi della collina, come se fosse possibile restituire verginità alla terra violata.

E, superato il ponte del fiume, cominci a comprendere come fosse, l’idea di città. Roccia e terra si alzano verso il cielo, a sbarrare l’orizzonte dello sguardo, come se l’acqua del fiume, e quella che sgorga dalla terra, e si versa nelle novantanove cannelle, più una nascosta, avessero innaffiato una umana idea di scalata al cielo. Le mura della città fanno da scudo alle domestiche faccende di lavandaie e giovanotti che le spiano. E sembrano crescere direttamente dalla pietra, costeggiata da una assurda strada asfaltata che le taglia a metà. E pensi che, prima, tra la ferrovia e la strada, qualcuno ci aveva persino edificato un palazzo, nell’indifferenza generale. Perché ogni volta che le mani degli aquilani sono intervenute a riempire gli spazi vuoti tra la storia e la natura, hanno solo sporcato. Come se fosse una condanna al peggio, al peggio che non ha mai fine.

L’idea di accompagnare lo sguardo, dal basso verso la cima di Corno Grande, la capisci quando arrivi in stazione. quella bombardata il giorno dell’Immacolata del 1943. Se scendi dal treno, e guardi di fronte a te, vedi le mura e la porta. E i contrafforti che salgono lungo il fianco della collina, aggiungendo umana difesa alla difesa naturale. Mentre invece, se lo sguardo lo sposti alla tua sinistra, quella che doveva essere una zona artigianale, e di campi agricoli lungo il fiume, è solo una sfatta frittata di capannoni senza industrie, bar e abitazioni, costruite in buona parte sotto il livello del fiume, e allagate ad ogni pioggia. Almeno i primitivi, edificavano palafitte. Che forse non sarebbero crollate neanche col terremoto.

Dietro le mura, che avrebbero dovuto coprire la vista delle umane arti e mestieri, lasciando solo il cielo, da guardare oltre la loro sommità, si ergono invece palazzi bombardati, crivellati di proiettili da Beirut, colmi di vittime. Scarnificati dal tempo come ossa nel deserto.

E continua, l’abbraccio delle mura alla collina. Spezzato però da via XX Settembre e da viale Corrado IV, che invece d’essere un ingresso trionfale dentro la città, s’è trasformato con gli anni in un cafarnao di ferri, d’asfalto tumefatto, di grumi d’erbacce che segnano il confine tra il cemento e una miriade di ingressi a negozi e centri commerciali, che non puoi percorrere a piedi passeggiando nel sole o nella neve, ma solo agguantare, inscatolato e rabbioso alla ricerca di un parcheggio, lungo una retta segmentata da Piazza d’Armi, sino alla rotonda dell’Aquilone. La topografia è diventata marketing e solitudine incoerente.

E lo cerchi, ancora, quell’abbraccio, lungo il gomito d’asfalto che congiunge viale XXV Aprile e Viale della Croce Rossa. Tra parcheggi privatamente abusivi, e abusi edilizi sanati, pronti ad essere riabusati e sbarre di passaggio a livello in attesa di autorizzazione fittizia. Ma è dietro le mura, quasi sbriciolate, che, invece di incominciare ad intravvedere la neve delle montagne, lo sguardo si spacca sugli sbreghi della pietra mal cementata, scossa dal profondo, che ha lasciato i palazzi come carcasse agli avvoltoi e finestre buie di giorno. Occhi spenti.

Vorresti un sentiero d’erba, per percorrere le mura dal basso, che ti veglino come un padre i primi passi del figlio. E non puoi.

Perché il viale della Croce Rossa è una verminosa distesa di bandoni lamierati, di pareti di legno e plastica, di benzina che non esplode, di tetti sputati su pareti cavernose. E sai che, tanti, in quel terrificante inquinamento dello sguardo, ci si guadagnano onestamente da vivere. E sai che tanti pagano affitti pazzeschi al proprietario della terra, moderno usuraio senza faccia. E non hai un orologio che porti il tempo in avanti, fino alla bonifica totale del luogo, alla sua restituzione al lento e umano passo di due mani intrecciate, tra alberi erba e fiori, e l’ombra delle mura, lassù in alto come un soffitto bordato di affreschi. Che porti il tempo fino alla rilocalizzazione di tutte, tutte tuttissime, quelle attività di sopravvivenza commerciale, altrove, in un luogo meno sventrato da una sovrana indifferenza a tutto, tranne che al denaro che non puzza mai, maledizione non puzza mai.

La città vorresti ritrovarla a Santa Barbara, tra gatti neri e pelosi e liberi, in uno dei pochi quartieri di espansione post-bellica “pensati”. Persino con il Centro Sociale, un tempo, e con l’asilo poi, che aveva terminato i lavori di ristrutturazione il trentuno marzo duemilaenove. E gli alberi tra le case, e qualcosa che assomigliava a piccole piazze che davano aria. Con un disegno unico dei palazzi, come piccole comari che ogni mattina si salutavano sull’uscio, e che ora, ora che è tutto da ricostruire, ognuno farà come gli pare, e non sarà come fare l’amore ognuno come gli va’, e i preti, invece di sposarsi, ma solo ad una certa età, potranno solo vergognarsi della chiesa rimovibile perenne, già inclusa nel definitivo masterplan di Piazza d’Armi, che, insieme agli alloggi della Guardia di Finanza, è una delle trovate più deturpanti degli ultimi anni. Come se i nostri anni non abbiano alcun diritto ad abbracciare con lo sguardo il cielo, e le umane mura e gli alberi e la terra, ma solo artificiali contenitori di un nulla telegenico. Più o meno.

La città che dall’acqua innerva le rocce di mura e porte, e ha scacciato negli anfratti il suo popolo che avrebbe bisogno di camminare a piedi nudi sulla terra, guardando la neve che sogna il cielo, a questa città auguro di finire l’anno, e di nascere.

Auguro di avere lo sguardo di un falco che racchiude l’azzurro dentro le sue ali, e i colori di un germano reale, e la leggerezza di un gatto gentile con gli artigli affilati.

Auguro di ripulirsi dalle erbacce e di abbracciare il sudore della fatica che costruisce. E di dimenticarsi di inesistenti gloriosi passati perché il futuro lo vogliamo migliore del presente. Semplicemente.

Mi creda

26 gennaio 2013 alle ore 10:07

Eh, sì. Sono io.

Sono Pasquale Piscialetta. Nato a L’Aquila il 29 febbraio 1952.

Sì, sono io. E, di mestiere, faccio il libero professionista, consulente. Io fornisco consulenze su tanti problemi e risolvo questioni . Sono conosciuto, e stimato, anche se non ho biglietti da visita. Il mio lavoro va fatto con discrezione, e io sono parecchio discreto. Sono domiciliato a Vaduz, perché io sono aquilano, però europeo, e l’Europa è densa di possibilità, e un consulente come me è molto ricercato. Sì. Avevo una casa a L’Aquila, in via dell’Arcivescovado. E si è rovinata tutta. L’avevo ereditata dalla povera mammetta. Eh, la mia mammetta è morta a novantatre anni, e mi ha lasciato quella bella casa in centro. Sa, lei voleva stare da sola, pure se non camminava più e io rispettavo la sua volontà, per carità. Non è che andassi spesso a trovarla, sa, il lavoro. Però ci sentivamo al telefono, almeno una volta al mese, anche se lei era sorda. E per fortuna che se ne è andata, a un certo punto. Sa, la sofferenza non dovrebbe durare tanto. Mi ha lasciato la casa, bella, in centro, e io l’avevo affittata a due studenti, che per fortuna non c’erano a casa il sei aprile duemilanove. Erano in vacanza, prima di Pasqua. Il problema è che erano in affitto da poco, e non avevo ancora registrato il contratto, sa com’è, e ci ho perso un paio di mesi d’affitto che ancora non me li pagavano. Adesso sto vedendo se la casa la posso cedere, con la sostituzione edilizia, al Comune. Sa, quella prevista dalle Ordinanze. Però mi devono fare una valutazione seria. Casa signorile in centro. Mica gliela posso lasciare ai trecentomila euro che mi hanno proposto. Devo proprio parlare con quel mio fratello dirigente. Non è proprio proprio mio fratello: è un “fratello”, non so se mi spiego. E’ una prima casa poi eh ! Perché io ero residente li, per l’anagrafe, e non ho altre case intestate. Per questo mi avete trovato al MAP a Preturo. Che poi non ho capito le bollette che mi sono arrivate adesso, che io li dentro non ho mai consumato niente. Tranne quando scaldavo un po’ casa per quelle due amiche brasiliane che, ogni tanto ci andavano con i loro amici a far festa. Tutto legale, eh ! Quelli erano amici, amici veri, e ogni volta mi lasciavano pure un po’ di soldi per il disturbo. Per rimettere a posto, sa ? Io c’avevo le mie spese, per pulire tutto. Certo, erano discrete, e tanto care. Pensi che mi mandavano sul cellulare le foto delle feste. Anche quando stavo al funerale di un mio carissimo amico, che cercavo di piangere, e mi arrivavano le loro foto. Eh, le foto fanno memoria ! Cementano l’amicizia. Sono così carine quelle due. E io le conservo le foto, sempre.

Ecco, quindi. Prima del terremoto io avevo a L’Aquila questa bella agenzia di consulenze. Sa, terreni, case, fabbricati industriali. E mi arriva un giorno questo signore di Alessandria. Mai visto prima, eh ! Che mi spiega che si sta comprando un’azienda qui a L’Aquila, di proprietà delle Partecipazioni Statali. E mi spiega anche che, però, ha anche dei problemi finanziari con le sue aziende su in Piemonte.

Allora io mi prendo il dossier e ci studio un po’ su. Mi ci è voluto , per capire bene cosa fare. Però lo studio rende liberi, eh !? Quindi lo convoco, e gli spiego il sistema.

Lui allora acquisisce la proprietà dell’azienda. Poi cede, “ nummo uno ”, a un euro, per capirci, il capannone industriale ad una società immobiliare svizzera, in cui è presente suo padre nel Consiglio d’Amministrazione. E questa società, a sua volta, cede il capannone industriale in leasing finanziario ad una società lombarda di proprietà della famiglia, che a sua volta, affitta il capannone all’azienda aquilana diventata di loro proprietà, così, immediatamente, gli entrano un po’ di soldi freschi in famiglia. E poi basta vendere un po’ di prodotti dell’azienda aquilana alle sue aziende del nord. Così le aziende del nord li possono commercializzare e incassare il guadagno netto, e quella aquilana iscrive il venduto a bilancio sotto la voce dei crediti inesigibili. Ho forse colpa io se poi l’azienda aquilana è fallita ? Bastava che riuscisse ad allargare il giro di mercato, e alimentava tutto il sistema. Non ce l’ha fatta, e pace. Era tutto legale, eh ! Tutto scritto sui bilanci depositati in Camera di Commercio a L’Aquila in corso Vittorio Emanuele. Bastava che uno se li leggesse i bilanci, anche se un aiuto con la depenalizzazione del falso ce lo hanno pure dato. E poi, pensi, ho saputo, per certo, che il Prefetto dell’epoca, a chi gli chiedeva cosa succedesse in quell’azienda che stava andando a gambe per l’aria, rispondeva che mica si poteva chiedere ragione di certe politiche di bilancio. Gli imprenditori del Nord, si sa, sono un po’ gelosi della loro autonomia. Non sta bene fare certe domande. Eh, sì ! L’Aquila non è fortunata coi prefetti. Chi cuor di leone, chi cuor di iena.

E io mica c’entro qualcosa poi con il fatto che dal fallimento il capannone industriale se lo è comprato qualcuno, non so come, e poi lo hanno affittato all’Università. Certo, come affare è stato ottimo. Vendere e comprare e affittare, da privati, qualcosa che era stato costruito con i soldi pubblici. Tutto legale eh ! Però è così che si trasforma l’economia industriale in economia finanziaria. Scompaiono gli stipendi di chi lavora, eh, vabbè. Però i soldi girano, l’economia pure. Qualcuno è ricco ed è rimasto ricco, qualcuno lavorava ed è rimasto povero. E’ la vita. Oggi a te, e domani pure. Il cemento funziona sempre come affare, mi ascolti.

Si figuri il cemento ! Ce li portavo io gli imprenditori del cemento a fare la fila dal Sottosegretario. Alla sfilata del perdono. C’era una processione dentro la processione. Sì, proprio lui, quello sposato, che però lo sanno tutti, che c’ha l’amico. Ora io dico, non sono razzista, eh ! Ma lei sa, se uno vede un ragazzo e una ragazza che si baciano per strada, uno l’occhio a lei ce lo butta, soprattutto se lei è una bella fregna, con rispetto parlando. Ma se lo immagini se vede due uomini in strada che si baciano. Non si può vedere, dai ! Se stanno a casa loro sono liberi di fare quello che vogliono, per carità, pure se è contro natura. Ma in pubblico no. E mica sono razzista io, lo sottolineo. Però da quel Sottosegretario ce li portavo sì. E il perché è semplice. Avevano bisogno di lavorare. Io aiuto. Se lei lo trova, c’è un bellissimo libro, grosso, tutto pieno di fotografie e di storie e di scritte, e di tabelle coi costi del Progetto C.A.S.E. Lo hanno realizzato le imprese che hanno vinto gli appalti del Progetto C.A.S.E. Insieme con la protezione Civile. Però poi, se lei va sul sito della Protezione Civile, ci sono altre tabelle coi costi sostenuti, che stanno scritte piccole piccole. E mica sono uguali i costi, rispetto a quelli del libro. Questo non significa niente, per carità. Magari è la stessa differenza che c’è tra un detersivo che lava bianco che più bianco non si può, secondo la pubblicità, e il bucato che ti fai a casa con quel detersivo, che poi non è proprio bianco bianco, ma la colpa è del calcare dell’acqua, no ? Ed è la stessa differenza che c’è tra raccontare tutta la verità a un bambino, e dirgli qualche piccola bugia per il suo bene, no ?

E poi, se mi permette, adesso basta con queste storie del terremoto. Che mi sono stancato pure io di sentirle e raccontarle. Ormai stiamo oltre no ? Dobbiamo pensare al futuro e metterci una bella pietra sopra. Tanto, già chi se lo ricorda più quello che è successo davvero ? La memoria in certi casi, aiuta, in altri, pesa e non serve. Impedisce il movimento. E poi, come si dice ? Chi muore giace, e chi vive si da’ pace.

  • Ha finito ? “

  • Sì “

  • Avvocato, lei ha niente da aggiungere, a quanto detto dal suo cliente ? “

  • No “.

  • Allora, Signor Piscialetta, firmi il verbale di – Dichiarazioni spontanee di imputato in reato connesso – “

  • Bene “.

  • Sergente Maggiore Lorusso, lo può riportare in cella adesso, e, mi raccomando, se dovesse toccarlo, poi, si lavi le mani con l’alcool “.

Il Convegno OCSE

1 marzo 2013 alle ore 17:46

Si è tenuto oggi un Convegno: “ Abruzzo verso il 2030 sulle ali dell’Aquila”, organizzato da Confindustria, CGIL-CISL-UIL, in collaborazione con l’OCSE e con l’Università di Groningen, cui è stato affidato un progetto di ricerca, finanziato con le donazioni dei Lavoratori italiani, e delle Imprese, a seguito del terremoto del 6/4/2009. Obiettivo dello studio, e del Convegno, è illustrare le strategie che dovrebbero aiutare a costruire politiche di risposta post-catastrofe.

A questo Convegno, io non avevo titolo per partecipare, e, tanto meno, intervenire. Perciò mi permetto di raccontare qui le mie impressioni relativamente al Documento preparatorio del Convegno. Un Documento di oltre 170 pagine reperibile sul sito del Ministero della Coesione Territoriale, autore di un precedente Documento sullo stesso tema, cui i lavori preparatori del Convegno si connettono.

Il Documento base del Convegno, è frutto dello studio operato sul Territorio dall’Università di Groningen, dall’OCSE e da un gruppo di lavoro che ha coinvolto anche tecnici e ricercatori aquilani; è un documento molto complesso il cui scopo, è indicare terreni sui quali i decisori politici ed economici dovrebbero esercitarsi per innescare scelte capaci di trasformare il disastro da cui siamo stati colpiti, in una occasione per immaginare strategie di sviluppo e trasformazione positiva.

Ed è qui, il mio primo punto di disorientamento.

Il Documento formula un insieme di proposte, interconnesse tra loro, che appaiono però drammaticamente scollegate dallo stato di cose presenti. Credo che, chi ha redatto quel testo, abbia compiuto una scelta. Proporre cioè una riflessione complessiva “come se” fosse possibile prescindere dalle concrete decisioni già assunte dal 6/4/2009 ad oggi; come se fosse possibile prescindere da ogni considerazione relativa alle risorse disponibili, e alla loro allocazione, sia per i processi di ricostruzione, che per i processi capaci di innescare sviluppo; come se fosse possibile prescindere dall’evidente tentativo, consumato in questi anni e tutt’ora in corso, di avere, da parte di diversi soggetti politici e istituzionali, una egemonia nel processo di ricostruzione.  La scelta operata dal gruppo che ha elaborato il Documento, in sintesi, è la scelta di chi, forse proprio per poter proporre qualcosa, si pone in una prospettiva “astratta”, di studio, e offre le proprie elaborazioni, a qualcuno che le possa far vivere. E’ una scelta di metodo, mi pare, ma non riesco a condividerla. Pur se posso comprenderne le ragioni.

Il risultato finale però, proprio per questa scelta di metodo conduce a diverse aporie che forse meriterebbero invece di essere risolte.

Provo ad affrontarne alcune.

Innanzi tutto, la questione delle risorse.

Il Documento sottolinea come l’Abruzzo abbia beneficiato positivamente, negli anni, del sistema di sostegno economico-finanziario dedicato dall’Unione Europea alle Regioni del Mezzogiorno. E sottolinea come, con il venir meno, dai primi anni ’90, di questo sistema di sostegno, la Regione sia entrata, prima, in una fase di stagnazione, trasformatasi rapidamente poi, anche per l’impatto delle crisi esterne, in una fase di recessione prolungata a tutt’oggi. Come si immagina, e se si immagina un sistema di sostegno all’economia regionale, nel Documento preparatorio del Convegno, non si fa parola. Se ne dovrebbe dedurre quindi, che ogni ipotesi di sviluppo futuro sia legata esclusivamente alla attrattività del nostro Territorio per investimenti privati, nazionali e internazionali, nonché alla capacità ordinaria di spesa della nostra Regione e del nostro Stato. Una prospettiva realistica, quanto sconsolante.

Si potrebbe leggere, quindi, tutto il Documento, come una sorta di vademecum per restituire/conferire attrattività all’Abruzzo, e a L’Aquila. Nella consapevolezza dell’assenza di risorse pubbliche significative, di origine europea, nazionale o regionale, dedicate al sostegno allo sviluppo.

Nulla hanno da dire gli attori sociali che hanno promosso il Convegno su questo ? E nulla hanno da dire su questo i decisori politici, ad ogni livello, alla vigilia della definizione di un nuovo sistema di aiuti europeo in questi giorni in discussione a livello comunitario ?

Naturalmente, o quasi, il Documento non si diffonde sulla questione delle risorse effettivamente disponibili per il puro e semplice processo di ricostruzione. E però, non dire nulla su questo, significa non confrontarsi su una questione che a me sembra decisiva per il futuro, le cui premesse sono già tutte nel processo di ricostruzione in atto. Non si può cioè auspicare che L’Aquila diventi una “smart city”, investendo in tecnologie di comunicazione, in innovazione nelle costruzioni, in risparmio energetico e fonti rinnovabili, quando le risorse per la ricostruzione non coprono neanche l’adeguamento antisismico delle abitazioni danneggiate, alla normativa vigente. A meno di non pensare che ci sia una enorme quantità, ad ora del tutto nascosta e imprevedibile, di investimenti privati dei cittadini pronti a mobilitare risorse proprie a questo scopo. Se non si trova risposta a questo tema, tutto il discorso, pregevole, che il Documento costruisce su questi temi, diviene un puro libro dei sogni.

In tutto il testo, per dirla forse troppo sinteticamente, il tema delle risorse, disponibili per i privati, per gli attori istituzionali, per l’Università o i Centri di Ricerca, per ognuno degli obiettivi che il Documento pone, è, semplicemente, eluso. Così come manca una ricerca, una discussione, una indicazione completa, salvo che per alcuni accenni ad Agenzie Regionali tutte da verificare nella loro capacità di svolgere i compiti assegnati, sulle questioni del credito, del mercato dei capitali, delle istituzioni finanziarie che potrebbero essere mobilitate sui temi dell’auspicabile sviluppo.

Forse quello delle risorse non era tra i compiti assegnati allo studio dai committenti. Ma è un tema cui Governo, Regione, attori sociali, Istituzioni Locali, non possono e non devono sottrarsi.

La questione della attrattività dell’Abruzzo.

In tutta la ricerca sono scandagliate le questioni attinenti alla costruzione di una attrattività del nostro Territorio per gli investimenti futuri in ogni settore. Vale a dire cioè che sono analizzate, in profondità, le condizioni, o pre-condizioni, capaci di essere un nuovo tratto distintivo del Territorio e che dovrebbero costituire le basi portanti per un nuovo modello di sviluppo che conduca, in particolare, ad arrivare a L’Aquila, città della conoscenza, città della creatività, città intelligente.

Trovo singolare che, in questo studio, non sia per nulla affrontato il tema delle condizioni e del costo del lavoro. L’OCSE non perde occasione di spiegare all’Italia che, per rilanciare l’economia è necessario rendere ulteriormente flessibile il mercato del lavoro, e in particolare rendere più semplici i licenziamenti. Dato che la legislazione vigente, e gli Accordi Interconfederali vigenti, sottoscritti da tutti i soggetti che hanno dato vita a questo studio, tranne che dalla CGIL, offrono l’opportunità di sottoscrivere Accordi settoriali, o locali, in deroga pressochè a tutta la normativa vigente in tema di lavoro, perché non si propone che il nostro Territorio sia una “zona franca” dai diritti del lavoro, se questo è un percorso utile a rilanciare l’economia di un territorio e a condurne lo sviluppo verso i traguardi che il Documento auspica ? O la ricerca ha subito un condizionamento “politico”, legittimo, ma che andrebbe dichiarato, oppure si sta perdendo un’occasione di agire localmente in piena consapevolezza su un tema che, spesso, è alla base delle decisioni degli investitori per la localizzazione di una nuova impresa, ad esempio. Io non credo che questa strada conduca allo sviluppo o a nuova e buona occupazione, ma, le Intese di carattere locale tra gli Attori Sociali su temi a loro disposizione, sono per me una strada utile ad affrontare un discorso sullo sviluppo. Se non si limitano alle dichiarazioni di intenti, e se non si limitano a chiedere a soggetti pubblici di effettuare/agevolare investimenti.

Sui temi dell’attrattività, configurati più come obiettivi da raggiungere, che come pre-condizioni ( capitale umano, capitale territoriale ambientale e culturale, formazione, innovazione, qualità della vita etc. ), il Documento produce una vasta gamma di riflessioni, molte delle quali assolutamente condivisibili, e sulle quali ci sarebbe da attendersi una convergenza di comportamenti tra gli Attori Sociali e quelli Istituzionali. Eppure, l’affermazione iniziale del Documento, in linea con quanto contenuto nel precedente Documento del Ministero della Coesione Territoriale, secondo la quale non c’è da attendersi in Italia nei prossimi anni alcuna crescita economica significativa, bensì un ulteriore inasprimento della crisi che rischia di intaccare ulteriormente il patrimonio di industria manifatturiera, e dei servizi, dell’Abruzzo e de L’Aquila, come si concilia con una idea di sviluppo futuro ? In una condizione di crisi globale, cui si aggiungono le peculiarità della crisi italiana, cui si aggiungono, ulteriormente, le peculiarità di un territorio devastato da una catastrofe naturale è assai complesso delineare strategie di sviluppo possibile e di attrattività; ma questa particolarità di condizione presente non mi pare innervi le riflessioni del Documento, che rischiano di apparire pregevolissime riflessioni esercitate però all’interno di una bolla di sapone inesistente, e non invece, come sarebbe necessario, nel fuoco di una straordinaria emergenza che mette a durissima prova la tenuta di tutto un sistema.

La questione della governance.

Il Documento parte da un assioma. Parte cioè dalla considerazione che la nuova legislazione in materia di gestione della ricostruzione, prodotta dal Governo Monti e dal Ministero per la Coesione Territoriale, sia la soluzione dei precedenti conflitti istituzionali e la risposta positiva a tutte le questioni inerenti la gestione del processo di ricostruzione. Evito, qui, di intervenire su questo tema.

Il Documento compie, perciò, a partire da questo assunto un importante lavoro di riflessione su temi nodali. Quello della partecipazione alle scelte dei decisori politici, e quello degli assetti territoriali della nostra Regione. Non si può non essere d’accordo con la sollecitazione a costruire percorsi decisionali ad alto livello di qualità e di coinvolgimento dei cittadini e delle comunità locali, e che siano percorsi aperti, partecipati, trasparenti, rendicontabili. Intanto, però, accade altro. E forse basterebbe far funzionare quanto già esiste. Ad esempio offrendo strumenti di vera conoscenza dei processi in campo, e vera partecipazione alle ormai dimenticate e ridicolizzate “Conferenze dei Servizi”. Il Documento offre argomenti convincenti alla tesi secondo cui un processo di decisione partecipata costituisce un vantaggio, anche competitivo, per una comunità. Resta, per me, da definire, con chiarezza il perimetro delle decisioni da costruire con processi partecipativi reali. Per esempio le opere pubbliche, le infrastrutture, ogni “variante” ai Piani Regolatori vigenti. Il processo di partecipazione reale non è una operazione di “moral suasion”, o di “lobbying” ma il modo con il quale una comunità, nel rispetto delle prerogative istituzionali, decide del proprio futuro, in tempi rapidi e certi. Resta, su questo tema, solo da attendere che si traduca in realtà quanto sollecitato nel Documento, armonizzandosi però anche con i poteri contrattuali delle Parti Sociali, che restano invece, nel Documento, del tutto ai margini su questo tema, come se la mediazione sociale non fosse essa stessa un processo partecipativo.

Delicatissimo è il tema degli assetti territoriali della nostra Regione, nonché il tema dell’individuazione territoriale ove costruire le scelte strategiche ed esercitare funzioni di governo dei processi. Siamo in una fase di blocco e confusione della ridefinizione degli assetti istituzionali del territorio. E i decisori politici sono stati sino ad ora dei sostenitori dello status quo.

In questo senso il Documento evidenzia invece l’importanza di definizioni ottimali degli ambiti territoriali in cui agire. E propone delle scelte. Tuttavia qui, mi pare poco analizzato l’intrecciarsi dei diversi ambiti territoriali di responsabilità di una serie di soggetti fondamentali. Il gestore dell’acqua si intreccia con quello dei trasporti o del gas, e gli ambiti territoriali di competenza non coincidono; e gli esempi potrebbero continuare: dalle telecomunicazioni all’elettricità, alle fognature, ai bacini idrografici, agli enti di bonifica etc. Così come nulla si dice, ad esempio su quale dovrebbe essere l’ambito ottimale per la gestione dei rifiuti. Però si sostiene che L’Aquila trarrebbe beneficio da impianti di produzione di energia elettrica a biomasse. E’ importante che vi siano nella Regione Poli di Innovazione, ma, al momento, a L’Aquila, non ne è formalizzato nessuno.

La riflessione che il Documento ci consegna su questi temi è certamente parziale, e credo andrebbe arricchita con discussioni specifiche. Anche riguardo a scelte infrastrutturali, su cui il Documento non interviene, ma che sono decisive per capire e scegliere le polarità regionali, i processi di integrazione e lotta alla marginalizzazione dei territori, e il modello di sviluppo cui si punta. E su cui lo scontro politico nella nostra Regione è sempre stato al calor bianco.

La questione dell’Università a l’Aquila

Una espressione mi ha colpito nel Documento. Quando sostiene che l’Università deve essere a sostegno dell’Impresa. Non è questa la sede per una discussione sul rapporto tra Università e Impresa, e il Documento contiene tuttavia su questo tema sollecitazioni positive e da approfondire e praticare. Ma l’Università, per me, non può essere a sostegno dell’Impresa.

Ci si propone, nel Documento, che L’Aquila sia una sede universitaria che aumenti la residenzialità di iscritti e ricercatori, e sia capace di trattenere le proprie menti più creative, originali e formate. Ma, ancora una volta, siamo di fronte ad una questione che travalica i nostri ambiti territoriali. Il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica userà le risorse che avrà a disposizione per perseguire questo obiettivo ?

In quest’ambito, l’attrattività che le Istituzioni Locali possono aiutare, ad esempio, potrebbe riguardare un serio riuso di spazi cittadini che ormai non hanno, o stanno per non avere più le funzioni che avevano in passato. Per la residenzialità agevolata in particolare per i Ricercatori ad esempio, con la ristrutturazione/riorganizzazione di spazi oggi adibiti a caserma.

Ma occorrerebbe anche non nascondersi un altro tema estremamente pesante che, fino ad oggi, ha impedito ogni reale sinergia tra i soggetti della ricerca e dell’alta formazione. Il tema della guida e del governo dei processi. Tra INFN, Università, il neonato Gran Sasso Institute. E altri soggetti che ci sono e che possono decidere di insediarsi sul territorio. Ognuno di questi soggetti ha suoi Statuti e sue relazioni, orizzontali, verticali e internazionali. Quale potrà essere la governance che consente proficue collaborazioni tra loro e con la realtà locale ed eviti conflitti di egemonia in un quadro di risorse scarse, e di investimenti azzerati da parte delle imprese sui temi della ricerca ?

Certo che la risposta a queste domande non può del tutto essere richiesta ad un Documento che indica delle direttrici di possibile lavoro per i decisori politici e istituzionali. Ma, credo, che sarebbe stato opportuno anche indicare le criticità cui si può andare incontro, affinchè non si arrivi, in modo del tutto irrealistico, ad aspettarsi dall’Università de L’Aquila, la soluzione ad ogni problema di sviluppo e prospettiva del Territorio.

Mi scuso per essere stato troppo “lungo”; mi scuso per aver tralasciato di intervenire su tante altre questioni, stimolanti e utili, o magari problematiche pur contenute nel Documento alla base del Convegno di oggi.

Personalmente, resto con l’assillo che ogni scelta dell’oggi ha conseguenze e riflessi sul futuro, anche più lontano del 2030. E che troppo spesso, sino ad oggi, abbiamo assistito a scelte praticate, dal 6 aprile 2009 ad oggi, che sono state autoritarie o sbagliate. Nel silenzio di tanti. E vorrei che se un senso si debba dare a questo Documento, sia proprio quello della consapevolezza che per raggiungere obiettivi importanti per il futuro della nostra Città, ogni scelta, ogni singola scelta dell’oggi va fatta con gli occhi al futuro; al futuro delle giovani generazioni e di una comunità locale che ha bisogno di aprirsi, di legarsi ad altri e alle loro migliori esperienze; che ha bisogno di intessere rapporti positivi e non conflittuali con i poli fondamentali della propria Provincia, e con il resto della Regione, e del Paese. Con gli occhi all’Europa ed al mondo.

19 gennaio 2014

Ci sono cose che mi colpiscono, mentre le leggo, ma non mi accorgo bene del perché.
Allora provo a ricostruirle, per cercarne un senso.

Dopo le dimissioni del Sindaco de L’Aquila, viene fatto conoscere alla stampa il contenuto di una lettera che il Sindaco de l’Aquila ha inviato al Presidente della Repubblica.
Tra le altre cose, in quella lettera, si sottolineava il pericolo che la Curia arcivescovile de L’Aquila, attraverso modificazioni della normativa vigente, potesse, a dire del Sindaco, divenire soggetto attuatore della ricostruzione, sia per gli edifici di sua proprietà che per gli edifici di culto, sottraendo, per questa via, risorse, alla ricostruzione delle case.
L’apparizione sulla stampa di questa lettera, ha provocato la reazione della Arcidiocesi aquilana, che ha, a sua volta, diffuso un comunicato stampa nel quale dichiara che è la Conferenza Episcopale di Abruzzo e Molise a chiedere una modificazione alla normativa vigente che consenta di che applicare, per il cratere interessato al terremoto del 6/4/2009, la stessa normativa applicata per il terremoto di Umbria e Marche .

Ma, in cosa consiste la normativa di Umbria e Marche ?

La Regione Marche, ad esempio, ha stabilito, con propria normativa, che il soggetto attuatore dell’intervento di ricostruzione su un bene culturale, è il proprietario del bene culturale. Ed ha, per questo, stabilito, che, per i beni culturali di proprietà ecclesiastica, la Chiesa, o i suoi Enti, siano direttamente beneficiari del contributo per la ricostruzione, e possa affidare i lavori di ripristino, quando essi superino i 150.000 euro, mediante gara informale cui siano chiamati almeno cinque concorrenti. Il lavoro sarà poi assegnato a chi faccia un’offerta più bassa entro il limite massimo di ribasso del 5%. Quando invece i lavori da affidare siano inferiori ai 150.000 euro si deve svolgere gara informale, con almeno tre concorrenti.
La Regione ha poi costituito una Commissione Congiunta tra Direzione regionale dei Beni Culturali, e Conferenza Episcopale delle Marche, con lo scopo di stabilire le priorità di intervento.

Si tratta di una scelta normativa legittima, visto che nessuno ha dichiarato quella norma anticostituzionale.
Forse, date le quantità economiche cui si fa riferimento, si potrebbe desumere che i danni di quel terremoto ai beni ecclesiastici non siano stati poi così ingenti.

E’ legittimo altrettanto chiedersi cosa comporterebbe la trasposizione di una normativa così costruita sulla situazione aquilana.

Il programma operativo della Direzione regionale Abruzzo dei Beni Culturali, per il periodo 2013-2021, prevede interventi per circa 525 milioni di euro.
Di questi, 175 milioni di euro circa, per le sole chiese del comune de L’Aquila.
Una ulteriore maggioritaria quota dei 525 milioni di euro, interessa i beni ecclesiastici in tutto il cratere sismico, e oltre.

E’ legittimo che la Conferenza Episcopale di Abruzzo e Molise chieda di gestire, per la sola città de L’Aquila, 175 milioni di euro di risorse dello Stato, con procedure di gara informale ?
Tenendo presente, ovviamente, che questa è solo una parte dei beni ecclesiastici. Poiché tutta la parte riguardante scuole, o asili, appartamenti parrocchiali, collegi, oratori, e altro, già è gestita con le forme della ricostruzione privata. Secondo la vigente normativa.

La questione, quindi, mi appare un poco più chiara.
E’ questione di denaro, non di opere di bene.

Le “linee strategiche” dell’Università

30 gennaio 2014 alle ore 16:14

Le “Linee strategiche 2014-2019” della Università de L’Aquila, sono un documento importante, poiché, in modo esplicito, mettono in relazione le future scelte dell’Ateneo aquilano con il futuro della nostra città.

E richiedono, perciò un dialogo, anche critico, da parte della città.

I risultati di un’analisi sistematica condotta nel Marzo 2010 per mezzo dell’ISI Web of Science sui lavori scientifici pubblicati in Italia dal 1975 al Marzo 2010, riguardanti la ricerca e la ricerca di eccellenza nelle università statali italiane, pone l’Università aquilana al posto n. 26 su 62, sopravanzata da Università come Catanzaro, Verona o Ferrara, tra le altre.

Secondo lo University Ranking by Academic Performance ( URAP ), L’Università de L’Aquila, a livello mondiale, si colloca al posto n 663 su 2000 Università censite secondo vari indicatori. E’ sopravanzata da molte Università italiane, tra le altre, ad esempio, Perugia si colloca al posto n. 334 ; Catania al posto n. 398 o Modena-Reggio al posto 433.

Al di la di classifiche, più o meno opinabili, quello che nelle “Linee strategiche” non emerge è quali siano i campi e i Settori in cui l’Università abbia effettivamente le sue eccellenze nella Ricerca. Se non altro, per comprendere da dove partire per puntare a rafforzare l’Ateneo, e dove invece intervenire con decisione per superarne le debolezze.

La linea che invece il documento sembra assumere, è quella dell’intervento diretto sullo scenario aquilano post-sisma. Collocandosi nella scia di altri documenti di carattere generale: quello prodotto dall’Università di Groningen per l’OCSE, e quello del Ministero per la Coesione Territoriale, quando il Ministro era Fabrizio Barca.

Ecco allora, che l’Ateneo, scegliendo il “modello residenziale”, collegato al sistema locale, intende porsi come “laboratorio di creatività” che sia agente attivo dello sviluppo locale. Allora, si tratta di comprendere se le “Linee Strategiche” proposte colgano, e in che misura, la sfida dello sviluppo; della possibilità che L’Aquila viva la fase della ricostruzione introducendo elementi di cambiamento strutturale su un piano economico e della sua dotazione di imprese e servizi, per andare oltre il tempo fisico della ricostruzione.

Penso, innanzitutto, che occorrerebbe introdurre un elemento di innovazione nel concetto di “residenzialità”. In vari punti il documento fa riferimento alla possibilità di attrarre dall’esterno Dottori di Ricerca o Insegnanti, o di costruire relazioni strutturate con altri atenei italiani o stranieri. Ma esiste, credo, anche una questione di residenzialità per i Dottori di Ricerca già oggi presenti a L’Aquila, Assegnisti di Ricerca, Borsisti etc. tutte figure caratterizzate da una precarietà di fondo nel percorso lavorativo.

Mettere in relazione e comunicazione il più possibile tutte le figure presenti sul territorio che si occupino di ricerca, di innovazione, di alta formazione, tra imprese, Università, altri Istituti di Ricerca etc, di per sé è un elemento importante, fecondatore. Tanto più se la relazione può avvenire in un luogo fisico e con abitazioni dignitose e a prezzo ridotto. La vasta area di caserme, a ridosso di Piazza d’Armi, ad esempio, potrebbe essere un luogo dove sperimentare una nuova cultura abitativa: una sorta di “housing sociale” dedicato a chi lavora nella ricerca. Anche attraverso la progettazione di abitazioni con innovative tecniche costruttive antisismiche e a risparmio energetico . Un nuovo “quartiere” che metta insieme bellezza, efficienza e intelligenza.

Nel guardare al ruolo dell’Università per l’innovazione dell’armatura urbana, a me pare vi siano due elementi critici. Il primo, è l’assenza di una considerazione di fondo, che pure “inconsapevolmente” emerge in tutta una serie di proposte di merito che considero positive e utili alla città.

L’Aquila, purtroppo, non può vantare una “massa critica” su nessuna situazione di impresa o di ricerca, tale da caratterizzare il tessuto economico/sociale della città. Vi è al contrario una presenza diffusa ma debole di competenze, di imprese, di intelligenze, in vari settori, talvolta interessanti e/o di sicuro spessore per il futuro. Ciò dovrebbe imporre una scelta di fondo, di tutti gli attori sociali. Ammesso che non sia ormai troppo tardi per compiere questa scelta.

Il “terremoto”, è, purtroppo, la nostra “massa critica”.

La declinazione a 360 gradi di questo tema, su ogni aspetto della vita materiale, intellettuale e sociale di una comunità è il punto dal quale partire.

Come una comunità possa convivere, al massimo livello possibile, con il rischio sismico, proteggendo il proprio patrimonio storico-artistico; la salute dei propri abitanti; rendendo efficiente e bello e innovativo il proprio patrimonio edilizio; salvaguardando il paesaggio e le sue emergenze naturalistiche; costruendo nuove reti e nodi infrastrutturali materiali e immateriali, nuovi spazi di relazione sociale, nuova comunicazione.

Credo sia qui la sfida, con la quale misurarsi per produrre il cambiamento, la ricerca, nuova impresa di produzione, di costruzione, di restauro, di servizi.

Qui c’è lo spazio di ricerca e relazione con il territorio, non solo per le Facoltà scientifiche dell’Università, ma anche per quelle umanistiche.

C’è un secondo elemento di criticità. A mio giudizio. Anche in questo documento, come purtroppo già nel documento dell’OCSE e in quello del Ministero per la Coesione Territoriale, manca del tutto una riflessione sul sistema bancario del Territorio. Come se il sistema bancario che vive sul territorio fosse un soggetto che non possa essere chiamato a svolgere un ruolo attivo nella ricostruzione e per lo sviluppo. E ruolo attivo è, ad esempio, la scelta di concentrare gli investimenti su progettazioni innovative o ricerca. E non limitarsi ai mutui per pagare le aziende edili impegnate nella ricostruzione. Oppure concentrare gli investimenti su proposte che tengano finalmente insieme l’Università con il tessuto reale delle piccole imprese del Territorio.

Oppure un ruolo di cofinanziamento rispetto alle risorse della ricostruzione che sono indirizzate al rilancio e allo sviluppo economico ( il famoso 5% della Delibera CIPE ).

Il documento dell’ateneo aquilano mi auguro abbia la forza di rilanciare un dibattito generale sul futuro della città, producendo però quelle scelte concrete sino ad ora mancate. Alcune delle proposte contenute nelle “Linee strategiche” si muovono nella giusta direzione credo. E penso anche che l’Università possa svolgere un ruolo, trasparente, nel riassetto urbanistico della città, come il documento si propone. E come le fondamentali proprietà immobiliari dell’Università nel Centro storico cittadino chiedono. L’Università dovrebbe essere uno di quei soggetti, che in piena e leale “competizione per il meglio” concorre alla ripianificazione della città richiesta dalla legge 77/2009, e ancora non attuata dal Comune. Non un portatore di interessi particolari.

Infine.

Tutto il documento è segnato dalla necessità, ribadita più volte, di un nuovo rapporto tra Università e Impresa. Coniugata anche nella proposta di nuovi “tirocini e training on the job”. Non voglio qui aprire il dibattito sulla “libertà di ricerca”, o sul rischio che il profitto d’Impresa condizioni l’Università.

Mi limito a dire che ci sono tre fattori che rendono chiara la “qualità” di questo nuovo rapporto possibile.

La trasparenza dei percorsi.

Il livello di impegno finanziario concreto che l’Impresa mette in campo ( un’impresa non potrebbe farsi finanziare dall’Università una ricerca applicativa propria, ad esempio ).

Il livello di partecipazione democratica di tutti i soggetti coinvolti, e quindi anche i percorsi di contrattazione collettiva di queste scelte.

Credo sia da salutare con profonda riconoscenza l’idea che l’Università si metta in gioco per il futuro della città. E spero che l’Università sappia ascoltare la città. Proprio come la città deve saper ascoltare l’Università, ed ogni sua componente, a partire dagli studenti.

Un po’ di realtà

4 febbraio 2014 alle ore 19:08

Alla fine del 2013, gli Iscritti al Centro per l’Impiego de L’Aquila, erano 23.310.

Il Centro per l’Impiego de L’Aquila, serve l’area che va, più o meno, da Montereale a Capestrano, dove vivono circa 106.000 persone; gli Iscritti al Collocamento, quindi, sono il 21,88% dei residenti.

Tra il 2009 e il 2013, il numero degli iscritti al Centro per l’Impiego è cresciuto di 6980 unità, un aumento del 42% circa.

Il 52% degli Iscritti al Centro per l’Impiego è donna.

Circa il 38% degli Iscritti al Centro per l’Impiego è diplomato; circa il 9% è laureato; il 30% circa ha, come titolo di studio, solo la scuola dell’Obbligo.

Al 31/12/2013 , risultano iscritti al Centro per l’Impiego, da più di 24 mesi, 4115 persone ( il 17% del totale degli iscritti, circa; di questi, 1671 sono maschi, e 2444 sono femmine. Dal 2009, i maschi in questa specifica condizione, sono aumentati dell’81%; le femmine sono aumentate del 102%.

Dal 2009 ad oggi, gli avviamenti al lavoro, sono passati da 9322 a 10309, con un aumento del 10,5%.

Nello stesso periodo, le cessazioni dei rapporti di lavoro, sono passate da 9693 a 11515, con un aumento del 18,7%.

Il dato degli Iscritti al Centro per l’Impiego, provenienti da altri Paesi, ha solo una base provinciale. Si tratta quindi di un dato non paragonabile con i numeri aquilani.

Va detto, comunque, che, su base provinciale, gli stranieri comunitari iscritti ai Centri per l’Impiego, nel 2009 erano 2271, mentre nel 2013 erano 4425 ( con un aumento del 94% ); quelli extracomunitari sono passati, nello stesso intervallo di tempo, da 4063 a 6633 ( con un aumento del 63% ). Tra gli stranieri iscritti al Centro per l’Impiego nel 2013, 5370 sono donne e 5688 uomini.

Questi sono alcuni numeri scelti tra quelli che il Centro per l’Impiego e la Direzione provinciale del Lavoro monitorano. E spiegano alcune linee di tendenza della nostra realtà.

In primo luogo, spiegano che, tra il 2009 e il 2013, gli anni della crisi globale, e italiana in special modo, L’Aquila ha vissuto e vive un peggioramento netto della propria condizione materiale. Lo si vede da tre fattori, specialmente:

  • l’aumento degli iscritti al Centro per l’Impiego, ben al di la di una crescita derivata da un incremento demografico;

  • la dinamica occupazionale costantemente negativa, nel saldo annuale tra avviamenti e cessazioni dei rapporti di lavoro;

  • l’aumentato numero di quelli che sono iscritti al Centro per l’Impiego da un tempo lungo, e che non riescono a rientrare, o entrare nel mondo del lavoro.

Questi dati indicano che il tessuto economico del territorio, neanche in una condizione specialissima come quella della ricostruzione post-sisma, riesce ad intaccare lo stock di Iscritti e Iscritte al Centro per l’Impiego, sia pure scontando un saldo migratorio attivo che certamente incide su questa condizione.

Questi dati indicano svariate criticità :

  1. Non vi sono state in questi anni politiche anti-cicliche, o, semplicemente, capaci di sostenere l’economia: si è discusso, sul nostro territorio, di misure come la “zona franca urbana”, o di fondi dedicati alla ricostruzione economica dell’area colpita dal sisma, e il risultato è negativo. La politica, o le forze sociali ( Sindacati e Imprese ), che hanno discusso di questo, hanno dimostrato di non aver compreso nulla di quanto accade sul Territorio e nel Paese: le Imprese che intendano assumere o investire, lo fanno a partire da considerazioni che prescindono dalla presenza di sostegno pubblico, che è comunque gradito e ricercato, ovviamente;

  2. Non vi è stata alcuna politica attiva del lavoro; né in termini generali, né specifici. Nessuna politica capace di intervenire sul fenomeno di coloro i quali da troppo tempo sono assenti dal mercato del lavoro; o sul fenomeno della disoccupazione scolarizzata o sul fenomeno della disoccupazione femminile; o su quella degli ultracinquantenni gettati nella disperazione dalle riforme pensionistiche;

  3. Vi sono state solo politiche passive del lavoro, attraverso l’uso dei cosiddetti ammortizzatori sociali in deroga, che hanno prodotto e producono passivizzazione e frustrazione, umiliando le persone che, tra l’altro, non percepiscono mensilità da luglio 2013 e che, dal momento del licenziamento, non ricevono alcun ri-orientamento pubblico al lavoro; ma creando anche pericolose sacche di “lavoro nero”, necessitato, o di comodo. Queste stesse politiche sono senza prospettive reali, vista la mancanza di fondi, e l’uso dei fondi per l’area del terremoto, per tutto l’Abruzzo, e visti i progetti di riforma del Governo che sono in realtà tagli selvaggi a quel poco che oggi c’è. Queste politiche passive hanno sino ad ora consentito di non affrontare conflitti sociali: lo hanno consentito in primo luogo al Sindacato  e alla Regione Abruzzo, che si sono comodamente sdraiati sui finanziamenti nazionali, permettendo alle imprese, nei fatti, ogni libertà di ristrutturazione e di licenziamento. Arrivando al paradosso di aziende che, attraverso il ricorso alla cassa integrazione in deroga, continuano a drogare la loro competitività sul mercato;

  4. Non c’è alcun intervento di cui si avverta il peso per equilibrare la presenza di Lavoratori stranieri sul nostro territorio. Tale presenza, sta già producendo un conflitto sordo: che è quello che si gioca sul terreno della cosiddetta “sicurezza” e delle statistiche sui reati commessi nel territorio. Mentre è in realtà soprattutto un conflitto per il lavoro e sul lavoro. In presenza di una assurda politica nazionale sui fenomeni migratori, gli Enti Locali, le Forze Sociali, avrebbero il dovere di costruire seri percorsi che disinneschino la bomba sociale sui cui a L’Aquila siamo seduti. E forse è già tardi;

  5. La dinamica occupazionale costantemente negativa in questi cinque anni, non è solo il frutto di una crisi che è nazionale e globale, e sulla quale la ricostruzione non ha inciso significativamente, se non magari contribuendo a rendere più ampi e veloci i fenomeni, ma anche di una ulteriore precarizzazione in nessun modo contrastata, ma anzi favorita dagli innumerevoli strumenti che non producono un solo posto di lavoro in più ( borse lavoro, tirocini, stages etc. ), ma solo sostituzione di posti di lavoro stabili con posti di lavoro ricattabili: lo si legge in controluce anche dalla qualità degli avviamenti al lavoro nel nostro territorio: quelli a tempo indeterminato sono circa il 40% degli avviati totali, tenendo conto che anche in edilizia si avvia con contratti a tempo indeterminato, per poi licenziare con la brutta stagione.

Nessuno può pensare che da L’Aquila, o dall’Abruzzo, sia possibile porre in essere politiche in grado di sconfiggere una crisi economica drammatica come quella che viviamo dall’estate del 2008 ad oggi.

Ma è davvero difficile accettare che nessuna delle politiche poste sin qui in essere abbia prodotto un qualche risultato di rilievo. Nessuno dei nodi strutturali che riguardano la situazione del mercato del lavoro aquilano è stato oggetto di studio e di intervento politico o sociale. E, in verità, nessuno pare neanche essersi posto il problema.

La deregolamentazione di questi decenni, la drammatica perdita di potere contrattuale del Sindacato, l’assenza di ogni politica industriale o di serio sostegno all’economia del Paese e del Territorio, ci lasciano un campo di battaglia irto di macerie e trappole, nel quale le persone si aggirano da sole, e senza protezione alcuna, che non sia quella delle reti familistiche o clientelari.

Buona parte della Questione Morale, da qui nasce.

Fondi Europei

14 maggio 2014 alle ore 18.44

In campagna elettorale, ogni “aggiustamento” della

realtà, vale.

Improvvisamente, il Presidente della regione Abruzzo, si scaglia contro il Governo che, insieme all’Europa,“ avrebbe il dovere di supportare con tutti i mezzi a disposizione il rilancio e la ricostruzione dell’economia de L’Aquila, senza per questo penalizzare altri ambiti del territorio abruzzese. “

Il riferimento, è alla discussione in corso riguardante gli aiuti di Stato ammissibili in alcuni territori del nostro Paese.

Secondo il Presidente, la Conferenza Stato-Regioni avrebbe bocciato la proposta della Regione Abruzzo di riconoscere una quota di

popolazione abruzzese, pari a 377.000 abitanti, che, divisi in zone, potrebbero usufruire di aiuti di Stato a finalità regionale.

Se ne accorge oggi, il Presidente della Regione ?

La Conferenza Stato-Regioni, in data 19 marzo 2014, ha approvato una ripartizione della popolazione residente nelle aree ammissibili agli aiuti di

Stato, che per l’Abruzzo, è pari a 251.000 persone.

La Conferenza ha approvato. Dove è stato l’Abruzzo, ed ogni sua rappresentanza istituzionale, dal 19 marzo ad oggi ?

Il presidente della Regione, desume, in automatico, l’esclusione della città de L’Aquila, dagli aiuti di Stato, se la decisione

della Conferenza restasse questa.

Il che significa, che, nella discussione sino ad ora svolta in Regione ( con qualcuno, suppongo; nel suo Partito, in Consiglio Regionale,

con le Parti Sociali…. ), sono già state individuate le zone ammissibili per la Regione Abruzzo, sulla base di alcuni criteri, e che, nel caso non siano

accolte le richieste dall’Abruzzo formulate, tali criteri, automaticamente, indichino, che L’Aquila, va esclusa.

Mi piacerebbe sapere, da cittadino, quali siano i criteri scelti per individuare le zone d’Abruzzo, e anche chi li abbia scelti.

Ad esempio, la Conferenza Stato-Regioni, in suo Documento del 13 marzo 2013, presenta dei numeri interessanti.

Secondo questi numeri, nella Provincia de L’Aquila, gli occupati nell’Industria, sarebbero passati tra il 2007 e il 2010, in valori assoluti, da 30.976 a 32.255 ( aumento del 4,1% ); in Provincia di Teramo, si è passati da 44.537 a 42.488 ( diminuzione del 4,6% ); a Chieti, da 56.573, a 42.330 ( diminuzione del 25,2 % ); a Pescara, da 29.214, a 26.297 ( diminuzione del 10% ).

Di certo, il numero di occupati nell’industria, all’interno di una Provincia, non costituisce, di per sé, un indice capace di descrivere la

situazione socio-economica di un territorio. Peraltro, questi dati si fermano al 2010, cioè a quattro anni fa.

Ma, essendo numeri scritti dalla Conferenza Stato-Regioni, devono essere numeri condivisi anche dall’Abruzzo.

Delle due, l’una: o questi numeri indicano una situazione positiva per L’Aquila, e quindi la sua esclusione dagli aiuti di

Stato è legittima, e non si capisce quindi cosa abbia da dire in merito il Presidente della regione Abruzzo; o questi numeri sono solo una parte della realtà, ma,allora, non si capisce perché il Presidente della regione Abruzzo li abbia validati a suo tempo, e oggi ci venga a dire che, in forza delle decisioni della Conferenza Stato-Regioni, L’Aquila sarebbe automaticamente esclusa dagli aiuti di Stato a finalità regionale.

All’indomani del 6 aprile 2009, invece di puntare ad un regime di aiuti destinato ad ovviare ai danni derivanti da calamità

naturale ( art. 107 punto 2 b del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea ), il governo Berlusconi ci ha elargito la Zona Franca Urbana, che ha

tenuto impegnate forze politiche e sociali, Istituzioni Locali, in una discussione di anni che, ad ora, è del tutto ferma, in attesa di capire se quello strumento servirà alla fine solo per compensare, in parte, quanto abbiamo già ricevuto in termini di abbattimento di tasse e contributi a seguito del sisma, e che l’Unione Europea giudica invece “aiuto di Stato” illegale. E nulla, in questi anni, sulla possibilità di uno specifico regime di aiuti per l’Aquila, ha detto, o fatto, la Regione Abruzzo.

E neanche i Governi, che dal sisma ad oggi si sono succeduti alla guida del Paese, hanno ritenuto possibile impegnarsi per una Trattativa con l’Unione Europea che assegni a L’Aquila una particolare condizione di aiuto, pure prevista dai trattati europei.

Le elezioni regionali, servono dunque, in ritardo di oltre cinque anni, a sollevare un tema importante, che però, ciascuno dei soggetti

coinvolti ( Enti Locali, Istituzioni Territoriali, Parlamentari, Forze Sociali Regionali e Provinciali ), ha affrontato

in maniera totalmente opposta alla necessità. E, agitarsi oggi, è purtroppo, solo strumentalizzazione.

Era chiaro, da tempo, che si sarebbe posta una questione molto seria di disponibilità delle risorse europee, anche a causa

dell’allargamento dell’Unione, e del fatto che, se Reggio Calabria ha indicatori economico-sociali molto migliori di quelli di Bucarest, allora, l’Abruzzo e

L’Aquila, al confronto sono territori molto sviluppati. In questo quadro, era ovvio, che l’Abruzzo, nel quadro della nuova Programmazione Europea 2014-2020 avrebbe pagato un prezzo duro.

E per questo, da tempo, si sarebbe dovuto salvaguardare L’Aquila, anche costruendo una griglia di criteri che tenesse

conto dell’impatto del sisma sul nostro sistema economico-sociale, e non lo si è fatto, perdendo tempo invece dietro mirabolanti promesse di volta in volta elargite.

Questi temi, per la loro profonda delicatezza, e anche per le responsabilità che implicano, meriterebbero qualcosa di più della

propaganda elettorale. O meglio, qualcosa di più della continua campagna elettorale cui l’Italia è sottoposta.

In realtà, a meritare di più, dovrebbe essere una discussione che preveda una profonda riforma dei sistemi di funzionamento dell’Unione

Europea. L’Europa non merita che l’unico criterio cui tutto debba conformarsi, sia quello della tutela della libera concorrenza sui mercati. Ma questo non è neanche materia di discussione nella campagna elettorale per il Parlamento Europeo, visto che le presunte principali forze politiche sono impegnate

esclusivamente a dimostrare una presunta egemonia su base nazionale.

L’Aquila, meriterebbe d’essere meglio rappresentata. Molto meglio.

Sanità aquilana

18 giugno 2014 alle ore 6:30

Può accadere che si voglia provare a comprendere qualcosa di come funzioni la sanità della provincia de L’Aquila.

Da semplice cittadino, senza contatti diretti con la struttura della ASL Avezzano-Sulmona-L’Aquila, apro allora il sito internet della Azienda Sanitaria Locale, e comincio a leggere quel che contiene.

Il sito contiene un “Portale Trasparenza”, al quale accedo.

Ed ecco che, se cerco di conoscere quale sia il Patrimonio Immobiliare della nostra ASL, finisco su una pagina che contiene solo la parola “Patrimonio Immobiliare”, ma nessuna descrizione.

Analogamente, accade, sempre in quella pagina, se cerco di sapere qualcosa di più su “canoni di locazione o affitto”.

Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, sapere quanto la ASL paga di affitto, e a chi, per la sua sede direzionale post-sisma in via Saragat a L’Aquila. Per capire se sia stata una scelta oculata, su un piano economico-finanziario, affittare una sede per gli uffici direzionali, da cinque anni a questa parte. O se, invece, sarebbe stato più lungimirante ristrutturare l’edificio a suo tempo adibito a direzione, nel complesso di Collemaggio, che, peraltro, non dovrebbe aver subito danni gravissimi dal sisma, dato che si svolgono al suo interno, regolarmente, le visite per l’accertamento delle condizioni di invalidità.

Per quanto attiene dunque al patrimonio immobiliare, nelle pagine ad esso dedicate sul sito, non vi è alcuna informazione.

Provo allora ad utilizzare il motore di ricerca interno al portale, riguardante la normativa, e digito la parola “assicurazione”, con la segreta speranza di trovare qualche traccia di quel che è accaduto al denaro che spettava alla ASL aquilana, per la assicurazione a suo tempo stipulata contro il rischio di danni da sisma. Ma la ricerca mi dice che non vi è alcuna informazione da visualizzare. E lo stesso accade se digito la parola “L’Aquila”, o, persino, la parola “Legge”. Nessuna informazione è da visualizzare qualunque cosa io cerchi nella normativa. In compenso, il portale mi consentirebbe di condividere, l’assenza di informazioni, su ogni social network disponibile. C’è un pulsante apposito.

C’è anche un richiamo alla “Modulistica” in questa sezione, e, quindi seguo le indicazioni per scaricare il modulo necessario per effettuare un accesso agli atti della ASL. Ma, al momento di scaricare il file, il computer dice che c’è un errore: questo file non è presente sul server.

Quindi, nel Portale Trasparenza, del sito internet della ASL di Avezzano-Sulmona-L’Aquila, non c’è modo di sapere come debba essere correttamente scritta una richiesta di accesso agli Atti dell’Azienda Sanitaria Locale.

Purtroppo, analoghi risultati, cioè nessuna informazione, ottengo se vado a cercare, ad esempio, la parola “ospedale”, nel motore di ricerca che riguarda i Provvedimenti assunti dalla ASL, dal 6 aprile 2009 ad oggi. O nessuno dei provvedimenti assunti contiene la parola “ospedale”, o nessun provvedimento è stato assunto.

Faccio un ultimo tentativo, così, per scrupolo.

E, sempre nel Portale Trasparenza, cerco di capire, ad esempio, quali siano i tempi di attesa per una eventuale prestazione di cui io abbia bisogno. Ma se cerco qualcosa sulla pagina che si chiama “Liste d’attesa”, vengo portato in un’altra pagina che mi spiega come sia impossibile collegarmi a quel che cerco. L’unico modo che ho, per sapere quanto tempo occorra, ad esempio, prima di poter effettuare un elettrocardiogramma da sforzo nella ASL , è quello di recarmi al CUP. O telefonare al call center cui è stato affidato il lavoro di prenotazione delle visite.

In realtà, però, quel che mi interessa di più, è accedere ai Bilanci della ASL, e, da profano, cercare di osservare la situazione economica della ASL.

Il sito però non mi aiuta.

In primo luogo non contiene alcuna informazione relativa al processo di fusione delle ASL che erano in provincia de L’Aquila, e che furono unificate nel dicembre 2009.

Non sono a disposizione così, i dati iniziali di pianta organica, di patrimonio immobiliare e non si possono valutare pienamente quindi le scelte operate nella fusione delle ASL della provincia aquilana. E gli apporti dati da ciascuna delle ASL preesistenti.

E’ anche questo il modo attraverso il quale scompaiono i 47 milioni di euro erogati dall’Assicurazione dopo il sisma.

A pagina 43, del Piano Operativo Regionale della Sanità abruzzese, c’è una Tabella. Al rigo 3 della Tabella si riporta la voce di Bilancio “Entrate proprie” della Sanità abruzzese, che, per il 2009 ammontano a 108 milioni di euro, e sono previste per il 2010 a 63 milioni di euro. La differenza fa 45. I soldi che l’Assicurazione ha erogato per il risarcimento del danno subito dalle strutture aquilane con il sisma del 6 aprile 2009, sono così entrati nel Bilancio Regionale della Sanità, e lì scomparsi per abbattere il deficit, forse, o il debito.

Ma di questi passaggi, non v’è traccia, sul sito della ASL aquilana.

Sul sito, invece, sono presenti “estratti”, dei Bilanci 2010, 2011 e 2012, ed il bilancio preventivo 2013.

Per poter svolgere una corretta analisi dei dati presenti in questi estratti del bilancio ASL, sarebbe necessario poter costruire delle “serie storiche”, comparare cioè analoghe voci di bilancio, nel tempo, in modo da comprendere l’evoluzione della sanità aquilana.

Ma questo processo è reso pressochè impossibile da compiere. Infatti, mentre per gli anni 2010-2011 è possibile comparare i dati, in quanto costituiti dalle stesse voci, ed anzi è possibile aggiungere il 2009 ( i cui dati sono riportati nell’estratto del Bilancio 2010, come se esistesse un documento contabile che consolidi i valori preesistenti delle ASL della provincia aquilana prima della fusione ), nel 2012 le voci di riferimento vengono del tutto modificate, rendendo la comparazione difficile o arbitraria, e, addirittura, del Bilancio Preventivo 2013, non è riportato lo Stato Patrimoniale ( quello che definisce la situazione patrimoniale dell’Azienda ).

Posso solo provare, pertanto a sottolineare alcune questioni che emergono, o almeno così a me pare, nell’arco di tempo 2009-2013. Tenendo ovviamente presente, che in quel che racconto di seguito sarà necessariamente presente, per la parzialità dei dati disponibili, una certa quantità di approssimazione, della quale mi scuso anticipatamente, pur avendo cercato di renderla minima.

Dallo Stato Patrimoniale del Bilancio, si evince come la ASL abbia un debito nei confronti dei Fornitori, che passa dai 255.368.059 milioni di euro del 2009, ai 264.255.000 del 2012. Un dato che riguarda tutte le imprese di fornitura di beni e servizi, e che racconta come sia pesante lavorare per la Pubblica Amministrazione, per chi non abbia forti spalle finanziarie capaci di ammortizzare i  ritardi nei pagamenti. Un dato che spiega come sia facile invece per l’economia criminale, l’unica che possa contare su notevole liquidità al di fuori del sistema bancario, avere rapporti con la Pubblica Amministrazione, o acquisire imprese che siano in situazione economica critica, proprio per la difficoltà a vedere soddisfatti i propri crediti dalla Pubblica Amministrazione.

Troviamo qui, nello Stato Patrimoniale, un valore dato al patrimonio immobiliare della ASL, che passa dai 127.301.755 milioni di euro del 2009 ai 118.858.000 del 2012. Non so dire se la diminuzione del valore discenda da alienazioni, o da una politica di Bilancio che svaluta il valore degli immobili. Resta però, con tutta evidenza, un patrimonio immobiliare di assoluto valore, spesso collocato in aree strategiche delle città e dei paesi della provincia, e che quindi, proprio per questo, dovrebbe essere vincolato ad un uso “pubblico”. Credo che se la Regione Abruzzo approvasse una Legge che vincoli questo patrimonio immobiliare all’uso pubblico e sociale, non si correrebbe il rischio di speculazione che corriamo a L’Aquila con l’area di Collemaggio. Area che, invece, oggi, è interessata da uno dei “Progetti Strategici Urbani”, individuati dalla Giunta Comunale, per un intervento di dismissione e valorizzazione, in collaborazione con non meglio identificati Fondi Immobiliari, che fa conto solo sulle risorse disponibili per la ricostruzione, senza che, ad oggi, sia evidenziato un solo euro di investimento privato.

Il Conto Economico è il documento di bilancio che illustra il risultato economico di gestione.

Innanzi tutto, ad esempio, evidenzia come, tra il 2009 e il 2013, non vi sia neanche un euro, ricevuto dalla ASL per fare Ricerca. Il che, è desolante.

Si dovrebbe aprire qui un capitolo di discussione sui rapporti tra ASL e Università, che meriterebbe un approfondimento specifico; ma che non vi siano capitoli specifici di Bilancio dedicati alla Ricerca è una grave perdita, per il territorio e per i suoi cittadini, per le professionalità presenti all’interno della ASL. Oltre a non essere, purtroppo, una preoccupazione per nessuna forza politica di governo o di opposizione all’interno della Regione Abruzzo, o di nessuno dei tanti Sindacati presenti all’interno della ASL.

I contributi che la Regione ( in misura molto maggiore di altri Enti ) versa alla ASL, in Conto Esercizio ( cioè con il compito di integrare i ricavi ASL per coprire integralmente i costi di    esercizio ), ammontavano, nel 2009 a 508.317.848 milioni di euro, e sono passati a 556.106.000 milioni di euro nel 2012 ( il Preventivo 2013 prevedeva un calo a circa 524 milioni di euro ).  L’incremento in tre anni, è stato del 9,4% circa.

Credo sia possibile affermare che, nonostante la brevità del tempo preso in esame, siamo in presenza di una sostanziale stabilità nel finanziamento, tenuto anche conto dei tassi di inflazione.

E’ interessante notare che, in questo capitolo, erano riportati negli anni 2009-2011 i contributi aggiuntivi forniti alla ASL per raggiungere determinati obiettivi, ( oltre 16 milioni di euro nel 2010 ad esempio ). Ma, dopo il 2011 diventa impossibile comprendere se tali contributi siano ancora esistenti, e in che misura, o meno. Naturalmente, nei documenti resi pubblici dalla ASL, non è dato sapere, quali obiettivi siano stati raggiunti, e quali invece no; o chi e quali reparti o unità operative, abbia avuto una dotazione di questo genere, e per far cosa. Senza una reale trasparenza su queste cifre, e senza una reale contrattazione sui criteri d’uso di questi fondi, queste risorse rischiano di costituire una fortissima leva clientelare e di potere.

Tra il 2009 e il 2011, è possibile apprezzare la quantità di risorse incamerata dalla ASL aquilana per la cosiddetta mobilità attiva, intraregionale o extraregionale, che passa dai 58.817.035 del 2009, ai 57.875.758 ( una diminuzione dell’1,6% delle risorse in ingresso provenienti da cittadini non abitanti della nostra provincia che la scelgono invece per curarsi ).

Analogamente, tra il 2009 e il 2011, è possibile apprezzare i costi sostenuti dalla nostra ASL per la cosiddetta mobilità passiva, intraregionale, o extraregionale, passati dai 75.020.432 del 2009 ai 71.233.252 del 2011 ( una diminuzione del 5% delle risorse spese dalla ASL della nostra provincia per la cura di persone residenti in provincia de L’Aquila che hanno scelto/dovuto curarsi fuori provincia ).

Il differenziale, tra mobilità attiva, e mobilità passiva, segna un deficit di 16.203.397 nel 2009, che si abbassa a 13.357.494 nel 2011.

Un processo virtuoso, sembra essere avviato, o forse un processo in cui anche la crisi economica contribuisce a spingere le persone a restare nelle proprie province di residenza, a curarsi, vista la contemporanea diminuzione di mobilità attiva e passiva registrata nel periodo in esame.

Di certo, se volessimo usare questo indice, come un indicatore, sia pure parziale, di qualità della Sanità a disposizione dei cittadini della nostra provincia, dovremmo dire che, comunque, la tendenza prevalente resta quella della scelta al di fuori della nostra provincia. Vuoi per la necessità magari di specializzazioni non presenti nella nostra ASL, o vuoi per vere o presunte migliori qualità di offerta che il cittadino percepisce altrove.

Di certo, dai documenti resi disponibili dalla ASL aquilana, non si evince, ad esempio, quali siano le specializzazioni per cui ci si rivolge all’esterno, o dall’esterno si viene in provincia, indicando così dei campi in cui potrebbe essere importante investire, o, magari, utile disinvestire per concentrare le risorse altrove.

Così come a partire dal 2012, questi dati non possono più essere confrontati in serie storica. Spariscono, semplicemente, forse inglobati in altre voci che non so riconoscere.

Credo, invece, che sarebbe essenziale una discussione trasparente, su questi temi. Anche da un punto di vista sindacale, ad esempio, per rivendicare una Sanità aquilana, che, di più, si sposti verso le effettive esigenze dei cittadini, invece di proteggere magari rendite di posizione che non hanno ragion d’essere rispetto al reale volume della richiesta. Ad esempio, dai dati di Bilancio, non si comprende quale e quanto sia consistente l’investimento in medicina preventiva o anche di controllo nel Territorio: non si evince ad esempio quali siano le attività svolte nel campo della Medicina del Lavoro, o nel controllo delle frodi alimentari.

Potremmo poi sommare, per gli anni 2009-2011, i costi sostenuti dalla ASL per l’acquisto di prestazioni da istituti privati accreditati e per l’acquisto di assistenza specialistica accreditata, verificando così che passiamo dai 93.112.216 milioni di euro, ai 85.308.077 milioni del 2011. La diminuzione di circa l’8%, su queste spese, mentre potrebbe apparire un passo positivo, letta così, solo con questi numeri, non consente di apprezzare il processo in corso.

Non consente cioè di capire se si tratti dell’effetto di un puro taglio lineare, obbligato dalle varie leggi finanziarie di questi anni, o se, invece, sia l’effetto di scelte organizzative o di investimento diverse, effettuate in questi anni, capaci di individuare magari un bisogno, e di potenziare conseguentemente l’offerta pubblica, risparmiando così risorse.

Anche qui, dal 2011 in poi, la visione di questi fenomeni si oscura. La ASL certifica le voci di bilancio in maniera diversa, e non consente di ricostruire l’ulteriore dinamica.

Credo che, in larga parte, sia qui il cuore di qualsiasi ragionamento relativo a quale possa essere davvero il bisogno di salute della nostra comunità, e come, a questo bisogno, la ASL dia risposta. Vi è qui l’intreccio, tra risorse disponibili, concreta organizzazione del lavoro dei reparti, loro dotazione organica, e scelte di investimento ed intervento che si fanno, o dovrebbero fare, sulla prevenzione in generale, sulla prevenzione del disagio sociale, sulla Assistenza Sociale. E’ qui il nodo delle decisioni che andrebbero assunte per abbattere drasticamente il peso delle “Liste d’Attesa”, per esami diagnostici o specialistici, che si trasformano in altrettanti incentivi alla sanità privata o convenzionata. Incentivi che non appaiono essere inconsapevoli, ma frutto di una precisa politica che svuota la Sanità pubblica della possibilità di intervento nei settori più appetibili sul mercato, a partire dalla Riabilitazione ad esempio.

Dovrebbe essere possibile valutare qui il concreto intervento sulla Medicina di Base, quella Pediatrica o del Territorio, nel loro dialogo con i Pronto Soccorso e le Guardie Mediche, e cercare di comprendere se una rete di pronto intervento, nella nostra Provincia, caratterizzata da grandi distanze, da una viabilità difficile, dalla presenza di numerose realtà isolate e da un generale invecchiamento della popolazione, sia adeguata agli effettivi bisogni, o se sia tutto da ripensare e come.

E’ qui che dovrebbe potersi leggere con chiarezza la tipologia delle patologie prevalenti nella nostra Provincia, e come su esse sia organizzato l’intervento, o la politica della spesa farmaceutica, o la concreta risposta che viene loro data in termini di dotazioni sanitarie, ospedaliere, di personale.

Certo, non è compito di un bilancio aziendale discutere questo, e però dalle scelte di Bilancio, dovrebbe potersi leggere come su queste tematiche si interviene concretamente, ed invece non è possibile farlo. I numeri non sono trasparenti, e da essi non è possibile, se non parzialmente, individuare una lettura possibile. Ed è l’assenza di trasparenza, il regno della propaganda, da qualunque parte provenga.

Salvo poi a confrontare la concreta condizione delle persone con le chiacchiere che si fanno.

Estremamente rigida appare la spesa per il Personale, che oscilla intorno ai 188/189 milioni di euro annui, nel periodo tra il 2009 e il 2013 ( previsione ), senza segnare significativi scostamenti nè in assoluto, nè nella divisione interna dei costi tra personale del comparto sanitario, o personale tecnico, o amministrativo, o di ruolo professionale.

Il che indicherebbe che la dotazione organica del personale, al momento della fusione fra l’ASL de L’Aquila, e quella di Avezzano-Sulmona, era sostanzialmente equilibrata, in termini assoluti e di composizione interna.

Ma, in realtà, questi numeri non danno alcun conto di cosa accada realmente nella politica del personale della nostra ASL.

Se cambiano le Unità Operative, e i Dirigenti perdono gli incarichi che prima esercitavano, conservano tuttavia intero il salario percepito, pur non esercitando più le precedenti responsabilità. Il personale del comparto sanitario diventa inidoneo al servizio nei reparti ( senza che questo apra una discussione seria sull’usura causata dal lavoro, o sulla facilità con cui si stabilisce che magari una persona non può più fare i turni ed è bene che si sieda dietro una scrivania ), ma resta in dotazione organica stressando l’organizzazione del lavoro e scaricando il lavoro su precariati di vario genere, tirocinii, studenti universitari etc, o sulla giungla di assistenze private pagate in nero dai parenti dei degenti.

Non vi è trasparenza nei processi di valutazione della formazione che, essendo spesso obbligatoria, alimenta magari un vasto sottobosco di opportunismi, purchè si svolga comunque, o costituendo spesso, si pensi agli Operatori Socio-Sanitari, un elemento decisivo di accesso e selezione alle forme di reclutamento, e per questo a fortissimo, e conclamato, rischio clientelare.

Quali siano i criteri valutativi, nell’affidamento di responsabilità direzionali, è troppo spesso un mistero, visto che si formulano interi Piani aziendali, già con l’idea di costruire articolazioni organizzative funzionali al solo conferimento di maggiori prebende o poteri a chi costituisce cordate affini ai poteri “vincenti”. A prescindere troppo spesso dagli effettivi risultati conseguiti nella cura delle persone. In un quadro in cui, la legislazione nazionale, e le compiacenze locali, consentono ancora troppe volte una confusione drammatica tra lavoro che si svolge in una struttura pubblica, e terapie che devono svolgersi in ambito privato ( con costi tutti a carico dei cittadini ), perché questa è l’unica strada per ingraziarsi il medico o il terapeuta cui ci si rivolge per la propria salute.

Così come non si comprende, nel Bilancio, come effettivamente funzionino i rapporti tra le varie sedi ASL e gli ospedali nella Provincia. Come sia avvenuta, e se sia avvenuta, una reale omogeneità e razionalità e uniformità di comportamenti e trattamenti e come poi la struttura del personale sia, e in che misura, effettivamente valorizzata o penalizzata.

Quello che in sostanza appare, da tutti i dati che il sito della ASL offre, è una situazione di Bilancio sostanzialmente cristallizzata. In cui non sono apprezzabili scostamenti di rilievo nella dinamica dei costi o dei ricavi o del patrimonio. Come se, l’unico esercizio concesso alle funzioni direzionali, sia quello di adeguarsi supinamente a dettami superiori, preoccupati esclusivamente non di curare la popolazione, ma di gestire ingentissime risorse che costituiscono il cuore del potere nella Regione Abruzzo, in un’ottica di tagli ovunque sia possibile e di contemporaneo mantenimento, di facciata, dello status quo.

La lettura dei dati di bilancio della ASL aquilana ( quelli almeno disponibili ), fornisce il quadro di una sostanziale staticità della situazione. In cui è solo negli interstizi che qualcosa si muove, premiando o punendo, popolazioni, lavoratori, territori, reparti, singole persone, attraverso l’esclusivo uso di un potere politico che tutto determina, e che, spesso, non ha neanche più il colore di un partito, ma solo l’odore afrodisiaco del comando.

Dai puri dati di Bilancio, dalla loro fissità sostanziale, si comprende il processo che, negli anni, acuisce le differenze nella società, tra chi può permettersi di integrare la Sanità Pubblica di base, con fortissime specializzazioni, più o meno private, e particolarmente onerose, e chi invece talvolta non può neppure pagare il ticket per prestazioni essenziali, o è sottoposto, senza vie di fuga, allo scandalo di attese lunghissime per esami diagnostici o visite specialistiche. Si capisce cioè che la politica non è affatto intervenuta per colmare questo gap di possibilità economiche individuali, e che, anzi, tagliando risorse disponibili, o anche solo mantenendo le risorse invariate negli anni, ha agito indirettamente, ma decisamente, per allargare il fossato che divide le persone e la loro possibilità di accesso alla salute.

In questo senso, neanche la contrattazione è intervenuta fino in fondo, non costruendo una seria cultura e pratica di Fondi Sanitari Integrativi che potrebbero aiutare a colmare le impossibilità economiche delle persone con un’ottica mutualistica.

In questo senso, è interessante rilevare come sia possibile scorgere nei dati Bilancio ASL pubblicati sul sito, solo per gli anni 2011-2012 il dato delle entrate da ticket, che passa da 9.991.000 a 10.641.000 milioni di euro con un incremento del 6,5% in un solo anno.

Un tema decisivo, quale quello della Sanità pubblica, meriterebbe, nella nostra Regione, un dibattito alto e responsabile, capace di affrontarne ogni sfaccettatura in modo trasparente e innovativo, immaginando le concrete forme organizzative solo in funzione di diritti e bisogni delle popolazioni, e non in funzione di affaristi di vario genere, o di potentati che aspettano la loro parte di bottino.

Voglio sperare che la nuova Legislatura Regionale che si apre, in questo senso, operi radicali cambiamenti.

Perché non accada più, che ad una persona in fase terminale della propria vita, siano fatti svolgere una impressionante serie di inutili esami diagnostici, da parte di una struttura privata convenzionata, per di più trasportando la persona da L’Aquila, ad una città sulla costa.

Perché la Sanità, interviene sulle persone, e non è solo una voce di profitto aziendale, o di debito pubblico.

Una conversazione

4 luglio 2014 alle ore 13:24

Esterno giorno.

E’ il Parco del Castello, a L’Aquila.

Panoramica lungo le stradine interne, tra aiuole e fontanelle. E’ un giorno di sole.

La telecamera inquadra una panchina lontana; si vede un uomo seduto, con un cappello in testa. La panchina guarda verso via Castello. Passano automobili, altre sono parcheggiate sotto i puntellamenti delle case. Il rumore è attutito, come fosse distratto.

Si inizia a sentire lo scricchiolio di passi sulla ghiaia dei sentieri tra gli alberi. Prima da lontano, poi sempre più vicino.

La telecamera si accosta lentamente all’uomo seduto sulla panchina, fin quando questi, si volta, e viene inquadrato in primo piano, mentre guarda i passi arrivare. Non sorride.

Dovrebbe avere circa sessanta anni di età. Il cappello, a tesa stretta, color panna, gli nasconde parzialmente i capelli, corti, bianchi e folti. Porta occhiali tondi, ha gli occhi celesti, leggermente acquosi e sporgenti. Le labbra sono carnose, ben disegnate; ha una pronunciata fossetta sul mento, e dei baffi severi, ancora parzialmente neri. Indossa giacca e cravatta. La camicia è bianca.

Si sposta su un lato della panchina, per lasciar posto al nuovo arrivato; la telecamera si allontana, e li inquadra, di fronte.

E’ arrivato un altro uomo. Circa trenta anni di età.

Capelli molto corti, rasati sui lati, biondi. Una barba rada e disordinata sul volto. Gli occhi scuri, febbrili. Indossa una maglietta di cotone, a maniche lunghe, sbottonata sul collo, color turchese scuro, e jeans.

-Grazie, d’aver accettato di parlare con me. –

Dice il più giovane.

-Sia chiaro – risponde l’altro – che questo colloquio, non è mai avvenuto. –

Si guardano negli occhi. Il giovane stringe le mascelle.

-Da dove iniziamo ? –

-Iniziamo dal denaro. Il denaro è quello che muove tutto. Il denaro è la misura di ogni passo. E’ come il vento, il denaro.

Non lo vedi, ma lo senti. Ed è capace di travolgere ogni cosa. Ogni casa. Ogni dignità.

Prende fiato, l’uomo dal cappello. Ha una voce profonda, espressiva. Distoglie lo sguardo dal giovane, e guarda di fronte a sé, sulla strada, ma senza vederla. E inizia a parlare senza fermarsi.

-Gli ultimi soldi, realmente stanziati per L’Aquila, sono quelli della Delibera CIPE del dicembre 2012. Poi li hanno rimodulati, affettati, ma quelli sono. E non altri; e non ce ne sono ancora. E non si vede quale strumento possa esserci per stanziarne degli altri per L’Aquila.

Ma i soldi arrivati a L’Aquila sono tanti, davvero tanti, in questi ultimi anni. Anche se non bastano a ricostruire. E tutti concentrati su un unico territorio.

Quello che racconto è uno sfondo. Una scenografia.

Lo sguardo che puoi avere quando giri un angolo e ti si apre davanti una piazza. Guardi tutto insieme, e, allo stesso tempo, non riesci a vedere nulla di preciso. Devi fermare lo sguardo su una colonna, sulle scale di una chiesa, per vederle davvero. E, ancor più, isolare una singola persona che cammina sulla strada, anche solo per sapere se è un uomo o una donna. E questo, bisognerà farlo . Si dovrebbe indagare; riempire gli spazi vuoti con i nomi. Oppure provare a raccontare i movimenti, i nodi, le svolte. E i nomi li metterà ognuno di quelli che guarda. –

Ancora un attimo di pausa. Si toglie il cappello, lo tiene tra le mani. Riprende a parlare.

-Facciamo che io sono una piccola impresa edile aquilana. All’inizio, dopo il terremoto, passata la fase dei puntellamenti, con l’avvio del lavoro per le case poco danneggiate, inizio ad acquisire contratti. La normativa, però, prevede che, prima io faccio i lavori, li finisco, li riconsegno, e, poi, alla fine di tutto, incasso. Però, se con l’andare avanti di questo processo, io mi ritrovo con qualche ritardo di pagamento, ad esempio perché il Comune non ha disponibilità economica, allora devo andare in banca, perché, nel frattempo, operai e fornitori ( che, data la crisi, mi chiedono di saldare oltre il 50% di quello che ordino, prima ancora che loro carichino il materiale sui camion che devono poi scaricare da me ), vanno comunque pagati. La banca è lieta di scontarmi la fattura, quindi io posso spendere i soldi che incasserò certamente. Però, il ritardo, continua. E allora, la banca, anche se sa che sto spendendo soldi coperti da una fattura derivante da finanziamenti dello Stato, mi chiede di rientrare perché sono andato molto oltre il fido che mi era stato concesso. Con la banca, quindi, accumulo un debito doppio. Il fido che avevo, più l’importo della fattura che mi hanno anticipato.

E se non pago, vengo segnalato alla Centrale Rischi. Divento una impresa non solvibile.

Anche se ho qualche milione di euro di lavori in portafoglio.

Improvvisamente, si materializza nel mio ufficio, un commercialista, con l’accento del nord. Ben

vestito, con la macchina di lusso. E mi dice che mi può finanziare lui. Non gli devo mica vendere l’azienda. Anzi, è importante che io resti. E’ gentilissimo.

Però, se gli dico che ci voglio pensare, non mi lascia un biglietto da visita, nulla. Nessun pezzetto di carta. Magari mi dice che mi ricontatta lui.

Io posso pure passare il tempo a chiedermi chi gli avesse raccontato della mia condizione. Intanto

però, la banca mi ha segnalato alla Centrale Rischi. E quindi non posso più avere soldi per pagare

i contributi dei Lavoratori. Quindi non posso più fare il DURC. Il Documento Unico di Regolarità Contributiva. E senza il DURC, il Comune non mi paga. E l’INPS, anche se faccio un accordo per rientrare a rate del debito, se non pago le rate, deve mandare il debito ad Equitalia. Ed Equitalia, mi deve pignorare. Tutto secondo Legge. E finisco così con il perdere anche i lavori che avevo in portafogli. –

L’uomo più giovane, deglutisce. E chiede:

-Scusi, ma la banca, forse si comporta così perché con la crisi ha tante situazioni critiche anche lei, no ? –

-Può darsi. Però, prima, i crediti delle banche erano garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, e poi, finito l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, il Comune ha fatto una convenzione con l’Associazione delle Banche Italiane, che frutta alle banche il 3,40% di interesse sul denaro che transita per le pratiche di finanziamento della ricostruzione. Quindi, se il denaro si ferma un po’, produce altro denaro. E produce anche per il Comune, che se ferma il denaro in cassa, percepisce un

interesse e mette a posto il Bilancio. E, in Comune, c’è un unico dirigente, che governa tutte le pratiche di ricostruzione, e c’è un unico geometra che provvede ai pagamenti, se i suoi impiegati gli preparano le pratiche però. Perché lui il computer non lo sa usare. –

Lungo la stradina cammina una ragazza che porta un

cagnolino al guinzaglio. I due restano silenziosi, finchè non passa oltre.

-Scusi, comunque, ad un certo punto, lo Stato paga, e le cose si mettono a posto… –

Ribatte il giovane.

-Può non andare proprio così. Può succedere che in una Assemblea Condominiale, che magari era già in parola con me, piccola impresa edile aquilana, per il lavoro della ricostruzione, uno dei condomini, debitamente istruito, cominci a seminare dubbi, sulla mia situazione. E l’Assemblea Condominiale, magari con il supporto di commercialisti che offrono consulenze ad hoc, può decidere di affidare formalmente ad altri, il lavoro. –

-Questa che mi racconta, però, mi appare una forzatura… –

-Potrebbe esserlo. Ma lei potrebbe verificare quali imprese, o gruppi di imprese, si aggiudichino prevalentemente il lavoro che è coordinato da importanti amministratori di condominio, o da certi studi tecnici. E potrebbe accorgersi che esistono precise cordate. –

-Ma anche questo, potrebbe non essere un problema. In fondo si lavora con chi ci si fida, no ? –

-Certo. Però, il punto delicato della questione, riguarda il “come” si forma una volontà assembleare, e quanto liberamente siano effettivamente affidati i lavori. –

-Va bene, ma, alla fine, l’importante è ricostruire la città no ? E poi, per evitare che siano imprese disoneste a farlo, c’è la “ White List”… –

L’uomo dal cappello accenna un sorriso tirato. Si sistema meglio sulla panchina.

-La “White List” non esiste. Forse esisterà. Dopo. –

-Come ? –

-Se lei va, ora, sul sito della prefettura de L’Aquila, alla Sezione “ Amministrazione Trasparente “, trova un elenco di ditte, che, volontariamente, hanno chiesto di far parte di un elenco di fornitori che soddisfano una serie di requisiti antimafia etc. –

-Quindi la “White List” c’è. –

Ribatte ad alta voce il giovane.

-Sì, che c’è, ma per le ditte che fanno “fornitura di ferro lavorato”, o “noli a freddo di macchinari”, o la “guardiania ai cantieri”… Non c’è una “White List “ , ad esempio per le aziende che abbattono e ricostruiscono case.

O per aziende che fanno movimento terra. E’ proprio la Legge, che è così. E la Lista, riguarda comunque le Aziende che, volontariamente, decidono di proporsi.

E non c’è obbligo alcuno, a servirsene. A oltre cinque anni dal sisma. –

-Ma, sul sito dell’Associazione Costruttori de L’Aquila, qualcosa ci sarà… –

-Si, materiale informativo relativo alla “White List”. Più o meno. Del 2010.

E peccato che manchi, nel sito, una sezione dedicata all’affiliazione massonica… –

-Che vuol dire ? –

-Ma nulla, ovviamente. Era solo una battuta. Non si definiscono tra loro i massoni come “liberi muratori “ ? –

Il giovane guarda fisso l’uomo dal cappello. Un camion passa, con grande frastuono. Il giovane si allontana un po’ dall’uomo col cappello, come se volesse mettere una distanza, non solo fisica, dalle sue parole.

-D’altra parte -incalza l’uomo col cappello – è noto che esiste una tariffa, variabile tra il 3 e il 10% del valore dei lavori da svolgere, che viene pagata come tangente da chi deve vedersi affidati quei lavori. E io, piccola impresa edile aquilana, non me lo voglio permettere, di pagare. Quindi, non lavoro. –

-Mi scusi, ma io mi rifiuto di accettare queste dicerie, come vere. Se io mettessi nella mia storia questa roba un po’ qualunquista e scontata, perderei di credibilità. –

-Può darsi. Però sarebbe interessante vedere quanti appartamenti in questo periodo sono venduti a prezzi reali da regalo, o quante consulenze costosissime si fanno.

Le cose, non sempre hanno l’anima del nome che si da loro. Certe volte, il nome è solo un lenzuolo che nasconde certi fantasmi. –

-Prendiamo per un attimo per buona la cosa che mi sta dicendo: adesso sono io, un’impresa, e per farmi affidare un lavoro, dovrei pagare una tangente. Ma, quello è un lavoro della ricostruzione. Il cui valore è costruito su un prezziario. I margini di guadagno sono ridottissimi. Da dove prendo i soldi per pagare tangenti ? –

L’uomo dal cappello, si alza un istante dalla panchina. Si passa una mano tra i capelli, e accenna qualche movimento sulle gambe. Poi si piega e siede di nuovo. Sporgendosi in avanti. E inizia a parlare, a bassa voce. Con il viso rivolto a terra.

-Tante imprese aquilane hanno usufruito dei servigi di imprenditori campani recentemente arrestati, con manodopera a 19 euro l’ora tutto compreso, e nessuno controlla, dove si deve controllare, o sindacalizza; se prendo finestre dalla Romania, posso giostrare bene con l’IVA che non pago; se assumo solo manovali comuni, risparmio parecchio; se faccio subappalto, guadagno, e posso subappaltare quasi tutto, e quando non posso, faccio figurare che alcuni dipendenti delle ditte subappaltatrici, sono in realtà miei dipendenti; e certe volte, se il subappaltatore non mi riconsegna tutto secondo i tempi stabiliti, è lui a pagare a me la penale, che se la stabilisco dall’inizio, e il subappaltatore, coscientemente ritarda la consegna, è una tangente per me. Se poi il subappalto lo faccio con una ditta estera che si porta i lavoratori direttamente dal loro paese, e li paga con i contratti del loro paese, anche così, ci guadagno.

Ma, in realtà, il guadagno vero, è quando prendo il lavoro, e metto in moto i soldi, e se serve, le fidejussioni: con i soldi che non ho io, ma che qualcun altro mi da, e che porto in banca; perché se sono il titolare d’impresa, certe volte, puzzo di legno e qualcun altro comanda. Perché così, i soldi si lavano. Allora sì, che posso pagare tangenti per i prossimi lavori che voglio prendere. Perché il soldo lavato, vale di più, molto di più del soldo sporco. –

Il giovane dai capelli biondi, si mette a sedere sul bordo della panchina, e poi stende la schiena all’indietro. Mette le mani dietro la testa, come a poggiarsi su un cuscino nell’aria. Poi si rialza. Si prende la testa tra le mani, e guarda l’uomo col cappello.

-Si rende conto che dopo tutto quello che mi ha detto, ci manca solo che mi racconti che gli appalti per la ricostruzione di edifici pubblici sono pure lottizzati dalla politica, e abbiamo concentrato tutto insieme sulla città il male degli ultimi secoli ? Chi ci crede ? –

-Che gli appalti pubblici della ricostruzione siano lottizzati dalla politica, io non glielo dico, però lo so. Come so che alcune importanti aziende edili aquilane hanno lavorato, parecchio, nel periodo della presenza e responsabilità unica della Protezione Civile, e poi, si sono un po’ fermate, ad attendere che di nuovo scatti il loro turno. Oppure che altre imprese, che prima del terremoto fatturavano qualche decina di migliaia di euro all’anno, ora viaggiano a milioni. E consiglierei anche di verificare quanti sono i Lavoratori che effettivamente sono assunti, e al lavoro, nei cantieri più o meno aperti, o fermi, lungo l’Asse Centrale della città, per capire come certe imprese si

prestino a rendere quasi veri i desideri della politica. Il perché si prestino, forse fa parte di altre storie. –

Alza le mani, il giovane, a interrompere il discorso dell’altro.

-Lei non mi ha fatto un nome. Lei getta ombre sulla buona fede di Istituzioni e Associazioni. Lei favoleggia di cupole segrete che si muovono nell’ombra cercando di ritagliarsi un posto alla tavola

imbandita da una politica vorace o schiava. Ma guardi che a L’Aquila centinaia di imprese, cittadini, Lavoratori, sono persone oneste che si danno da fare per ridare vita alla loro città. E tanti, in Associazioni o Partiti, o nelle Istituzioni, seriamente e disinteressatamente si battono per L’Aquila. Magari anche facendo, semplicemente e silenziosamente il proprio dovere. Ma di loro nessuno parla perché non fanno notizia. –

-Vero. Verissimo.

Ma a L’Aquila, dal 6 aprile 2009 si svolge un gioco molto pesante. In cui molti attori vogliono semplicemente accumulare potere, ridefinire gerarchie e ricchezze. Consolidare influenze, ed elettorati. L’inquinamento è generalizzato: nella testa delle persone. Il vero nemico, paradossalmente, è il mercato dalla cui competizione tutelarsi in ogni modo lecito o criminale. Il vero nemico sono le regole e la democrazia, e il conflitto trasparente.

Vede, giovane amico. Lei potrebbe essere il primo a realizzare una sceneggiatura da film su queste storie. Non serve che ci sia qualcuno che tiri le fila. Qualcuno che dica esplicitamente quel che si vuole fare e come. I potenti, si annusano tra loro, e cercano accordi. Senza neanche parlare tra loro, come seguissero un galateo non scritto. O si fanno guerra, ma mai per distruggere del tutto il nemico. Solo per acquisire posizioni migliori. Tanto, la ruota gira. E c’è un parco di mucche da mungere sempre.

Il punto è esattamente questo. E’ vero che ci sono tanti onesti e positivi. Ma sono proprio loro il mangime di quegli altri. E vanno conservati; proprio come il fieno per l’inverno.

La scriva questa sceneggiatura da film. E la realizzi questa sua opera. Magari non cambia nulla, ma sarà comunque un fatto importante. Magari tra venti anni i nostri nipoti capiranno di più.

La telecamera si stacca. La panchina torna lontana.

La telecamera indugia sui raggi del sole che penetrano le foglie degli alberi.

I rumori della città affievoliscono.

Silenzio.

Liberamente ispirato ad una scena, magnifica, del film “ JFK “ di Oliver Stone.

Certe volte, la realtà, si incarica di avere pochissima fantasia.

24 luglio 2014

Oggi è giovedì.
Da circa otto anni, tutti i giovedì, ho avuto il privilegio, concessomi dall’Editore, di avere un mio spazio di parola a TVUno. Non pagavo per avere quello spazio, e non venivo pagato. Ma quello spazio non aveva prezzo, per me, perché era totalmente libero.
Liberamente, ho sempre potuto esprimere il mio pensiero, su ogni cosa io ritenessi importante.
E, in questi anni, ho sempre avuto il supporto preziosissimo, dei Tecnici di TVUno, e, ogni volta che era possibile, il confronto stimolante con la Redazione delle Giornaliste. E anche con la Proprietà aziendale.
Da circa un mese, TVUno è spenta.
Non è importante che sia spento il mio spazio, ma è terribile che sia spento uno spazio di informazione, di impresa, di lavoro, di storia, della nostra città.
Ho sempre pensato che una impresa esista in quanto faccia profitto, senza sfruttare il lavoro delle persone. E, pagando dei prezzi personali per questo, ho sempre pensato che alla Politica, o alle Istituzioni, rispetto all’economia, debba essere chiesto di costruire condizioni ottimali, perché ci sia cittadinanza per l’Impresa, e, soprattutto, per il Lavoro. Senza demagogie e senza assistenza. Ma con rigore.
Non importa la mia opinione sulla situazione di TVUno.
Ma non è accettabile il silenzio assordante di una città che vede scomparire una delle sue voci storiche. E’ segno di rassegnazione e sconfitta.
E io vorrei che L’Aquila vincesse.

Viale della Croce Rossa

10 agosto 2014 alle ore 20:27

E’ una domenica d’agosto.

Una domenica prima di Ferragosto.

Tutti, spero, hanno qualcosa di bello da fare.

E mi permetto, quindi, in punta di piedi,  dentro il bello della vostra serata di disturbare, ma solo poco.

Poco poco.

Quando Viale della Croce Rossa, sta per diventare Salita delle Aquile, c’era una volta, una volta c’era, una macilenta costruzione, adibita ad officina meccanica. Prima del terremoto.

Era parecchio rattoppata. Ed è crollata, col sisma. Lasciando in eredità anche parecchio amianto, se non mi sbaglio.

Ora, quell’area è recintata. E allargata, rispetto allo spazio prima occupato dall’officina. Non ci sono cartelli, fuori la recinzione, che indichino cosa accadrà lì dentro. Ma sembra un cantiere pronto a partire. E pronto a realizzare qualcosa non di grande, ma di grosso.

Correva voce, anche nelle carte del Comune, nei Progetti Strategici Urbani, di iniziativa pubblica, che ci fosse un percorso di valorizzazione possibile, di tutta l’area sotto le mura lungo viale della Croce Rossa.

Un percorso di valorizzazione che bonificasse quell’area dalla situazione attuale. Indecorosa. Tristissima.

Destinando ad altri luoghi degni, anche con facilitazioni magari, le iniziative commerciali lì impropriamente situate. Non era forse il Partito del Sindaco ( lo stesso mio partito, allora ), quel Partito che fece una lunga battaglia per evitare che si installasse un altro distributore di benzina lungo Viale della Croce Rossa, tanti tanti anni fa ? Le buone idee, non necessariamente diventano archeologia.

Non voglio farla lunga, anche se ci sarebbe tantissimo da dire su quanto sarebbe bello poter camminare a piedi sotto le mura della città. E utile per il turismo. Qualcuno è stato a Lucca, ad esempio ?

Ma è sera, di una domenica prima di Ferragosto. E l’attenzione è altrove.

Però si può fare una buona azione, anche oggi.

Impedire, che un nuovo fatto compiuto renda irrealizzabile una bella possibilità per la città.

Per favore.

Prima del pranzo di ferragosto, pensateci. Dopo, magari, complice il sonnellino pomeridiano, potreste dimenticarlo. E sarebbe proprio una bella zappa sui piedi.

Grazie.

Intemerata

3 settembre 2014 alle ore 22:41

L’attenzione sulle notizie dura al massimo un giorno e mezzo. Il tempo di una qualsiasi reazione su un social network. Da un caffè all’altro, al mattino davanti al televisore di casa.

O il tempo che ci vuole ad una notizia più attraente o drammatica, per conquistarsi la prima fila nel balletto.

E’ difficile, ricostruire i processi storici, i nessi tra i vari giri del mondo. Le relazioni tra chi nasce, e chi muore, e le memorie che restano. E’ difficilissimo sottrarsi alla narrazione dominante, del dominatore di turno. Una multinazionale della comunicazione, incistata in un opaco potere economico-finanziario, governata da subalternità politiche e profitti da assalto ai titoli di Borsa e ai forni. . Costruttrice di consenso e fede consumistica. Capace di spianare al suolo ogni senso critico, funzionale solo al mantenimento di diseguaglianze sempre più radicali, con un occhio di riguardo per la criminalità organizzatissima, che, quando si debba ammazzare qualcuno scomodo, può sempre servire.

In tutto questo, e millemila altre cose importanti ancora, a l’Aquila, parliamo di tradizione. Parliamo, di un evento, per il quale è chiesto il riconoscimento di “Patrimonio orale e immateriale dell’umanità”. La Perdonanza.

Il cardinale, allora Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, viene intervistato dall’Osservatore Romano, il 27 agosto 2009, in occasione della sua partecipazione alla Perdonanza dell’agosto 2009.

La domanda dell’intervistatore, esalta il gesto di Celestino, che ha messo a disposizione dei più umili le indulgenze spirituali, ma chiede, in realtà, quale sia l’atteggiamento di Papa Benedetto XVI, Ratzinger, nei confronti dei più poveri.

E il cardinale risponde :

Conosciamo la forza dirompente dell’atto compiuto da Celestino V: il suo dono ha spinto poi il suo immediato successore, Bonifacio VIII, a promulgare il Giubileo, con l’indulgenza estesa ormai a tutto il mondo, in un impulso plenario di rinnovamento, di perdono e di condono anche a livello economico e sociale, oltre che spirituale. “

Tra coloro che vissero “sanza ‘nfamia e sanza lodo”, gli ignavi, Dante Alighieri, colloca l’ombra di colui che “ che fece per viltade il gran rifiuto “. Forse Celestino V. Una sorte comunque migliore, rispetto a quella che attende Bonifacio VIII, di cui Dante profetizza il supplizio eterno a testa in giù, dentro un pentolone immerso nelle fiamme destinate ai papi simoniaci, quelli avidi, che vendono indulgenze per brama di oro e argento.

Nessuno mai che, a suo tempo, abbia chiesto a Carmelo Bene di venire a L’Aquila a recitare per noi quei canti dell’Inferno.

L’intervista al principe della Chiesa, a terremoto ancora caldo, prosegue su temi importanti, riguardanti il rapporto tra Ratzinger e il Concilio Vaticano II; il rapporto tra Ratzinger e la Curia romana; la responsabilità di Ratzinger, per tutto quello che concerne la Chiesa.

Di Perdonanza si parla solo nelle prime tre righe, quindi.

Per dire che Celestino ha avuto una grande intuizione, ma è Bonifacio, ad aver fatto fare il salto di qualità all’indulgenza plenaria, “un condono a livello economico e sociale”. Dandogli un respiro mondiale. Quando lo decide il papa, col Giubileo.

E viene in mente l’Estate Romana, dell’Assessore alla Cultura di Roma, Renato Nicolini, dalla seconda metà degli anni ’70, alla prima degli anni ’80 del ‘900.

E L’Aquila è a 100 chilometri da Roma, e qualcosa forse, bisogna che pure arrivi, dall’autostrada da poco inaugurata.

L’invenzione della tradizione, è un atto di egemonia culturale.

Come Bossi, che ha inventato la “padania” ( merita il minuscolo ), diventata parola colloquiale, lessico famigliare. Sottomissione al federalismo dell’assenza dello Stato.

Oppure, la tradizione, è un atto spontaneo del popolo, non codificato, ma di massa, vivo, vitale, ripetuto nel tempo, trasmesso di generazione in generazione.

Dalla coratella d’agnello nella colazione di Pasqua, a “ju calenne”, o al gioco de “ju zirè”.

Altrimenti, davvero, la tradizione, diventa un atto di conquista culturale. Un marchio che si vuole definire identitario, prima di altri “marchi”, perché si sceglie una identità cui aderire. O perché ci si conformi ad essa, o perché la si voglia enucleare, “costruire”, definire.

Ma, tradizione, e quindi trasmissione di educazione, formazione, consenso e valori, è anche qualcosa di parzialmente indipendente da una volontà demiurgica. Può anche essere il riconoscimento di qualcosa che è.

La Bolla del Perdono contiene un precetto religioso. Evidentemente capace di compiere un cammino secolare. Che sia ancora lungo il suo passo. E capace di dare conforto e forza a tutti i credenti.

Profondamente rivoluzionario, Camillo Cavour. “Libera Chiesa in libero Stato”.

E, per questo, il più rapidamente possibile dimenticato.

Eppure, fecondo. Quanto sarebbe fecondo, oggi, restituire al Giubileo aquilano, tutta intera la sua dimensione religiosa; il suo dibattito interiore, tra le anime della Chiesa, ancora capaci di nominare, sia Celestino V, che Bonifacio VIII. L’ultimo, in continuità col primo. E, pazienza, per le 95 Tesi di Wittenberg, guarda caso “Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum”.

Martin Lutero, riposa tra le braccia di Luther Blisset.

E che si svincoli, la Municipalità. Da una subalternità culturale cercata, perseguita, scelta.

Non è un destino.

Sia capace la Municipalità di guardare con occhio attento e rispettoso, al percorso religioso. Quale che la Chiesa lo voglia far essere.  E, se lo ritiene, intervenga al lato, di esso.

Con sue riflessioni, iniziative, percorsi.

L’identità, può anche essere un ri-conoscimento nuovo, una molteplicità che non esclude.

Magnifica, la fotografia di questa ultima edizione di Perdonanza, che ritraeva figuranti in corteo, su sfondo di bagni chimici sotto indagine per malversazioni post-sisma. Sintesi mirabile di un corto circuito oppressivo.

Se un precetto, debba riprodursi “annualmente”, dice la Bolla del Perdono, non v’è ragione alcuna perché esso sia ri-prodotto in forma simil-medievale. Se non quella scenografica del panem et circenses. E’ da ricordare una magnifica edizione del corteo, in epoca Tempesta, caratterizzata da Giannizzeri rossi, con la mezzaluna rossa, un fez d’accatto e spadine di plastica.

Che tutto questo sia “cultura”, è opinabile.

E, nei fatti, trattasi comunque di cultura che non produce neanche un panino in più venduto nei bar. Ammesso che, destino della cultura, sia necessariamente provare a sconfessare quelli che pensano che la cultura non si mangia.

La cultura a l’Aquila, è interamente in mano pubblica.

Pubblico è il Teatro, e l’Orchestra. Pubblica la bella, ma parziale, prova dei Cantieri dell’Immaginario. Pubblici sono i ludici spettacoli offerti  insieme al Perdono. Pubbliche sono le risorse economiche che tutto alimentano.

Non c’è un centesimo d’euro, speso da un imprenditore privato qualsivoglia, in tema di cultura. Fatti salvi alcuni piccoli spettacoli posti in vendita da pub o locali. ( Persino temerari quelli che ospitano formazioni musicali giovani, anche locali ).

In compenso, abbiamo un imprenditore Presidente del Teatro Stabile, che, quindi, da Presidente, chiede che sia lo Stato, e le sue articolazioni territoriali a finanziare la cultura, mentre, come imprenditore, a ogni piè sospinto chiede che lo Stato si ritiri dall’economia, e mette in cassa integrazione in deroga, dal 6 aprile 2009 ad oggi tutti i Lavoratori del Teatro L’Uovo, di cui pure era ed è Presidente.

Allora, può farsi, “politica culturale”.

E se “pubblico”, è di tutti, e tutti rappresenta, può sciogliersi dall’abbraccio con la Curia. E può sciogliersi dall’abbraccio con gli interessi privati o politico-clientelari.

E suscitare innovazione, e magari una cultura popolare nuova che diventi tradizione.

I Cantieri dell’Immaginario potrebbero essere scuola permanente, anche dei “mestieri” del teatro.

Si può recuperare un ruolo attivo nel cinema.

Si può portare l’Orchestra a suonare per il popolo nei progetti C.A.S.E, e nelle frazioni della città.

Si possono aprire spazi per i giovani, che, liberati dal peso della tradizione inventata, possano innovare.

Si possono esplorare strade inedite. Dalla fotografia, all’informatica. Dal ciclo dell’acqua ( da cui L’Aquila prende il nome ) alle lezioni – e risposte – alla catastrofe, declinata in tutte le molteplici forme assunte nella modernità globalizzata. Individuali e collettive.

C’è più cultura in raduno di haker all’Asilo Occupato, che dentro certe ulcerose stanze di decisori assessorili.

Il sapere, non è altro che una infinita e sublime ricapitolazione”, diceva Padre Jorge da Burgos, mentre cospargeva di veleno le pagine del libro che non doveva essere letto nella biblioteca dell’abbazia che non deve essere nominata, del “Nome della rosa”.

Il sapere, invece, dovrebbe essere memoria e ricerca. E c’è, anche, una dimensione di divertimento popolare, senza che debba esservi per forza, un intento codino e pedagogico da sinistra cocktail. O da destra sollazzante, con la faccia rifatta , del “famose dù spaghi”. Capace di pervertire persino la bontà di un piatto di spaghetti.

Monicelli faceva film popolari. Arte. Come De Sica. O Eduardo De Filippo. E facevano incassi.

Bruno Vespa, è solo un vassallo. Che annuncia sempre in tv, in un eterno ritorno,  l’arresto dell’attentatore di Piazza Fontana, Pietro Valpreda.

E’ una questione di qualità.

E’ solo una questione di qualità.

E se in economia, la città degli ultimi venticinque anni non ha potuto, e in parte saputo, difendere un tessuto industriale e produttivo anche perchè non aveva massa critica sufficiente – e risorse finanziarie proprie sufficienti perché male investite nel mattone-finanza – e non era sufficientemente radicato nel territorio, e non aveva sufficientemente fecondato la cultura del fare del territorio; non è detto che nella cultura debba continuare a percorrersi una strada tutta dispersa e dispersiva. Che non scelga priorità e su esse punti investendo con continuità e libertà, nel tempo. Disinvestendo da quanto è solo tradizione inventata. Senza radici.

Senza radici vere e ben piantate, i rami non hanno tanta fantasia per crescere fino al cielo. Inventando fiori e frutti.

La fine della Mobilità in Deroga

20 novembre 2014 alle ore 18:04

Stanno arrivando le lettere Del Dipartimento Sviluppo Lavoro e Formazione, della Provincia de l’Aquila, Unità Operativa del

Centro per l’Impiego.

Le lettere, indirizzate a chi ha richiesto, a partire dal  4 agosto  2014, di essere ammesso al trattamento di

Mobilità in Deroga, comunicano la domanda non può essere accolta.

Facciamo un passo indietro.

Dal 2008, per effetto della crisi, sono stati introdotti gli ammortizzatori sociali in deroga. Destinati a tutti coloro i quali, avendo perso il lavoro, e rientrando in taluni requisiti scelti a livello regionale tramite accordi siglati dalle Regioni, con le Organizzazioni Sindacali e con quelle Datoriali, non avevano più alcuno strumento di sostegno al reddito.

In particolare, la Mobilità in Deroga, riservata a chi aveva perso il lavoro ( un ultimo rapporto di lavoro durato almeno 12 mesi con lo stesso datore di lavoro ), e finita la indennità di Disoccupazione, ha interessato centinaia di  migliaia di persone in Italia, e qualche migliaio nella nostra Provincia.

Il primo agosto scorso, il Decreto Interministeriale 83473, stabilisce, tra le altre cose, che il trattamento di Mobilità in Deroga, può essere concesso per tempi precisi, oltre i quali non sarebbe più possibile erogare il trattamento, la cui validità è prorogata al 31/12/2016, tempo, entro il quale, il legislatore suppone di essere in grado di sostituire lo strumento di Ammortizzazione in Deroga, con uno strumento “Ordinario”, di sostegno al reddito, avendo effettuato una riforma complessiva del sistema degli Ammortizzatori Sociali.

Ma, in realtà, il Decreto, nel tipico linguaggio della legislazione italiana, recita che hanno diritto al trattamento di mobilità in Deroga “i Lavoratori disoccupati che risultano privi di altra prestazione legata alla cessazione del rapporto di lavoro”.

Intendendo con ciò, come chiarito in una successiva circolare del Ministero del Lavoro del 19 settembre 2014, che, se un Lavoratore, al momento del licenziamento, poteva avere diritto ad un trattamento di sostegno al reddito ( Mobilità Ordinaria, Indennità di Disoccupazione ASPI o MiniASPI ), per ciò stesso, non ha, e non può più avere diritto al trattamento di Mobilità in Deroga.

Di fatto, quindi, la Circolare del Ministero del Lavoro, in via interpretativa del Decreto Interministeriale, abolisce la Mobilità in Deroga, per come l’Italia, e l’Abruzzo, l’hanno conosciuta sino ad oggi, riservandola a rarissime fattispecie di Lavoratori. Ad esempio, il personale artistico di una compagnia teatrale. O le comparse professionali del cinema.

In Abruzzo, però, tra il primo agosto, e il 19 settembre, l’otto settembre 2014, si riunisce il C.I.C.A.S. Comitato di Intervento sulle Crisi Aziendali e di Settore.

Nel C.I.C.A.S. siedono le Organizzazioni Sindacali dei Lavoratori e dei Datori di Lavoro, la Regione, e le Province abruzzesi, tra gli altri, ed è l’organismo che, dal 2008 ad oggi, ha gestito, in Abruzzo, la situazione e le scelte sugli Ammortizzatori Sociali in Deroga.

E il C.I.C.A.S. delibera che possono ancora fruire del trattamento di Mobilità in Deroga, coloro i quali non abbiano raggiunto i 3 anni e otto mesi di trattamento, o i tre anni e dieci mesi di trattamento, a seconda di particolari condizioni individuali. Delibera sempre il C.I.C.A.S. che possono usufruire di Mobilità in Deroga, dal primo settembre 2014 al 31/12/2014, tutti i Lavoratori, provenienti da imprese, che per la prima volta chiedano il trattamento, essendo privi degli strumenti ordinari di ammortizzazione sociale; quest’ ultima norma, pone immediatamente dei problemi interpretativi, visto che sembrerebbe escludere, secondo l’INPS, tutti coloro i quali, ad esempio, avendo usufruito di un periodo di indennità di disoccupazione, provenendo da un lavoro che abbiano svolto per almeno 12 mesi, lo abbiano concluso in data posteriore al primo settembre. Ad esempio, per L’Aquila, tutti i Lavoratori provenienti dalla chiusura della clinica Sanatrix.

Sembrerebbe, quindi, che il C.IC.A.S. abruzzese abbia deliberato che il trattamento di Mobilità in Deroga possa continuare ad essere erogato per tutti quelli che già ne usufruivano ( ma con un limite temporale massimo ), e, limitatamente agli ultimi tre mesi del 2014, per tutti quelli che non abbiano altri strumenti di ammortizzazione di cui poter usufruire.

Le scelte del C.I.C.A.S. sono sottoscritte all’unanimità da tutti i presenti.

Ma arriva la circolare interpretativa del Ministero, e, il primo ottobre, la Regione Abruzzo, in risposta ai quesiti interpretativi del Centro per l’Impiego de l’Aquila, via mail, dichiara, di fatto, a far data dal 4 agosto ( data della pubblicazione del Decreto Interministeriale 83473 ), cessato il trattamento di Mobilità in Deroga.

Per completare il quadro, vale la pena riportare alcune precisazioni finali.

Tutto il sistema degli Ammortizzatori in Deroga, si è sempre retto, con la clausola del limite delle risorse finanziarie disponibili. Vale a dire cioè, che, nel tempo, le Regioni, hanno deliberato criteri di ammissibilità, magari sempre più larghi, sotto la pressione della crisi, spingendo volta per volta il

Governo ad allargare la quantità di risorse nazionali disponibili.

Il Decreto Interministeriale del primo agosto, stabilisce che, fermo restando quanto deciso in quel Decreto dal Governo, le Regioni, con risorse proprie, o con risorse provenienti dall’Unione Europea, possono decidere diversamente. L’Abruzzo non sembra intenzionato ad intervenire in questo senso.

Appare abbastanza incredibile che, quanto scritto in un Decreto Interministeriale, oggetto di un Accordo Quadro di livello regionale con tutti gli Attori Sociali, possa essere completamente ribaltato nel suo senso e nella sua applicazione pratica, da una Circolare interpretativa.

Con enormi conseguenze di carattere sociale.

Occorre infine, ricordare che, ad oggi, chi aveva comunque diritto al trattamento, almeno fino al mese di agosto 2014, è stato pagato solo per gennaio e febbraio, del 2014.

La Mobilità in Deroga, non è mai stato lo strumento ideale per affrontare la crisi. Ed anzi produceva distorsioni, sul mercato del lavoro, favorendo ad esempio il crearsi di sacche di lavoro nero. E, per come era costruita, da un punto di vista normativo, scoraggiava ad accettare periodi di lavoro  brevi, tra chi fruiva di quello strumento, perché altrimenti ne avrebbe perso il diritto.

E però era uno strumento, sia pure parziale, di risposta ad un bisogno, in assenza di reali politiche capaci di creare sviluppo e buona occupazione.

La fine della Mobilità in Deroga, per via “burocratica”, è un fatto gravissimo. Legato certamente alla assenza di risorse disponibili, nazionali e regionali, ma anche alla scarsa considerazione che, in generale, vi è nei confronti di chi abbia perso il lavoro. E’ una sua colpa, e da solo, o da sola, deve risolvere il problema. Anzi, liberalizzando ancora di più le regole del mercato del lavoro, togliendo ogni residua tutela, di per sé, il problema della disoccupazione dovrebbe risolversi.

Come se oltre trenta anni di deregolamentazione in questo senso ( è del 1984 l’introduzione dei Contratti di Formazione-Lavoro in Italia ), non avessero abbastanza dimostrato che,  avere meno regole, non vince la disoccupazione, ma la aumenta.

Ed è straordinario, il silenzio di tutti quelli che siedono nel C.I.C.A.S.

L’otto settembre hanno deliberato qualcosa, che una Circolare ministeriale cancella.

E nessuno ha nulla da dire, o da fare.

Migliaia di persone, in Abruzzo e a l’Aquila, hanno perso una possibilità. Così è, ad oggi.

E altre migliaia, non l’avranno neppure quella possibilità.  

Sei città

12 gennaio 2015 alle ore 22:37

Un bambino nato nel 2009 a L’Aquila, il prossimo anno andrà in prima elementare. Dentro un Modulo ad Uso Scolastico Provvisorio.

Se non avessi paura di volare, dall’alto, vedrei sei città in una sola.

Vedrei la città delle frazioni: piccoli paesi con il loro Centro Storico.

Vedrei il Centro Storico della città de l’Aquila.

Vedrei la città delle speculazioni edilizie dei decenni passati; quella di Pettino, di via Strinella, di Sant’Elia, della Torretta….

Vedrei la città dei progetti C.A.S.E.

Vedrei la città dei furbi e degli ignavi, quella delle casette di legno, dei ruderi di pietra trasformati in palazzotti, quella di chi costruisce sull’argine di fiume e torrenti, dei capannoni industriali, prima del sisma abbandonati, e poi miracolosamente restaurati. Quella di chi aggiunge, come se la sazietà fosse la somma di ogni bulimia possibile.

Infine, vedrei la città dei nuclei industriali di sviluppo, sottratti alle scelte comunali, avocati alla Regione senza che nessuno dica nulla. Diventati città, senza più confini, senza più funzioni.

Ma io non so volare. E ho paura di volare.

E queste città, le vedo camminando, rasoterra. Sono mischiate, tra loro. Indistinguibili.

Ma non comunicano tra loro.

Dentro gli spazi di uno spartitraffico c’è un prefabbricato di una azienda che si occupa di sicurezza. A piedi sarebbe pressoché irraggiungibile, senza rischi d’essere accarezzato da milioni d’automobili. Ma, non ha neanche lo spazio per consentire il parcheggio d’un auto. Nel verde incolto dello “stradone” è spuntato il prefabbricato di un’officina che sostituisce i vetri delle auto. Enorme, con parcheggio annesso e sbarra da passaggio a livello. La scuola De Amicis alimenta foreste. A Pettino, un vecchio casolare in pietra si arma di cemento e si innalza al cielo. Potrei divertirmi con una foto del “prima” e del “dopo”, come una cura ingrassante farlocca. Una intera collina di Genzano di Sassa viene riempita di palazzi, sette, otto, ho perso il conto, su una strada dove può passare una sola auto per volta, e che invece è a doppio senso di circolazione. Sul Vetoio, fisicamente sul torrente, ci abbiamo fatto una rotonda, un’officina, un concessionario d’auto con autolavaggio, un ponte, un allevamento di trote.

L’auditorium giapponese spicca nel vento della solitudine. E il prossimo palasport giapponese sarà contiguo all’azienda indiana di recupero dei rifiuti elettronici. Il necessario traffico di TIR, per alimentare la fabbrica, sarà gestito sull’asse longitudinale della viabilità cittadina, che, da Scoppito a Poggio Picenze, vanta, a destra e a sinistra, decine di Centri Commerciali, alcuni dei quali in attesa, per cambio di destinazione d’uso dell’area; un distributore di benzina trasformato in un palazzo di cinque piani; una ex scuola privata che ha avuto modo al suo piano terra, di far aprire un locale commerciale; decine e decine di rotonde, e di esercizi commerciali dentro container, comprese quasi tutte le farmacie ( le farmacie, negozianti senza risorse, come è noto !!!! ) del Centro Storico e non solo, tranne quella di Piazza Duomo, l’unica dignitosa, riaperta dai familiari della titolare, morta nel sisma, in un Centro Commerciale.

C’è una Piazza d’Armi dove non si può correre, ma ci si possono edificare chiese provvisoriamente abusive per sempre, e spiantare tutti gli alberi esistenti, sostituendoli con arbusti, giusto per favorire il parcheggio dei dipendenti della Guardia di Finanza.

C’è Viale del Croce Rossa dove si ammassa sotto le mura antiche della città la migliore rappresentazione possibile del situazionismo dadaista. Negozi, in muratura o in prefabbricato. Abitazioni, distributori benzina, depositi di lapidei, officine meccaniche ristoranti e pub. E tutti godono di un marciapiede multiuso, che non può essere camminato: parcheggio, fermata di autobus, e luogo dove si poggiano i cassonetti dell’immondizia, e dove spuntano stenti alberi ingabbiati nell’asfalto. In viale della Croce Rossa, si edifica ovunque. Tra poco, anche nello spartitraffico dello stadio.

E, sempre lungo l’asse longitudinale della città, si arriva alla nuova tangenziale, la cui costruzione, che attraverserà una intera piana, di sopra e di sotto, passando panoramicamente sul progetto C.A.S.E. e su un gruppo di case di legno poggiate in zona alluvionale, è bloccata per il fallimento della ditta che ci lavorava.

Ma si può arrivare comunque, al Nucleo industriale di Bazzano e Paganica, che non ha le fogne, ma può ospitare il Tribunale, l’Archivio di Stato, un numero imprecisato di esercizi commerciali, che hanno trasformato una strada provinciale, in una strada del centro cittadino, con accessi laterali di ogni genere ogni dieci metri, ma senza marciapiede alcuno. E poi, banche, e imprese, quelle ancora esistenti, e bar, e supermercati e call center, e, forse una centrale nucleare a biomasse. Palestre, negozi di riparazione di prodotti elettronici e domestici, concessionari d’auto e qualche reperto archeologico d’epoca romana, ora abbandonato dentro il capannone di una azienda che è stata anche Università, e che fa sorgere la domanda, che non si può fare, se, l’antica Roma, fosse tutta concentrata in quei pezzetti di pietra dentro quell’azienda, o se magari, è nascosta anche da qualche altra parte, là sotto. Tutta là sotto. Pietosamente sepolta.

Un ex cinema, un teatro, impianti sportivi. E capannoni industriali dismessi, senza bonifica, forse.

E poi, i moderni casinò…loculi con le lucette elettroniche e le musichette ipnotiche.

Dislocati lungo lo stesso asse. A ovest, come a est. Ma anche a nord, a sud, a sud-ovest. A sud-est e a nord- ovest, e a nord-est. Qualcuno anche sotto il piano stradale.

Da Scoppito a Poggio Picenze, quasi trenta chilometri di città senza poter respirare, altro che smog. Diesel o benzina verde, a scelta. Talora gas, come gli impianti di rifornimento infilati in mezzo ai palazzi.

Una città, una qualsiasi via di una città, è il frutto di una storia. Delle relazioni che si sono sovrapposte e alimentate tra uomini, e tra uomini e donne, e tra Stati, e tra popoli. Tra famiglie, clan, tribù. Le relazioni tra poteri e conflitti. Le relazioni di mercato. Tutto quello che lascia un segno, sta dentro le vie di una città, persino le guerre, e la pace, e l’arme, e gli amori.

E io, io che non so, e non posso volare, e che solo rasoterra posso, più o meno camminare, mi accorgo che non ci sono le parole, e le comunicazioni.

L’Aquila, è il regno della funzionalità astratta impossibile.

Ma non razionale.

Il sobborgo galleggiante, una razionalità dovrebbe averla, penso, mentre guardo lo scatolone del bar “ mon amour”, che precede il casinò di “Ocean’s eleven”, andando verso l’aeroporto di Preturo. Che non vola sul Gran Sasso, che non scia a Campo Imperatore, ma che ha un Presidente del Parco ricco di meriti. Come ogni manager che ci circondi, a partire dal padrone dell’ospedale nei container. Sì, il nostro ospedale che domina, dall’alto della sua salubrità, un laghetto adibito a pesca sportiva, a due passi dal traffico che va verso Cagnano e Montereale, dove ho forte il sospetto che tutta la bellezza dell’Aterno, nasconda covi di spaventoso inquinamento.

La funzionalità astratta che governa la ricostruzione, come prima più di prima.

Ogni piccolo pezzetto, ogni piccola monade, perfettamente progettata, secondo norma, o sostituita, secondo norma, o calcolata parametricamente, secondo norma. E senza alcun rapporto con la finestra di fronte, con la strada di sotto, col cratere sottoterra, col fiume di nuvole che percorre il cielo, col bosco d’alberi abbattuti e bruciati di San Giuliano o di Roio. Ognuno per sé, e qualche dio per tutti. Nessuna comunicazione, tra case e luoghi, nessun filo, nessun legame tra persone. Ogni casa per i fatti suoi. Tutto secondo legge, secondo economia e correttezza, forse.

Mentre sulla costa fanno l’azienda unica dei trasporti, che però l’unico profitto lo fa con la tratta L’Aquila-Roma, noi abbiamo gli autobus che, se fosse aperto il centro storico, dentro, non ci potrebbero andare, per quanto sono grossi e inquinanti. Un’azienda di trasporti pubblici che boccheggia, che non è favorita in nessun percorso, che non può aiutare i cittadini, ma che, in compenso, avrà, immagino, grande giovamento dal suo Consiglio d’Amministrazione, esattamente come le altre municipalizzate; e, chissà mai, se l’ex manager ( ora responsabile dell’azienda comunale dei rifiuti ) della ex banca locale, che, cambiati nome e proprietà, non ha alcuna intenzione di rimettere in piedi i suoi palazzi nel Centro Storico, la fa mai una passeggiata a piedi, dal parcheggio di Collemaggio alla Fontana Luminosa, guardando per terra e sulle banchine incolte l’orrendo appoltigliarsi di sudiciume non riciclabile che appesta lo sguardo e il cuore.

Ma io vorrei non avere anche i pensieri rasoterra. Elevarmi, dal lamento e dal pettegolezzo. Certo, dovrei smettere di guardare lo scempio perpetrato lungo il torrente Raio, nel nucleo industriale di Pile. Il letto del torrente ingombro d’ogni detrito possibile e immaginabile, le sponde scarnificate d’ogni albero, su cui si poggiavano, persino, aironi, germani reali e poiane, per realizzare opere di prevenzione delle alluvioni, bloccate dai ricorsi al TAR.

Mentre si potrebbe andare a piedi, in bicicletta o a cavallo, lungo tutto il corso del fiume Aterno e in parte degli affluenti, da est a ovest della città, e così, comunicare….

Come si potrebbe comunicare se le caserme vuote fossero riempite di case a costi bassissimi, per i Dottori di Ricerca dell’Università, o per i giovani ricercatori delle Aziende private che ancora eccellono a L’Aquila, o per gli studenti e insegnanti del Gran Sasso Science Institute o dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Che potrebbero mischiarsi fisicamente, e così comunicare. Fecondarsi di idee.

Ci vorrebbe un Assessore alle piazze, ai marciapiedi, alle convenzioni urbanistiche non rispettate, al verde pubblico, cui fossero affidate risorse e competenze, per consentirci di comunicare. Altro che recinzioni al Parco del Castello. Mandiamo i vigili urbani che non devono più fare multe alle auto, a sanzionare chiunque getti una sigaretta a terra, o abbia costruito un capanno recintato con la siepe, vicino al teatro di Amiternum sulla strada per Pizzoli. Le persone, quando si incontrano, comunicano. Non quando sono in automobile e si odiano, o dentro un centro commerciale dove, esercitano la loro funzionalità astratta comprando tutto quello di cui hanno, forse, desiderio, ma magari non bisogno.

Ci vorrebbe un assessore che mettesse in comunicazione col resto della città i migranti che vivono a Lucoli e quelli che vivono a Tornimparte, o ad Arischia, o nei Progetti C.A.S.E., per fare in modo che, tra loro, ci sia il prossimo estremo dell’Aquila rugby, e non il prossimo candidato a far esplodere un asilo in qualche parte del mondo, isole comprese.

Ci vorrebbe un rabdomante che scoprisse le vie camminate dai quindicenni, e su queste offrisse loro occasioni non di solo consumo. Ma di sport, di spettacolo, di invenzione, di riflessione, di scuotimento del cerebro. Di comunicazione. Di ascolto.

Il problema, non mi pare, concettualmente, come far rivivere il Centro Storico, e farci tornare attività pubbliche e private e cittadini. Se si continua così, il Centro sarà ricostruito. Nel giro di venti anni, realisticamente. Ci saranno i soldi, forse, e, forse, tutto sarà fatto secondo Legge. E, magari, quando si sarà ricostruito tutto il Centro, tutta la sua arte, e tutta la sua bellezza, e tutti i suoi splendidi palazzi nuovi che sembrano cappelle cimiteriali, come il palazzo dell’Agenzia delle Entrate, o quello posto alle spalle del palazzo delle Poste, e, forse, sede dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, si scongelerà il signor Cavaliere dall’ibernazione per farlo partecipare all’inaugurazione, tutta in una volta da porta Barete, fino a Porta Napoli.

Il problema non mi pare solo di servizi, o di parcheggi o di negozi, o di sottoservizi e reti immateriali e video sorveglianza.

E’ tutto vero, è tutto giusto. Tutto questo è un problema, e tutto questo va affrontato. Va sconfitta la rendita, se ce ne fosse il coraggio.

Ma il problema vero, è che di sei città, bisognerebbe farne una sola.

Avere il coraggio di pensare che il bello, deve stare ad Arischia e ad Assergi. Che lo spazio per i giovani, e per le loro creazioni artistiche, cinematografiche, artigianali, o contadine, deve stare a Coppito e in Piazzetta Chiarino.

Avere il coraggio di sconfiggere il potere dell’abusivismo edilizio e del palazzinaro che si costruisce da solo la licenza edilizia.

Ma, i miei pensieri rasoterra, arrivano tardi. Quanti ne ho, di pensieri. Talmente tanti da usare quasi tutte le parole, più e più volte.

Il bimbo va già in prima elementare, e un mese d’affitto in un palazzo appena ristrutturato in corso Vittorio Emanuele, viaggia verso i cinquemila euro al mese. E di certo non si ammortizza, col passeggio che non c’è. Allora io domando.

Facciamo che lo slogan aquilano del “come prima, più di prima, meglio di prima, nello stesso posto di prima”, funziona per davvero. E tra venti anni in Centro Storico sono tornati tutti, ma proprio tutti quelli che c’erano e anche qualcuno in più.

Io avrò settanta anni, se sarò ancora vivo, e andrò a cercare i miei pensieri rasoterra nell’altra città, quella lasciata vuota. Dei centri commerciali e degli scatoloni prefabbricati. Dei container superstiti. Avrò enormi spazi nei nuclei industriali. Vuoti. Dove realizzare magnifici servizi fotografici post, post e ancora post industrial-commerciali.

La città di oggi destinata a diventare fantasma. Ad essere la zavorra di una Chiesa di San Bernardino totalmente risplendente, nella facciata, nella cupola, e nel convento e nelle sale attigue.

La città vuota parente della città fatiscente del Progetto C.A.S.E. tra vent’anni.

L’economia, quando diventa storia, non si comporta secondo astratta funzionalità. Ma segue sue strade, qualcuna prevedibile, più o meno.

E’ la politica, come governo dell’esistente e immaginazione del futuro che può essere quasi magica. Purchè non sia solo destino personale di un numero ristretto di ottimati.

Io penso oggi alla città vuota di domani.

Perché, il bambino che a settembre andrà in prima elementare, quest’anno, tra vent’anni, di anni, ne avrà ventisei. Sarà un giovane splendido nel pieno delle sue forze, e io vorrei che ringraziasse i suoi padri e i suoi nonni, e non che li maledisse.

Sì, lo so. Tra vent’anni non conta più chi si deve votare o no. Magari sarò pure morto.

Ma, cari tutti e care tutte, se continuate a pensare che L’Aquila è solo il suo Centro Storico, finirete col ricostruire un tacchino.

E io che non mangio carne, di un tacchino, me ne fotto proprio, che è pure brutto, come uccello.

La versione di Luigi

24 gennaio 2015 alle ore 11:40

Tutta colpa di Terry.

E’ lui il mio sassolino nella scarpa. E, se proprio devo essere sincero, è per togliermelo, che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro, mettendomi a scribacchiare questo racconto, violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo”.

Erano passati quattro anni abbondanti, dall’ultima volta che aveva partecipato ad un convegno sul futuro della città. Tanto che non ricordava nemmeno più, di quale futuro si parlasse allora. Nel frattempo, la sua vita era molto cambiata. Però, stavolta, aveva deciso di andare ad ascoltare.

Iniziava un nuovo anno; i buoni propositi erano ancora di moda: informarsi di più, partecipare.

Aveva deciso perciò di prendersi l’ultimo giorno di ferie rimasto dal 2014, e usarlo. Aveva chiesto al Direttore del suo ufficio se la sua assenza avesse comportato problemi sul lavoro, ed aveva ricevuto una risposta rassicurante. Quindi, aveva scritto una brevissima lettera di comunicazione della richiesta di ferie e gliela aveva consegnata. Poi, ne aveva data copia anche all’Ufficio Amministrazione, perché avvisasse l’Ufficio Paghe, così da computare il giorno di ferie fruito, in busta paga.

Il mattino arrivò all’Auditorium del Parco.

Entrò per primo. Per primo vide le persone poste alla reception. Le persone alla reception di un Convegno, di qualunque convegno, sono sempre donne, giovani, e indossano sempre scarpe col tacco altissimo. Un convegno che si rispetti, non può iniziare senza gonna e tacchi a spillo.

La sala era vuota. Il rosso delle pareti, e delle sedie, aveva un sottile profumo di resina fresca.

Scelse una sedia tra quelle dell’ultima fila, in alto. Per poter avere uno sguardo d’insieme. Trascorsi pochi minuti, arrivò in sala il suo vecchio amico Marcos. Che lo vide, dal basso, e lo salutò, calorosamente.

– Allora ogni tanto esci dal tuo guscio ! –

La sala rimbombò del suo vocione calvo e barbuto.

Sedette vicino a lui. Lo guardò ridacchiando.

– Fammi capire… che ci fai qui ? –

– Sai, voglio ascoltare. Il Gran Sasso Science Institute, organizza, e io sono curioso. Voglio capire se esce fuori qualche idea interessante; voglio capire come l’Istituto si colloca nel dibattito cittadino. Voglio guardare l’ex Ministro, che sembra voler costruire una politica a partire dai territori per poi  far sintesi a Roma, e capire che relazione ha con i rappresentanti politici aquilani, se di conflitto, o di collaborazione.

La Senatrice più importante, ad esempio, proprio oggi, ha fatto pubblicare il testo di una sua lettera al Sottosegretario alle Finanze, con delega alla ricostruzione, in cui fa l’elenco delle cose che servono alla città. E quindi si pone, classicamente, come mediatore delle risorse, tra Roma e L’Aquila. Che, per carità, serve pure, ma io speravo che questa funzione politica si fosse esaurita con gli anni ’80 del secolo scorso. E quindi, si pone oggettivamente distante, dall’ex Ministro. –

– E che fai, l’anima candida ? Senza soldi non si fa niente. –

– Vero. Ma i soldi senza progetto, servono solo a finanziare i poteri e le clientele.-

– Piantala. Se quella scrive che servono i soldi per i Lavoratori precari del Comune tu che dici ? Che fa male ? –

– Io non lo so se fa male; direi una stupidaggine se pretendessi di dare un giudizio su come quelle persone sono state selezionate, da chi, come lavorano, cosa fanno e quanto servono. Non ho informazioni sufficienti. Però, chiedo. Ma quando tra dieci anni avremo ricostruito tutta L’Aquila ( dieci anni ? ), e avremo millemila dipendenti comunali, con quali risorse li pagheremo ? –

– Hai rotto davvero. Ti leggo, sai, quando scrivi le tue storielline su Facebook. Sempre a pensare a quello che succederà tra cinque, dieci, quindici, venti anni, un secolo. Guarda che tu vivi adesso !

Adesso. Adesso la gente mangia, lavora, è disoccupata. Adesso, mica fra dieci anni ! –

– Certo, adesso. Come adesso si ristrutturano le case che dovranno resistere al prossimo terremoto fra trecento anni. No ? Con l’adeguamento sismico, che, adesso, è pagato solo fino al 60% del possibile. E non mi preoccupo, adesso, di arrivare al 100% della sicurezza tecnicamente raggiungibile; e, invece di arrabbiarmi per una legge sbagliata, o al limite decidere di cacciar soldi di tasca mia, mi preoccupo invece di sceglier il parquet per la stanza da letto, così quando calo dalla branda la mattina, posso scendere a piedi nudi nel caldo e andare subito al bagno senza cercare le ciabatte. E la prostata gode. –

– Pure lo spiritoso mi fai ? Ma allora ti fa bene startene solo solo nel tuo guscio… –

Era l’orario di avvio dell’incontro e iniziavano ad entrare le persone nella sala. Molti giovani, che non aveva mai visto prima, forse dottorandi del Gran Sasso Science Institute. Molti aprivano computer portatili e tablet.

Era una L’Aquila parzialmente diversa, da quella di quattro anni prima, ad un Convegno nella sede ANCE, dove aveva ascoltato spiegare, dall’allora Presidente della Regione Abruzzo, che L’Aquila avrebbe avuto seri problemi a riuscire a spendere tutta la enorme quantità di denaro che sarebbe piovuta sulla città per la ricostruzione. E in tanti, al governo, all’opposizione, nel sindacato, tra i costruttori, annuivano.

Ed ancor più diversa dalla platea radunata in un palasport a Rocca di Mezzo, nel 2005, per la “ Fabbrica del Programma “, dedicata ai temi della Montagna.

C’erano Sindaci, allora, Associazioni Imprenditoriali, Cooperative, tre Sindacati, politici, associazioni ambientaliste. I corpi intermedi della società, a discutere di  una elaborazione nazionale, partendo da esperienze locali.

L’Aquila presente al Convegno era fatta di cittadini e cittadine. Legami di conoscenza, magari di comune impegno lavorativo o di studio. Ma, fondamentalmente, una città molecolare. Fatta di solitudini, e di rapporti diretti, quando possibili o voluti, tra rappresentanti e rappresentati.

Era una platea che si frequentava sui social network.

Il Direttore del GSSI avviò i lavori, auspicando che tutti i soggetti in campo nella città, fossero capaci di muoversi insieme, coerentemente. Come se fosse possibile conciliare interessi conflittuali, attraverso il saggio uso della buona volontà. E non invece attraverso l’esercizio, durissimo e responsabile, delle scelte di priorità, sulla base di una visione vera e profonda del futuro della città.

Ad aprire gli interventi, fu chiamato un professore, che aveva già scritto sulla città.

Il sistema urbano europeo, raccontò, era sottoposto a straordinari cambiamenti, passando attraverso momenti anche molto duri, e, spiegava, le città che non riuscivano a comprendere il contesto nel quale si stavano muovendo, a partire dalla crisi fiscale, rischiavano enormemente.

Si rivolse a Marcos, a voce bassissima:

– Europa ? Ma se qui, l’unica Europa che interessa è quella che deve ratificare che non aver pagato le tasse durante l’emergenza del sisma, non era “aiuto di Stato”. Per il resto l’Europa è considerata fuffa e burocrazia.

Marcos rispose:

– E pensa alla crisi fiscale. Sono sei anni, che chiediamo, tutti, dal sindacato, al Sindaco, che per L’Aquila non sia applicabile il Patto di Stabilità. –

– Bhè, in un certo senso è pure giusto: ci sono tasse locali che nessuno può o dovrebbe pagare. –

– Avrai anche ragione, ma c’è qualcuno che si preoccupi di verificare se, in condizioni “normali”, anche L’Aquila non avesse qualche problemino di Bilancio ? Un giorno, dovremo pur tornare alla

normalità”, no ? –

– Adesso che fai, sei tu che pensi ai prossimi cinque, dieci o vent’anni ? Non eri tu il teorico dell’”adesso” ?

– E’ proprio perché penso all’”adesso” che te lo dico: guarda che, al prossimo giro di Legge di Stabilità, magari non si giustificano più gli stanziamenti a copertura dei buchi del bilancio comunale… –

Semplicità, pertinenza, realismo, erano le qualità necessarie, indicate dal professore, per trovare uno spazio per L’Aquila, in ambito europeo. Su un piano economico, quanto accadeva a L’Aquila, non era decisivo né per l’Italia, né per l’Europa, sosteneva.

– Ma come ? L’Aquila non è il più grande cantiere d’Europa ? –

Scattò Marcos.

Indipendentemente dal sisma, L’Aquila, per sopravvivere, per trovare una propria via di sviluppo, avrebbe dovuto comunque cambiare traiettoria, rispetto al suo passato.

Si rivolse a Marcos:

– Vedi, quando te lo dicevo io… che era fondamentale comprendere la continuità, tra quello che c’era prima del terremoto, e quello che c’è dopo il terremoto. E non tanto la discontinuità, creata dalla tragedia. –

– Quando esci dal guscio, fai pure il saputello ? –

– Guarda che io lo avevo scritto, prima. –

– Nostradamus de noantri… –

– Lascia perdere le battute. Tutti pensano come se il mondo iniziasse il sette aprile del 2009. Io invece penso che dovremmo sempre ricordare bene come era, il 5 aprile del 2009, per comprendere dove stiamo andando ancora oggi. –

– Mi sembra un giochetto di parole. –

– E non lo è. Pensa all’affare edilizio che si voleva fare, prima del terremoto, sull’area davanti al motel Amiternum; e pensa a dove oggi vogliono fare la “stazione dei bus “. Cambia il nome, non la sostanza delle cose. E la sostanza è solo quella degli interessi particolari sul piano urbanistico-edilizio. Quegli interessi che, ancora oggi, impediscono che si faccia il nuovo Piano Regolatore, che, pure, secondo la Legge 77 del 2009, avrebbe dovuto essere fatto subito. “ I comuni dispongono la ripianificazione del territorio comunale “, recitava la Legge! –

Ogni comunità locale, sceglie il proprio futuro, continuava il professore. Dentro un orizzonte di Democrazia, e Partecipazione, diceva.

– E noi, dopo sei anni, avremo l’Urban Center… –

Quasi urlò, Marcos.

– Forse. Forse discuterà il Piano di Ricostruzione di Collebrincioni bassa.

E, fondamentale, sarà l’interazione tra attori diversi, concludeva il professore. Con il tono di voce dello sconfitto. Di chi aveva, in tempi ancora utili, indicato una traiettoria possibile per la città.

Cui però non era seguita alcuna politica concreta. Nessun atto amministrativo conseguente. Nessuna visione d’insieme, capace di dare agli sforzi della ricostruzione, lo slancio del futuro possibile. Quello che aveva a suo tempo scritto il professore, era solo uno dei tanti ipotetici futuri di questi anni, nessuno dei quali, capace di avere un decente presente.

E nella testa, le tre parole “semplicità, pertinenza, realismo”, rimbombavano.

Cercava di coniugarle con questioni concrete. E ne aveva scritto, tanto. Ma quasi solo per sé stesso. Come fare i compiti a casa, da bambino, senza un maestro che li correggesse. Senza un luogo collettivo dove discutere, in realtà. Senza un confronto tra soggetti, e senza che le elaborazioni passassero per mediazioni superiori, a livello regionale, o nazionale, e poi europeo. Gli sembrava solo d’aver provato, in quegli anni, a scalare un muro, per guardare oltre. E ogni volta che riusciva a

buttare lo sguardo oltre il confine di mattoni, trovava solitudine.

Entrò la Senatrice meno importante. Una volta, la presenza di un parlamentare, sarebbe stata annunciata dal palco, e vi sarebbero stati applausi. Magari anche solo di cortesia. Nella sala, solo qualche breve mormorio.

Entrarono sindacalisti, in ritardo, di due diversisindacati. L’architetto movimentista ciuciuettava, con l’ingegnere capo dell’opposizione in Consiglio Comunale.

La sala era quasi piena, mentre gli interventi programmati della mattinata, si susseguivano, più o meno precisamente, secondo tempi brevi già stabiliti.

Ciascun intervento, avrebbe dovuto raccontare un progetto, un lavoro svolto. Un futuro possibile. E, ciascuno dei relatori, si sforzava di far questo. Per lui, che osservava da lontano, cresceva però l’estraneità a quelle parole. Era una sensazione disturbante. Poiché ogni volta che qualcuno raccontava un pezzo di generosità e di impegno, immediatamente gli salivano in gola richieste di chiarimento. Dubbi sui possibili conflitti di interesse personali. Scenari in cui si raccontava di fibre ottiche e linee di comunicazione futuribili ( di cui lui ascoltava discussioni a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso ), e non si raccontava di quali aziende le avrebbero progettate, e installate, e per fare cosa.

Decisioni già assunte su importanti immobili, proprietà di istituzioni pubbliche, per un cambiamento delle loro destinazioni d’uso. E qualcuno che aggiungeva che era esattamente così, che si sarebbe potuto costruire un nuovo Piano Regolatore. Solo fotografando i punti di aggregazione, che il mercato, o le decisioni singole di ciascuno stavano creando.

Una magia spontanea.

E anche i tanti soggetti che, con il solo volontariato, intervenivano su questioni strutturali, come la formazione o la scuola, con abnegazione, gli apparivano come anelli di una catena che non legava nulla insieme. Perché non vi era un discorso complessivo che intervenisse, contemporaneamente, su

ogni pezzo del panorama sconnesso che vedeva davanti a sé. Il lavoro, meritorio magari, svolto su un territorio, non si saldava con strategie nazionali, o europee, e con soggetti che ne fossero portavoce ad un livello più alto.

Tutto, gli appariva essere chiuso dentro le mura della città.

La legge 366/1990 diceva che, sarebbero dovuti esistere fondi a disposizione del trasferimento tecnologico, che l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, avrebbe dovuto e potuto favorire, tra le proprie ricerche, e il tessuto di piccole e medie imprese del territorio.

Ma chi se lo ricordava ? Di sicuro non chi aveva parlato a nome dell’INFN. Chi avrebbe potuto magari chiederne il rifinanziamento ? Di sicuro non una rappresentanza politica territoriale.

Impegnata in altro. Era tutto, come se tutto, ma proprio tutto, fosse la “prima volta”.

E lui, in quella sala, fosse l’unico reduce. Un ultimo, rimasto dentro una foresta a combattere una guerra che era finita vent’anni prima.

Gli interventi della sessione del mattino arrivavano a chiusura. Qualcuno dei suoi colleghi di lavoro lo aveva scorto.

Senza salutarlo. Naturalmente.

Si rivolse a Marcos e gli disse:

– Me ne vado. Torno nel pomeriggio. Tienimi il posto, che mi sono affezionato a te. –

– Ti perdi il buffet ?

– Ho sempre dei problemi, quando mi offrono qualcosa che penso di non meritare. Ci vediamo dopo, dai. –

Arrivò un po’ più tardi del dovuto, in realtà, nel pomeriggio. Quando già molti degli interventi previsti erano stati pronunciati.

Tuttavia, non fece fatica a ritrovare un posto in alto, per continuare a guardare. Ora la platea stava cambiando. Arrivavano, alla spicciolata, i rappresentanti delle Istituzioni. Circondati da efficienti staff. E giornalisti.

Come già era accaduto in quasi tutte le elaborazioni scritte, riguardanti il futuro della città, o in quasi tutti i convegni pubblici, continuava a mancare un attore fondamentale. Un attore che restava sempre in silenzio, e non confrontava con nessuno le proprie strategie.

E a cui nessuno, peraltro, sembrava far caso. Una cosa quest’ultima, che giudicava incredibile. Letteralmente incredibile.

Neanche al convegno del Gran Sasso Science Institute, era presente il sistema bancario. Nessuno se ne dava peso.

L’allocazione delle risorse finanziarie, decisa, o non decisa, dal sistema bancario, continuava ad essere una variabile inutile nella discussione sul futuro della città. Negli ultimi sei anni, a L’Aquila, e in Abruzzo, era scomparsa, o quasi, una dimensione locale delle banche, e presto, secondo le intenzioni del Governo, l’equilibrio trovato dal sistema bancario locale e abruzzese, avrebbe potuto nuovamente cambiare assetti proprietari e scelte. Ma tutto questo era ininfluente, in qualunque discussione avesse, fino a quel momento, letto o ascoltato sulla città de l’Aquila.

Prese la parola l’ex Ministro, col compito di tracciare una sintesi, di quanto sino a quel momento ascoltato, ed offrirla alla riflessione successiva dei livelli istituzionali, che avrebbero, di seguito, chiuso il Convegno.

L’ex Ministro iniziò, spiegando, esplicitamente, che non c’era un progetto complessivo e condiviso sul futuro della città.

Tutti i tentativi, sin lì compiuti, erano falliti.

– Ma che bello. E di chi è la responsabilità ? –

– Non fare domande difficili, Marcos. –

-Quindi, fin qui, abbiamo scherzato. Tonnellate di carta buttate.

E prese a riprendere, lodandoli, ciascuno degli interventi del mattino, e del pomeriggio.

Ottimista, sul futuro possibile. Un ottimismo che cercava di trasmettere alla platea. Una specializzazione intelligente della città, che avrebbe dovuto individuare cosa, possedesse di importante, e trasformarlo, attraverso innovazione e sostenibilità.

– Marcos, guardati intorno. Tu li vedi, i soggetti del cambiamento ? –

– Non ti capisco, che vuoi dire ? –

– Scusami, noi, a l’Aquila, che abbiamo ? –

– Università… INFN… GSSI… Conservatorio…. Accademia delle Belle Arti… Teatro Stabile… Imprenditori che vorrebbero costruire con il risparmio energetico…c’erano tutti qui, no ? –

– Hai ragione, ma a me non basta; perché noi a L’Aquila, non abbiamo invece le imprese. Non ci sono le imprese farmaceutiche. Non ci sono quelle Elettroniche e dello Spazio. Non ci sono i Call Center che occupano migliaia di persone…. –

– Va, bbhè scusa, ma che pretendi ? Che il Gran Sasso Science Institute, inviti qui tutta L’Aquila ?

– Certo che no. Non è un soggetto istituzionale. Non ha di questi doveri. E’ che però, mi sembra, che non ci si può, ogni volta, innamorare di tante cose belle e nuove, dimenticandosi, di quello che davvero muove l’economia in città. E da cui non si dovrebbe prescindere. Quanto fanno millecinquecento stipendi di lavoratori di call center a mille euro al mese ( tanto per fare cifra tonda ), che si riversano in città ? –

Comunicazione, informazione, trasparenza. Le tre parole scelte dall’ex Ministro. Offerte alla riflessione del Sottosegretario alle Finanze, del Presidente della Regione Abruzzo, del Sindaco de L’Aquila.

Nel frattempo, tutta la platea si muoveva. Un sindacalista, dei due sindacati presenti, si alzava deferente dalla prima fila, per far sedere il Presidente della Regione, venendo premiato con un baciamano, dal Vicepresidente della Giunta.

L’architetto movimentista e l’ingegnere dell’opposizione, continuavano a ciuciuettare.

– Vedi, Marcos. La Senatrice più importante non c’è. Escludiamo l’ipotesi che non ci sia perché impegnata altrove. Immaginiamo invece che non ci sia per una precisa scelta. Che scelta, secondo te ? –

– E che ne so ? Magari le sta antipatico il Sottosegretario. –

– Sbagli. Non c’è, perché così si riserva la possibilità di replica, alle parole e agli atti del Sottosegretario. Se non è qui, non è impegnata ad annuire o dissentire dalle parole del Governo. E’ libera, di rappresentare il territorio. O, al limite, è libera di rappresentare di rappresentarlo. E’ dialettica. –

– Che, in napoletano, si traduce con “ammuina”. –

– Smettila di fare il dissacrante, gratis. Guarda che invece è anche così, che si rappresenta davvero il territorio. Il problema vero, semmai, è perché debba essere anche questo il modo. Tutta tattica. E’ questo, in realtà, l’ “adesso”, di cui parlavi stamattina. E che io non reggo più. –

Ecco. Se non lo reggi, fai bene a stare nel tuo eremo. Nel tuo guscio di puro senza essere duro. –

Il Sottosegretario, iniziò esattamente così. Come l’ex ministro le aveva lasciato la parola. Era necessario comunicare i successi. L’uso positivo delle risorse pubbliche doveva essere comunicato. Nel mondo d’oggi, l’immagine di una città invasa da appalti mafiosizzati, da puntellamenti taroccati, da balconi cadenti, era perdente.

Il Sottosegretario comunicava che, nell’incontro di lavoro, del mattino, era stato risolto il problema del rispetto del patto di Stabilità da parte del Comune, e che la ricostruzione della città sarebbe stata oggetto di una legge nazionale.

– Vedi, il Sottosegretario, ha risposto alla lettera della Senatrice. –

– Vedremo. Speremo. –

Rispose, Marcos.

Il Sindaco annunciò che, entro tre anni, il centro storico delle frazioni della città, e de L’Aquila, sarebbe ripartito. E, che, sarebbe stato importante poter utilizzare la quota di fondi destinati al rilancio delle attività produttive anche per realizzare infrastrutture.

– Ascolta bene queste parole, Marcos. Una volta, quando c’era il finanziamento straordinario per il Mezzogiorno, c’era un dibattito. Se utilizzare i soldi a fondo perduto per fare le strade, o per aiutare le attività produttive. E così, c’è chi ha scelto la Salerno-Reggio Calabria, e chi invece aveva l’Italtel. –

– Bel dibattito. La Salerno-Reggio Calabria, ancora non è finita, e l’Italtel, da mò che è chiusa. –

– Guarda che le parole del Sindaco dovrebbero suscitare un dibattito serio.

– Ma tanto, è già così. Ti sei scordato che una parte di quei soldi sono serviti a ripianare, poco, i debiti del Centro Turistico del Gran Sasso ? –

– Lo so, Marcos. Non se ne esce. Qui l’emergenza è continua. La crisi fiscale, è questa. Il continuo taglio di trasferimenti finanziari dallo Stato alle autonomie locali, questo significa. Da vent’anni e più a questa parte, stanno seccando tutto. –

– Sì, e però non si è fatto davvero nulla, per razionalizzare, dare efficienza, rendere economicamente sostenibile. E’ così che l’intervento pubblico in economia è diventato una bestemmia. –

– Sì, Marcos. E’ così che poi l’Italtel l’abbiamo svenduta e chiusa. Privatizza, e privatizza. Regaliamo mercato, e chiudiamo tutto. E impoveriamo la città, e la funzione pubblica. –

– E’ vero quello che dici, ma, insisto. Per dare lezioni, dovresti essere il primo della classe. E qua dovremmo stare invece dietro la lavagna in ginocchio sui ceci. Altro che soldi alle infrastrutture e al Turismo ! –

Il nuovo Piano Regolatore avrebbe dovuto ricucire pezzi di città , e mettere a posto la mobilità urbana, chiudeva così, il Sindaco, il suo intervento.

– Il nuovo Piano Regolatore, dovrebbe contenere un’unica norma. “ E’ fatto divieto assoluto di operare, in qualsiasi modo e forma, in deroga al presente Piano Regolatore “. –

– Ecco che viene fuori la tua vera faccia di giacobino massimalista. –

– No, è solo che mi sono rotto il cazzo di guardare come hanno devastato la città. –

– Anima bella… –

Ed ecco il Presidente della Regione. Affilato.

L’Aquila, era stata industria innovativa, formazione e montagna. E avrebbe dovuto essere molta più formazione. E racchiudere, nel proprio spazio urbano l’infinitamente piccolo, studiato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare; l’infinitamente grande, su cui lavorava la Thales Alenia; l’infinitamente bello del Gran Sasso. E rivolgersi agli abruzzesi nel mondo, perché fossero ambasciatori dell’infinitamente pacifico rappresentato da Celestino V. L’Aquila, era terra di fiumi, che univano l’Abruzzo, scorrendo dalla montagna al mare. E da qui, oltre che dalla prossimità con altri luoghi, che si sarebbe dovuto partire per delineare una vera strategia di sviluppo, in cui, certo, la Regione sarebbe stata accanto alla città de L’Aquila.

– E così, caro Marcos, capisci perché lui è il Presidente della Regione, e tu no. Ha una visione. –

– Io, invece, c’ho le visioni… –

– Scherza, scherza. Intanto, ha proposto delle suggestioni, e se vuoi rispondere davvero, devi metterti sullo stesso piano, scegliere se seguire quelle strade, o indicarne delle altre. Rispondere nel merito. –

-Io non posso mettermi sullo stesso piano.

L’unico piano che vedo, è quello di fuga. Tutti se ne stanno andando, non senza prima abbracciarsi e baciarsi. E dalla porta non esce più nessuno. Dovevamo chiedere a Renzo Piano, una Uscita di Sicurezza. –

-Quella, l’ha scritta Silone…. –

Si ritrovò in macchina, lungo via Castello. Nella sera. E venne colto da un pensiero. Inviò un sms al suo ufficio. E ne ricevette uno di risposta. Era successo esattamente quel che aveva pensato, e che non sarebbe potuto neanche accadere. In un mondo normale. .

Era stato visto in un luogo che non era il suo posto di lavoro. E, chi lo aveva visto, aveva voluto controllare che fosse lì, avendone diritto. Regolarmente.

Per essere lì, quel giorno, era in ferie. Non in malattia, o in incognito.

Ma qualcuno pensava che avesse imbrogliato.

Chi parla male, pensa male”, diceva Nanni Moretti. E si comporta peggio, pensò, sorridendo. 

Leggo le pagine della Sentenza d’Appello del processo alla Commissione Grandi Rischi.
Le pagine sin qui rese note per un normale cittadino come me.

Un Tribunale dello Stato, in una sua Sentenza, ha espresso una versione, e una valutazione, ufficiale, dei fatti. Una verità, eventualmente riformabile in sede di Cassazione, ma, per ora, con valore di Legge, potremmo dire.

Questa Sentenza, dichiara che, a fronte della richiesta ufficiale del Sindaco de L’Aquila, di una convocazione della Commissione Grandi Rischi, che valutasse la situazione a L’Aquila dopo mesi di scosse di terremoto, che si andavano via via intensificando, si è mosso un sistema.

Il massimo responsabile della Protezione Civile, ha chiamato al telefono l’Assessore regionale alla Protezione Civile, spiegandole che mandava qualcuno a L’Aquila, a “compiere una operazione mediatica”, preoccupato, non del sisma e di sue eventuali conseguenze, ma di fronteggiare un allarme diffuso tra la popolazione e imprudentemente, sin lì, affrontato dalla locale Protezione Civile.
Chi viene inviato, non può legittimamente configurarsi come “ Commissione Grandi Rischi “. Poiché, manca il numero legale. Oggetto della riunione, svoltasi a L’Aquila, è la “disamina degli aspetti scientifici e di protezione civile”, come recita la lettera di convocazione della riunione. E non già “il fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane”, come invece diceva un Comunicato Stampa della Protezione Civile del giorno prima.

Il cittadino, deve distinguere, quando si informa, la differenza tra “richiesta del Sindaco”; lettera di convocazione ufficiale, e comunicato stampa. E, conoscere, il dispositivo di Legge che regola la legittimità e legalità di una riunione della Commissione Grandi Rischi.
E, i mezzi di informazione che non lo spiegano, commettono omissione.

E, neppure i partecipanti alla riunione della non-Commissione Grandi Rischi a L’Aquila, erano tenuti a conoscere il Comunicato Stampa della Protezione Civile che annunciava la riunione a l’Aquila, e, non erano tenuti a informare la popolazione dei loro pensieri, poiché era un compito che spetta solo al Dipartimento della Protezione Civile.
Peraltro, la Commissione stessa, che a L’Aquila è una non-Commissione, ha delle “regole di diligenza elastiche” per le sue valutazioni che quindi possono essere discusse solo nel “merito”, non nel “metodo” seguito nella loro discussione, e nemmeno su quanto approfondita sia stata questa discussione. Perciò, l’unica cosa valutabile, è in realtà, la “correttezza scientifica delle valutazioni espresse”.
E qui, il Tribunale della Corte d’Appello de L’Aquila, dice chiaramente quello che è il punto, a suo giudizio. Vale a dire cioè, che la non-Commissione aquilana, non poteva dichiarare che a L’Aquila vi sarebbe stato un terremoto devastante. Semplicemente. E non la si può biasimare, o chiamare in causa, per questo.

“ …e, in particolare, che fosse possibile – e quindi doveroso – formulare, per effetto dello sciame sismico in corso, un giudizio di aggravamento del rischio di forti eventi, sempre presenti nel territorio aquilano, da anni classificato come una delle zone a più alto rischio sismico in Italia “

Prima della riunione, il vice capo della Protezione Civile – prima della riunione ! – rilascia ai mezzi di informazione delle dichiarazioni “rassicuranti”, che il Tribunale giudica punibili.

Quindi.
Una popolazione ha paura. Il suo massimo responsabile amministrativo, chiede un parere dello Stato. Lo Stato gli risponde superficialmente e illegittimamente, rispetto alla richiesta. E lo Stato, successivamente, dichiara che in tutto questo non vi sono reati o responsabilità, o quasi.

Sono la persona meno adatta a scrivere dell’impatto di questa Sentenza sulle persone già colpite nei loro affetti più cari, o magari anche nei loro beni materiali.
Ma una cosa, mi sento di dirla.
Che due decenni e più di devastazione della morale pubblica, hanno prodotto una concezione proprietaria dello Stato. Chi amministra ai massimi livelli, troppo spesso, non esercita una responsabilità, ma un potere. Che utilizza sciattamente e per fini troppe volte di interesse personale, o di gruppo o di consorteria politica, o talora, direttamente criminale.
Chi amministra ai massimi livelli, piega la Legge a tutela non dell’interesse pubblico, ma della conservazione delle proprie immunità. Contando peraltro, su una Magistratura ondivaga, timida coi potenti, attentissima ai formalismi della Legge, quanto poco alla sostanza della Giustizia.

A L’Aquila, il meno che si possa dire, è che si svolse un balletto ad uso dei mezzi di informazione. Idoneo, più che ad assumersi responsabilità di rispondere alla paura di una città, a scaricare la responsabilità, qualunque responsabilità, attraverso dispositivi cartacei vaghi e procedure superficiali.

Ad uscirne a pezzi, è anche il sentimento civico.
L’appartenenza ad una Comunità dotata di regole degne del vivere civile.

E, davvero, personalmente, faccio una fatica terribile a capire, quanto tutto questo abbia precise responsabilità soggettive, con tanto di nomi e cognomi, e quanto invece non sia una scelta di sistema.
Un altro dei modi con i quali è codificata e formalizzata una impossibilità, per i cittadini, per il popolo, ad essere trattati da eguali.

La Delibera della Giunta Comunale sulle Convenzioni Urbanistiche

21 aprile 2015 alle ore 17:09

Il 3 aprile scorso, la Giunta Comunale, all’unanimità e senza nessuna assenza, ha approvato i nuovi indirizzi operativi per le Convenzioni Urbanistiche.

Le Convenzioni Urbanistiche, sono degli strumenti di collaborazione tra Pubblico e Privato, nell’attività di Pianificazione del territorio.

Il Privato propone un intervento edilizio, in cambio della realizzazione di altri interventi edilizi con finalità urbanistica pubblica, siano essi servizi o di infrastrutture, o altro.

La Delibera approvata affronta sia la situazione pregressa in tema di Convenzioni, che la regolamentazione del futuro. Ed è immediatamente esecutiva.

L’atto della Convenzione Urbanistica, sostituisce un provvedimento pubblico, di pianificazione del territorio. La parte pubblica, in questo caso, decide, secondo la Legge, prima di formare l’atto, eventualmente e discrezionalmente, un calendario di incontri, separati o congiunti, tra i portatori di interesse privato e eventuali terzi interessati.

Il tutto, nel perseguimento del pubblico interesse.

Allo stato attuale si registra un alto livello di inadempimento degli obblighi contratti attraverso  convenzioni urbanistiche”, recita la Delibera.

In questo caso, il Comune avrebbe la possibilità di realizzare in proprio, gli interventi edilizi oggetto di Convenzione che il privato ha disatteso, rivalendosi sulla polizza fidejussoria stipulata per lo specifico intervento. Ma, spesso l’assicurazione con cui venne stipulata la polizza, non esiste più. Oppure la polizza ha un valore troppo basso rispetto al valore delle opere da realizzare. E, comunque, in tale valore non è ricompreso il costo della progettazione esecutiva, che ricadrebbe per intero sul Bilancio Comunale. E, pertanto, quand’anche il Comune, abbia deciso , di realizzare in proprio le opere che, per accordo di Convenzione, avrebbe dovuto invece realizzare il privato, non avrebbe una copertura totale delle risorse finanziarie sufficienti; il tempo trascorso, ha prodotto inoltre un cambiamento, spesso, degli obbligati dalla Convenzione ( magari gli edifici nel frattempo hanno cambiato proprietà ), e quindi, se il Comune volesse rivalersi su di essi, si darebbe luogo, come effettivamente accade, a consistenti contenziosi giuridici, dai tempi e dagli esiti del tutto imprevedibili.

Queste considerazioni, contenute nella Delibera della Giunta Comunale autorizzano fortissimi dubbi sulla tutela dell’interesse pubblico, operata all’atto della stesura delle Convenzioni, a partire da un passato non si sa quanto lontano, e,  è da supporre, fino ad oggi.

La tutela dell’interesse pubblico, sia da un punto di vista della direzione politica del Comune, sia dal punto di vista della gestione amministrativa, avrebbe meritato una ben più profonda attenzione, capace di prevenire i fenomeni distorsivi che la delibera denuncia.

Non aver previsto queste situazioni, peraltro facilmente immaginabili, indica, come minimo, negligenza, e, forse, addirittura una aperta e lassista complicità.

La Delibera indica quindi una situazione, ad oggi, in cui gli atti di pianificazione urbanistica del territorio, sono stati caratterizzati da una diffusa evasione degli obblighi del privato contraente.

Credo, sarebbe opportuno, porre a conoscenza della cittadinanza, l’elenco completo delle inadempienze, e delle imprese inadempienti.

Le scelte in materia di governo del territorio, che il Comune effettua, vanno contemperate con quelle che effettua il Legislatore nazionale, il quale, al fine di favorire il settore edilizio, colpito dalla crisi, in più interventi legislativi, ha introdotto norme che ampliano i tempi di realizzazione di opere edilizie in carico al Privato, nell’ambito di Convenzioni stipulate col Pubblico.

Occorre, in questo ambito, tener anche conto del fatto che, in caso di interventi non attuati entro dieci anni, dalla Convenzione, le parti inattuate, della Convenzione stessa, si considerano decadute, eventualmente recuperabili, attraverso un nuovo piano attuativo del Comune.

La Giunta Comunale, in questo ambito, è definita, di per sé, garante della realizzazione del pubblico interesse, e, conseguentemente, è l’unico organo deputato a risolvere ogni problematica inerente le Convenzioni Urbanistiche; e adotta un certo tipo di comportamento a seconda delle specifiche situazioni che ha di fronte.

In caso di inadempimento degli obblighi previsti dalla Convenzione stipulata, accertata l’inadempienza, il Privato può così proporre soluzioni migliorative/alternative, e la Giunta Comunale, ne vaglierà le proposte, anche in relazione a una eventualmente mutata percezione dell’interesse pubblico. Predisponendo un nuovo atto di Convenzione, oppure, procederà autonomamente ad effettuare gli interventi edilizi che avrebbero dovuto essere obbligo del Privato, cercando poi di recuperare le somme, utilizzando la polizza fidejussoria, o rivalendosi sul garante di essa.

Una procedura, quest’ultima prevista in Delibera che, credo, rischia di ripercorrere le problematiche denunciate nella stessa Delibera ( esiguità delle fidejussioni, impossibilità concreta a recuperare il valore dovuto, per cambiamenti proprietari o degli assetti societari degli stipulanti, etc. ), e che, non affronta in alcun modo il tema della “recidiva”, di certi soggetti proponenti. Vale a dire cioè che non è prevista alcuna forma di tutela dell’interesse pubblico, e del Comune, che produca una cautela nei confronti di quei soggetti imprenditoriali che già siano stati, una o più volte inadempienti nei confronti degli obblighi assunti in sede di Convenzione.

 

Infine, la Delibera affronta il tema delle Convenzioni vigenti, proponendo una proroga per le sole opere relative agli edifici ancora non realizzati ( il che presupporrebbe che tutte le altre opere di interesse pubblico, siano già state realizzate, come mi auguro sia ).

Mentre, per le Convenzioni scadute, se siano dipendenti da un Piano Attuativo ancora efficace, la Convenzione potrà essere prorogata su istanza dell’attuatore, prima comunque del rilascio di titoli abilitativi ( agibilità ); nel caso invece di Convenzioni dipendenti da un Piano Attuativo non efficace, tanto il Piano, quanto la Convenzione, dovranno essere integralmente riformulati, e nessun titolo abilitativo rilasciato sulla base del Piano scaduto.

Su questo punto, però, nulla si dice in merito a titoli abilitativi già rilasciati, ( tanto in caso di Piano attuativo ancora efficace, quanto in caso si Piano Attuativo non più efficace ) che, dunque, resterebbero, pur in presenza di una grave inadempienza del Privato rispetto ai termini della Convenzione.

Sarebbe opportuno, inoltre, che ci fosse un quadro chiaro ed esaustivo delle situazioni in essere in questo senso, affinchè se ne possa seguire l’evoluzione nel nome della tutela del Pubblico interesse.

In tutti questi casi, per il passato e per il futuro, a mio parere, in assenza di adempimento da parte del Privato degli obblighi assunti, il Comune non dovrebbe rilasciare alcun titolo abilitativo ( agibilità ), neanche parziale. E ritirarlo, se in precedenza rilasciato. Semplicemente.

Altrimenti, il presupposto, è che l’interesse privato sia comunque prevalente su quello pubblico.

Su tutta la Delibera, grava però il peso di una forse eccessiva attribuzione di responsabilità alla sola Giunta Comunale. Che diventa così l’unico e insindacabile interlocutore dei soggetti imprenditoriali, con qualche rischio anche per una corretta e libera concorrenza tra imprese, e, contemporaneamente, titolare e garante del pubblico interesse, lasciando la funzione amministrativa ad un ruolo ancillare.

L’attribuzione di una fascia così ampia di discrezionalità, può produrre situazioni opache, e lascia margini a comportamenti non corretti, tenendo presente che una normativa di questa natura è di carattere generale, vale cioè per questa, come per altre Giunte Comunali.

Vero è che gli atti di Convenzione sono assoggettati, dal punto di vista del controllo, alle stesse procedure di un Atto Pubblico, ma tutto il formarsi dell’atto è caratterizzato da comportamenti discrezionali. Quelli che curano l’interesse privato, ma anche quelli che dovrebbero curare l’interesse pubblico.

E, per quanto caratterizzato magari da efficienza ed efficacia, il comportamento discrezionale, poco si addice alla tutela dell’interesse pubblico.

D’altra parte, si pone in capo alla Giunta Comunale un tale ampio margine di intervento, in assenza di atti pianificatori di carattere generale ( nuovo Piano Regolatore, che pure dopo il sisma, per obbligo di Legge, a partire dal giugno 2009, avrebbe dovuto essere redatto ), che, a questo punto, vi è una scarsissima relazione, sia con gli istituendi Consigli Territoriali, sia con il cosiddetto “Urban Center”; vale a dire cioè che, gli strumenti possibili di partecipazione democratica alle decisioni di pianificazione del territorio, rischiano di essere pesantemente svuotati, quanto a effettivo margine di intervento, dal forte accentramento di poteri discrezionali  che la Delibera realizza in capo alla Giunta Comunale.

Come semplice cittadino, spero che la Giunta ripensi a questa Delibera, ne interrompa la immediata esecutività, e risponda alle esigenze ad essa sottesa, con un più forte accento sulla tutela dell’interesse pubblico in tema di pianificazione territoriale.

Considerazioni a margine della stagione rugbistica

10 maggio 2015 alle ore 18:07

Le otto migliori squadre europee di rugby, quest’anno, arrivate ai Quarti di Finale della “Coppa Campioni del Rugby “, fanno riferimento a città di 25.000 abitanti; di 83.00 abitanti ; di 144.000 abitanti, o di 166.000 abitanti, o di 189.000 abitanti, o di 316.000 abitanti. Due squadre, fanno riferimento alle capitali Londra, e Dublino.

L’Aquila, ha una provincia di 306.000 abitanti; un territorio ( quello della vecchia ALS n. 6 ), di 106.000 abitanti, un’area comunale, di circa 70.000 abitanti.

Sono solo numeri. Naturalmente. Ogni realtà ha storie, economia, tradizioni sportive, peculiarità geografiche, collegamenti, contesti nazionali, diversissimi tra loro.

Ma i numeri, raccontano una piccola verità.

Da un punto di vista “dimensionale”, la realtà aquilana, non è distante dalle realtà territoriali che esprimono il meglio del rugby professionistico continentale.

Si è conclusa ieri una stagione, per L’Aquila Rugby, nel massimo campionato italiano, difficilissima. Su 18 partite giocate, 16 sconfitte, e 2 vittorie. Entrambe ottenute contro la squadra che ha chiuso il campionato con zero punti, ultimo posto in classifica, e retrocessione.

La squadra aquilana, veniva da un anno precedente, affrontato con un’altra compagine societaria, e con enormi problemi finanziari.

Grazie, alla nuova Società che gestisce L’Aquila Rugby; agli atleti, agli sponsor; grazie ai tecnici. A tutti quelli, che hanno reso comunque possibile partecipare al massimo campionato italiano e conquistare sul campo la possibilità di esserci ancora il prossimo anno. Non era scontato.

Sono un tifoso, della squadra di rugby de L’Aquila, pur non essendo aquilano di nascita. Posso dire che, da quando sono a L’Aquila, sia pure con discontinuità, ma dal 1987 ad oggi, e in particolare negli ultimi quindici anni, più o meno, ogni sabato, o domenica, sono andato allo stadio, a sostenere i colori neroverdi. Pagando sempre il biglietto, o l’abbonamento.

Anche nel 2009. Nella partita di Roseto, o in quelle giocate al Flaminio.

Non è un titolo di merito.

Però, mi voglio permettere qualche riflessione, su quello che, in questi anni ho visto. E, anche un po’ sul futuro. E chiedo scusa, in anticipo, se paleserò, qui, alcune mie deficienze “tecniche”, per così dire, o se pesterò qualche piede.

Mi piacerebbe che le mie parole possano essere utili a stimolare una riflessione, e un’azione. Tutto qui.

La squadra ha perso, nel tempo, il suo rapporto con la città.

Lo stadio non si riempie mai.

Io penso che ci si debba chiedere perché, questo accade, in un luogo che ha il rugby tra i suoi elementi identitari.

In un luogo dove sono nati alcuni tra i migliori giocatori che hanno militato e militano nella nazionale italiana di rugby; in un luogo che ha dato, e dà alla nazionale e al paese, alcuni tra i migliori tecnici, e dirigenti di questo sport, anche nell’attuale staff della nazionale italiana; in uno sport che, unico, ha portato la città più volte a fregiarsi del titolo di Campione d’Italia.

Lascio per il momento da parte, pure avendole ben presenti, questioni di contesto, per così dire. La crisi economica; l’incidenza del sisma su una situazione già molto compromessa; la capacità del rugby, molto in difficoltà, su un piano nazionale, a suscitare interesse e partecipazione.

E guardo a l’Aquila.

L’impresa aquilana, salvo qualche eccezione di carattere nazionale o multinazionale, è sotto capitalizzata. La difficoltà delle imprese edili del territorio aquilano, anche nelle ricostruzione post-sisma, è tutta qui. Nella loro fragilità finanziaria. Dipendente anche dal nanismo dimensionale, dalla forma proprietaria spesso solo familiare, e dallo scarsissimo investimento in ricerca e innovazione.

Alla scarsa forza finanziaria una volta sopperiva, in varie forme, qualcuna non del tutto legittima, il binomio politica-banca locale. Una leva quest’ultima, oggi non più utilizzabile.

Un territorio come quello aquilano, che ha pesantemente subito il ciclo di dismissioni, privatizzazioni, ristrutturazioni, dell’impresa, sia quella privata che quella, una volta, a partecipazione statale, senza che ad essa si sostituisse qualcosa di paragonabile per dimensioni, cultura industriale e capacità finanziaria, stenta, strutturalmente,  a trovare le risorse per investire anche in campo sportivo.

E’ questo, credo, il primo punto che, da tifoso, andrebbe affrontato, per non veder scomparire da L’Aquila il rugby.

Il fatto cioè, che sia necessaria una impresa, finanziariamente consistente, per affrontare il futuro.

A L’Aquila, e in tutta la provincia, militano diverse compagini di rugby. In quasi tutte le Serie nazionali. Comprendendo anche le diverse categorie di Rugby giovanile e femminile.

E’ del tutto privo di significato che ciascuna di queste compagini abbia assetti societari, gruppi dirigenti, sostegno popolare, gestione dei campi sportivi, ciascuno staccato dall’altro, talvolta contrapposto.

Sono consapevole, che ciascuna di queste Società, abbia una sua storia, un suo riferimento, una sua ragion d’essere ed un suo legame con il territorio.

Ma è una somma di debolezze.

Non mi permetterei mai di accusare di alcunché qualcuno, o qualcosa.

Mi permetto di dire, a tutti, che l’orizzonte è l’Europa.

E non Teramo, o Rieti, con tutto il rispetto.

Mi permetto di dire che è necessario, e non ulteriormente rinviabile, andare oltre ogni singolo interesse, che pure andrà tutelato, e oltre ogni singola riconoscibilità, che pure dovrà proseguire.

Ma occorre immaginare, perseguire, e costruire un disegno unitario e unico. Una unica grande compagine societaria, che persegua una politica sportiva, legata al territorio, alle realtà esistenti, che investa sui giovani, uomini e donne, che costruisca una relazione stabile con le scuole di ogni ordine e grado. Con un orizzonte nazionale, innanzi tutto, e poi europeo.

So di stare parlando di Società private. Cui nessuno può imporre nulla.

Ma, qui, può intervenire un ruolo della politica.

Lo stadio Tommaso Fattori è di proprietà comunale. E si trova in una zona strategica, della città, a ridosso di uno degli ingressi al suo Centro Storico. E’, collegato ad altri impianti sportivi, anch’essi di proprietà comunale.

Io penso che l’area dello Stadio possa essere interessata da un rilevante progetto di riqualificazione urbana. Anche in funzione di un possibile affidamento dei Giochi Olimpici a Roma nel 2024.

Lo stadio, in sé, costituisce, in una certa misura, una emergenza storico-architettonica di rilievo. Che, oltre a meritare una urgente manutenzione straordinaria, potrebbe essere inserito in un progetto più ampio, oggetto magari anche di specifici finanziamenti nazionali ed europei.

Che consentano di trasformarlo in una struttura sempre fruibile. Magari integralmente coperta. Magari dotata di aree di ritrovo che coinvolgano imprenditoria privata, a partire da quella che già si trova nelle aree limitrofe.  Magari dotata di parcheggi sotterranei, utili in sé per la città, purchè sicuri sul piano sismico e non impattanti su un piano ambientale; senza prevedere particolari ulteriori opere, come i tapis roulant del parcheggio di Collemaggio, inutili, data la vicinanza con il Centro città.

Il complesso delle attività che nello Stadio possono esercitarsi, attraverso una Convenzione, che preveda sì, lo sport professionistico, ma anche quello dilettantistico, popolare, dei disabili, e quello legato alle attività scolastiche, possono essere affidate in gestione, attraverso procedure trasparenti e rispettose della libera concorrenza sul mercato ( anche tenendo conto di rilevanti finalità sociali, come la stessa Unione Europea riconosce ), per un corretto numero di anni, ad una Società detentrice del titolo sportivo del Rugby al massimo livello.

E questo tipo di ragionamento, può riguardare tutti gli impianti in cui, nel Territorio, anche in comuni diversi da l’Aquila, anche in tutta la Provincia, si gioca il rugby, coinvolgendo anche il CUS e l’Università.

Una Convenzione di questo genere, diviene un titolo economico. Spendibile sul mercato del credito bancario. Capace di attrarre capitali imprenditoriali.

E’ questo lo spazio che l’Amministrazione Comunale, coinvolgendo anche Provincia e Regione se possibile, può esercitare.

Un’unica Società Sportiva, capace di attraversare ogni Campionato con sue compagini, anche dilettantistiche e di diversamente abili, che investa in particolare nei giovani e nelle donne, e dotata della possibilità di gestire, in modo polifunzionale tutti gli impianti sportivi che le vengano affidati, dopo essere stati oggetto di importanti interventi di riqualificazione urbana. Di modo che possa finanziarsi sul mercato, anche con l’apporto di capitali industriali, e, se possibile, di un forte azionariato popolare.

Una Comunità, fatta anche di ex atleti che collaborino sul piano tecnico, dell’immagine e sociale; una Comunità che metta insieme le rilevanti professionalità, che ci sono già oggi, sul piano della fotografia, del cinema e dell’audiovisivo, del giornalismo, capaci di avviare e consolidare strategie di comunicazione e di marketing con la città e con tutto il suo territorio, la Provincia e il Paese.

Anche attraverso l’uso di tecnologie innovative.

Una Società che sia in grado di costruire relazioni positive con la Federazione Nazionale, e con i migliori uomini aquilani che siedono ai vari livelli e giocano in squadre straniere.

Tutto questo, dovrebbe rappresentare una città e una Società sportiva aperta. Connessa con l’Europa. Dinamica. Non ripiegata sui suoi piccoli egoismi e interessucci. Ma anzi, solidale, coesa, consapevole della portata di un obiettivo ambizioso eppure possibile.

Un potente elemento di sviluppo economico anche.

Perché in Europa sono i luoghi che hanno le dimensioni di una città, e di un territorio come il nostro, che possono conoscere i più alti tassi di sviluppo. Purchè si comprenda che è un dovere, fare “massa critica”, e non disperdersi; avere una visione; coinvolgere i cittadini e renderli protagonisti.

Sono consapevole, che molto di quel che ho scritto è terribilmente difficile, da realizzare. Per tante ragioni, anche soggettive. E sono anche consapevole, che molto altro si può aggiungere, o modificare, a quel che ho scritto.

Vorrei però che tutti noi provassimo a comprendere una cosa.

Se una città come L’Aquila, non investe su sé stessa, sulle proprie peculiarità, sui propri saperi, costruiti negli anni, sulle proprie passioni, davvero, non c’è alcuna possibilità di affacciarsi all’Europa, ma neanche di restare in Italia.

Il rugby può essere una opportunità straordinaria.

Oggi, a L’Aquila, per me, il rugby, è una passione triste.

Vorrei non divenisse anche “Solitaria y Final”, come avrebbe detto il grande scrittore argentino Osvaldo Soriano.

Insomma, mi piacerebbe vincere, che la squadra vincesse, che la città vincesse.

10 novembre 2015

Signor Presidente della Repubblica,
Lei, lunedì prossimo, sarà a L’Aquila.
Parliamoci chiaro, Lei, dal punto di vista delle Sue attribuzioni istituzionali, può fare ben poco, direttamente, per la nostra Città.
Però, forse, una cosa importante, potrebbe farla.
Lei, potrebbe venire qui, una volta l’anno, ad esempio.
E chiedere “Perché “.
A Lei, se non altro per cortesia istituzionale, una risposta sarà dovuta. E noi semplici cittadini, potremo ascoltarla.
Mi permetto, scusi la presunzione, di farle un piccolo elenco, non esaustivo, di alcuni “perché”, ai quali io sarei interessato ad avere una risposta.

Perché a L’Aquila, non si fa il nuovo Piano Regolatore Generale ?
Perché a L’Aquila, le abitazioni provvisorie, edificate abusivamente, non si abbattono, ma sono dotate di tutte le opere di urbanizzazione necessaria, comprese acqua, luce e gas ?
Perché a L’Aquila, ancora non si interviene per la ricostruzione del Duomo, e, più in generale, la ricostruzione del patrimonio artistico, è in fortissima difficoltà ?
Perché a l’Aquila, la ricostruzione degli edifici che ospitavano funzioni, e istituzioni pubbliche, è in grave ritardo e difficoltà ?
Perché a L’Aquila, per esempio nella zona di Sant’Elia, o a Coppito, ci sono case provvisorie costruite nelle aree alluvionali dei fiumi ?
Perché, a L’Aquila, il Vivaio Regionale Mammarella, che potrebbe essere utilissimo, per le aree verdi della città, e per il rimboschimento, insieme ad altri Vivai del Corpo Forestale, è in completo e totale abbandono ?
Perché a L’Aquila, l’intera area di Collemaggio, di proprietà della ASL, non è interessata da un serio progetto di ricostruzione pubblica ad uso sociale ?
Perché a L’Aquila, gli alberi si abbattono, invece di curarli e piantarne di nuovi ?
Perché a L’Aquila, l’Università appare impoverita, e non in grado di essere uno dei volani di sviluppo del Territorio ?
Perché a L’Aquila, e nel circondario, importanti aree pubbliche, sono affidate, quasi senza oneri, a soggetti privati che perseguono solo il proprio interesse ? ( ad esempio, l’Aereoporto, l’area ex-Italtel ).
Perché, a L’Aquila, tutte le importanti Istituzioni culturali presenti, sono in serissima difficoltà economica e di futuro ?
Perché a L’Aquila, non si riesce, né a gestire direttamente, né ad affidare la gestione, con finalità di interesse pubblico, ma anche con risultati economici per il privato, del rilevante patrimonio esistente, e in costruzione, degli impianti sportivi ?
Perché a L’Aquila non c’è un ciclo integrale di gestione dei rifiuti, ma si vuole costruire un impianto a biomasse la cui alimentazione, in termini di massa vegetale vergine, è impossibile ?
Perché a L’Aquila si vogliono fare nuovi interventi infrastrutturali ed edilizi, nell’area del Parco del Gran Sasso, senza prima risanare e riutilizzare quello che esiste ( a partire dalla Fossa di Paganica ),e che, nelle condizioni in cui versa, deturpa l’ambiente, producendo solo perdite pubbliche e scarsissimi profitti privati ?
Perchè, a L’Aquila, è così difficile provvedere alla ricostruzione delle Scuole Pubbliche ?
Perchè, a L’Aquila, è così difficile provvedere alla ricostruzione delle Case Popolari ?

Quando un bambino chieda il “perché”, delle cose, rispondergli, significa aiutarlo nella crescita, illuminarne i passi futuri, correggerne gli errori.
Figuriamoci quanto bene potrebbero fare le risposte date al Presidente della Repubblica.

Con rispetto,
Luigi Fiammata

17 novembre 2015

Delirio aquilano, nazional europeo. Mondiale.

Guido la mia automobile per L’Aquila. Lungo la strada, vedo uno, due, tre, ragazzi in fila, che camminano. Sulla strada senza marciapiede. Rischiano ad ogni passo, d’essere investiti. Sono neri, di pelle.
Probabilmente, sono alcuni dei rifugiati che toccano alla nostra città, nella divisione dei pani e dei pesci, che si fa di tutti quelli che arrivano dal Mediterraneo.
Quelli sopravvissuti ovviamente. Quelli che non riusciamo a far partire subito per il resto dell’Europa.
Poi, arrivo al centro commerciale, e trovo il ragazzo, nero, che sta lì, fermo, a salutare tutti quelli che entrano ed escono, sperando che qualcuno gli allunghi una moneta. Elemosina, si chiama.

Dietro a quel centro commerciale, c’è un mare di cartoni per terra, e immondizie varie, e disordine, ed erbacce che spuntano dall’asfalto. E mi viene in mente che, io, nelle sue stesse condizioni, entrerei nel centro commerciale, cercherei un responsabile, e gli chiederei quanto è disposto a darmi, in moneta, se mi mettessi a pulire quel che sta là fuori.
Poi, però, penso.
Che se quel ragazzo si facesse male, mentre pulisce, qualcuno dovrebbe giustificare alle autorità quel che stava accadendo. E se arrivasse un Ispettore del Lavoro, qualcuno potrebbe trovarsi ad essere denunciato per sfruttamento di lavoro nero.

Il centro commerciale, in ogni caso, già risparmia un posto di lavoro, perché, al semplice prezzo di un euro, obbliga me a tenere in ordine i carrelli che posso utilizzare per far spesa lì dentro. Ad un supermercato della catena multinazionale, che sta là dentro.
E può restare del tutto disinteressato al decoro dell’area intorno.
Non c’è nessun incentivo per i titolari del centro commerciale, a tener pulito e in ordine; non c’è nessun incentivo per il ragazzo, a lavorare.
Ammettiamo che venga pagato in voucher, dieci euro lordi, sette euro e cinquanta netti l’ora. Quante monete prende, in un’ora, salutando chi entra e chi esce ? Il voucher dovrebbe pagare il lavoro accessorio, però; ma, tenere pulite le aree del centro commerciale, non dovrebbe essere un accidente accessorio; bensì un obbligo necessario.
E nessuno, della comunità, o delle istituzioni, si preoccupa di andare da quel ragazzo. Di chiedergli da dove viene, perché è qui, e come, in Italia. Come vive, cosa si aspetta dal vivere qui. E perché, aspetta una moneta.
Si potrebbe persino scoprire che, essendo in attesa di una definizione del suo status giuridico, non può, giuridicamente, lavorare. Perché, in Italia, per lavorare, devi aver il Permesso di Soggiorno, in corso di validità, ma, se non hai il Permesso di Soggiorno in corso di validità, non puoi lavorare. Che è un regalo della legge Bossi-Fini, sì, due che ci hanno persino governato, forse qualcuno se li ricorda, e che nessun Governo successivo, ha mai pensato di cambiare.
E, sia chiaro, che, all’ombra del permesso di Soggiorno, il Lavoratore straniero, subisce ricatti. Ogni giorno.

Vuoi rinnovare il Permesso di Soggiorno ? Paga, così ti assumo per tre mesi, me ne lavori sei, e senza fiatare con gli straordinari. Ti è scaduto il Permesso di Soggiorno, e ti serve un lavoro per rinnovarlo ? Lo compri, un lavoro, pagando; lavorando senza essere pagato. Ti sta per scadere il Permesso di Soggiorno, che devi rinnovare ? Se non vuoi essere licenziato, sai come devi comportarti. Tu firmi una busta-paga dove c’è scritto che io ti do 1200 euro al mese, ma te ne do, in realtà, 500. E stiamo pari.
Così impari come funziona il mercato. La competizione. Il massimo dei valori che l’Occidente cristiano ti offre, e cui devi adeguarti.
Funziona così. Esattamente, così. Anzi, può anche capitare che c’è qualche straniero che ha messo su un’impresa, che magari serve esattamente a questo, a far ottenere permessi di soggiorno. E l’unico fatturato che fa è la tangente che lo straniero paga per essere assunto. Per non far nulla, solo per ottenere il pezzo di plastica.
Qualche italiano, qui in Abruzzo, è stato perseguito, per questo.
Perché la fantasia degli avvoltoi è infinita.

Ad Avezzano, sul retro di un centro commerciale, c’era un cartone poggiato per terra, in strada, e una bottiglia d’acqua minerale mezzo piena.
Quella era una moschea.
Il fedele che arrivava, aveva l’acqua per le sue abluzioni rituali, e un tappetino di cartone per poggiare le ginocchia mentre pregava. Nello stesso posto dove parcheggiano le auto, e dove pisciano i cani.
E immagino, se dovessi dire ad un cristiano, un cristiano vero, qui, oggi, che se vuole pregare, deve farlo nel retro di un bar, poggiando le ginocchia su uno zerbino dove ci si puliscono i piedi.
Pregherebbe, il cristiano, comunque, ne sono certo. Come prega il musulmano. Che però lo deve fare cinque volte al giorno, e quindi, fannulloneggia, proprio come tanti italiani giovani che stanno bene sotto le gonne della mamma.

Io, invece, guardo i bidoni dell’immondizia, messi dall’altro lato della strada, di quella moschea improvvisata ad Avezzano. E ci vedo arrivare il vecchietto, italiano. Che apre il bidone, e ci infila il braccio dentro, per vedere se trova da mangiare. Come ho guardato la stessa scena sul retro dei supermercati aquilani. In qualche caso, arrivano famiglie intere, a cercare. Qualcuno pure in automobile.

Prima gli italiani.

Nell’assegnazione di case, del lavoro, dell’assistenza sanitaria, nella scuola: prima, e prima di tutti gli italiani. Che infatti prendono le pensioni prima dei lavoratori stranieri, che, in maggioranza, qui, non ne prenderanno mai, pur pagando, come tutti, i contributi.
Perché deve essere chiaro, che io non sono razzista, ma non è vero, che tutti gli uomini sono uguali. Figuriamoci le donne.
Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà per come è. E confrontarsi con quello che davvero, è il pensiero di tanti e di tante.
Gli uomini non sono tutti uguali.
Siamo a prima dell’Illuminismo. A prima della Ragione.
Settanta fallimentari anni di Repubblica. Sempre lì, stiamo.
La Costituzione della Repubblica Italiana, è di una minoranza.
Gli uomini non sono tutti uguali. E le donne, non ne parliamo.
Altro che, Buona Scuola.

Prima gli italiani, che sono migliori. Distinguendo però gli italiani meridionali, che sono un po’ meno migliori degli altri.
Fin quando non incontri un tedesco qualsiasi, che dice che siamo mafiosi. Tutti, da qualsiasi parte proveniamo.

All’origine della civiltà occidentale c’è l’Odissea. Tra le altre narrazioni.
L’Odissea è il racconto, continuo, minuzioso, di come si accoglie lo straniero. Quello nudo, raccolto mezzo morto dopo un naufragio. Sporco, puzzolente, e con la faccia pericolosa.
Quello straniero lì, a te sconosciuto, lo porti nella tua reggia, lo lavi, gli dai le vesti migliori che hai, lo profumi con i tuoi oli, uccidi il miglior bestiame a tua disposizione per nutrirlo, e ascolti i suoi racconti. E quando se ne va da casa tua, lo riempi di regali preziosi.
Perché da straniero, è diventato tuo ospite.
E, un giorno, potresti essere tu, l’ospite. Prima, straniero.

Ma quando arrivano tremila profughi tutti insieme sui barconi a Lampedusa, che fai, dove li mandi ?
Confesso che sarebbe davvero una bella sfida, accoglierne uno per ogni casa. Chi può, naturalmente.

Io, per esempio, non posso.
Lavoro tutto il giorno. Ho un giardino piccolo piccolo. Come faccio, a tenerlo ? Certo, se fosse una donna, che mi fa le pulizie, potrei pensarci.
Io, preferisco aiutarli a casa loro.

Là dove gli posso vendere le armi fabbricate dalle mie aziende. Avere le concessioni per estrarre petrolio e gas naturali e intascare i profitti. Scavare i loro diamanti, e i loro metalli rari per i miei telefonini, mentre fomento i cristiani contro gli animisti, i musulmani contro tutti, le tribù contro le tribù in massacri da decine di migliaia di persone. Che però, sono neri, di notte non si vedono, al TG delle venti non ne parlano per non turbare la cena, della mia famiglia normale, che poi ci sono le famiglie anormali che non so cosa guardano in TV alle 20.

Io, li aiuto a casa loro.
Come la polvere che infilo sotto il tappeto.
Come i fondi per la cooperazione internazionale, che ogni anno taglio dalla Legge di Stabilità.

Io che non voglio conoscere, nessuna delle regole che governano il commercio mondiale, e che stabiliscono, ad esempio, che io chiudo gli zuccherifici in Italia, e acquisto così lo zucchero dai Paesi in via di Sviluppo, che, a loro volta, in cambio del mio aiuto, mi consentono di comprare la loro acqua, i loro ospedali, le loro università. O meglio, lo consentono alle mie imprese, che in Italia licenziano, però, perché non siamo competitivi e i nostri lavoratori costano troppo. E se poi qualcuno, non può curarsi, in quei Paesi, o non può, mangiare, e viene qui su un barcone, e ha la faccia simpatica, facciamo pure una colletta per far sì che possa operarsi al cuore, ma ci teniamo tutti ben lontani da lui. Un euro a testa.

Come al tizio che sta davanti al centro commerciale, a salutare, tutti. Nero, vestito, e forse col telefonino in tasca.

Lo straniero, è un affare per le Coop e per la Caritas.
E per la camorra no ? E per la mafia no ? E per i caporali dei campi no ? E per tutti quelli che li fanno lavorare in nero, colf e badanti comprese, no ?
E non è forse un affare per tutti i cercatori di capri espiatori ? Per tutti quelli che, da secoli, quando non sanno come si risolve un problema, inventano un colpevole e preparano il rogo ?
Perché, se è uno straniero, a rubare, o uccidere qualcuno da ubriaco con l’auto, e lo fanno, sono tutti, gli stranieri, ad essere ladri ed assassini.
Ma se lo fa un bianco italiano, sul giornale, ci mettiamo solo le iniziali del nome e cognome, e, al processo d’appello, gli scontiamo la pena. E solo le vittime, piangono. Da sole, sempre.

Ci fosse uno che perde tempo a spiegargli, a uno straniero che abita al progetto C.A.S.E. chi era Pio La Torre, visto che vive in via Pio La Torre, o Eugenio Montale, o Anna Magnani, O Fabrizio De Andrè. Poi però, parliamo di integrazione. Che vuol dire integrazione ? Se non c’è scambio di parole e di culture, ci sono solo ospiti indesiderati.

Per lavoro, tra le altre cose, compilo i moduli che i Lavoratori devono consegnare alle imprese per richiedere gli Assegni Familiari. Questi moduli prevedono che venga apposta la firma, sia del titolare degli assegni, che del coniuge. Quando è il marito a venire da me per farmi compilare questi moduli, italiano o straniero che sia, vuol mettere anche la firma al posto della moglie, quasi nella totalità dei casi, e io glielo impedisco.
La libertà delle donne, l’educazione delle donne, la loro responsabilità, è il problema di questo millennio.
Una donna libera, forse, non fa otto figli. Dobbiamo tifare per le donne libere, se vogliamo sopravvivere come specie, che ha già consumato quasi tutte le risorse del pianeta.
Siamo consapevoli, spero, che la libertà delle donne fa a cazzotti col cristianesimo, con l’islam, o con qualsiasi altra religione, sì ?

Ma proprio per questo, io sono per rimpatriare a casa loro, e mi dispiace se lì c’è la guerra, e la fame, e l’Apocalisse, tutti quelli che vengono qui in Italia, e fanno tenere il velo alle loro donne. O ne pretendono l’infibulazione, o ne decidono il matrimonio. Mi dispiace. Il velo,e il resto, sono segni di inferiorità della condizione femminile, anche quando la donna, decida autonomamente ( non so quanto ), di accettarli. Se li vuoi accettare, li accetti nel tuo Paese. Qui, sei obbligata a provare ad essere libera. E proprio per questo, che io penso che, a scuola, o in ospedale, o in qualsiasi ufficio pubblico, i crocifissi, dovrebbero essere soltanto in spazi precisi, dedicati al culto o al raccoglimento. Non ovunque.

A me non danno fastidio. Fanno parte della mia educazione e della mia storia. Anzi, io li rispetto profondamente.
Ma lo Stato è laico. Oppure non è. Semplicemente, non è.
E laico, significa rispettoso di tutti e di tutte. E essere laico è l’unico modo, di rispettare, perché altrimenti è lecito pensare d’essere migliori, di altri. E, Cristo, proprio Cristo, invece, ti chiede se vuoi essere tu, a scagliare la prima pietra, tu, che certamente, non sei peccatore.

A Otranto, dentro la chiesa di Otranto, nella cripta, ci sono le ossa di tutti quelli cui i pirati turchi tagliarono la testa nel 1480. Perché non vollero convertirsi. Ma almeno, loro, alle persone avevano lasciato una possibilità.
Il legato papale Arnaud Amaury, nel 1209, a Beziers, fece massacrare una intera città, di eretici catari, e di una maggioranza di cattolici. “ Tanto Dio, riconoscerà i suoi “.