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Una vecchia medaglia

Mag 16, 2023 | Storie

Mi sembra sempre strano, quando il mare lascia qualcosa sulla riva; come se fosse una specie di magia. Mi viene difficile immaginare che le onde abbiano delle mani, capaci di pescare sul fondo, di sabbia, o di roccia e alghe e sollevare, qualcosa, sotto la schiuma rabbiosa del vento, e condurla con sé, fino ad un approdo.

Immagino le cose strappate un istante dal fondo, pesanti, e le vedo sostenute dalla corrente, per un tratto breve, quasi fossero una piuma incerta nell’aria, e quando l’onda risacca, le immagino cadere ancora, sul fondo oscuro del mare; irraggiungibili, ed invisibili, per giorni o mesi, magari, e poi una furia di scirocco, immagino, le sollevi ancora, unendo, misteriosamente, il vento oltre la superficie dell’acqua con le correnti fiumane nascoste agli occhi e alla percezione e ancora immagino le cose che si sollevino nuovamente, scrollandosi di dosso la polvere delle rocce sfrante e che nuotino, di notte, senza una direzione precisa, ma attratte dalla terra emersa e dalla luce del cielo, che da sotto l’acqua, pare velato, grinzoso, mai fermo.

Un giorno, sulla riva del mare, quando ancora non sia d’estate e turismo, vedrò quella medaglia che un uomo antico osò rifiutare. Incrostata e verdita, ma con indosso ancora le dita brucianti di lui.

C’era una nave, in una vecchia fotografia scolorita, che usciva dal porto di Taranto; dall’Arsenale, salutata da mogli e fidanzate e ragazzini lungo le mura e sui ponti, come se andasse in crociera per il Mediterraneo trasparente.

Era una vecchia nave che, per il tempo della Seconda Guerra, ebbe bisogno d’essere trasformata, ed innalzata la ciminiera, il cui fumo, altrimenti, avrebbe impedito la punteria del cannone e il tiro. Una torpediniera impegnata a far scorta da Brindisi, o Bari, fino all’Albania o alla Grecia, a mezzi da trasporto d’uomini o di materiali.

Una notte, che Brindisi era sotto attacco aereo, e le luci del porto non erano accese, fu speronata, da un’altra nave italiana, e affondò spezzata in due, senz’essere nemmeno colpita. Forse non era governata benissimo, quella torpediniera, senza radar, nata alla fine della Prima Guerra Mondiale.

O forse son cose che succedono, nella confusione e nella paura della guerra, quando si pensi solo alla salvezza propria e d’altri non s’abbia fiducia.

C’erano imbarcati uomini di Gallipoli, su quella nave, prima della Guerra, e, un giorno, a Brindisi, dov’erano alla fonda, arrivò il re d’Italia.

L’avrebbe imparata bene quella strada, il re sciaboletta, e se la sarebbe ricordata l’otto di settembre del 1943, quando scelse di scappare via, lasciando Roma e il nostro Esercito, e tutta l’Italia, senza direzione, in mano alle forze armate naziste.

Il re e i suoi generali, compreso il capo del governo, Badoglio, senza responsabilità, né coraggio, preoccupati solo di mettere in salvo le proprie persone, e i propri beni; incuranti dei soldati italiani, sparsi con le scarpe di cartone e i fuciletti pesanti, tra Russia, Africa, Albania, Grecia, lasciati senza ordini, tra silenzi, parole vili e ambigue.

E quel giorno, sulla nave salì il re d’Italia. Forse andava in Grecia, o forse andava in Etiopia, a visitare il suo piccolo impero appena costituito nel 1936, bombardando coi gas i soldati con le lance, che quarant’anni prima ci avevano sconfitto ad Adua.

La nave, in Egeo, incontrò un fortunale, e nessuno degli uomini d’equipaggio riusciva ad averne ragione. Uno ad uno, cominciando dagli ufficiali, si sentivano male, ed avevano paura.

Quella paura nera davanti ad un mare in tempesta, che noi che siamo a terra, non possiamo riuscire ad immaginare.

Forse ci si sente come se il mondo, l’intero mondo che conosciamo sia scomparso e lontano, e d’improvviso, comprendiamo cosa possa essere l’infinito. Un infinito cielo basso e rabbioso, e una infinita acqua mutata in montagna che urla e ad ogni istante può farti essere notte nera e senza stelle, in una infinita morte senza che nessuno ci ritrovi mai.

Chi riesce, prega, qualcuno bestemmia.

Ci si guarda in volto per trovare, con gli occhi, qualcosa che si conosca e che, magari ci rassicuri, contandoci d’una tempesta peggiore cui s’è però scampato.

Qualcuno pensa a Cristina, che, per farla morire, le fu legato al collo un peso di macina e gettata nel lago di Bolsena e salvata però dagli angeli; forse perché nessun gallipolino, protetto dalla sua patrona, potesse quel giorno annegare.

E fu così che al timone della torpediniera, fu messo un uomo di Gallipoli, che non vomitava, come gli altri e che li portò tutti, re compreso, fuori dalla tempesta.

Quell’uomo, di questa storia, a nessuno raccontava poi, anni dopo.

Tornati che furono a Brindisi, il re decise di premiare quell’uomo che aveva affrontato il mare vincendolo.

Ci fu una cerimonia, e delle fotografie vennero scattate.

L’equipaggio era tutto in riga sul ponte della nave, ed il re, ad uno, appuntava sul bavero della divisa, una medaglia di bronzo.

Con la stessa semplicità con cui aveva retto il timone, quell’uomo tolse la sua medaglia dal bavero, e la buttò in acqua, nel porto di Brindisi, dopo le fanfare, dopo il 1936, di ritorno da un viaggio in mare, in cui aveva salvato sé stesso, e altri di Gallipoli.

A lui, del re, non gliene fregava niente.

E io cammino, sulle spiagge di Gallipoli, specie dopo una mareggiata, e guardo, tra le conchiglie e le alghe, perché un giorno, io lo so, che troverò quella medaglia.

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