Camminava tranquillo sotto il sole.
Senza coprirsi, e senza cercare l’ombra.
Non indossava un cappello, ma un completo di lino spiegazzato e una maglietta a maniche corte, portata sopra i pantaloni e sotto la giacca.
Non sentiva caldo, e non sudava, nonostante la temperatura superasse abbondantemente i trenta gradi, e l’asfalto si fosse trasformato in una crosta di lava bollente.
Certe volte, il calore dell’amore che si sente, fa sembrare fresco, l’interno acceso, di un forno per cuocere il pane.
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Il ragazzo era nel piazzale antistante lo stadio. Le grandi torri parevano quelle d’un castello da difendere con la pece bollente.
Non c’era nessuno più sulla strada. Tutti erano dentro, e intorno c’era uno strano deserto silenzioso di cartacce che volavano e poliziotti tranquilli.
Dall’interno dello stadio, saliva un rumore di tuono potente.
Non aveva il biglietto per il concerto, ma le aveva promesso di farglielo ascoltare.
Non aveva sufficienti soldi, per il biglietto, ma era andato lo stesso, allo stadio.
Da fuori, la musica si sentiva leggermente distorta e un po’ disordinata. Forse la velocità del suono, variava a secondo degli strumenti musicali; o forse il vento rubava qualche nota e poi la mischiava, con la musica, e con il canto della folla, che pareva far vibrare le tribune del grande tempio del calcio.
Lui aveva promesso di farglielo ascoltare lo stesso il concerto; avrebbe inventato una magia, anche se non aveva il biglietto e non era un mago.
Anche se era arrivato in città grazie ad un passaggio rimediato al casello autostradale, ed era stanchissimo. Anche se non aveva mangiato niente dal giorno prima, e il caldo lo sfiancava.
Teneva il cellulare alto, e faceva ascoltare il concerto, via WhatsAp, alla ragazza che amava, e che era in ospedale, quella sera, da poco ricoverata, e che avrebbe dovuto subire un intervento difficile, l’indomani.
Teneva alto il cellulare, per catturare ogni musica possibile, e piangeva.
E ballava, da solo. Anche per lei.
Quella musica, che pure non gli piaceva tanto.
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Era una casa le cui finestre, erano tutte orientate, ad occidente.
L’uomo che l’abitava, non conosceva l’alba. Non l’aveva mai vista sorgere dal mare. Lui poteva guardare solo e sempre il tramonto.
Il mare scuriva, a sera, e sembrava percorso da una corrente nervosa, che ne scompigliava le onde; scintillanti, come una coperta d’oro percorsa da una luce danzante, capricciosa, mai ferma. L’acqua pareva un fuoco rosso, più del sangue che si sentiva dentro correre.
E a sera, l’uomo aspettava il vento che riportava a terra, immaginando lei, salva da un naufragio, aggrappata ad un tronco di legno e bellissima, e incantatrice, più di una sirena sperduta, che arrivasse a riva, proprio sotto le mura della città vecchia.
Avrebbe nuotato lui, verso il sole che moriva, per dare vita a lei. Senza fatica alcuna, e senza tristezza. Per prenderla per mano e toglierla da marosi e correnti e gorghi.
L’uomo che conosceva solo i tramonti, avrebbe rubato la luce al fondo del mare e alle stelle, per darle un’alba. Ogni giorno diversa e dolce. Profumata di alghe verdi e scirocco. Colorata come le conchiglie più nascoste.
L’uomo dei tramonti, avrebbe inventato albe.
E rotto tutti i muri della sua casa, per guardare, ad oriente, ogni mattino, il suo amore sorgere per lei .
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Avrebbe voluto.
Vederla ballare scansando ogni goccia di pioggia.
Gonfiare le vele di una barca con le parole della gioia.
Rinchiudere in una scatola di metallo tutti i baci che aveva sognato, e riaprirla ogni volta che ne sentisse il bisogno, per sentirne il profumo.
Indossare un vestito di Carnevale a Ferragosto e inventare un motivo per far festa ogni giorno.
Partire ogni mattina, per un viaggio senza arrivo.
Avrebbe voluto.
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Era steso, sul tappeto del suo studio.
Guardava il soffitto. Le pareti, colme di libri, e fumetti, e dischi.
La finestra che dava sul balcone, era aperta e, d’improvviso, entrò un potente soffio di vento, spalancandola bruscamente.
Il tappeto s’alzò dal pavimento e, come risucchiato da un gorgo, lo trasportò oltre la finestra, e il balcone, in volo.
Fu sorpreso, e impaurito, nel trovarsi in aria, senza alcun appoggio, senza nulla che lo proteggesse.
Sentiva frusciare le foglie degli alberi, come mani che si toccassero per rassicurarsi e, ogni volta che s’avvicinava ad un tetto, sentiva una tegola staccarsi, e scivolare, e cadere in strada, frantumandosi. Non aveva il tempo di elaborare alcun pensiero: quel vento, era più veloce della sua paura.
Si teneva aggrappato ai bordi del tappeto, cercando di non farsi sbalzare fuori, e gli lacrimavano gli occhi, per la velocità.
Era solo, dentro il nero senza stelle della notte, e dentro il proprio cuore trafitto.
Cercò di far abbassare il tappeto; di prendere il vento, per poter atterrare; ma non riusciva: pareva singhiozzare e alzarsi, e abbassarsi, senza una direzione.
Pareva volesse solo scrollarselo di dosso. Come fosse un cavallo imbizzarrito che volesse disarcionare il proprio cavaliere.
Forse, decise di accettare quello che sarebbe accaduto; forse era solo stanco di aggrapparsi al nulla.
E si lasciò andare, proprio mentre volava sulla cima di alberi fitta, di un bosco.
Forse sorrise, mentre cadeva, pensando di non essere dentro una favola a lieto fine
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Il ragazzo era andato, da solo, nella vecchia casa di sua nonna, al paese, ormai disabitata da tanto tempo.
La casa era in cima ad una roccia, e ci si arrivava solo percorrendo a piedi, in salita, vecchie strade, lastricate di grandi ciottoli piatti e bianchi, costruite per carretti trainati da muli.
Dentro la credenza della casa della nonna, trovò quel che stava cercando.
Vecchie chicchere di metallo tondo, per lo zucchero. Piatti di peltro e vassoi tondi d’acciaio. Grosse pentole d’alluminio.
Raccolse tutto quel che gli serviva in una borsa, e tornò in città.
Aspettò una notte di luna divertente, e, lungo una strada di periferia, poggiò tutto il vasellame che aveva raccolto, sotto una finestra aperta. Poi costruì un piccolo aeroplano di carta, e ci scrisse sopra il proprio nome, e lo lanciò verso la finestra.
L’aeroplano atterrò sul letto dove stava leggendo un libro, una ragazza bionda, che lo raccolse, e vi lesse il suo nome. Capi’ subito, che quel foglietto proveniva dalla strada, e s’alzò dal letto, affacciandosi dalla finestra.
Il ragazzo, vide la luce della stanza accendersi e, in controluce, l’ombra della ragazza che guardava verso di lui.
E allora, iniziò a suonare tutti i suoi strumenti metallici, con delle piccole bacchette di legno. Faceva una musica di pioggia, e di mare che accarezza la sabbia, e di alberi che crescono, e di scale che portano fino ai desideri più alti.
Più alti del cielo e delle vie della luce.
Un ritmo di respiro crescente, come una corsa dolce e lunga.
E, mentre suonava, immaginava di poterla guardare e tenere per mano.
La luna, illuminava le nuvole da dietro, e proiettava sulla strada, quella che pareva l’ombra di due grandi ali, con le quali poter volare, sino a quella finestra.
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Si teneva al corrimano del bus, affollato di persone, sedute, e in piedi.
Era appena uscito, provato, dal turno di lavoro, e s’andava verso sera. Il sole, da ovest, tagliava gli occhi, come se non ci fosse nessun cielo a difendere dal lento tramonto.
Si guardò intorno e, per un istante, tra tutte le persone che viaggiavano, incrociò gli occhi di una donna, sottolineati da occhiali in cellulosa nera.
Si sentì sciogliere le gambe.
L’orologio, gli sembrò scandire i minuti all’indietro, e spargere nell’aria semi di tarassaco trasparente.
Gli parve che che la donna ricambiasse il suo sguardo. E gli parve anche che, a mano a mano che le fermate successive svuotavano il bus, lei s’avvicinasse. Un passo per volta. Guardandolo. Sorridendo talora. Fin quando non gli fu vicinissima, ed iniziò a parlargli.
Fu allora, che i palazzi oltre i finestrini del bus, iniziarono a trasformarsi in castelli; in prati verdi colmi di fiori d’ogni colore; in spiagge di conchiglie lucenti; in interi mari scintillanti.
Gli parve persino che, ad un certo punto, mentre parlavano fitti tra loro, un sobbalzo del bus, li avesse spinti l’uno contro l’altra, e gli parve che le loro labbra si sfiorassero, un istante; un istante in cui tutto era scomparso intorno, e ogni sua capacità di percepire qualcosa, era concentrata sulle labbra di lei, d’uva matura.
Il bus si fermò.
Era arrivato al capolinea; lui, aveva fatto tutto il percorso almeno tre volte di seguito. Appeso al corrimano.
E se avesse voluto continuare a sognarla, dopo, quando sarebbe stato nel proprio letto a dormire, avrebbe dovuto, ora, traversare tutta la città a piedi.
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Forse la pioggia, conservava memoria del proprio viaggio. Forse, confuse con tutte le altre gocce di pioggia, ve ne erano alcune, nate più a Est del sole che nasce.
Evaporate magari dal respiro di una foresta, e rapite poi dal vento di un monsone. Forse hanno attraversato montagne altissime, e persino deserti, nascoste, però.
Ricordano le rocce e i leopardi, e le strade delle antiche carovane e le pianure corse da cavalli e tende di uomini e donne.
Hanno di certo percorso mari diversi, e tempeste e bonacce e vele sgonfie e notti di stelle polari.
E si portano dentro le storie di uomini e donne che hanno sfiorato, e sogni di bambini e desideri di ragazzi innamorati.
E poi, piove sui vetri delle finestre; e sulle finestre scaldate dall’alito, si può disegnare un cuore con le dita, e guardare le vene d’acqua che ci scorrono dentro, cariche di memorie e fantasie e mani tese ad indicare le nuvole.
E dopo la pioggia, l’arcobaleno, da salirci sopra, fino ad arrivare più ad ovest del tramonto, dove finisce il mare, ed inizia la luna.
Forse la pioggia, conservava la memoria di dolori e gioie, ma ora, faceva nascere fiori.
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La giostra, era stata preparata per i prossimi giorni di festa, ed ora era spenta, in attesa, nel piccolo slargo ove era stata falciata l’erba, e appiattito il terreno.
Solo un gatto nero, guardingo, si aggirava intorno.
Era un doppio tronco di cono, unito per il vertice, dalla cui corona superiore, si dipartivano una serie di catene, a ciascuna delle quali, era attaccata una seggiola con l’imbracatura.
Un ragazzo e una ragazza la guardavano, immaginando la musica e le luci accese, e tante persone intorno, e l’odore dello zucchero filato.
Il ragazzo si vedeva colpire con un pugno il punching ball luminoso e raggiungere il massimo punteggio, sotto l’occhio ammirato della ragazza.
La ragazza s’immaginava tenere, con una mano, un croccante di mandorle e zucchero brunito, e con l’altra, una farfalla di peluche, vinta per lei dal ragazzo, al tiro al bersaglio.
Salirono entrambe sulla giostra spenta e al buio; su due seggioline accanto.
Ed iniziarono a girare, e a prendere velocità. Il ragazzo, aveva la forza di proiettarsi in alto, da solo, sempre più in alto, mentre il cerchio girava ogni volta più veloce, come una danza a perdifiato.
Il ragazzo voleva arrivare fino alla notte; rubarle una stella, e metterla tra le braccia della ragazza, per farle vedere come lei, più della stella, potesse illuminarlo.
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Era lì, l’acqua.
Trasparente abbastanza, da vederci dentro le ombre degli scogli, e i colori dei pesci. Però si muoveva, l’acqua. Lentamente, tanto da sembrare un respiro lungo. Un sospiro di tenerezza, quasi.
Il bambino non era mai entrato in mare.
E ne temeva il contatto.
Forse quell’acqua si poteva bere. Forse quell’acqua, lo avrebbe accarezzato, con quei suoi movimenti lunghi e quasi silenziosi, come un abbraccio incantato.
Corse, il bambino, e, arrivato all’acqua, chiuse gli occhi e si buttò in avanti.
Gli bruciava la gola e il respiro, l’acqua, e, non riusciva ad aprire gli occhi. Ma si sentiva sostenuto dalle ali del mare, e sul fondo della sabbia, aveva visto per un istante, i colori bellissimi delle conchiglie.
Capì che, per accedere alla bellezza, doveva smettere d’aver paura e decidere d’affondare in quello che non conosceva.
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Il ragazzo era con suo padre, sul tetto a cassone di un camioncino.
Staccava i pezzi di plexiglas colorato, dalla corona della giostra.
Era finita la piccola festa patronale, e li aspettava un nuovo fine settimana altrove.
D’estate, era così: finiva la scuola, ed iniziava col lavoro del padre, fino a settembre, quando avrebbe ripreso il Liceo.
Gli piaceva studiare.
Ad ogni nuovo argomento, gli pareva di incontrare un mondo nuovo; un mondo che poteva sempre essere guardato da nuovi punti di vista. Ed era curioso del prossimo orizzonte da superare; per questo forse, sempre, dopo il primo mese di scuola, aveva già finito di leggere tutto il libro dell’anno, per ogni materia.
La giostra era ormai ridotta al suo scheletro metallico, e il ragazzo pensava che sarebbe tornato in quel luogo, forse solo il prossimo anno.
E si sentiva lo stomaco stretto da una morsa cattiva, come una vertigine senza fondo e buia.
Non conosceva il suo nome.
L’aveva solo vista, per tre sere di seguito, vicino alla giostra. Sola. Vestita di nero, ogni sera. I capelli cortissimi, biondi.
E quando le cercava gli occhi, gli sembrava d’entrare in un bosco verde e fresco, in cui il sole filtrava polveroso tra le foglie, e rendeva dorata l’aria.
E gli sembrava d’aver finalmente trovato pace. Un luogo senza paura, da camminare ad occhi chiusi senza mai cadere.
Restava un po’ li a guardare.
La vedeva mandar via chi provava ad avvicinarsi.
E poi andava via anche lei, ed era come se le ore fossero cancellate da ogni orologio.
Mentre lui immaginava di poterla accompagnare a casa; di poter parlare con lei.
E doveva invece restare a contare i soldi dei biglietti.
Forse c’era un cielo di vetro dove incontrarla, dove essere uniti, un attimo almeno.
E iniziò a contare i giorni che mancavano alla festa patronale del prossimo anno.
Erano solo 364, e lui era un ragazzo, ancora.
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L’uomo era in un parcheggio.
Perfettamente illuminato da un lampione, mentre il buio aveva il sopravvento sulle ultime gocce di tramonto. Erano poche le auto in sosta; e nessun passante.
L’uomo si guardò un istante intorno, e poi iniziò degli esercizi di giocoleria.
Faceva roteare, senza mai lasciarle cadere, delle piccole onde di mare che aveva prelevato da un secchiello ai suoi piedi; prima tredici onde, poi quattordici, e pareva avesse un gorgo tra le mani, che gli obbediva docilmente.
Poi, prese degli accendini, e chiese a delle farfalle che stavano per addormentarsi, di volargli intorno, mentre lui faceva roteare gli accendini, accesi, senza mai sfiorare le loro ali.
Quindi, corse verso il buio e, quando fu in ombra, prese un mazzo di freccette dalla punta fatta di stelle cadenti ed iniziò a lanciarle, velocissimo, una dietro l’altra, e quando lanciò l’ultima, iniziò a correre, più di un cuore innamorato, nella stessa direzione delle frecce che aveva lanciato e arrivò di nuovo verso la luce, esattamente fino al lampione, cui si poggiò di spalle, girandosi; giusto in tempo per veder arrivare le freccette che aveva lanciato, e sentirle conficcarsi nel lampione, appena un dito sopra la propria testa, precise, tutte.
Infine, l’uomo, iniziò a camminare con le mani e la testa in giù, perché era pronto anche ad arrivare dall’altra parte del mondo, dove la terra galleggia in un mare scuro, e gli uomini poggiano i piedi sul cielo.
E si fermò, guardando verso una delle finestre dell’ospedale.
Sperava che lei, mentre faceva terapia, avesse visto il suo piccolo spettacolo d’arte varia.
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Il palazzo aveva un grande cortile interno, delimitato da altri quattro edifici, che si stendevano lungo i bordi del quadrilatero.
Il bambino era affacciato dal balcone, e guardava oltre la balaustra in ferro.
Cercava di capire se, in quel primo pomeriggio d’estate, grigio e nuvoloso, su un balcone lontano, quasi di fronte a lui, ci fosse a giocare, la bambina bionda che gli rapiva gli occhi.
Anche se non se ne spiegava la ragione. E neppure se la chiedeva, la ragione; succedeva e basta, come succede che la Luna insegua la Terra. Con la stessa forza d’attrazione.
Forse la bambina era lì, dove lui sperava fosse, e forse no; non riusciva a capirlo bene.
In casa, esposto su un mobile, c’era un boomerang: il regalo di uno zio, tornato da un viaggio, ai suoi genitori. Era una di quelle cose, che a lui non era permesso toccare.
Il bambino lo prese, e con una penna, ci scrisse sopra, solo una parola di saluto.
E subito tornò al balcone; prese una breve rincorsa, e lo lanciò nell’aria, in direzione della bambina.
Sapeva che quello strumento, una volta lanciato, sarebbe tornato indietro fino alle sue mani, e sperava che la bambina lo vedesse arrivare verso di lei, e leggesse il suo saluto, mentre il boomerang volava, e si sarebbe voltata verso di lui, avrebbe voluto.
Ma il boomerang cadde nel cortile senza mai avvicinarsi al balcone dove forse era la bambina a giocare.
E ora il bambino avrebbe dovuto inventare una buona scusa, per giustificarsi coi propri genitori.
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Aveva i pedali d’acciaio e il manubrio di bicicletta, ed era colorato di bianco, il carretto di legno rifiutato dalle barche. E aveva le bordure celesti.
Entro i due fianchi, un pennello nero, incerto, in corsivo svolazzante, aveva scritto la parola “gelati”.
Ma era una bugia.
Il gelato, era uno solo, ed aveva il gusto di limone. Ogni tanto cambiava, però. Certe volte più aspro; altre, più dolce.
Dipendeva dalla miscela, o dalla luna storta della moglie del gelataio, che preparava lo sciroppo col quale incontrare il ghiaccio, e forse certi aromi, rimasti segreti.
Quel gelato, però, aveva il potere di trasformare in prato verde la sabbia della spiaggia, e gli scogli taglienti, in morbido e fresco cotone, pronto ad abbracciare chi lo indossasse.
E poi, si diceva, che quel gelato, appena arrivato alla bocca, facesse apparire tutto quello che c’era intorno, come il Paradiso che ciascuno sognasse per sé.
Pensava il ragazzo, mentre comprava il gelato, grande, per la ragazza dagli occhi di scintilla, che se lui fosse stato, per un istante, dentro il Paradiso che lei per sé stessa sognava, forse, avrebbe potuto restarci per tutto il resto dei propri respiri.
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La vide da lontano.
Lei era bellissima.
Camminava col vento di maestrale alle spalle. Se avesse aperto le braccia, come vele, forse avrebbe volato, più in alto dei gabbiani, fino alle nuvole che l’alba colorava di cuore sanguinante.
Guardò il mare agitato che scuoteva le barche all’ormeggio e faceva suonare corde e fiancate, come denti che tremavano; e il mare si placò.
Lei scese sulla spiaggia vicina, senza lasciare impronte sulla sabbia.
Forse era un sogno che avrebbe fatto la prossima notte.
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Il vecchietto indossava pantaloncini corti; aveva le gambe esili, bianche, e traversate da varie ferite rosse. Camminava lentamente, e faticosamente, quasi a scatti, aiutandosi con un vecchio bastone e si dirigeva verso il piccolo furgoncino Ape, sul bordo della strada, dove un contadino dai capelli bianchi e le mani spaccate di terra, vendeva i suoi prodotti.
Zucchine, cicoria, fichi, melanzane, pomodori.
Il vecchietto aveva preso una busta da due chili di cicoria, e il contadino, guardandolo, aveva chiesto a sua moglie, di riaccompagnare il vecchietto a casa; camminandogli al fianco, e portando per lui, la busta con la verdura.
Il vecchietto, a casa, avrebbe lavato la verdura, e l’avrebbe preparata per la moglie, che non riusciva, talvolta, ad uscire dalla propria abitazione, o a cucinare, quando si sentiva troppo fragile.
Succedeva ormai sempre più spesso, ma il vecchietto era contento di poter fare tutto quello che poteva far piacere a sua moglie.
Anche con un piatto di cicoria lessata, e condita con olio e limone, poteva dirle quanto l’amava.
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Girava su sé stessa, la giostra.
Sobbalzava, sbriciolando l’aria. Lui e lei si tenevano per mano, e resistevano agli scossoni, guardandosi negli occhi.
Fino al mattino.
Erano ancora lì, quando il mare aveva visto tornare il sole; quando l’unico rumore erano i loro cuori che facevano musica insieme.
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Il mare ha trascorso la notte, riempiendosi della trasparenza delle stelle.
Ha scelto il suono di una marea pigra, e sembra un latte azzurro e verde.
– Seduto ad una seggiola, sollecita il compratore a rispettare i patti. Consegne a novembre, urla, con gli occhi iniettati di anticipo fatture. –
I gigli bianchi si piegano leggeri alla tramontana calda; somigliano a farfalle poggiate su una spalla, sul punto di venire tra le mani che chiedono aiuto.
– Il signore panciutissimo, con l’ausilio di un trabiccolo portatile, gonfia un divano convenienza, di plastica artigiana di qualità, a quattro posti. Si siede, e inizia a mangiare un panino farcito alla salsiccia di canguro. –
La sabbia è iridescente e scintilla, quando il sole sorvola miliardi di frammenti di conchiglie colorate, insufficienti, a contare quante volte si possa dire l’amore.
– Il papà rimprovera il bambino perché non si butta in acqua, e lo minaccia, di buttarcelo lui, ma dove non tocca. Il bambino piange e corre dalla madre, sollevando nuvole di sabbia sulle altrui asciugamano. La mamma lo rispedisce dal padre, mentre si fa, col cellulare, un autoscatto sorridente che inquadri anche le dita ad indicare la vittoria contro la carenza di fosforo. –
Se si chiudono gli occhi, le onde, cantano il nome della persona amata, e scavano gli scogli dell’impossibilità, rendendola respirabile, superabile. Con la polvere di scogli, si possono costruire castelli che ospitano regine.
– Il ragazzo e la ragazza sono stesi l’uno di fianco all’altra, e guardano il telefono, e ci scrivono sopra, e sorridono, al telefono, e ne puliscono lo schermo, con cura attenta. –
Dentro l’acqua, il dolore si attenua, per un istante. Il respiro trattiene i sogni e il cuore segue il ritmo delle braccia. Il fondo del mare è lontano, e volare è bellissimo.
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Era così innamorato, e così convinto che lei non lo avrebbe mai degnato di uno sguardo, che decise di sfidare la Natura.
E pianto’ nelle dune di sabbia del mare salato, un foglio di carta su cui aveva scritto il nome della sua amata. E lo innaffiò con le lacrime di gioia dei suoi sogni.
E, contro ogni probabilità e vento, nacque, un fiore.
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Il mare copre il rumore dei pensieri.
– Il turista arrivato al mattino, chiede dove si possa mangiare bene la sera. –
Chi sa, se sulla linea dell’orizzonte, sia possibile baciare il cielo.
– Le due ragazze, si impegnano a fotografarsi l’una l’altra, anche con l’autoscatto, scegliendo angolature e sfondi e non guardano il mare.-
Sulla sabbia si conservano le impronte dei passi insieme, fin quando non saranno nuovamente sognate.
-I bambini giocano col cellulare. –
Sugli scogli crescono ciuffi d’erba verde e fiori, perché la vita, non accetta limiti.
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C’era una piccola statua, dentro un rinsacco del muro. Da nulla protetta.
Il vento, la pioggia, il sole feroce, ne avevano eroso il volto, e le membra, scoprendo le venature della pietra, fino a trasformarla in un torso, di cui si poteva solo immaginare la forma, ed il gesto, d’aprire le braccia.
Non aveva un tempo in cui riconoscersi.
Forse era un antenato romano. Forse una prima forma cristiana di Vergine; o forse una dea madre greca.
Vi portò un cesto colmo di frutta. Uva, e fichi, e vellutate albicocche, implorando una grazia.
S’accorse che in terra, proprio lì vicino, un’ape si contorceva, negli spasimi d’una morte vicina. Corse allora, fino ad una fontana, e non aveva nulla, per raccogliere dell’acqua: pensava che l’ape stesse soffrendo il caldo estremo di quei giorni. Raccolse poca acqua nell’incavo della mano, e tornò indietro, lentamente, per versare in terra, meno gocce possibile. Rovesciò l’acqua quasi addosso all’insetto, che continuava a torcersi. Pensò allora, che sarebbe stato inutile, il suo tentativo, e rivolse gli occhi alla statua, come per riprendere una preghiera interrotta.
Lui voleva solo che qualcuno s’accorgesse della sua esistenza, che gli parlasse.
Mentre si rivolgeva alla statua, l’ape aveva preso a volargli intorno alle gambe, e lui temette d’essere punto; ma poi l’operaia si diresse verso la frutta, fino a posarsi su un acino d’uva: aveva ritrovato una inattesa vita.
Gli parve allora di sentire il proprio cuore scuotersi da un peso, e respirare più lento, e cercò d’immaginare gli occhi scomparsi della statua.
E spero’ che quegli occhi lo guardassero, vedendolo.
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Era dietro un portone di legno, nascosto tra piccoli dadi di case rimediate; e si poteva accedere, solo bussando, con grandi anelli di ferro, sui battenti a forma di teste leonine.
Era un negozietto di strani alimentari.
Essenza di menta viperina e di zafferano alato, per aromatizzare liquori clandestini.
E favi pieni di miele innamorato.
E biscotti di pasta di mandorle, ripieni di fichi, a loro volta imbottiti di cioccolato fondente e mandorle e una fogliolina d’alloro, da mangiare solo per non sentirsi troppo male quando si pensa all’amata lontana.
E vendeva anche taralli fatti in casa; alle cime di rapa e coriandoli di orecchiette; alla salsiccia, vino rosso e finocchietto selvatico; al pomodoro giallo e alici dello Jonio.
E poi c’erano i taralli dolci, al mosto cotto e al bacio rubato.
Ed erano in vendita anche i legumi poveri, come le fave secche e i ceci penitenti, su cui inginocchiarsi.
E vendevano anche marmellate di nuvola e desideri di stelle cadenti; e grandi sacchi di frutta secca: arachidi coi superpoteri intermittenti e noci del Borneo tigrato.
Io cercavo il loro famoso gelato alla stracciatella spinosa. Per riempirmi le mani di aculei, e la bocca di dolcezza lunare.
Era un prodotto senza prezzo; forse, la proprietaria del negozio, mossa a compassione, per il mio evidente bisogno, me l’avrebbe regalata.
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– La bambina chiede se le conchiglie che trova in mare, siano vere. –
Lo scirocco alza nebbia scura sull’orizzonte, per nascondere le nozze del cielo col mare.
– “In quel tempo Gesù disse…” legge la donna ad alta voce il messaggio arrivatole via WhatsApp, da un conoscente che ogni mattina invia a tutti i suoi contatti, parte della liturgia del giorno, e il marito le chiede se stia leggendo Messa. –
L’ombra, quando tutto è rovente, somiglia alla dolcezza dello stendersi a letto, tra lenzuola di cotone fresco e bianco, e insieme.
– La giovane coppia ha appena cambiato il pannolino al bimbo, e sta seppellendo quello sporco, nella sabbia, e si ferma solo quando gli si fa notare che il Comune ha appena piazzato un raccoglitore di rifiuti in cima alla caletta. –
Certe conchiglie, insieme al rumore del mare, fanno ascoltare la voce della persona amata.
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Intorno alle 11 del mattino, la casa dei nonni era già piena di gente:
arrivavano per primi, i due ragazzi che portavano lo stesso nome; che poi era quello del nonno, e, dentro una rete di nylon a maglie fitte, tenevano decine e decine di ricci di mare, raccolti in immersione, dentro le piane di Posidonia e tra gli scogli.
C’erano due zii, specializzati nel pulirli, senza riempirsi le mani di spine, e prepararli su grandi vassoi di metallo; per mangiarne l’interno stellato di ghiandola sessuale rossa, si usava un pezzetto di pane: certi filoni di crosta dorata e croccante, e mollica bianca spugnosa.
Poi, quasi in contemporanea, arrivava lo zio che era andato a far pesca subacquea e gli altri zii e cugini, e talvolta il nonno, ch’erano andati a pesca in barca, fin dall’alba.
Allora, s’affidava il pescato alle donne.
Minestra di cernia, e zuppa di pesciolini (monache, donzelle, tordi, tracine…), coi pezzetti di pane abbrustolito e poi fritto in padella; polpo rosso con patate, sbattuto sugli scogli, prima, per ammorbidirlo, e certe volte orate o saraghi al forno.
A tavola, verso le 14, s’iniziava a mangiare in quindici persone almeno, e magari anche venti.
Si beveva acqua con cubetti di ghiaccio, quasi sempre, perché soldi per il vino non ce ne erano.
E per frutta uva, e fichi raccolti sugli alberi di tutti, senza padrone, di cui la campagna era piena.
Una punta in più di salvia, o d’origano, o di prezzemolo, originava discussioni accanite sul gusto, che le donne si tramandavano, e avevano affinato da generazioni.
Il pomeriggio i bambini non dormivano mai, e la sera sorprendeva tutti ancora con i piedi pieni di sabbia dal mattino, se non s’era trovata una fontana pubblica dove sciacquarsi, sulla via del ritorno dal mare.
Ad agosto il tempo non finiva mai, e non arrivava mai il momento d’incontrare gli occhi noce di lei, che avevano dentro un filo dorato, cui il sole rubava il colore, per avere luce.
E neanche i sogni, potevano comprenderla tutta.
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La ragazza sul ponte, camminava veloce, con gli occhi fissi davanti a sé, quando si fermò e, con un gesto veloce, s’accosto’ alla balustra.
Con occhi colmi di innocente meraviglia, guardava il mare entrare sotto gli archi e le palastre dentro il ponte, ed uscirne dall’altra parte, con onde leggere, arcuate e lente, tremanti.
Forse immaginava di nuotare in quell’acqua di porto, non ancora di mare; o forse immaginava di poter volare e guardare dall’alto la strada che aveva appena camminato, oltre ogni tunnel buio di luce.
O forse aspettava un gabbiano, che legato ad una zampa, avesse un piccolo cilindro di carta, dove stava scritto un messaggio che chiedeva aiuto, e si sarebbe aggrappata allora alle ali dell’uccello, per arrivare subito da chi aveva di lei bisogno.
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Si tenevano per mano, camminando; passavano davanti vecchie case dall’intonaco scrostato che, dopo essere state da loro lasciate indietro, riacquistavano colore e luce.
Guardavano il mare mosso, e questo si placava, rivelando, nella trasparenza dell’acqua, un fondale colmo di stelle rosse, come una notte di desiderio.
Il cielo del mattino era ingrigito da un libeccio di fine estate e, mentre parlavano tra loro, il rosa del sole apriva il silenzio e ascoltava la musica acre dei gabbiani liberi e alti.
E lì, dove era un albero di fichi, spezzato dall’incuria, maturavano frutti dall’odore di latte e zucchero verde.
Era successo solo, che s’erano incontrati in un sogno, e avevano iniziato a cambiare il mondo.
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C’era una volta un mattino, che voleva diventare giorno, ma era rimasto impigliato in un albero di mele selvatiche.
Ci volle un orso, per liberarlo da rami e foglie; però, non del tutto, riusci’ a liberarlo.
Dentro il giorno, era rimasto qualche sogno; di quelli del mattino, che sono più vividi e restano nella memoria.
Per questo, fu un giorno speciale. Un giorno in cui i sogni si presero qualche rivincita sulla realtà.
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Il cielo s’era riempito di fumo scuro. Come ali d’uccelli poveri. E tuonava.
Una minaccia primitiva, d’alberi spezzati e primo fuoco umano del mondo.
I cani si cercavano da lontano, inquieti.
L’uomo uscì da casa, e sedette su un gradino della scala esterna che portava alla sua abitazione.
Aspettava gli ombrelli, che gli coprissero i volti del mondo.
Per immaginarli, avvolti nei loro amori. Leggeri.
Per immaginare che ognuno, s’affrettasse all’appuntamento con la gioia.
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Era seduto su un marciapiede; i piedi poggiati sull’asfalto, la testa tra le mani, mentre guardava verso il palazzo oltre la strada.
Aveva bisogno di cose preziose, da maneggiare con cura.
Chiuse gli occhi, un istante, e li riaprì sul cielo buio della sera che diventava notte.
Ed iniziò a disegnare lune con un dito.
Una luna tonda, da girotondo.
Una luna gondola, a bordo della quale, passare sotto un ponte di sospiri.
Due mezze lune insieme, come ali di aquila ampia, con le quali raggiungere il prossimo sole.
Uno spicchio di luna rovesciato, come un paracadute col quale scendere fino agli alberi e ai frutti, e alla terra che accoglie.
E un quartino di luna altalena, dal quale dondolarsi come una coccola dolce.
Poi, disegnò una luna sfera avvolta di corde, cui era agganciato un cesto di vimini, e ci sali sopra.
La mongolfiera prese un vento polare, e nessuno lo vide più.
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Era lontano da lei.
Così lontano che, se avesse dovuto contare i passi che lo separavano da lei, gli sarebbe stato necessario contare ogni singolo granello di sabbia contenuto in una clessidra; per un tempo oltre il tempo necessario a fluire dall’ampolla più alta, a quella più bassa.
Allora, cercava fiori. E li fotografava.
Ed in ogni fiore, la immaginava, e riconosceva.
Il calice morbido della sua bocca.
I petali fragili delle sue braccia da sfiorare.
Gli steli orgogliosi delle sue gambe.
Il suo profumo di mille farfalle e vento.
Ma non era sufficiente, a colmare la distanza.
Allora, iniziò a camminare; senza clessidra; senza sabbia, però verso i sogni che aveva fatto di lei.
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Era chiuso nella soffitta della sua casa. Una piccola stanza, con solo un lucernario, a portare un po’ di cielo dentro.
Era seduto in terra, sommerso da fili elettrici, circuiti, vecchie valvole termoioniche, vitarelle e fogli di carta stagnola. Ed armeggiava dentro un vecchio apparecchio radio, dal guscio esterno di legno e stoffa.
Finalmente, aveva l’opportunità di provare la sua invenzione.
Il ragazzo aveva costruito un apparecchio, capace di catturare i rumori del tuono e della pioggia, registrarli, e poi farli riascoltare come musica; la musica dei momenti belli, delle situazioni incredibilmente fortunate; i momenti in cui i sogni più impossibili s’avverano.
Col temporale in corso, la soffitta era diventata una meravigliosa sala da concerto, e anche le nuvole, avevano iniziato ad accordare i loro strumenti.
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Non sapeva raccontare il color cremisi.
E confondeva le sfumature del color malva.
Avrebbe avuto difficoltà ad indicare la tonalità d’azzurro che può essere definita turchese.
E non sapeva se il carta da zucchero, ha a che fare ancora con l’azzurro, o col grigio, che forse è canna di fucile, o petrolio, il che, avrebbe anche un senso.
Però, sapeva riconoscere il colore delle mele, quando diventano dolci, e la loro buccia ha la gradazione impossibile del desiderio.
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Due piccoli uccelli colorati, s’inseguivano dentro il folto d’un albero.
Come fosse ancora una stagione d’amore.
Saltavano, da un ramo all’altro, e cantavano, e s’osservavano, e s’aspettavano.
E arruffavano le foglie e il vento.
E poi sono volati via insieme.
Le ali si sfioravano, come fosse ancora una primavera d’amore.
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C’era una volta, un cane randagio.
Strano, però. Al posto delle zampe posteriori, colpite da un incidente d’auto, gli erano state montate due ruote di bicicletta, di quelle biciclette che, un tempo, erano le prime biciclette, ad essere guidate senza ruotine: di dimensioni molto minori di una bicicletta da adulti, ma non più un triciclo da bambini.
Anche il naso, aveva strano. Lungo quasi come una proboscide, e potente, nell’amplificare il suono del suo abbaiare, che somigliava ad una partitura di jazz per sassofono notturno.
Era un cane randagio e solo, di razza frittura mista, e quando arrivava lui, tutti andavano via, sentendo il cigolio inquietante delle sue ruote posteriori. Era però parecchio ricercato, dalle scarpe del quartiere; perché quando abbaiava col buio, subito iniziava una festa danzante sotto luminarie accese e chioschi che vendevano panini e whisky, e questo dava parecchio fastidio al sonno di tanti diligenti impiegati che, l’indomani, avrebbero dovuto svegliarsi presto, ed andare forse al lavoro.
Ricordava qualche antica carezza. Forse di una bambina, quando qualcuno lo aveva raccolto per strada, e riparato come fosse un giocattolo rotto, ma amato. Ma, a parte quei ricordi lontani, avvolti di luce dorata, mai più un umano s’era avvicinato a lui.
Una notte, mentre lui abbaiava una canzone di Charlie Parker, alla luce di un lampione, e sotto una pioggia di scarpe e urla da stadio, s’avvicinò una cagnolina.
Strana, anche lei.
Era di pura razza Disney: il suo manto, somigliava ad una di quelle coperte scozzesi morbide e colorate, e aveva gli occhi lunari, contornati da lunghissime e setose sopracciglia, con le quali, passandoci sopra ritmicamente con le zampette, produceva un suono di chitarra basso, che s’accompagnava perfettamente con le svisate di fiato, della proboscide del cane randagio.
Si racconta, che, ancora oggi, l’ombra di due cani strani, nelle notti di luna, suoni la colonna sonora dei sogni più belli, che poi vengono registrati e salvati su una pennetta USB.
Guardati e riguardati, fin quando non diventavano veri.
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Dal tetto di tegole rugose e rosse, poteva vedere il mondo, lontano, piccolo e silenzioso.
Le persone si muovevano secondo traiettorie proprie, senza che se ne potesse comprendere la direzione e l’arrivo. Le auto passavano, lasciando di sé, solo una vaga scia rumorosa, e gli alberi, mossi dal vento, mostravano solo i loro colori verde e argento, in onde senza fruscio di foglie, o gemito di rami.
Da lassù, comunque, il cielo non si toccava.
Toccare il cielo era solo un pensiero felice dentro il cuore.
Forse, da lassù, poteva galleggiare nell’aria come il fumo di un camino, o tenere per mano il proprio amore e guardare quante stelle i suoi occhi avevano rubato.
L’altezza lo faceva oscillare un po’, mentre sognava di volare.
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Scommise il mutuo di casa, contro un motorino Ciao, che avrebbe cucito tra loro le ombre che si tenevano per mano, e la notte, ora, dorme con la testa appoggiata al manubrio del ciclomotore, e sogna una casa volante.
Scommise un intero stipendio mensile, che avrebbe indovinato il numero di gol che il Poggibonsi avrebbe segnato al Milan; ma il Milan vinse tre a zero, segnando direttamente da fallo laterale, e quel mese, si nutrì solo di sguardi verso la donna di cui era innamorato.
Scommise che avrebbe pescato un tonno di almeno dieci chili, attirandolo con la promessa di gran piatti di seppie e piselli; ma incontrò un tonno vegetariano e, per penitenza, dovette scrivere tre storielle astruse.
Le scommesse, hanno poco senso, persino quando si fanno con sé stessi.
E poi, a lui, non piaceva vincere.
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Il cielo è terso, e pieno di paure e nuvole evaporate.
Le auto sono in fila spazientita sotto il sole; ognuna diretta in luoghi oltre gli occhi; ed ognuna ha mondi dentro, senza universi.
Ai lati della strada, gli alberi si autunnano, e angeli caduti, hanno protetto farfalle e trapeziste, rinunciando ad immortali armature.
Lungo il percorso, i resti di inesistenti destini sparsi, e fogli di quaderno su cui ancora poter scrivere.
Uccelli, tra loro innamorati da ancor prima di conoscersi, migrano verso il mare.
Il cielo, per quanto s’allontani, si può prendere.
Succede, quando si è attesi.
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Aveva sognato frutti brutti, e terribili, che pendevano dagli alberi.
Perciò, appena sveglio, il ragazzino chiuse gli occhi, ed iniziò ad immaginare alberi dai frutti stranissimi.
Un albero tutto rosso, dai frutti di arancioccolato, che avevano il potere di far sedere fianco a fianco, allo stadio i tifosi di due squadre di calcio avversarie e farli sfottere tra loro tutto il tempo, senza arrabbiarsi mai.
Un albero spinosissimo, di piccoli grappoli di fichidindia senza spine, che, col solo loro profumo, facevano guarire da tutti i mali più perniciosi, e anche dal singhiozzo.
Un albero a forma di piramide, sulla cui cima, cresceva un’unica melafragola, il cui gusto, era così ubriacante, da far dimenticare ogni dolore.
E un albero a forma di scala, salendo il quale, si potevano cogliere le lunapesche, che permettevano di trovare le parole giuste, per avere successo con una dichiarazione d’amore.
E il ragazzino pensò che avrebbe raccolto un intero cesto di lunapesche, per poter parlare alla ragazzina coi capelli biondi, che s’arrampicava su tutti gli alberi; qualsiasi forma avessero.
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Lei, era davanti a lui, bella come un frutto maturo e sfrontato, che avesse rubato il sole al cielo, e i colori ad un nudo di Modigliani.
Inattesa, e desiderata.
Qualche minuto prima, lui era uscito di casa, timoroso come un bambino davanti ai regali di Natale; quando ricevere il dono per un anno desiderato, o non riceverlo, avrebbe significato segnare l’intera sua vita, avviandola lungo un prato di fiori, o verso il fondo di un pozzo.
Sarebbe uscito di casa quel mattino, e avrebbe camminato, a piedi, verso luoghi lontani da quelli dove sapeva lei potesse passare, per poter avere pochissime possibilità d’incontrarla.
S’era fatto una doccia, prima d’uscire di casa, e, mentre sentiva la pioggia tiepida scorrergli lungo la schiena, aveva pensato di lasciar fare al caso.
Lei era il suo primo pensiero, appena sveglio al mattino. La immaginava avvolta in un’aria dorata; impegnata a prepare un caffè: senza però poter vedere la sua cucina, o il luogo dove fosse; come se galleggiasse senza peso in un luogo segreto, che solo lui poteva vedere.
E quel mattino, la sua prima sensazione appena gli occhi gli avevano restituito la sua coscienza, fu d’essere davanti all’immensa grandezza feconda del mare, mentre ogni onda sembrava soffiare il suo nome, prima di placarsi in un abbraccio strettissimo, con la sabbia aperta.
S’era svegliato dopo una infinita notte senza di lei, e senza sapere se potesse mai riuscire a vederla.
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C’era una strada della città; una strada piccola, e stretta, dove un tempo si poteva trovare parcheggio con l’auto.
I suoi occhi avevano incontrato lì, quelli di lei, per la prima volta.
Ci sono occhi che s’incontrano e, sul momento, non sembra neppure, si siano sfiorati: immediatamente vanno altrove; verso il prossimo pensiero pratico, verso la prossima cosa da fare.
Poi però, come se il proprio vestito fosse rimasto impigliato in una maniglia, si viene improvvisamente riportati indietro.
A quell’incontro di occhi.
Ci sono lame di luce che entrano, tra le foglie degli alberi, e arrivano fino a terra, lasciando roteare nell’aria i raggi del sole, che acquistano una consistenza fisica, e morbida, e allora rivelano solo quello che è importante vedere.
E tutto nasce.
Una volta sola si nasce; ma certe volte, si nasce ad ogni istante, se gli occhi si incontrano, e vogliono riportarti indietro, per incontrarsi in ogni istante di ogni tempo futuro.
Ci sono occhi che si incontrano, e si annodano. Il mondo passa oltre, e quegli occhi restano fermi, a profumare come fiori, quando tutto è notte.
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Faceva un solitario, con un mazzo di 52 carte. Non le metteva in fila secondo numerazione crescente, o decrescente; e neppure secondo i semi o i colori.
Ma cercava un modo di unirle.
Se usciva una carta di quadri, e poi un fante di fiori, immaginava Van Gogh dipingere girasoli, e quelle carte allora, potevano stare insieme. Due carte successive di picche, erano destinate ad un duello con armi lunghe. Un duello finto però; una specie di danza che, se fatta da un fante, e da una donna, avrebbe anche potuto condurre ad un amore.
Una carta di cuori, poteva cercare di battere con lo stesso ritmo, del sangue di qualsiasi altra carta. Ma un due di cuori, che in qualsiasi gioco non sarebbe stato utile quasi a nulla, se avesse incontrato un due di picche, lo avrebbe convinto a girare il mondo insieme, sempre tenendosi per tutte e quattro le mani.
Ogni sera, avrebbe cercato nuove combinazioni e possibilità.
Riusciva a finire il solitario, solo se il vento fosse entrato dalla finestra, e avesse mischiato tutte le carte di nuovo.
Perché finire, voleva dire ricominciare di nuovo, in modo nuovo, inventando nuove possibilità, cercando meglio, e più a fondo, tra i tanti sogni che le carte avevano, e che raccontavano solo a chi avesse davvero voglia di ascoltarle.
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Non aveva imparato nulla, dalle lezioni ricevute.
Non aveva imparato che sommare due con due, faceva quattro.
E neppure aveva imparato, che mettersi da un lato, non aiuta, se si è malati di invisibilità.
Non aveva imparato neanche che certe volte, i fatti, sono fatti, e non le supposizioni che ci si possa dare per spiegare quei fatti.
Ma non aveva imparato nemmeno che le foglie d’autunno, diventano una luna sorridente nel cielo notturno.
Insomma, continuava a sbagliare.
Continuava ad immaginare che la luce stesse per prenderlo per mano.
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Il bambino si sentiva triste, e solo.
Prese una palla dalla sua stanza e, senza far rumore, e senza che i suoi genitori se ne accorgessero, uscì di casa, e scese nel grande cortile, che separava tra loro quattro palazzi, lunghi ciascuno, decine e decine di metri.
C’era il silenzio di un primo pomeriggio autunnale di tramontana.
Il bambino si sentiva quasi tremare le gambe, e il petto; lo stomaco chiuso, e indurito dalla paura. Aveva bisogno di qualche magia, di una parola.
Nel grande cortile, era rimasto in piedi, quasi in mezzo ad una striscia di prato, un mozzicone di muro.
Tempo prima, sembrava tutti si fossero accordati per aggiungere a quelle esistenti, un’altra rampa di scale che, dal cortile, conducesse ai garage. S’era tutto fermato però; non si sa bene perché, ed era rimasto in piedi, di quel lavoro, un solo pezzo di muro, appena tenuto insieme da una calce tirata giù frettolosamente.
Il bambino iniziò a tirare calci alla palla, cercando di colpire quel muro. Dopo i primi tiri sbagliati, divenne più preciso, fino a tirare al volo sul muro, colpendolo, ad ogni rimbalzo della palla dopo il tiro precedente. E tirava con sempre maggiore forza e determinazione.
I mattoni di tufo, ad ogni colpo preso, tremavano sempre più violentemente. Finché, con un ultimo tiro, il bambino abbatté quel muro.
Era ancora triste, e solo.
Ma senza quel muro, ora sarebbe stato finalmente possibile realizzare un piccolo campo di calcio, sul quale i bambini dei diversi palazzi avrebbero potuto giocare e sfidarsi.
E conoscersi.
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Le scarpette chiodate, facevano venire le bolle d’acqua sotto i piedi. E facevano male, dopo le corse d’allenamento, sempre.
Aveva imparato un piccolo trucco, da suo padre. Prendeva ago e filo, e infilava l’ago appena sotto la superficie della pelle, senza toccare la carne viva, che, altrimenti, lo avrebbe fatto urlare di dolore; e poi cuciva la pelle, dov’era la bolla; rozzamente, non un ricamo; giusto quel serviva a far passare sotto la pelle il filo di cotone, che poi avrebbe annodato, lasciando lì quella specie di cicatrice colorata. La cucitura avrebbe consentito al liquido della bolla, di defluire lentamente, così da permettere alla carne di formare una nuova pelle, senza dolore, nel tempo che ci voleva.
Non voleva pensare, a tutte le cuciture che aveva adesso sotto i piedi, o al dolore che sentiva; voleva concentrarsi solo sul traguardo, che vedeva davanti a sé, lontano, confuso nel sole di pomeriggio, come un sole che cade nell’orizzonte; e non voleva sentire nulla, di tutto quello che aveva intorno.
Voleva solo arrivare fin laggiù, vincere.
Una volta sola, e mai più.
Pregava dentro di sé.
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Si era ripromesso di guardare, per quanto possibile, sempre prima ad ogni bellezza che gli fosse intorno.
Fu così che, quel pomeriggio, si accorse del ticchettio proveniente dall’orologio che portava al polso, e allora pensò che poteva misurare ancora il tempo. Poteva fare dei passi; immaginare che un avvenimento avrebbe potuto accadere.
Non era tutto buio.
E poi sentì il sole negli occhi, e, a sentirlo, si rese conto che tutto sembrava più caldo, in quella giornata di vento freddo. Con gli occhi chiusi poi, il sole diventava una luce color arancio, che pareva nascere direttamente dai suoi pensieri, e riempirlo di una inattesa dolcezza.
Non era tutto buio.
Si fermò ad accarezzare un cane randagio, e a raccontargli che, quel giorno, aveva trovato il tempo che poteva sognare, e il sole di nuovo acceso.
Paura e dolore, restavano, per il momento, dietro la porta di una casa lontana.
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Era solo, dentro il locale.
Troppo presto, per gli abituali avventori.
Chiese una bottiglia di vino. Il cameriere pensò che volesse acquistarla e portarla via. No. Voleva berla.
Un vino rosso che sapesse di ciliegia e mare.
Aveva il sapore di legno antico. Quel legno che ricordava annerito dal tabacco nazionale, nella botteguccia del suo bisnonno.
Aveva sapore del mare percorso a vela e a remi, in cerca di approdo dolce e maghe.
Era seduto solo, ad un tavolo, e non guardava il cellulare, ma solo le pareti del locale, e gli altri tavoli, ancora vuoti, e il silenzio, riempito di pensieri e alcool.
Poi si alzò, pagò ed andò via. Da solo come era venuto.
Festeggiava.
Era riuscito a tenere il sole ancora un po’ più in alto nel cielo, ritardando il tramonto. E sapeva che, a lei, sarebbe piaciuto avere più luce, di quanto il giorno aveva stabilito.
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Non era mai riuscito a capire come, da una punta di spillo, infilata dentro i solchi di un tondo al petrolio, potesse uscire musica. Quella vibrazione dell’aria che lo portava, per tre minuti, ad Amburgo, in un locale del porto a sentire una corsa roca e fumosa, o a Londra, a spaccare sedie dentro un teatro, o a Parigi, ad ascoltare una donna esule dalla sua pelle scura.
Quell’onda, più forte di uno stagno, che gli placava il cuore sfranto.
Era una magia.
Il battito della rabbia, e la carezza di un’ala che protegge. Il passo ciondolante di una spiaggia sotto la luna, e gli angoli piovosi di una città, prima del bombardamento atomico.
Era il modo in cui poteva raccontare quanto amasse, attraverso un sassofono che girava intorno alla mezzanotte e dipingeva di nero tutte le stelle.
Ma gli pareva una magia.
Per questo, prima d’ascoltare musica, sempre s’inginocchiava, e chiedeva d’essere perdonato, dalle Meduse chiamate a punire chi troppo si fosse avvicinato al modo in cui lo stesso Universo era nato.
Un grande, e potente canto di sconsiderato, caotico, e coraggioso desiderio di illuminare la notte eterna.
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Lei c’era, quando da ragazzino si chiudeva nella soffitta sotto il terrazzo, a leggere, e guardare le figure.
Lei c’era, quando nuotava sott’acqua cercando tesori.
Lei c’era, quando da ragazzo scriveva alla luna. E c’era quando ballava da solo sulla spiaggia.
Lei c’era, in chiesa, tra la gente che era a Messa. E c’era quando in chiesa, non c’era più nessuno.
Lei c’era, su ogni treno che aveva preso, ed in ogni stazione in cui era arrivato.
Lei c’era, dietro di lui, su ogni Vespa che aveva guidato, e su ogni barca che lo aveva portato per mare.
E ci sarebbe stata anche nel prossimo pensiero.
Ne era sicuro.
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Era specializzato in domande oziose.
Ad esempio, s’era sempre chiesto, cosa avrebbe mai potuto rispondere, ad un simpatico orco coccoloso, se fosse appena uscito da una vecchia bottiglia di vino che aveva stappato, e gli avesse raccontato d’essere stato imprigionato lì da un demone cattivo, e gli avesso anche detto che, per gratitudine, avrebbe esaudito tre suoi desideri.
L’orchetto simpatico, avrebbe però aggiunto che non potevano essere formulati desideri di carattere generale, che so, la pace nel mondo, ad esempio, o la vita senza la morte; ma solo desideri personali, personalissimi, riguardanti solo la propria persona.
Nei suoi pensieri oziosi, rimuginava quanto fosse proprio tipico delle situazioni in cui veniva coinvolta la magia, che qualcuno o qualcosa inserisse dei limiti.
Nelle sue riflessioni oziose, pensava che la magia non dovrebbe avere limiti; come l’amore.
L’amore non dovrebbe avere limiti.
La magia aveva sempre un qualche limite; talvolta però, anche l’amore.
Allora si sarebbe dovuto cercare di essere e di avere il meglio possibile, anche in una situazione piena di limiti.
E perciò, nei suoi pensieri oziosi, cercava di formulare i tre migliori desideri possibili.
Ma li cambiava spesso. Qualcuno rimaneva sempre uguale; altri, mutavano, a seconda del suo ultimo pensiero ozioso, che cercava d’essere profondo.
Attualmente, pari merito in classifica, i desideri erano per lui:
Incontrare, ogni tre giorni, un orco coccoloso, che voglia esaudire tre suoi desideri;
Diventare, ogni volta che fosse possibile, un fiore su cui si posi una splendida farfalla;
Imparare a suonare le più belle serenate innamorate del mondo.
Sperava d’esser sicuro che, in questo momento, questi fossero i suoi pensieri oziosi; se lo domandava, oziosamente, mentre aspettava che fosse il suo turno dal medico.
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Scriveva.
Passava il suo tempo a scrivere. Aveva un quadernetto nero, profilato di rosso, a righe, sul quale, ogni volta che gli compariva nella mente, una parola, la scriveva, e poi la inseguiva; ci provava, almeno.
La vedeva alzarsi da terra, come una foglia arancio sotto una tosse di tramontana, e ne immaginava i lati; la vista dall’alto; il rotolare tra le nuvole, fino alla tasca della giacca, di un uomo che mangiava un piatto di lenticchie ai tavolini all’aperto, di un ristorante in piazza, un giorno d’autunno.
In verità, nello scrivere, immaginava sempre di raccontare a qualcuno.
Ad un uomo che non potesse vedere, ad esempio. E si sforzava perciò, di disegnare con le parole, perché nella testa di chi ascoltasse il racconto, si formasse un’immagine; se ne sentissero i suoni, gli odori; se ne avvertissero sulla pelle i colori.
Non era mai sicuro di riuscirci, in realtà.
Certe volte, con le parole, si comportava come un ragazzo timido di fronte alla donna dei suoi sogni.
Senza parole
Solo i rumori strani dei suoi tentativi di dar forma ai pensieri; solo lo scricchiolio delle mani che si torcevano; solo il rossore delle guance e tutte le frasi più belle che aveva pensato, per intere giornate, di poter dire, che restavano strozzate nella gola, per paura d’esser deriso, ignorato, scaricato.
Scrivere, sembrava dar peso, alle parole; sembrava regalare loro, l’importanza che devono avere, quando le lasciasse su un foglio di carta chiuso in una bottiglia, un naufrago.
Poi, il suo quadernetto, smozzicato, inumidito, macchiato di tazzina di caffè, arrivava all’ultima pagina, che lasciava sempre bianca. Allora, abbandonava il quaderno su una panchina del parco. Perché qualcuno lo prendesse, se avesse voluto, e lo leggesse, se avesse voluto, e ci scrivesse sopra se avesse voluto, sull’ultima pagina, quella lasciata bianca, la fine della storia.
Perché in verità, il futuro, non è scritto, come diceva uno strimpellatore all’angolo della strada.
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Non era mai riuscito ad abituarsi alla vista dell’ultimo raggio di sole, prima del tramonto.
Un vecchio film francese, raccontava di un fenomeno ottico che avviene talora in mare: quando il sole s’inabissa al tramonto, in certe condizioni, l’ultimo raggio di luce, assume una colorazione verde.
E quel raggio verde fermava il tempo, mentre i cuori s’innamoravano.
Per lui invece, ogni giorno, guardare l’ultimo raggio di sole prima del tramonto, era come essere scaraventati, in un solo istante, dentro ogni colore del mondo.
Un lampo accecante che rivelava le nuvole rosa, e gli alberi nocciola; le farfalle azzurre e le labbra di uva matura; l’erba secca, e l’attesa dei fiori.
E lo faceva barcollare. Gli toglieva la parola e lo faceva camminare in una mongolfiera agitata.
Poteva solo guardarlo, quell’ultimo raggio di giorno. Non poteva fermarlo, o stringerlo a sé o accarezzarlo; gli passava anzi tra le dita e si sperdeva, lasciandolo smarrito e nudo.
Ed era così ogni giorno del mondo e, ogni giorno del mondo, ancor più si smarriva, di fronte a quel vento dorato di cui sentiva il profumo, anche nella notte che arrivava.
E come ogni sera, dopo quell’ultimo raggio di luce, l’uomo andava in stazione, ed immaginava di possedere un biglietto per un treno così veloce, che gli consentisse di girare intorno al mondo, mentre era sempre luce, e mai buio.
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Le schegge di luce trasparente, parevano non ferire quella goccia d’acqua che pendeva da una foglia; un attimo prima che il passero la bevesse, con un rapido colpo di becco. Indifferente, quasi.
Magari aveva fermato una sete lunga chilometri e chilometri di volo senza mai interrompere il cuore.
Magari invece era una scorta, da tenere serbata per traversare steppe senza amore.
Però era bello, il colore di quella goccia, grinzosa, come la pelle delle carezze trascorse; sospesa, sull’orlo dell’inverno e del buio, eppure ancora liquida, di miele caldo.
Sarà stata dolce, per quel passero dalle ali d’angelo.
Contro un cielo di ferite crudeli.
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Preparava una lista.
Una lista di cieli da baciare.
Il cielo sopra Berlino, innanzitutto; dove volteggiava una trapezista bionda con le ali d’angelo.
E poi, il cielo del Giudizio Universale, quello della Cappella Sistina, e scegliersi un posto in prima fila tra le schiere dei dannati.
E poi il cielo in una stanza; quella stanza il cui soffitto viola scompare, se si sia in due.
E, ancora, il cielo che piove per infiniti mesi su Macondo, ed eterna gli unici amori che vale la pena avere.
E, infine, il cielo di certi quadri di Monet, che diventa acqua, e foglie, e fiori, e specchio dell’irripetibile bellezza e fragilità del vivere.
E, appena finito di scrivere, e pensando già, ad una nuova lista di cieli da baciare, parti’, aggrappandosi alla luna sporgente, dentro un cielo così triste, che aveva davvero bisogno, d’esser baciato.
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C’era una volta un piccolo sasso in cima, quasi, al Gran Sasso.
Un corno di luna distratta, c’inciampo’ passandoci vicina, e il sasso, iniziò a scendere la china.
Scese tanto rimbalzando e rotolando, flipperando tra gli alberi, fino ad arrivare sul ciglio della strada, la mira prendendo.
E colpì preciso, il parabrezza dell’auto in corsa, che forse sbandò, ma di sicuro s’infranse su un paracarro bordeaux.
Fumava, il motore sotto il cofano infranto e l’auto non ripartiva, e l’autista piangeva e languiva.
Un ragazzo imbranato, e col cellulare senza campo, mentre il cielo scendeva, oscurato.
Forse una stella, o forse una meteora, o forse una farfalla, portarono a passare di lì un’auto guidata da una ragazza bella.
Ma bella davvero e senza zero. Belli gli occhi e le mani e il pensiero e belli i piedi, persino più del nasino.
Cortese, la ragazza si fermò e lo soccorse, portandolo fino ad un pub libreria, dove giocarono a scacchi fino a notte; fino quando tutti e due iniziarono a pensare, a quanto è bello pareggiare.
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