Una storia, non è, tutte le storie.
Però, una storia consente di guardare, se lo si voglia, a cosa c’è davvero, dietro i numeri; dietro le propagande politiche; dietro le scelte economiche che si fanno in luoghi inaccessibili, e secondo codici che non sono negoziabili, ma che hanno ricadute su tutti i cittadini e su tutte le cittadine del mondo, senza che loro possano dire nulla.
Una persona, vive in un Paese africano.
In questo Paese africano, formalmente una Repubblica parlamentare, da circa 50 anni governa ininterrottamente una dinastia familiare, che ha modellato leggi e regole per consentire la propria continuità di potere. Anche attraverso la repressione del dissenso. Quasi sin dal momento del suo affrancamento dallo status di colonia (prima della Germania, poi, di Francia e Gran Bretagna), e fino ad oggi.
La persona di cui vale la pena raccontare, ha un piccolo commercio in un mercatino, ove si sviluppa un incendio, durante una manifestazione popolare promossa dall’Opposizione.
L’Opposizione chiede maggiore libertà e democrazia; la possibilità di uno sviluppo, le cui ricadute consentano a tutte e tutti di vivere dignitosamente; contro la concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di pochi.
Questa persona, che è iscritta al principale Partito di Opposizione del Paese, viene arrestata.
Ci sono circa 3.000 km di distanza, tra il suo Paese, e il Mar Mediterraneo. La stessa distanza che intercorre, più meno, tra Aquila e il Portogallo; o tra Aquila e la Norvegia, o tra Aquila e il confine russo-ucraino: per avere un ordine di grandezza, di quanto si dovrebbe percorrere, a piedi, o su mezzi di fortuna.
La differenza, è che per arrivare al Mar Mediterraneo, si devono percorrere 1500/2000 chilometri, attraverso il deserto del Sahara. E una volta arrivati al Mediterraneo, si deve affrontare anche una traversata, via mare, imbarcati su natanti vecchi, pericolosi, sovraccarichi, e senza dotazioni di emergenza, per circa 300 chilometri, prima di arrivare sulle coste italiane di Lampedusa, se si mantenga la rotta giusta. Se qualche banda criminale non sequestri prima le persone, le spogli di ogni loro avere, magari usando violenza, e le tenga per di più recluse da qualche parte in attesa di un riscatto che dovrebbe essere pagato da parenti del Paese d’origine.
Non si comprano biglietti all’Agenzia di Viaggi, per compiere questo percorso.
Provo ad immaginare un cittadino italiano, semplice iscritto ad un partito di opposizione (qualunque sia il Governo), commerciante di professione, che si ritrovi d’improvviso col suo negozio distrutto da un incendio, ed arrestato, non perché autore dell’incendio, ma perché iscritto ad un partito di opposizione. E posso immaginare, che decida di lasciare il suo Paese. Perchè ha paura. Perchè non immagina un futuro. Se decidesse di abbandonare l’Italia, forse, si potrebbe pensare che stia esercitando, addirittura, un suo diritto, sia pure sotto costrizione.
“…per ci te luntano sta ‘ria, cu migliora la vita soa, speranza ca nisciunu tene dirittu cu ‘ni lea” (per chi viene da lontano, per migliorare la propria vita, speranza che nessuno avrebbe il diritto di togliergli), recita una canzone dei Sud Sound System.
Ma davvero, nessuno avrebbe il diritto di togliere la speranza ?
Quando si arrivi in Italia, immediatamente, ove ve ne siano i requisiti, si deve porre la propria richiesta di Asilo. Questa, deve essere esaminata da una speciale Commissione (per l’Abruzzo, si trova ad Ancona). La Commissione, in tempi variabili, ma lunghi (talvolta qualche anno), deve emettere un parere. In attesa che la Commissione emetta un parere, alla persona è rilasciato un Permesso di Soggiorno provvisorio, della durata di 6 mesi (rinnovabile). Questo Permesso di Soggiorno, consente di essere assunti e lavorare. Anche se non si abbia certezza di restare sul suolo italiano.
Nel caso della persona di cui raccontiamo, la Commissione nega il diritto di Asilo; il provvedimento viene impugnato dinanzi al Tribunale ordinario, che riconosce invece, il suo buon diritto. Gli viene quindi concesso il Permesso di Soggiorno per Asilo.
La persona inizia a costruire la sua vita in Italia, e, nel 2024, espleta le necessarie pratiche per il ricongiungimento familiare. Nel suo Paese, è rimasto il coniuge con il figlio. Finalmente, nel 2026, la sua famiglia arriva in Italia. E teniamo presente che, alla richiesta di Ricongiungimento Familiare, le autorità preposte del nostro Paese, dovrebbero rispondere entro 90 giorni.
Nel 2025, la persona presenta domanda per diventare cittadina italiana.
I requisiti, per chiedere la cittadinanza italiana, per un titolare del diritto d’Asilo, sono semplificati, rispetto a quelli di chi, ad esempio, sia in possesso di un normale Permesso di Soggiorno per Lavoro. Tuttavia, la Prefettura di Aquila, anche per i Rifugiati, chiede, in realtà non legittimamente, di soddisfare requisiti che, per Legge, possono non essere soddisfatti: in particolare, ad esempio, riguardo il reddito. Si richiede di più, a questa persona, di quanto dalla Legge previsto, per “certificare” l’effettiva disponibilità di un reddito che consenta di mantenersi e mantenere dignitosamente le persone che vivano sotto lo stesso tetto.
E però, pensiamoci un momento.
Siamo sicuri che le esigenze di protezione internazionale non debbano prevalere su tutto ? E’ della vita di una persona, che qui si tratta. Proprio della vita: quella che può essere spenta, da un qualsiasi potere che non accetti dissenso. Come si giustifica il comportamento, in altri casi tenuto, della Prefettura di Aquila, che subordina al raggiungimento di requisiti di reddito, il diritto che, secondo le norme di protezione internazionale dovrebbe vedersi applicato al caso specifico ?
E tuttavia, la persona, presenta una domanda di cittadinanza italiana, soddisfacendo ogni requisito, a prescindere dalla propria condizione di rifugiato; compreso quello di superare un certo limite di reddito, per ognuno degli ultimi tre anni fiscali.
Ma la sua domanda viene bocciata.
Egli non può richiedere alcuni documenti che provengano dal proprio Paese d’origine, per l’ovvia ragione che se entrasse in contatto con funzionari del proprio Paese, magari all’interno della sua Ambasciata in Italia (che è terra straniera, per le nostre Autorità), potrebbe essere nuovamente arrestato, e quindi la Legge consente di certificare, tramite Dichiarazione Sostitutiva di Atto di Notorietà, quanto è prescritto. La persona va in Tribunale, ad Aquila, e, davanti a due testimoni, ed al Cancelliere, rilascia una Dichiarazione Sostituiva di Atto di Notorietà.
Ma non lo fa nella forma dovuta; non paga cioè una marca da bollo da sedici euro da applicare all’atto, e la sua domanda di cittadinanza, perciò, viene bocciata.
A distanza di qualche mese, la persona, presenta una nuova domanda per ottenere la cittadinanza italiana. Stavolta, è andata in Tribunale, e ha rispettato ogni forma dovuta.
Ma la sua istanza è ancora respinta, nonostante l’aggiornamento di tutti i suoi requisiti.
E il problema, sembra essere rappresentato, sempre, dalla stessa Dichiarazione Sostitutiva di Atto di Notorietà.
Viene quindi ripresentata una nuova istanza per l’ottenimento della cittadinanza italiana. La documentazione utilizzata per la domanda è sempre la stessa, del precedente tentativo. Compresa la Dichiarazione Sostitutiva d’Atto di Notorietà, già contestata dalla Prefettura di Aquila.
Ma stavolta, il motivo per cui la domanda è respinta, è diverso, ed è letteralmente meraviglioso.
La persona, titolare di un Permesso di Soggiorno per Asilo, non ha sufficientemente documentato il suo status di rifugiato.
Il meccanismo, attraverso il quale è concessa la cittadinanza italiana, secondo quanto previsto dalla normativa vigente, è, francamente, indecoroso, e , sul piano politico, estremamente miope.
Per evitare qualsiasi assunzione di responsabilità (ma anche possibili arbitrii, invero; da cui però si potrebbe trovare altrimenti tutela), e conseguenti eventuali cause legali, si è reso il meccanismo di concessione della cittadinanza, un vergognoso labirinto burocratico. Ai funzionari chiamati ad esaminare la domanda, si chiede solo il pedissequo e formale rispetto della norma e delle procedure. Di fatto nulla, che attenga ad un reale processo di integrazione; di conoscenza della cultura e della legislazione del nostro Paese. A chi un giorno l’Italia potrebbe dover chiedere di schierarsi in guerra per difenderne l’esistenza, si chiede solo di avere una residenza continuativa, un certo reddito, e i documenti in regola.
E ai funzionari pubblici, preposti a verificare l’esistenza dei requisiti per l’ottenimento della cittadinanza, viene chiesto solo di garantire il rispetto formale di un percorso esclusivamente burocratico. Poi, ad Aquila, qualcuno, non saprei dire se per vocazione, o per sollecitazione dall’alto, ci mette un po’ di ingiustificato, ed ingiusto zelo in più, sempre volto a respingere le istanze degli stranieri, se possibile.
Qual è la percezione che del nostro Stato, da queste procedure, e dai loro risultati, ricava una persona che voglia diventare cittadino, o cittadina italiana ?
Che tutto quello che serve, è il rispetto formale di regole cui la Pubblica Amministrazione pretenda, talvolta senza sufficiente legittimità, ci si debba attenere. A nessuno interessa, se alle donne della famiglia del richiedente, sia permesso, o meno fare attività sportiva, ad esempio. Basta che i timbri siano leggibili.
L’altro aspetto interessante della vicenda, attiene al sistematico rifiuto di reale confronto con il Sindacato, opposto dalla Prefettura di Aquila, su queste materie.
Molte questioni, potrebbero essere risolte attraverso chiarimenti tra le parti, magari preventivamente alla presentazione di una istanza, o successivamente, se siano necessarie integrazioni o correzioni.
Ma poiché questo canale di interlocuzione permanente non è mai stato aperto, il cittadino straniero, sovente, fa patrocinare la sua istanza da un suo avvocato di riferimento.
Procedura del tutto legittima.
Se non fosse che, troppo spesso, certi patrocini sono fatti in serie, e sono molto costosi. E magari non offrono all’utente una seria consulenza sulle reali opportunità di veder accolta una propria domanda. Presentare una istanza, infatti, è più semplice, e comporta comunque un lavoro, che dovrebbe essere remunerato.
Il risultato che si ottiene, è una procedura rigidissima, basata solo su meri adempimenti burocratici, atti a certificare situazioni e condizioni che l’Amministrazione provvederà comunque a controllare, e il cui potere ispettivo è incentivato ad essere forzosamente formalistico e cavilloso, e del tutto indifferente ad un reale esame dei processi di integrazione. Alimentando, per questa via, un contenzioso giuridico defatigante e costoso per tutti.
E magari facendo sembrare una attività lodevole, aver bocciato tre istanze di cittadinanza, di qualcuno che non abbia sufficientemente dimostrato d’essere un perseguitato politico, anche se ha un Permesso di Soggiorno per Asilo.
C’è qualcuno, allora, che ha il diritto di togliere una speranza ?
Ce ne sono parecchi, in verità.
I governi autoritari e i loro apparati repressivi. Gli altri Stati della comunità internazionale che, invece di promuovere democrazia ed eguaglianza, continuano a consentire, ai più potenti tra loro, e ad imprese private più potenti degli Stati, in tanti casi, di continuare, e peggiorare, lo sfruttamento coloniale del passato.
I trafficanti di esseri umani, e i criminali che li spremono come limoni.
I governi europei privi di una strategia realistica e giusta, di governo dei flussi migratori.
Il governo italiano, che sulla questione migratoria ha un atteggiamento e agisce, solo in funzione della propaganda necessaria per la propria parte politica, tradendo, per questa via, persino una idea di cittadinanza responsabile, e per l’Italia vantaggiosa, che non dovrebbe essere del tutto indifferente alle proprie orecchie.
I funzionari italiani, chiamati a vario titolo ad esaminare le istanze presentate da cittadini stranieri, nei confronti dei quali, l’atteggiamento prevalente, non è quello di promuovere il rispetto e l’applicazione della nostra Costituzione e delle sue Leggi, bensì quello di trovare ogni ragione utile ad opporsi alle richieste presentate.
Ma come si fa, a costruire il futuro, se l’unica idea che si possiede è quella della chiusura delle porte ? A chi giova mantenere l’illusione che sia sufficiente mettere la testa sotto la sabbia per allontanare da noi le conseguenze di movimenti globali che abbiamo rinunciato a governare, a partire dalle loro cause ?
Nessuno, dovrebbe avere il diritto di togliere la speranza. Neanche a noi italiani.









