Eppure, senza parere, lo crei tu il mondo.
Ogni giorno.
Rendi viva l’erba anche quando è stagione di sonno.
Accarezzi gli spigoli delle pietre.
Scansi la nebbia con un solo gesto della mano.
Rendi morbide le spine dei ginepri.
Dai canto ai passeri del mattino, e sangue al mio cuore.
Alzi al cielo le nude preghiere degli alberi.
E mi circondi di te.
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Salgo su un treno.
E siedo dove non conosco nessuno.
Sono libero di essere quello che voglio.
Un agente segreto.
Un lavoratore in vacanza.
Un giornalista pessimista.
Un innamorato che corre verso il sogno oltre la prossima galleria.
Il capotreno e il verificatore.
Un pescatore che ha sbagliato esca.
Un fornaio sveglio di giorno dopo tanto tempo.
Va tutto bene.
Basta non essere me.
==============================================================
Sullo scaffale più alto
era un libro ingiallito
scolorato in copertina
ché forse, in passati tempi
era a lungo restato esposto al giorno
e chiuso.
D’un particolare e unico amore
le sue righe spiegavano;
l’unico possibile amore.
Quello che resta quando rifiutato
e a sé basta e siede,
solo dinanzi al mare
che l’orizzonte scava,
a carezzare tenero il nulla
di piante vuote sulle dune aspre
tarlate dal sole e dal salmastro ardente
e aspetta.
Il giorno e le stelle
e le stagioni e l’alba
immobile, e come un salice piegato
si confronta al vento, e alla rada
rabbiosa pioggia e
non s’eradica ma ancor più nella terra cruda
s’apprende.
Quel libro pesava solitario
sul cuore e sul silenzio
e non era letto.
Quasi mai.
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T’ ho visto albero
mutare forma
andare ad altro nido
sotto lo sguardo mio travolto
e scegliere un nuovo cielo;
hai lasciato annodate a terra,
da te separate,
spoglie tue nude
rassegnate al buio
e allo sferzo del vento
tra angoli di cemento inerte
e indifferenti strade
eppure
entro quei torsi raggelati
già germoglia il primo stillo di linfa
che romperà la pelle
quando il sole gli donerà fibra.
==============================================================
Un altro passo oggi
ho fatto verso le pietre di confine.
Cercavo acqua
e ho trovato sete.
Per scale basse di cavalli
e antichi uomini
sono salito,
senza poter volare.
Oltre le finestre
m’è stato regalato di guardare
fino al prossimo cielo
che non potrò toccare.
M’è davvero concesso
di poter solo andare ancora,
e scruto
se un rebbio di cancello
mi s’apra dinnanze.
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Vado scavando
dentro ogni lampo di pensiero e
ne inseguo la luce veloce
che prima d’essere fumo,
arde un istante
dentro il mio mare più profondo e scuro;
ma non riesco a fermare la caduta
verso il pendolo abisso.
Da me scanso ogni cenno di pace senz’onde
che troppo simile a morte mi pare
e vago
sotto le nuvole,
a cercare un sole.
Che si faccia vedere e m’accechi.
==============================================================
Sento l’aria aggrinzarsi di gelo
e sono nudo tra lenzuola
di nere nuvole raggrumate.
Sento i passi che da me
si tolgono
e mi contorco al vento da maestrale.
Sento il cuore battere con l’orologio,
e più veloce raggiunge
il tempo fermo.
Devo sentire una finestra che s’apra
e faccia entrare
ogni pulita aria dei miei pensieri
e ogni inattesa piuma di ogni mio Icaro sogno.
==============================================================
È l’ultimo sorso di sera
a restare con le mani aperte
e una luce chiara, lontana.
Sono in quiete già, i tetti delle case
e gli alberi da tempo spogli
e l’erba nera,
e non le mie gambe
che salgono
oltre l’ultima strada
per sentire
il rosso del tramonto scorrermi nelle vene
e mai finire.
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Non fa pause
il cucchiaino che scava il mare
e svuota, ogni respiro dentro un secchiello
di bambino solo.
Non costruisce castelli
né scava fossati,
solo conta
ogni granello di sabbia senza baci
senza tempo, senza piedi nudi,
e pare terminare mai.
Come il dolore del fondo dell’onda
che amaro cerca, di frangere gli scogli;
di dar forma al vento di notte;
di cercare pace nel porto.
==============================================================
Non mi resta che aspettare
sia colmo il mio andare, di pioggia,
e sia vuoto, il mio cuore
della musica di foglie al vento.
Non mi resta che aspettare si fermi
questo affanno senza scopo
e possa io sentire intero
dell’inverno il respiro.
Come un netto taglio
della carne mia.
Solo mi resta prego, aspettare
si scoprano le nuvole sul gelo
e sgorghi rivo dal sole.
==============================================================
Sono la frantumata ombra
di una luce sottile d’autunno
che cade dal grembo dell’albero
e si spezza alle ali del vento.
Sono l’orma dalla pioggia cancellata
e mutata in fango informe
e smemoria.
Sono le mani aggelate dalla luna opaca,
spenta, dalle parole mai spese.
Sono la stoppia orgogliosa del suo tempo scorso
e muta ora, alla stagione riflussa,
che tramonto finge e prepara alba verde.
Sono il fiato del freddo
che presto di sperde appena
posata la voce.
E sono il silenzio, alla fine.
Delle frasi rubate al sogno.
Degli occhi vuoti.
Del fiato chiuso.
Delle spalle voltate.
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Ancora non tutti aperti, i fiori viola
d’una piccola erba di salvia minore,
dentro un prato pestato
da amori abbandonati
e gelo di severo autunno,
splendono nel giorno grigio
come l’unica parola che si vorrebbe
ascoltare.
Non oso sfiorarne i petali
perchè il corso loro non sia turbato;
ma ne ricordo la luce
e la forma di labbra sorridenti,
come inattesa benigna sorte.
==============================================================
La disperata danza della notte,
per togliermi ogni luce,
trema e mi taglia a coltello
e m’urla sogni cattivi
e m’amara le labbra.
Ma stenta ancora
a privarmi del bisogno
di ricerca.
==============================================================
Mi volta le spalle
quella luna mezza
che anche a giorno,
raddensa i sogni della notte.
E resta sospesa
nell’irraggiungibile azzurro
come una mai accaduta possibilità.
Immaginavo persino la Terra
potesse alzarsi alle sue maree
e resto invece nella cornice
dove m’hanno, a forza,
confitto.
E mi pesa
essere neppure sfiorato dai suoi aridi sassi.
==============================================================
Sceso è lo scuro
più di braccia chiuse
e piedi senza orme
e nessun cappotto
mi toglie dal freddo tremante
dei rami nudi di doni.
Era luce per me
quando mi guardavo morire.
Più di quanta mai potessi pensare
e perdere.
Ma sono rimasto io
finché io chiuda la porta.
==============================================================
Pensavo ci fosse pace
senza luna.
Silenzio di nuvole
e acqua di stelle lontane
intangibili.
Ed era tempesta invece;
la lancetta del tempo
bruciava fulminando
ogni flebile attesa,
il silenzio gonfiava il vento
di parole represse e
carezze neppure accennate.
Nessun gesto delle mie braccia
m’avrebbe difeso.
Restava solo credere
che il cielo fosse un terrestre continente
sperso dalle carte
con me pietoso,
di pioggia e arcuati ponti.
==============================================================
Per troppa fretta
m’ha smesso il cuore
un eterno tempo,
di battere.
Raccoglievo veloce
i numeri del mio nome
e pregavo i pensieri
di non urlare oltre.
Tremavo
di freddo solitario.
Un’acuta spina di rosa
m’ho ficcato nel dito
a sanguinare fino a cicatrice
per vederlo ancora battere
nel rosso che s’allargava.
Il suono del dolore, ha riconosciuto.
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Nella luce
qualche volta
pochi momenti
dentro ogni rifiuto e dentro
ogni silenzio
resto, con gli occhi aperti
a notte, di ogni notte
e così vicino
mi sembra
ogni mio desiderio
così vicino
da restare oltre ogni me
possibile.
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Per qualcosa mai fatta
ho catene ai piedi
e una luna di ferro
da trascinare nel cielo buio.
Dormo in una prigione dentro la mia pelle
e non ho caramelle
per accompagnarmi i sogni
dietro la porta chiusa.
Solo le sbarre
vanno e vengono
sotto i miei occhi,
ferme
perché quando vanno via,
per sempre, vanno via.
Paga il peso
ogni canzone che scrivo,
della malattia del cuore,
mio
che trema,
ad ogni screpolato respiro
e invano
nella notte cerca angeli.
==============================================================
Della sera avvisa per prima,
la collina dietro le spalle mie
che s’allunga d’ombra sul prato ritorto.
Lenta, diffonde il veleno nero del buio;
lo spande ai miei occhi
del sole mi priva le mani e i rumori, attutisce persino,
col suo silenzio feroce.
Financo al cielo s’alza, che
in parte fa resistere speranza battuta dal vento
ed in parte già si rassegna alla notte.
Io ci provo,
a tenere gli occhi fissi all’azzurro
come se potessi trattenerlo,
pregarlo d’ancora illuminarmi;
come se potessi pensare
o chiedergli persino,
d’aver pena di me.
E quando il buio ha nascosto le nuvole
io ancora
disperato corro per il giorno nuovo
e non respiro
sino a che l’alba non mi purifichi.
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Mi sento perdermi.
Il dolore al costato è una eco profonda
di terra battuta dal passo
di gioghi pesanti.
Grava la gamba il sangue
come un passo nascosto alla luna.
E si spezza il respiro
corto, entro una stanza senza finestre
chiusa, ad ogni pensiero che trancio
per non soffrirci dentro.
Non mi fermo tuttavia
e libera lascio la mia fame
bambina di vivere
fin oltre la notte che mi spetta.
==============================================================
Ascoltami
cielo nudo e freddo
accettala una preghiera mia
una sola
fa
che trovi la sua strada la luce
che apra un incrocio
e riveli una porta
una finestra
un buco qualsiasi
da cui possa essere guardata nuda
anche l’anima mia.
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Quando più sentivo bisogno
di dare
e più il sangue cercava il mare
al termine di anse e scavate rocce,
più s’alzavano allora le pietre,
taglienti alle dita,
fino a sovrastarmi
e ingoiarmi,
come il ventre d’una immane balena.
Veloce ho corso
per serbarmi un angolo di cielo,
cui dedicare i giorni e
non so
se potrò alzare il capo.
==============================================================
Questo pomeriggio
m’era notte gelida, e feroce.
Senza ch’io neanche avessi diritto
a sentire il freddo, e lo strappo.
E l’ho atteso, il buio.
Mi sono coperto e di me ho avuto pena;
quel tanto che basta,
e basta.
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Fuori stagione
di tarassaco una perla fragile
era così amata dal vento,
che ne chiese liberi
i semi e i petali
e di lacrime il vento
li sparse per la terra aspra.
Di profonde unghie
era scarnificato il vento,
solo ora,
fino al lontano fiorire.
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Chiudi gli occhi. Chiudili, per favore.
Ed esci dalla foresta, verso le stelle.
E il mare ti accarezza.
E guarisci.
Chiudi gli occhi, per favore.
E il cane randagio, cercherà le tue mani.
E le chiavi troveranno casa.
E le farfalle, diventeranno fiori.
Chiudi gli occhi.
E il cielo cercherà la luna.
E i tuoi passi arriveranno all’orizzonte che sogni davvero.
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Nessuno sa
quante strade dritte
d’ignoto amore
ho preso e
quanti squarci
ho nel cielo
e neppure importa
e neppure m’importa
che altro non so fare
nemmeno quando il respiro
perdo.
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Al termine del tramonto
non posso oppormi
e neppure all’inverno,
né difendere posso
chi amo.
Solo di più posso amare
fragile, e incerto e
primavera posso preparare
con la giusta fatica.
Sogni nudi
e occhi pesti
ho solo questo
senza difesa alcuna.
==============================================================
Eri in cielo luna
dalle nuvole nascosta,
sempre nascosta
e lontana
e non ho nodi
che fuggire non ti permettano.
Scivoli
lungo i fili d’erba e fino al fiume
sparsa
dal vento che ruba luce
troppo innamorato
per stare ai divieti.
Forse sarai ad un incrocio
dove non t’aspetto
dove la città finisce e
inizia il viaggio e
mi troverò la tua luce tra le mani
quand’ero certo d’esser cieco.
==============================================================
Non così lungo.
Il tempo, fino a mai.
Il cammino fino al prossimo momento.
Il giorno senza me.
Il corridoio che porta ai libri proibiti.
Il filo che porta sulla luna.
Nulla è così lungo, da tenermi lontano.
==============================================================
Corri, nell’acqua sull’acqua
senza respirare, senza cuore
senza arrivo.
Indietro ti lasci
i tuoi sassi, i tuoi pezzi
chi non vuole seguirti.
Le mappe, le tracce bevute dal mare
vaniscono, come ogni fiore regalato mentre restano
i colori dei petali sul bianco
lenzuolo d’amore.
Ti segue il cielo
senza mutare, lontano
e indifferente intoccabile
e vorresti ti fermasse
e con te ardesse.
==============================================================
Intere strade colme
d’acqua invernale
furiosa
e sola
come un pacchetto di sigarette vuoto.
S’interra appena
e scivola
su fiumi d’asfalto
che indifferenti
i passi mi travolgono.
Non riesce però
a lavarmi di dosso il freddo
e l’odore delle coperte vecchie.
Né m’umidisce il cuore
finché dura
a battere
ripetendo nel suo ansimo
il nome. Tuo. Mio.
==============================================================
Dalla sera
mi lascio prendere per mano
e la guardo mortificare
i colori e i segni e i confini
in un unico panno nero
di guerra e dolore violento
e spaurito immagino
di poterle chiedere requie
e luminosa pietà
e di tutto non sciogliere
i lacci dolci e la familiarità
coi passi quotidiani
e la penosa speranza che
mi regge la luce
e il sorriso profondo
di occhi che l’orizzonte
perforano.
Sarà notte, tra poco
e impalpabile sogno di lumine
solo mi resta.
==============================================================
Sostienimi cielo
le misere ali
fino al ritorno
della luce di Primavera.
Conserva cielo ogni sogno
che ho il pudore di mai
raccontare
e non perché sia importante
ma solo perché
altro mai avrò.
==============================================================
Con le mie scarpe sfondate, quasi,
torno alla notte addolcita;
seguo strade di mozziconi
senza marciapiedi e nere
di lampioni come candele sciolti
cerco l’ombra, nel buio,
per vedere se mi segua
o se sia ferma a pregare
ad un qualche incrocio senza semafori
il dio della misericordia ultima.
Che rimedi alle mie impossibilità.
La cinghia sulle spalle,
il basto di quanto io sia asino,
regge una chitarra vecchia
dalle dita insanguinate
per le note veloci fermate
un istante prima che si perdano
tra i gas di scarico e il vapore
del fiato caldo.
C’era questa canzone
per Euridice sola,
ch’avevo pianto nella piazza vuota
ogni notte che mi raggiungeva;
ma non mi sono voltato, io
che l’ho amata talmente tanto
da rispettare il patto di non guardarla
prima d’uscire all’alba.
E quanto tradimento m’è sembrato
al desiderio non cedere.
Cammino adesso,
nudo e senza casa.
Ci sarà un treno
buio
lo cerco
che mi porti a scomparire.
==============================================================
Ho un’erba di tarassaco
che fertile, m’ha trovato il cuore.
N’estirpo ogni foglia che alla luce
arrivi già verde e alta,
e rinasce, sempre.
E scavo
con le unghie nere di terra
per uscirne le radici
e non riesco.
A smettere non riesco
d’aspettare che s’apra il fiore sferico
di semi trasparenti, alati,
e di guardare il vento staccarli dal cuore
e d’ognuno immaginare il desiderio
e di nessuno conoscere posso la sorte.
==============================================================
Questa sera di limpido scuro
chiude
un giorno altro appena sfiorato
scorso entro un guscio che mal dissimula
la sottile consapevolezza della notte.
Il rovellarsi impudico del mare
che ad ogni respiro
carezza brutale gli scogli
è il modo scelto
per guardare l’acqua restar ferma
nel suo furore innamorato.
E ancora lì, la coglie la luna
sfarinandosi, tra le onde urgenti.
Forse, di buio,
troverà il coraggio
di lasciarsi diventare sale.
==============================================================
Non c’è vento stasera
che sparga la luce di luna,
una gondola pigra,
nel suo spicchio di cielo.
Solo tra angoli di case note
può navigare e non oltre
i confini del mare.
Le stelle invece, lontane,
dalla sua luce non ancora scurate,
le rendono corona,
come angeli bimbi alle nozze
di dei felici.
È morbida
e si scioglie l’ombra di luna
quando si perde nella rena di riva
e dalla polvere si lascia possedere.
==============================================================
Sembra sghembo
in difficile equilibrio sulle rughe sue
un guscio di dura noce, e
se s’apra in perfetta metà
ha pancia d’una caravella placida
che col mare si scontri prudente
eppure tenace
fin oltre l’ultima spiaggia che resta.
E sin da bambino
ho viaggiato sui suoi balzi
e neppur ora
desidero fermare.
==============================================================
Sorprende
guardare quanto può resistersi
alle porte che si chiudono;
al rumore del cuore che s’affievolisce
e chiama requie;
al desiderio che non può sfiorare
un pane, o una sigaretta schifosa.
E ancor più sorprende
una mano che cura
e una stella che incendi il cielo
quando nulla più
colma l’assenza.
==============================================================
Mi dimentico
di come una mela trasformi il vento;
e mi dimentico delle mie braccia accese
e di ogni volta che ho cercato esempio
ne’ ricordo di quando ho piovuto gioia.
Lavo i piatti
mi ascolto il cuore correre
e piego i panni
a lume di normale sera
come un giorno da niente
e però
continuo ad accendermi stelle.
==============================================================
Cancellami notte
anche questo giorno.
Accartocciato come un foglio di quaderno
sparso dal vento greco
su un marciapiede di pietre scalzate
e abitudini.
Segnato
dai motori del traffico acre,
di persone che non mi guardano
e scorrono oltre
abbuiando, prima d’ogni tramonto,
ogni albero da cui mi protendo.
Che nulla resti indietro, nulla,
per questo accecami notte
di farfalle
neppure l’odore di mele;
solo le tue stelle spente
che senza cammino alcuno
mi lascino.
Solo la serratura della gabbia.
==============================================================
Sono rami d’albero
le vene del mio sangue e
nascosta, una gazza fa nido
dentro il cuore che m’ha rubato.
Al nero di notte si nasconde
e muta resta
interi anni
prima d’aprirsi al fuoco di una noce,
nascosta, per il tempo di carestia.
Sgraziata e goffa,
vola attenta e prudente
ai suoi più audaci cieli;
lucente, oltre la luna persino.
Forse riposa
tra le mie mani,
a protezione dalle stagioni.
E nel vapore freddo della terra
pure lontano,
ne avverto l’inquieto ardere.
==============================================================
Non so
quante dune di deserto ho bevuto
e nemmeno so quanta pioggia ho asciugato
o quanto inverno m’ha morso le viscere
né mai saprò
quante porte d’aprire ho sognato
e neppure oltre una
v’era luce
e però
io ancora sono.
E so
quanto tenue filo
mi lega all’ultimo ramo.
==============================================================
Al dolore chiedo
di darmi un tempo
che non tremino le gambe, e
m’urli la voce.
Chiedo, al dolore
di non lasciarmi secche
le mani e il cammino;
di non scavarmi più linfa, dentro le radici.
Perchè sono, dolore
e desidero non più essere.
==============================================================
Spaurito,
entro un quadernuccio d’erba selvaggia;
un soffitto di nuvole basse
mi chiude innanzi il cielo e
del vento, ho coscienza; per gli strappi
di carne e ali.
A me dietro
una sconnessa strada di camion
e sogni senza passeggeri.
Spaurito
e non guardato
come il guaito d’un nero cane nomade
che nessuno conduce o carezza.
Non faccio rumore,
ogni volta che cado.
==============================================================
Un gesto accurato
portarsi un cappuccio alla testa
per difendersi
dai colpi di spada del vento
dal rumore dei nomi mai più pronunciati;
dall’acqua di cieli aridi.
Per dare confine
alla solitudine eterna.
Per dirsi in silenzio
le cose che non possono dirsi.
Un attimo di caldo;
di tregua al gelo
dell’assenza.
E inutile
contro il peso della notte.
E incredulo
di voler ancora camminare,
e ancora.
==============================================================
C’era una vecchia foto
di tempi cambiati, ora,
quando il mondo non ha voce più
e solo paura e secca gola
e io non so
dov’ero
in quella foto ferma
al tempo di allora
che più non è tempo
ma solo guerra
e fiumi fermi
e vomito di dolore
e più uomo
non voglio essere
solo ballare
sotto una luna senza mare
e senza una spalla
da baciare.
==============================================================
È la chiglia d’una barca
scossa dalle onde
stanotte tersa
la rada parte di luna
colta dall’opposto sole.
Legno sperso
che alla notte s’oppone e scintilla,
e dona rotta ai miei occhi.
Sempre puntare al cielo scuro
anche sommerso
sentire
che al colmo della cupola profonda
un abbraccio mi aspetta.
==============================================================
Nel mare
che tondo e lento, e a respiri successivi
arriva alla terra e la sfiora,
ho visto vivere e
nelle vene di un albero
col cuore in cielo
ho visto scorrermi il sangue rosso
e nel singhiozzo del volo
d’un cardellino che a sera cerca riparo
ho sentito i balzi della mia paura
ad ogni sguardo tuo
ai tuoi occhi a me chiusi.
Stento in me solo,
a sciogliere il buio.
==============================================================
Dentro il più cupo freddo
fiorisce del vivere l’urlo
onda di tempo
tesa
fin oltre la notte
fin oltre il numero di foglie
che sui rami nudi lottano
per nascere
erompendo dalla scorza aspra.
Dentro la stanza del pazzo
non hanno suoni le pareti
né ali le braccia
ma non resta legato
il pensiero libero
e degno.
Dentro l’incerto scriversi delle parole
resiste, e resiste uno spasmo,
d’amore e cielo una scintilla
indomita ferita
ch’invece di frangere il respiro
lo alimenta come fornace.
Basta dolore, basta.
Basta fragile pelle.
==============================================================
Ci sono stelle sui tetti piatti
delle case di mare
indicano una terra
un approdo,
una salvezza dalla notte
dal bianco truce e alto
delle onde di fortunale.
Stelle cui fissare gli occhi e la prora
quando l’acqua di tempesta e di cielo
sommerge ogni parola
ma non il dolore,
perché si salvi il prossimo giorno almeno
e il respiro ancora;
fino alla prossima lacerante ferita,
fino alla prossima prova d’inverno marcito.
==============================================================
D’adolescente chiarore
m’hanno empito oggi i fiori di ciliegio
prima di diventare rossi frutti
da baciare.
Neanche uno
ne ho gualcito di carezze;
solo dell’ombra,
il profumo profondo
ho sentito.
Distante sempre dal nascere
resto
e solo posso disegnarne
nel cielo
i tenerissimi petali.
Al vento che sussurra amore
tremanti.
==============================================================
Un bicchiere di latte
che lasci le labbra bagnate di rossetto
caldo
come una chitarra spezzata
sul muro del silenzio,
e che risponda, alla stretta delle dita,
mano amica, amante, cura,
però di vetro trasparente
e senz’appigli indifferente
alle urgenze bambine mie.
Un sorso di sera appena dolce
neppure inizia
a pagarmi il pedaggio
per la mia strada di pace.
==============================================================
Un cielo perfetto
per il fumo di un camino
per tracciare nuvole
sulla seta dei sogni
che non mi permetto di fare
o di comprare al tabaccaio;
perfetto cielo grigio di luci cittadine;
di centro scosso e buio
e di neon freddi
che attende il lunedì
e un passaggio
da un amore infinito
fino al mattino.
Spostati, cielo,
restituiscimi di primavera le farfalle.
==============================================================
Comprami delle luci.
Prima di spegnerle.
Prima che cambino nome.
E comprami dei colori
tra quelli della stagione
che ancora promette e
accarezza
gli occhi che si volgono altrove.
Bruciami ancora un po’
quello che serve
per non restare al gelo.
E fammi vedere
i tuoi fiori gialli di vulcano
quando la notte mi strangola.
==============================================================
Una luce, ho visto
dentro la città spersa
e nascosta
amava l’ombra
intoccabile ombra che vane
appena luce tende
un dito per carezza
e si spegne
mentre arde.
Agli incroci tacevano
i tuoni compressi
ma il fulmine,
di luce veloce
l’ombra, poteva toccarla.
==============================================================
Una gita di scale, e sole;
vertigine di persone e taglienti raggi
dove ombrarsi, in luce contro,
e sparire, un accecante istante,
nei passi, ordinati,
dei turisti in foto.
Era un giorno di fuga
tra i libri sperduti, di scaffali curvi
e ceste ricolme
favole cercavo,
da regalarti, un gioco,
un tremare di farfalla,
in ogni pensiero.
E ad ogni fuggevole volto
raccontavo raggiante
d’avere un cielo mio.
==============================================================
T’ho sentita passarmi accanto
primavera,
e non mi hai guardato e
non mi hai toccato e
neppure mi hai parlato,
ch’ero angolo di muro.
T’ho sentita andar via
me oltre,
a passi leggeri e veloci
perché sai la tua strada primavera.
Fiorisci e cresci, e nutri
altrove me.
Molti, e molti inverni ho scorso
per rendermi di te degno;
di freddo lontano
e giorni senza fuoco
a preparare risvegli, e musica
e fresca alba, ghirlande,
d’aghi di rosa e gemme non schiuse ancora, ché questo
è l’inverno che ho, e ghiaccio,
e solo mi resta
il profumo tuo che fuggi.
Di colpo ho compreso,
che non m’aspettano stagioni,
non primavera.
==============================================================
Delle api la danza di violino
carezza i petali bianchi
dei fiori di melo.
Rovesciati dal cielo sui rami larghi
disordinati di vita fremente
in controluce, vene,
del cuore mio inciso
di silenziose strade,
scurano le nuvole
coi loro fiocchi e stami solari
e dolciscono la sera.
Sulle mani mi resta
un’odore di spezie e baci
sparso nell’aria.
Come un impossibile ricordo.
==============================================================
L’ombra scura, dei fiori rossi
in controluce tenue, di lontani lampioni,
si spande in terra
come una pozza
di senza fondo scuro,
i miei pensieri che
non riconosco miei;
lì giacenti
e soli,
come da mesi e mesi,
senza colore
solo odore
di petali stordenti
come un’acqua che scorre
senza mare ove posare.
==============================================================
Posso raggiungere
una riva di mare
e metterci una luce
che si sperda
negli sbagli dell’acqua
e poi
posso smettere di guardare
e d’ascoltare
e di riconoscere, gli odori
delle ginocchia, sulla sabbia
e del sale sulle labbra
e della rena sporca
di troppi passi.
Solo non posso
ricordare di me.
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Un gatto aspetta un tetto randagio
che lo protegga
dall’infinito nero di nuvole
che inchiostrano il cielo.
Forse avverte di carezze l’assenza
e il profumo caldo.
L’erba si piega al vento
e già chiede acqua.
Quella felice del ritorno
che scioglie dubbi e perdite.
Quel gatto s’accuccia
solo
sotto un velo di rovi
mentre gli uccelli chetano l’ultimo canto.
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Da dietro una tenda
da dietro una finestra
ancora non posso
il sole che cade
guardare con gli occhi
come nulla
di quanto amo
guardare posso
da dietro una scala
da dietro un muro
da dietro una porta
dimenticata persino.
Solo posso sfiorarne il calore nell’aria
e nulla tenere tra le dita
del sole mio che mai
tramonta.
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Mi sveglio prima della sveglia
e mangio quello di cui ho voglia.
Pancetta, carciofi e caffè
aringhe insalata e the.
Dovrei, a lavoro andare
ma non me ne tiene
e vado a nuotare
chi c’è, c’è, e chi vuole viene.
Mi sveglio e cambio
città, strada, musica
sapori, odori, fatica
solo i sogni, non vendo.
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Porpora di occidente
mi scorre nelle vene;
lo stesso colore delle conchiglie
sui vestiti che dal mare
venivano, desiderati.
E come il cielo,
è al tramonto;
inesorabile scivola
mentre il giorno ancora
m’agita ogni pensiero.
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Il lieve sapore
aspro e rosso, d’una prima fragola,
m’asseta le labbra e
salgo, le scale d’un cielo che non ha nuvole per me.
Guardo i fiori bianchi
dall’occhio dorato;
ci saranno altri frutti forse
forse ci sarò ad aspettarli.
Forse avranno sapore
d’una antica casa di legno.
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Il verde più denso, nella sera all’ombra,
e sprazzi di celeste freddo
scorrono
passeggeri della terra rimasta indietro
ma lasciano
del sangue l’ombra scura sulle ferite
slabbrate e violente
di un dolore diventato antico
e ogni giorno più arroventato.
Quell’albero ritorto
come un gioco spezzato
e buttato
via
non può accogliermi alle sue radici
né ripararmi;
solo mi mostra il vento mutato
in corteccia piegata da ferita di sfregio;
di acqua secca e silenzio
come fosse mio destino
prosciugarmi.
Che strada mi traversa la luna;
almeno tregua mi offra,
d’arance e oblio;
di glicini fragili fioriti
e di cuore che smette.
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Questa pioggia segreta,
quando è sole in cielo
e il celeste si contende i miei pensieri,
con l’ombra della sera e delle nuvole,
che ha suono di soffio gentile
in un orecchio arido,
ha chetato il canto degli uccelli
e m’è rimasta solo la musica
dei ricordi di un tempo
a venire.
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L’auto che passa, sul bagnato,
ha rumore di rasoio e taglia
l’acqua pozza;
schizzi d’inchiostro, su una carta di lacrime.
E non c’è e
non c’è bordo dorato di nuvola
cui aggrapparmi
per non cadere, succhiato da un tombino,
come una muta comica.
Il vento m’entra nei polsi
nelle cerniere e nelle foglie
che scuotono il capo
a guardarmi.
Io che sono il male di tutto
io che ho gli occhi bruciati di te.
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Dal tempo senza luce sei scampata
luna
e posi ora il tuo arco disarmato
appena sul dorso dei monti.
Insegnami
ad inseguire il giorno
a cogliere la Primavera e le maree
insegnami
a vincere l’ombra
ad essere fermo
nell’attesa
a non temere
di restar sempre
non visto.
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