Il mare, è una vasta superficie di acqua salata.
E’ la prima cosa che scrive Google, se, sul suo motore di ricerca, si digiti la parola.
Se volessimo, per un istante, permetterci di associare alla parola “mare”, un qualsiasi concetto, o una qualsiasi idea, o oggetto, o condizione, o desiderio, o paura, o emozione, o sentimento, in realtà, probabilmente, non smetteremmo mai, di elencare possibilità, storie, fantasie, realtà, insieme al mare.
Questa vasta superficie d’acqua salata, ha la capacità d’adattarsi ad ogni contenitore, e, nello stesso tempo, di segnarlo con il peso del proprio tempo; della propria forza; della propria capacità di dare, e togliere la vita.
Predrag Matvejevic, intellettuale bosniaco, di madre croata e padre russo, scrisse un libro magnifico: “Breviario Mediterraneo”, nel quale ha indagato, con occhi innamorati, tutte le sponde del Mare Nostro; tutte le civiltà che si sono sovrapposte in questo spazio, e le parole, che hanno sedimentato, per raccontare le barche: in Africa e in Grecia e in Turchia; per nominare i venti, in Sicilia ed in Francia; per scoprire i dolci, fatti ovunque di grano e fichi e miele e bere i vini maturati all’aria di salsedine; in Siria, come in Spagna. E ne racconta i conflitti, e le morti, e le fughe. E i commerci.
Il mare, nonostante la sua ferrea legge della vita e della morte, ha sempre messo in comunicazione tra loro, sponde opposte. E, persino negli atti di pirateria, o di crudeltà; nei conflitti religiosi e in quelli coloniali; nelle conquiste anche sanguinose, il mare ha sempre, in una certa misura, contribuito a mischiare le culture. E dove le cose si mischiano, c’è più possibilità che facciano guerra tra loro; ma anche che si mutino in qualcosa di nuovo, magari di migliore.
Non so dire quanti, sul Mediterraneo oggi, possano considerarsi in pace, e quanti possano godere della sua storia e della sua bellezza; quanti possano avere accesso alle sue risorse senza depredarle o distruggerle con l’inquinamento.
Posso certo dire che, se si calcolasse la quota di ricchezza che il Turismo produce nell’intera area mediterranea, scopriremmo forse di abitare, anche solo per questo, in una delle aree più prospere, in assoluto, del pianeta. Magari il problema, come sempre, sarebbe nella redistribuzione di questa ricchezza, divisa in quote molto diseguali, tra persone, Stati, società finanziarie, etc.; e anche nel modo in cui si crea questa ricchezza: se cioè il nostro modo di fare turismo non corra il rischio di cancellare proprio quella bellezza, quella storia, quel divertimento, e quella natura che sono la ragione per cui il turismo esiste.
Lei, libanese d’origine, attraverso scambi internazionali tra licei, conosce Aquila, ancor prima della maggiore età, e poi sceglie di studiare Lingue, presso la nostra Università.
Conseguita la laurea triennale, inizia a lavorare per le traduzioni di una casa editrice locale, ma viene pagata solo con dei voucher. All’epoca, lei aveva ventidue anni.
E’ lontana dal suo Paese d’origine, ma vuole mettere a frutto quello che ha imparato, mantenersi da sola, ed inizia ad inviare curriculum un po’ dappertutto, comprese le agenzie di “scouting”, quelle cioè, incaricate di scovare talenti, e figure professionali molto specifiche. Di certo, quello delle traduzioni, in quelle condizioni, non può essere un punto d’arrivo: è un lavoro, e una tipologia di retribuzione che, obiettivamente, non offrono particolari possibilità di futuro.
Iniziano ad arrivare risposte, e, una di queste, le consentirebbe di svolgere un lavoro, sia pure abbastanza routinario, alle dipendenze di una multinazionale, esattamente nel suo luogo d’origine. Dove ritorna, poiché accetta quel lavoro per un breve periodo, senza però riuscire ad ambientarsi nuovamente.
Forse, la cultura italiana l’ha conquistata.
Le arriva, ad un certo punto, l’opportunità di svolgere un lavoro, alle dipendenze di una grande società multinazionale che organizza e realizza crociere sul Mediterraneo.
Ma la sua formazione, per un lavoro che preveda l’imbarco in mare, per mesi e mesi, non è sufficiente: è necessario acquisire, a proprie spese, un titolo presso una Scuola Nautica. E lei, lo consegue. A Napoli.
Conoscere e parlare, correntemente, almeno quattro lingue, le frutta una prima offerta di lavoro, a bordo di una delle navi della Compagnia, in qualità di “receptionist”. Accoglienza, informazioni, ma non solo; perché a bordo, bisogna adattarsi a fare un po’ di tutto, e bisogna essere disponibili sette giorni su sette, per 8/11 ore di lavoro al giorno. Sette, otto, nove mesi l’anno, a secondo delle opportunità, intervallati da periodi in cui si percepisce l’indennità di disoccupazione.
E’ una scelta coraggiosa.
Per chi lavori, all’interno di una nave, quando questa sia in crociera, è come essere all’interno di una bolla: con regole e ritmi propri, a prescindere, dal luogo dove ci si trovi. Un po’ come una caserma. E certo, per una donna, ritrovarsi a lavorare insieme ad un equipaggio composto da persone di tutte le nazionalità del mondo, implica un continuo confronto tra costumi e modi di pensare diversi, confliggenti, talora. E, per di più, questo confronto continuo, si svolge mentre si attende ad un lavoro impegnativo, fatto essenzialmente di relazioni con gli altri, e mentre, nel contempo, si cerca di apprendere il più possibile, del lavoro che si svolge; per migliorarsi, per offrire a sé stessi opportunità di un lavoro che richieda anche l’assunzione di maggiori responsabilità. E offra maggiori possibilità di crescita, anche economica.
Dopo un paio d’anni, è divenuta consulente commerciale per le prossime crociere.
In sostanza, aggiunge al suo lavoro precedente, anche la mansione di venditrice di pacchetti turistici per future crociere, a chi già è sulla nave per una vacanza.
Un lavoro che sembra difficile: siamo abituati a pensare alla crociera come ad un viaggio che si faccia, quando sia possibile permetterselo economicamente, una sola volta nella vita. Vendere un nuovo viaggio, a chi ne stia già facendo uno, sembra davvero una scommessa complicata da vincere.
Si tratta di un lavoro che ha le sue regole, e che richiede anche, per l’azienda, il raggiungimento di certi obiettivi, che lei centra, regolarmente, e per questo viene promossa, sino a divenire manager, in quest’area. Un lavoro che comporta dirigere altre persone, e formarle, anche. Oltre a tutto il restante lavoro di relazione che comunque vede impiegato l’equipaggio intero di una nave, durante la crociera.
Vale la pena di fermarsi un istante a riflettere.
Le particolari condizioni di lavoro, favoriscono il crearsi di un clima comunitario. Ma, in questo clima, valgono pur sempre delle regole di mercato. E, nel mercato, i prodotti vanno venduti. Ecco quindi che, ci ritroviamo a vivere in un sistema nel quale, si ami il proprio lavoro, e, nel contempo, lo svolgerlo, al meglio delle possibilità, implica comunque raggiungere degli obiettivi economici misurabili, e a favore di altri. Se questi obiettivi economici non fossero raggiunti, verrebbe messa in discussione la possibilità magari di crescere e migliorare la propria condizione, ma forse anche l’esistenza, di quel lavoro.
Un abbraccio d’amore, che può diventare una morsa che tolga il respiro.
O, per dirla usando una terminologia più “neutrale”, una condizione che rischia di trasformare, in nome delle esigenze di mercato, un lavoro che potrebbe essere piacevole e gratificante, in una continua corsa per la sopravvivenza, incattivita magari, per qualcuno, da possibili prospettive di carriera. Anche la solidarietà, persino in mare, può vacillare di fronte alla prospettiva di conservare un posto di lavoro per la prossima crociera, o di accedere ad impieghi più remunerativi.
E forse, in questo processo complesso, può venire in luce che, al fondo di tutto, l’unica cosa davvero importante, in una qualsiasi organizzazione del lavoro, è la produttività di ciascun lavoratore o lavoratrice; di ciascuna squadra di lavoro.
E forse, in questo processo, si finisce col vedere che le persone, che si è contribuito a formare, vengano scelte per incarichi più importanti e magari più vantaggiosi.
In ogni organizzazione del lavoro, il cui obiettivo sia costantemente migliorare i propri risultati economici, c’è sempre qualcuno chiamato a decidere a chi vengano assegnate le posizioni di responsabilità.
Un tempo il Sindacato si poneva un problema molto serio, ad esempio rispetto ad un laboratorio di ricerca e sviluppo. All’interno di un laboratorio del genere, ci si trova spesso in presenza di progetti, che risultino strategici per l’azienda che li metta in campo, e progetti che, invece, non abbiano lo stesso peso per la vita futura dell’impresa. Da un certo punto di vista, quindi, la professionalità di un ricercatore, era messa alla prova, secondo l’importanza del progetto su cui veniva chiamato a lavorare. Ma quali erano, i criteri che governavano queste scelte ? Perchè un ricercatore su un progetto, e un altro, su un altro ? Perchè, al fondo, ad un ricercatore era consentito immaginare di migliorare le proprie competenze, e, ad un altro no ?
Quello, per il Sindacato, avrebbe potuto essere un importante spazio di contrattazione collettiva delle professionalità; anche per dare trasparenza alle motivazioni di una scelta, piuttosto che di un’altra.
E’ difficile immaginare che, su una nave, possa svolgersi una discussione di questo tipo: perciò, la scelta di indirizzare qualcuno verso una responsabilità, rispetto ad altri, resta patrimonio di pensieri e conseguenti azioni, del tutto sottratte alla discussione collettiva, ma esclusivo patrimonio di chi, gerarchicamente, debba assumere quelle decisioni.
Delle scelte altrui, si prende atto, anche quando si subiscano, se non possono essere oggetto di contrattazione collettiva, e, su questo, certo, il Sindacato ha perduto tantissimo terreno, e dovrebbe reinventarsi seguendo le strade del lavoro frammentato e discontinuo, anche quando richieda alte professionalità e competenze. Le aziende considerano loro patrimonio esclusivo, questa tipologia di scelte, anche quando produca ingiustizie, parzialità, o elusioni ed evasioni contrattuali: ed è questa idea di esclusività, che bisognerebbe attaccare.
Dopo dieci anni di questo lavoro, per la donna di cui raccontiamo, forse è venuto il momento di mettersi in discussione. Di ascoltare qualche piccola delusione subita.
Forse, è venuto il momento di comprendere, sino in fondo se la Società, per la quale con passione ed impegno ha sin qui lavorato, abbia per lei una visione futura, e quale, o se, invece, pensi che sia più opportuno dotarsi di una organizzazione del lavoro il più possibile standardizzata e controllabile, pur se capace comunque di cogliere (o di avvicinare), gli obiettivi economici posti.
Ora, lei vuole impegnarsi nel conseguire la laurea specialistica: forse questo la spingerà a voler insegnare.
Di certo, vorrebbe crescere nel proprio lavoro, pur se si tratti di un lavoro stagionale ( una stagione prolungata, rispetto ad esempio al lavoro nella ricettività balneare ).
Non desidera rimanere come è ora. Si tratta, forse di valutare la possibilità di compiere importanti scelte di vita. Qualcosa che interroga sempre, profondamente, chi viva una simile condizione.
Scegliere d’impegnarsi nell’accrescere le proprie conoscenze e competenze, è certo il segno di una positiva ambizione.
Viene da chiedersi, tuttavia, se anche in questo caso, le specificità del lavoro, che spingono, ad identificarsi con la buona riuscita dell’impresa per cui si lavora, non nascondano poi, sempre, che l’unico interesse aziendale vero, è per il fatturato: e tutti si è solo dei numeri, e basta; dentro una organizzazione che vive nel mercato, e compete. E di tutti, e tutte, si può fare a meno. Perchè tutte, e tutti, sono, prima d’ogni cosa, un costo.
E viene da chiedersi cosa si viva, dentro, quando si sia perfettamente consapevoli che questo è il quadro entro cui si svolge il proprio lavoro, per il quale si conservi comunque tutta intera la propria passione.
Questa scissione, questa alienazione, andrebbe ricomposta.
Viene da chiedersi, infine, come sia possibile che, in una città, come Aquila, impegnata a dimostrare in ogni occasione la propria vocazione turistica, non ci sia posto di lavoro immaginabile, per una persona che abbia competenze specifiche, non solo nelle lingue straniere, ma anche nella capacità di vendere ed organizzare pacchetti turistici in condizioni certo non del tutto favorevoli.
Il mare è una vasta superficie di acqua salata, e certo, competere col fascino del mare, è assolutamente difficile, ma è davvero strano, che una persona che abbia formato parte importante delle proprie competenze in città, e sulla quale, quindi, la città ha investito, non riesca poi a trovare un impiego all’altezza.









