Nel film “Tempi Moderni”, del 1936, Charlie Chaplin pone il suo sguardo su un mondo che combatte ancora con gli effetti della terribile crisi economica del 1929, e nel quale, dopo la Prima Guerra Mondiale, si è compreso che l’egemonia, anche a livello globale, dipende essenzialmente dal primato economico, produttivo e tecnologico, il cui conseguimento è affidato essenzialmente all’impresa capitalistica privata.
L’impresa capitalistica privata, nel racconto che ne fa Chaplin, si accinge a ridurre l’intera personalità umana, a ingranaggio del sistema. Senza più alcuna individualità; utile solo per la sua strumentalità alla macchina. Si accinge a fornire al mondo una chiave di lettura, vincolante, dell’esistenza stessa: la necessità del raggiungimento del profitto, in nome del quale, la persona è solo una appendice, non pensante possibilmente, della macchina; del processo produttivo e della tecnologia: una sorta di protesi, asservita ad una ignota volontà finanziaria.
Compito dello Stato, in un simile quadro sociale, è solo contrastare gli elementi che possono mettere in discussione i rapporti di potere nel sistema, e spazzar via le strade dalle contestazioni; dalle devianze; dalla povertà e dal disagio: e nascondere tutto in istituzioni totalizzanti, a partire dalle prigioni.
Il punto più interessante di questo magnifico film, consiste forse, nel porre esattamente in contrapposizione tra loro, il mondo rigido e meccanico della produzione capitalistica, con il mondo disordinato, gentile, goffo, talvolta un po’ furbo, ma pieno di speranza, della vita che si preoccupa innanzi tutto delle cose fondamentali; dell’amore, e della cura per l’altro.
Ma, nel porre questa contrapposizione, Chaplin ha sottovalutato (o forse lanciato nel contempo, un messaggio di insopprimibile libertà – è sempre possibile, pare dire, camminare insieme mano nella mano verso il tramonto – qualunque sia la pervasività della tecnica capitalistica), la capacità aggressiva della produzione capitalistica, di estendere oggi, quasi integralmente, le proprie regole all’intero universo sociale, rendendole, per di più, ancor maggiormente stringenti e spietate, che non nella trama del film; perché divenute nel frattempo flessibili, inattaccabili sul piano finanziario; ubique e invisibili; dotate di poteri repressivi infiniti (in larga parte statuali, ma di uno stato ormai corroso nelle fondamenta e asservito agli interessi del grande potere finanziario), e totalmente succubi al loro comando.
Il mondo grottesco (e inquietante) della fabbrica raccontata da Chaplin, che diviene il mondo intero. L’intero mondo umano, trasformato in appendice della macchina, in ingranaggio, il meno consapevole possibile, di un processo produttivo/finanziario.
Non si può, schematicamente, come è ovvio, trasformare una visione artistica, in una descrizione sociologica, ma credo sia possibile usare le lenti di Charlot, per guardare al mondo di oggi.
Istituito per la prima volta nel 1997 (da un governo di centrosinistra), e definito, sostanzialmente, nelle sue forme attuali, nel 2003 (da un governo di centrodestra), il rapporto di lavoro interinale consente ad una impresa, di rivolgersi ad una agenzia di intermediazione e pagarla, perché gli venga inviato un Lavoratore, o una Lavoratrice, che lavori secondo le regole e la retribuzione dell’azienda utilizzatrice, senza per questo divenire suo, o sua dipendente.
“Lavoro in affitto”, per usare una semplificazione che non rende però, del tutto, l’idea. Da un certo punto di vista, si potrebbe parlare di “reificazione” del lavoro: un lavoro che non è più “fondamento della Repubblica italiana”, ma che è ridotto a pura “cosa”: merce distaccata dalla sua essenza umana, che è presa in carico per brevi periodi, o persino acquistata, si potrebbe dire, quando il lavoro interinale si trasforma in “staff leasing”. Quando cioè, ad essere affittato è il lavoro di una persona che è assunta con contratto a tempo indeterminato da una Agenzia Interinale, dando luogo a rapporti di lavoro di medio periodo ma che, comunque, in qualunque istante possono essere interrotti dall’Agenzia Interinale quando cessi la committenza che aveva acquisito.
Per certi versi, e anche se in modo ambiguo ed incompleto, il trattamento giuridico di un Lavoratore, o di una Lavoratrice di una Agenzia Interinale, tutela maggiormente, rispetto ad altre tipologie di lavoro temporaneo e tuttavia, nello stesso tempo, estremizza la condizione personale della persona impiegata.
La persona di cui qui si racconta, incontra il rapporto di lavoro interinale a 37 anni, dopo che, da 15 anni, già lavora. Con svariati contratti di lavoro subordinato, ma anche con contratti di collaborazione (dalle palestre, ai call center), a sottolineare una volontà di fare che non si ferma, di fronte alla frammentarietà delle prospettive.
Dopo le prime missioni, arrivano i contratti di staff leasing, e per pochi anni, il lavoro resta sempre lo stesso: in fabbrica. Certo, in fabbrica con lo stesso inquadramento contrattuale di un suo collega di lavoro, assunto direttamente dall’azienda. Ma senza i premi che l’azienda riserva a Lavoratrici e Lavoratori già stabilizzati.
Certo, in fabbrica, in un luogo cioè, ove però sono di più, nell’ambito di una stessa sala produttiva, gli Interinali, rispetto al numero dei dipendenti stabili.
Il lavoro interinale dovrebbe essere utilizzato invece, almeno nella sua iniziale accezione, come uno strumento utile a far fronte ad eventuali oscillazioni favorevoli di mercato; o ad improvvise ed urgenti necessità di sostituzione di personale che, per varie ragioni, potrà mancare per un breve-medio periodo dal lavoro; o, infine, al reperimento di specialissime professionalità, la cui opera è molto importante, magari, ma, che normalmente si svolge per periodi di tempo brevi, ed occasionali, legati alla specificità dell’impiego richiesto e che renderebbero troppo costosa una assunzione stabile.
Avere pertanto una unità di produzione che, strutturalmente, impiega più interinali che subordinati, significa trovarsi dentro una precisa scelta gestionale: quella di potersi disfare, in tempo reale, del personale ritenuto non più necessario, in funzione del mantenimento di un margine di profitto aziendale e, nel contempo, intervenire, anche per questa via, al fine di compensare un deficit strutturale di produttività tra chi è subordinato, e chi invece è interinale.
Vale a dire cioè, che tale situazione, è giustificata quasi solo dalla necessità di colmare, con il maggior impegno di alcuni, il minor impegno di altri.
Si presume, e diviene persino un elemento misurato,in base al quale si programmano le strategie aziendali, che chi sia assunto col contratto interinale, attirato dal miraggio della stabilizzazione del suo posto di lavoro, lavori di più, e meglio, di chi abbia un lavoro strutturato.
Ed ecco che la persona assunta col contratto interinale, per un intero anno, presta il suo orario straordinario al sabato. Sempre, senza eccezione per 52 settimane, dopo aver fatto un percorso formativo della durata di 3 o 7 giorni, durante i quali verrà posta allo stesso livello di conoscenze di una persona che lavori in quel luogo da venti anni.
Ed ecco svelarsi alcuni aspetti dell’intuizione chapliniana.
Le concrete operazioni di lavoro, sono ridotte a poche, semplici e ripetitive mansioni. Non vi è alcun margine di autonomia decisionale nel lavoro ed anzi, anche chi, come la concreta esperienza qui raccontata, desideri osservare, ed imparare il maggior numero di cose possibili, è scoraggiato decisamente dal provare a fare qualcosa in più di quanto previsto dalle sue abituali mansioni.
La persona che operi in questa condizione si trova, in sostanza, di fronte ad un duplice processo di reificazione.
Da una parte, non viene assunta in quanto persona, ma viene affittato il suo lavoro, per un tempo cui lei può solo aderire, o rinunciare all’offerta, senza possibilità alcuna di discussione; dall’altra, non le si chiede di imparare qualcosa di particolare, o di migliorare la propria professionalità: le si chiede invece di servire docilmente un processo produttivo, nei modi e nelle forme previste. Proprio come farebbe un inanimato ingranaggio di una catena di montaggio. Con quanta velocità e produttività, dipende solo da quanto è più convincente il miraggio che viene proposto.
Credo sia ora di porsi, innanzitutto, un problema di senso, del lavoro che si svolge (come si fa, ad esempio, ad avvicinare il concreto svolgersi del proprio lavoro, a quelle che sono le proprie personali inclinazioni e talenti); o, quanto meno, un problema relativo alla relazione che, indubitabilmente esiste tra queste tipologie di rapporti di lavoro, ed il tipo di cittadino che immaginano, e che esse stesse finiscono col produrre forse.
Perchè è evidente, che la figura che viene immaginata, non è più quella di cittadino, in realtà, ma di un soggetto la cui essenziale caratteristica è una subordinazione immodificabile, coniugata con una strutturale incertezza di prospettive, e con un maggior sfruttamento delle sue capacità materiali; cui non è richiesto, bensì sconsigliato, ogni tentativo di miglioramento. Tale soggetto inoltre, si trova all’interno di un mondo chiuso in cui alcuni, sia pure formalmente dotati delle medesime caratteristiche umane e lavorative, godono però di uno status diverso: di una prospettiva occupazionale relativamente più stabile; di minori pressioni quanto alla produttività del proprio lavoro; di condizioni materiali, derivate da premi variabili, esclusivamente loro destinati.
Un mondo in cui il diritto di alcuni, si è trasformato in un privilegio in parziale danno di altri.
Ed occorre prendere atto di questa discriminazione strutturale per unificare invece le condizioni. Se non si assume, con la necessaria decisione, questa intrapresa, e se non saranno, in primo luogo, i più relativamente garantiti ad assumere su di sé la responsabilità di questo percorso, questa divisione renderà , ogni Lavoratore, e ogni Lavoratrice, sempre maggiormente debole di fronte ad ogni decisione aziendale e/o sociale.
Se non si comprende che, nella società, questa divisione produce, in larga parte, una contrapposizione conflittuale sorda, ma fortissima, tra chi si sente sotto una certa linea di galleggiamento, e chi invece si senta sopra quella linea – ignorando entrambe che, in qualunque momento il mare può sommergere tutti – si finirà col rendere impossibile anche solo un percorso che preveda almeno delle compensazioni sul piano dello Stato Sociale, per chi si trovi a vivere una esperienza lavorativa di strutturale precarietà. Persino quando immaginassimo un simile percorso “risarcitorio”, il più scrupolosamente possibile rispettoso della libertà di mercato.
Quel che occorrerebbe primariamente, sarebbe cambiare il modello produttivo e spostare, quanto più possibile, l’asse della competizione sulla ricerca; sullo sviluppo di nuovi prodotti e servizi; sull’innovazione, sull’apertura di nuovi mercati. Ma mentre questi processi richiedono tempi lunghi e scelte di sistema ben mirate, è urgente che il Sindacato, e la Politica, intervengano, entro i luoghi di lavoro, per costruire condizioni contrattuali più favorevoli, per gli impieghi temporanei; e fuori dai luoghi di lavoro, per promuovere politiche di Stato Sociale (casa, sanità, proiezione pensionistica e ammortizzatori sociali, innanzitutto), che rovescino completamente l’ottica sin qui usata per il residuo sostegno che si lascia ancora allo Stato prestare per “promuovere la rimozione degli ostacoli economici e sociali alla piena partecipazione dei Lavoratori (e delle Lavoratrici), alla vita del Paese”, come sostiene la Costituzione della nostra Repubblica.
Occorre che le cittadine, e i cittadini, che hanno oggi, tra i 19 e i 50 anni di età, sappiano che possa essere messa in campo una politica complessiva che sani i disastri apportati alle condizioni materiali delle persone, e a loro in particolare, da quaranta anni di legislazione demolitrice dei diritti del lavoro, e che per loro costruisca una condizione che consenta la promozione sociale e prospettive meno pericolose. Qualcosa che permetta di considerare che le nuove generazioni, possano avere un futuro migliore delle generazioni che le hanno precedute.
La persona di cui qui si racconta, conclude le sue riflessioni, ritenendo che non sarà possibile, una parità tra Lavoratori e Lavoratrici che, nello stesso luogo svolgano lo stesso lavoro, ma con contratti diversi, e persino datori di lavoro diversi. Questa parità non sarà possibile sin quando alcuni avranno titolo a percepire più salario in forza del raggiungimento magari di certi obiettivi, ed altri invece no, pur se anch’essi abbiano contribuito, magari in misura preponderante, proprio al raggiungimento di quegli obiettivi.
Questa persona, sino ad oggi, non ha sperimentato la Solidarietà.
Qualcosa che è diverso, anche dalla percezione e scoperta dell’esistenza di una condizione comune, perché è il processo, fatto di concrete idee, azioni e lotte, che dovrebbe consentire ai più deboli, di raggiungere la condizione di quelli relativamente più forti, come misura di eguaglianza minima.
Una diversa condizione materiale, sviluppa, spesso, una specifica autopercezione, anche rispetto alla propria collocazione nella Società, e alle paure che questa posizione, magari precaria, può generare. Ed è evidente che un mercato del lavoro, non solo caratterizzato da periodi di disoccupazione e frequenti cambi d’impiego (che possono anche comportare riduzioni di reddito), ma anche da condizioni materiali differenti senza una adeguata giustificazione, persino quando sia eguale la posizione lavorativa, è funzionale a governare una condizione essenzialmente sottomessa, e senza prospettive di miglioramento: una condizione che finisce con l’individuare il colpevole del proprio disagio, in quelli che hanno una condizione materiale appena migliore; ed il nemico da sconfiggere – quello che potrebbe mettere in discussione persino il suo traballante status – in quelli che si trovano in una condizione materiale appena peggiore della propria, meglio se parlino anche un’altra lingua.
Una condizione che si appresta ad essere governata sempre più autoritariamente, purché si abbia cura di distribuire a sufficienza per un mantenimento minimo, ed offrire nel contempo, una sterminata possibilità di consumo (persino a misura di capacità di spesa).
Mentre viviamo un presente assai pesante, e costruiamo un futuro forse ancora peggiore, dovremmo almeno acquisire consapevolezza, che piccoli aggiustamenti, non solo non sono più sufficienti, ma rischiano d’essere persino funzionali ad un mantenimento, anche coercitivo , della condizione esistente.
Chaplin, ci indica una strada diversa. Una strada che metta al primo posto, le relazioni umane.
E tutte, e tutti, dovremmo ricordarlo, per iniziare a cambiare, dal basso anche, un ordine sociale che produce solo subordinazione, precarietà di vita, abitudine al silenzio e alla ricerca di piccole gratificazioni che non cambiano il quadro, ma anzi lo considerano immodificabile; restringimento degli spazi di libertà e di autorealizzazione; progressivo peggioramento delle proprie condizioni materiali: in particolare per le cittadine, ed i cittadini che abbiano tra i 19 e i 50 anni almeno di età.









