Rom-Com è un modo di definire un genere: la commedia che parli d’amore. Che ne racconti le vicissitudini, i conflitti, i contrasti, ma con un occhio capace di sorridere, e ridere, delle nostre fragilità e delle nostre goffaggini.
E’ un termine usato per comprendere tanto opere cinematografiche, quanto serie televisive.
Vi sono Paesi, di cui conosciamo poco; pochissimo, talora, e spesso quel che pensiamo di conoscere, non è altro che un coacervo di stereotipi e pre-giudizi.
Cosa conosciamo della Corea del Sud ?
Sappiamo che c’è una Corea del Nord, e che questi due Stati, sono il frutto di una guerra mai formalmente conclusa con un accordo di Pace, ma solo con un armistizio: col congelamento di una situazione militare sul campo, senza che i nodi di fondo, delle divisioni tra i due Paesi, fossero fino in fondo aggrediti.
Sappiamo che la Corea del Sud ci ha sconfitto ad un Mondiale di Calcio, anche se il migliore in campo fu l’arbitro.
Sappiamo che in Corea del Sud si producono automobili e cellulari.
E sappiamo che, ultimamente, in quel Paese hanno avuto seri problemi istituzionali che ne hanno messo a rischio la tenuta democratica. Una democrazia fragile, ed innestata su tradizioni ed una società molto particolare, in parte plasmata molto pesantemente dal sistema capitalistico.
Ho guardato una serie televisiva, trasmessa, per la prima volta, nel 2023; una rom-com prodotta e realizzata in Corea del Sud.
Si intitola “King the land – un sorriso sincero”. E’ visibile solo in lingua originale con sottotitoli in italiano.
Quanto si può comprendere, di un Paese, guardandone un prodotto popolare che, peraltro, ha anche avuto un successo planetario ?
Occorrerebbe togliersi di dosso, prima di rispondere, alcuni pesi che possono spostare gli equilibri di una valutazione.
Si tratta di un’opera di fantasia, e non di un documentario ( ammesso che i documentari riproducano la realtà, e non invece, comunque, un punto di vista, sulla realtà ), e, pertanto, non si può certo affermare che, quel che si vede, sia una esatta rappresentazione di quel che accade in Corea del Sud. Sarebbe come se, un coreano, che possa guardare la serie televisiva “Che Dio ci aiuti”, immagini di poter perfettamente interpretare e comprendere l’Italia.
Occorre essere consapevoli che si tratta, comunque, di un prodotto commerciale: fatto per piacere e vendere, e vendersi. Ed occorre essere avvertiti che questo racconto è possibile, perché fonda una parte della sua credibilità, su una cultura e su costumi, che noi non conosciamo, o conosciamo solo molto superficialmente. Non possiamo perciò valutare, sino in fondo, quanto questo racconto costituisca un avanzamento, rispetto ad un certo modo di pensare ed agire; quanto sia la risultante di processi di cambiamento, nella società coreana, e quanto sia frutto di un dialogo, magari non esplicito, tra la cultura coreana, e la cultura che siamo soliti definire “Occidentale” ( senza che su questa specifica cultura vi sia un consenso generalizzato nel definirne caratteri, ispirazioni e sviluppi ).
Intanto, occorre dire che la serie si struttura in sedici episodi, ciascuno della durata di 80 minuti; il che significa affrontare un racconto che si snoda per oltre 21 ore.
E questo, già ci fornisce qualche indicazione, rispetto alle caratteristiche di questa serie televisiva. Si tratta di un racconto che dilata i tempi e che sembra prendere in prestito certe modalità narrative, tipiche dell’animazione giapponese, che è capace di raccontare un singolo istante, per interi minuti di immagini sospese che caricano l’atmosfera, fino allo sblocco finale, che spesso costituisce il risolversi di una tensione, preannunciandone già un’altra.
E’ anche vero, che interi episodi, sembrano costruiti per fare da contorno a scenari turistici che funzionano da promozione commerciale per certi luoghi. Ed è vero che, il rapporto tra i personaggi della storia, e i luoghi, talvolta sembra uscire dal solco del racconto convertendosi in occasione per fotografare sé stessi, a tavola o in viaggio, esattamente come si vede oggi per molte persone che si recano nei luoghi del mondo, quasi solo per fotografarsi di fronte ad essi e diffondere le proprie immagini sui social di riferimento, costituendo così, una nuova forma di rappresentazione. Quella della propria vita come si vorrebbe che gli altri la guardassero.
Una simile tipologia di racconto, costruisce molto lentamente, e progressivamente, i propri momenti culminanti, e fa immaginare che nella società coreana, certi passaggi, soprattutto nelle relazioni sentimentali, siano davvero molto graduali: la costruzione dei personaggi; la maturazione dei loro convincimenti; il mutamento delle loro prospettive, sono frutto di piccoli spostamenti successivi, in cui s’aggiunge ogni volta una parola, o un’espressione, o una circostanza.
Risultano abbastanza retorici, anche se perfettamente inseriti dentro questa tipologia di racconto, tutti i momenti, spesso sottolineati da melensissimo pop elettronico, in cui si affastellano primi piani ravvicinatissimi dei protagonisti e si descrivono loro momenti che dovrebbero essere intensi; sofferti o felici.
La serie, è una variazione della favola di Cenerentola.
Il ricco, e inizialmente svogliato figlio di un imprenditore si innamora, ricambiato, di una sua dipendente e dopo una iniziale conoscenza conflittuale – nel mezzo di una lotta per la successione ereditaria al posto di comando dell’impresa familiare – inizia un percorso di mutamento personale e lavorativo, grazie allo sguardo che la sua amata gli offre sul mondo.
Quello che rende interessante l’ennesima rilettura di questo archetipo della narrazione, sta esattamente nell’immergere una storia d’amore, dentro un sistema, quello coreano ( almeno nel racconto di questa serie televisiva ), che pare essere uscito da una inquietante distopia ( conscia di certe intuizioni marxiane ), inserita in un contesto poco diverso dal nostro feudalesimo.
In questa serie romantica, è spiazzante la descrizione della dinamica relazionale all’interno dei luoghi di lavoro. Ed ancor più spiazzante, ad un occhio estraneo come il mio, è che quella dinamica appare essere percepita da tutti i personaggi del racconto, come il “naturale stato” delle relazioni.
La società coreana, appare essere profondamente classista.
L’essere a capo di una impresa importante, conferisce uno status di intoccabilità, ed indiscutibilità delle proprie scelte e richieste, anche quando siano palesemente vessatorie e anche quando nulla abbiano a che vedere con il rapporto di lavoro: il punto di vista del capo, è indiscutibile, anche quando evidentemente strumentale o sbagliato.
La polarizzazione sociale, tra una ristretta cerchia di persone ricche e potenti, e la massa informe degli altri e delle altre, è estrema. E, per di più, percepita come giusta: ed essa si manifesta, esplicitamente, come arroganza; volontà di colpire o squalificare gli altri; appropriarsi di meriti non propri; approfittare dell’altrui subordinazione o arrendevolezza, o passione per il lavoro.
Il legame familiare, che conferisce al capofamiglia ( maschio ) un riconosciuto primato su tutti gli altri, si trasla all’interno dei luoghi di lavoro, dove i più alti in grado, possono impunemente, e anzi col consenso sociale ( e la rassegnata accettazione del proprio ruolo subalterno ), esercitare forme di comando incontrastato; pretendere risultati, in termini di maggiori guadagni, sempre più stressanti e umilianti e difficilmente conseguibili, senza che questo produca alcuna rivendicazione sociale, e neanche discussione sul grado di realismo delle richieste pressanti che vengono fatte ai dipendenti; i capi d’ogni grado, possono camuffare il proprio arrivismo, il proprio servilismo, l’antagonismo competitivo più feroce e sleale, spacciandoli per un favore che viene generosamente fatto alle vittime.
L’abuso dei capi, di ogni ordine e grado, nei confronti dei sottoposti, è la regola, sul lavoro, ma sconfina nella vita privata, quando si chiede di adempiere a doveri, non verso l’azienda di cui si è dipendenti, ma verso le persone che, in quell’azienda, rappresentano il potere e il comando, e talora, ha a che fare col ricatto sessuale.
Il compito del subordinato, è solo quello di accettare, e trasformare quello che è un vero ricatto occupazionale in uno sprone a far sempre meglio e di più.
Non so, se questo sia effettivamente il mondo del lavoro in Corea.
Ma certo, nella rappresentazione che ne dà questa serie televisiva, vi è consapevolezza dell’ingiustizia insita in questo modo di concepire e praticare il rapporto lavorativo: una delle figure più importanti del racconto, è stata licenziata, a suo tempo, dall’impresa, per aver osato fondare un Sindacato.
La solidarietà tra subalterni è possibile solo se esistano rapporti amicali, o se ci si debba difendere da un nuovo arrivo nel gruppo di lavoro: un nuovo potenziale avversario nella competizione per mantenere il proprio posto di lavoro, e nella lotta feroce, per aggiudicarsi piccoli, insignificanti premi, elargiti dall’azienda smaccatamente paternalista.
La possibile evoluzione delle relazioni lavorative che il racconto di questa serie televisiva offre, avviene attraverso una concezione etica e aperta del proprio lavoro; però, solo singolarmente acquisita dalle persone di maggior talento e competenza, che, attraverso il proprio buon esempio, e la buona predisposizione personale, consentono a tutto un luogo di lavoro, di maturare modalità operative non legate dal comando, ma dal comune impegno, tra proprietà aziendale e dipendenti, a rendere il proprio luogo di lavoro, il migliore, nella competizione nazionale ed internazionale, e senza metterne in discussione le strutture gerarchiche, o riconoscendo autonomia e indipendenza ai bisogni e ai diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori; ma solo attraverso il progressivo mutare di clima che un dirigente “illuminato” può produrre.
Non si mette in discussione il sistema, ma, in nome di una “bontà” individuale, si indica un possibile sviluppo che passa per la rimozione delle sue storture, senza discuterne gli assetti di fondo, e gli scopi finali: la produzione di un profitto ( e anche qui, si innesta una discussione interessante sulle linee di fondo, in base alle quali si gestisce un’azienda, e la serie mostra il contrasto di linee direttive, tra chi vuole reagire a possibili stasi del fatturato, attraverso il taglio dei costi – licenziamenti – e chi invece propone un percorso di investimenti e valorizzazione delle competenze del personale migliore e più fedele allo spirito di accoglienza che dovrebbe caratterizzare una struttura ricettiva come l’hotel di lusso di cui si narra ).
La serie ricompone le radicali differenze di interessi, raccontando dell’amore tra un capo, e una sua dipendente e immaginando che, entro un indiscutibile sistema capitalistico e fortemente competitivo, sia sufficiente una alleanza, tra azienda e lavoratori, nel nome della sopravvivenza e possibile prosperità dell’impresa, per avere rapporti di lavoro, che più riconoscano l’apporto individuale e collettivo dei dipendenti.
Ed è questo un punto interessante, che riguarda anche noi.
In molte grandi imprese, ma anche in imprese di dimensioni minori, che operano sul territorio italiano, da tempo, è diffusa l’idea che lavoratrici, lavoratori, struttura aziendale e proprietà, debbano porre in cima ad ogni preoccupazione ed impegno, la sopravvivenza e la floridezza della propria azienda, contro tutti i concorrenti sul mercato.
Il che è certamente una preoccupazione ed esigenza reale; ma diviene anche lo strumento attraverso il quale le aspirazioni al miglioramento delle proprie condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori, sono sempre poste in subordine al profitto aziendale. E questo produce frammentazione, privilegio dell’interesse particolaristico, scomparsa della solidarietà, e produce, in ogni caso, una cultura e conseguenti scelte, subordinate alle sole ragioni d’impresa.
Peraltro, nel nostro Paese, ci sono organizzazioni sindacali che teorizzano apertamente una simile cultura, e lo fanno senza trovare contraddizioni al proprio interno, anche quando un accordo siglato da quella organizzazione sindacale, produca una concorrenza sleale nei confronti di altre imprese dello stesso settore, e tra lavoratori e lavoratrici, magari iscritti alla medesima organizzazione sindacale.
E questo spiega, sul piano sociale, in larga misura, l’egemonia di un sistema che tutto subordina alle egoistiche ragioni del profitto, e che trasforma il vivere, in una perenne lotta di tutti contro tutti.
Guardare una serie televisiva coreana, che dovrebbe raccontare col sorriso un amore contrastato, si trasforma nella visione esplicita e senza nascondimenti, del nostro presente, e futuro. Rafforza in noi la convinzione che l’uscita da una condizione di minorità, sia una fortuna individuale, peraltro da meritarsi solo attraverso un impegno inappuntabile e sempre senza condizioni o confini, tra vita personale e mansione lavorativa.
Altrettanto interessante, e sfaccettata, è la visione delle relazioni sentimentali che la serie televisiva mette in scena e che riflette, nella storia dei protagonisti, ma anche nelle storie dei personaggi “minori” della vicenda, una evoluzione interessante, ed aperta. Non so dire, quanto corrispondente allo stato dei rapporti, in Corea, tra uomini e donne.
L’uomo, progressivamente, impara ad ascoltare il mondo femminile; impara ad acquisirne il punto di vista e, non solo a rispettarlo, ma a seguirlo. Il protagonista non propone una relazione che metta al centro i propri bisogni e desideri ( sebbene questi siano sempre il motore delle sue azioni e scelte ), bensì impara rapidamente a sostenere bisogni e desideri della propria compagna; anche nella infinita gradualità dell’avvicinarsi al contatto fisico tra i due protagonisti.
A fronte dell’esempio fornito dai due protagonisti e dalla loro relazione, nella serie televisiva convivono le storie sentimentali dei coprotagonisti che, invece, rispecchiano il riconoscimento, troppo ancora presente nelle società del mondo, di una primazia maschile nella coppia, anche fraudolenta o sottilmente violenta, analoga a quella della donna dirigente d’impresa, che ha però interiorizzato gli stilemi del comando maschile, per poter sopravvivere e affermarsi nella competizione spietata tra imprese.
La serie televisiva, sembra voler suggerire una paritetica e sincera relazione di coppia, ma lascia aperta una crepa.
Il protagonista maschile della serie, desidera “proteggere” la sua amata, e la sua amata non usa le stesse parole, però accoglie ed accetta questa aspirazione dell’uomo che ama.
E’ un desiderio, sano, che riguarda tutte le relazioni profonde, ma che forse sottintende, comunque, un ruolo da “principe azzurro”, che, se è funzionale alla storia, assegna comunque all’uomo un ruolo di “cavaliere”; una responsabilità che discende dalla sua maggiore forza fisica, ma anche, in questo caso, dalla sua ricchezza e dalla sua posizione dirigente nel luogo di lavoro.
In un mondo dove il divorzio è considerato un’onta per la reputazione della persona, soprattutto se donna, questa specificità maschile fa passare, sotto traccia, ma evidente, comunque una preponderanza di ruolo, che è messo in discussione solo nel racconto della vicenda familiare di una coprotagonista che ribalta il ruolo, tra moglie e marito, anche grazie all’impudenza rivelatrice di una figlia piccola, e alla assoluta impresentabilità del marito, di cui si scoprono le infantili manovre per istituzionalizzare la propria irresponsabilità immatura, proprio quando invece ha perduto anche il suo ruolo sociale ( che, forse, legittimava il suo primato familiare ).
Non desidero stabilire cosa possa essere considerato “giusto”, in una relazione d’amore, e nemmeno definire i contorni di una famiglia come dovrebbe essere. Siamo in un campo dove l’evoluzione delle relazioni e dei costumi, è continua e sottoposta, soprattutto, al costante mutare delle condizioni sociali, economiche e lavorative di uomini e donne dentro una cornice comunque saldamente capitalistica. Però è interessante, vedere come, dalla Corea del Sud, è rappresentata l’attuale tensione presente in tutti i Paesi del mondo, tra ruolo femminile e ruolo maschile e nella relazione tra loro.
Il mutamento di costumi sociali è, probabilmente, quello che incontra più resistenza e che, più difficilmente, muta i propri contorni. La serie televisiva ne offre una fotografia mossa, sfocata, di una fase di transizione, in cui è acquisito un peso femminile importante, nell’impresa e nelle relazioni sentimentali, ma in cui la donna è ancora essenzialmente in secondo piano, sia pure sottolineando importanti elementi evolutivi, dentro una concezione familiare comunque profondamente segnata dalla tradizione.
Credo sia importante, riflettere su queste questioni, sia pure ragionando di un’opera commerciale destinata ad un consumo popolare, o, forse, proprio per questo.
Il film “Divorzio all’italiana” del 1961 metteva in luce alcune delle profonde contraddizioni italiane dell’epoca ( ancora in parte resistenti ), e lo faceva partendo da un’ottica di commedia con venature satiriche, ma individuava alcune linee di frattura su cui nel ventennio ‘60-’70 dello scorso secolo, si sarebbero costruite importanti conquiste, nel campo del diritto e del costume, che però ancora oggi, in verità in tutto il mondo, segnano un pesante terreno di conflitto.
Una vasta e virulenta reazione si oppone all’avanzamento del ruolo femminile, in ogni campo; non solo in paesi teocratici, o nei quali al governo vi siano fondamentalisti religiosi, o regimi autoritari, ma anche in Paesi di consolidata esperienza democratica.
Forse allora, anche una Rom-Com coreana, può essere utile a segnalare i tratti di un percorso compiuto e da compiere.
Persino a prescindere da qualsiasi considerazione sulla sua qualità narrativa, peraltro spesso molto fine, e talora, invece, quasi infantilmente prevedibile.
Se si abbiano oltre 20 ore di pazienza, vale uno sguardo.









