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“La vita va così”. Dopo l’Abruzzo, Riccardo Milani, incontra la Sardegna.

Nov 13, 2025 | 2025, Recensioni

Il mare lo fa.

Nel suo film precedente, ( “Un mondo a parte” ), Riccardo Milani, nella provincia aquilana, faceva recitare alla montagna il ruolo di ispiratrice dei comportamenti amichevoli, gentili, rudemente solidali, tra gli abitanti di un piccolo borgo; mentre nel suo film ora in sala ( “La vita va così” ), chiede al mare di Sardegna di svelare il confine ultimo di quanto all’uomo dovrebbe essere concesso, e quindi gli chiede di rivelarci che la vera essenza del vivere, è il suo limite.

Diceva un grande sardo, Enrico Berlinguer :

l’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire… L’austerità, per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca ad un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana…”

Le parole di Berlinguer non ebbero la fortuna d’essere realmente approfondite, e, sopratutto, praticate. Andarono incontro, per un verso, ad ostilità propagandistica, che contrapponeva la meraviglia dell’apparentemente infinita offerta di prodotti e servizi che il capitalismo vendeva come Libertà, ad una caricaturale concezione monastica e triste del vivere.

Per altro verso, non riuscì ad innervarsi in una seria possibilità di economia che ne mostrasse i vantaggi sociali, trasformandosi quindi in una specie di incomprensibile autoprivazione proposta per di più, a quelli che, da generazioni, facevano i conti con le ristrettezze: e, per questa via, venne sbeffeggiata anche da frange influenti dell’ultrasinistra che gli contrapponevano una propria irrefrenabile vitalità e creatività, che però fidava nell’abbondanza di merci capitalistiche disponibili, e da esse, in una certa misura nasceva.

In assenza di concrete realizzazioni economiche e sociali che andassero nella direzione indicata, le parole di Berlinguer, finirono col trasformarsi in un appello morale, etico persino, ma non più politico. Ed in questo modo, ne fu sterilizzata la eversiva potenzialità di ricerca.

Dubito, che il regista Riccardo Milani, abbia tenuto presenti le parole di Entico Berlinguer, nel realizzare questo suo “La vita va così”. Il film sceglie la strada impervia del mettere a confronto le ragioni di tutti, senza demonizzarle, ma illuminandone i lati chiari, e quelli scuri.

Mette in discussione la relazione tra interesse individuale, ed interesse generale, e, pone in rilievo l’ambiguità della nozione di bene comune, in un tempo in cui tutto, può essere trasformato in economia, ed in mercato.

E racconta una storia che, in una certa misura riguarda tutti, ma forse, può riguardare più noi aquilani, di altri.

Milani sceglie un luogo, in Sardegna, quasi incontaminato, e quasi fermo nel tempo delle sue abitudini antiche, legate al ritmo della terra e del mare. Bello, di quella bellezza che prende un uomo, o una donna, e li tiene per mano, mentre, piano, percepiscono il respiro di quello che hanno intorno, e che di sé riempie tutto, cancellando per qualche istante, la nostra esperienza quotidiana di orari e velocità e traffico ingessato e rumore, e rivelandoci un mondo che muta, lentamente, ogni giorno, restando però sempre, non solo e non tanto uno spettacolo estetico, che pure esiste, bensì una radice che affonda in una terra talmente importante e preziosa, da rifiutare recinzioni e chiedere solo di poter parlare liberamente a tutte e a tutti.

E ne mostra il suo destino possibile, secondo una idea di mercato, in cui tutto, può divenire fatturato, investimento, profitto. E, secondo moderna moda, spacciandosi per sostenibile e rispettoso dell’ambiente.

Questa terra, e quella spiaggia, hanno intorno un territorio aspro ed essenziale, che, nello sviluppo capitalistico odierno, è solo un territorio arretrato, povero sostanzialmente, anche se dignitoso; un territorio cui il mondo esterno ha imposto le sue leggi di mercato, e che, per questo, vede offrirsi solo impieghi temporanei e malpagati. E le persone che vivono precarietà e ristrettezza di possibilità, non solo non possono costruire propri positivi percorsi di vita, ma finiscono anche con lo sviluppare una “fame di consumo” che, in una certa misura, li rende ingranaggi ideali di un sistema che ha bisogno che le persone si sentano, e siano, in condizione di minorità, per avere mano libera sulle proprie scelte di investimento e di profitto.

Una casa col suo piccolo pezzetto di terreno, che ha un suo attraversamento fino al mare, dove un vecchietto porta a camminare e brucare il suo piccolissimo gregge di mucche smunte, vale, per l’azienda immobiliare che lì vuole costruire un moderno resort di lusso per le vacanze, inizialmente, 150 milioni di lire. Che si trasformano, col passare del tempo, in una offerta d’acquisto per milioni e milioni di euro.

Le offerte, e il variare del loro valore, testimoniano innanzi tutto l’arroganza del soggetto finanziario, che, in possesso dell’informazione e dei mezzi per realizzare un investimento, intende tutelare al massimo la propria quota di profitto, anche pagando una cifra irrisoria, rispetto al potenziale valore di mercato, quella porzione di terreno, unica rimasta ancora al suo originale proprietario, mentre tutti intorno hanno già venduto le loro quote.

L’alzarsi dell’offerta, nel tempo, fino a cifre di rilievo assoluto, capaci esse sole di risolvere la vita materiale dell’anziano, di sua figlia e della famiglia di suo figlio emigrato per poter lavorare in Gran Bretagna, magari anche per qualche generazione senza far nulla, sottintende il vero valore che il mercato, il capitale, affidano alla natura come moltiplicatore, una volta “addomesticata”, dei propri investimenti. Un valore quasi inestimabile, per quanto pubblicamente svalutato e svilito in ogni modo. Gli scenari naturali, se restano scenari, sono molto redditizi.

Il possibile investimento di capitali, mette in moto una serie di meccanismi materiali ( lavoro, mezzi etc. ), che, mentre sembrano diffondere, ed essere promessa nel contempo, di benessere, privatizzano in realtà, quel che è di tutti.

L’ostinazione del vecchio, a non cedere alle offerte, sempre più mirabolanti che via via gli vengono fatte, cessa di essere una ostinazione personale e si trasforma in una domanda che riguarda tutti noi.

Quanto siamo disponibili a cedere delle nostre possibilità di vita libera, e magari anche sana, e bella, e condivisa con gli altri, in cambio dell’aumento delle nostre possibilità di consumo ?

E’ una domanda che ha a che fare con le riflessioni di Enrico Berlinguer, sul concetto di “austerità”.

Il momento chiave del film, è il momento in cui l’imprenditore, impersonato da Diego Abatantuono, comprende, dopo anni di tentativi, che non tutto è possibile.

Mi sembra estremamente significativo che Riccardo Milani affidi, alla giovane figlia dell’imprenditore, il compito di ignorare l’esistenza dell’impossibilità e di voler insistere nel poter trasformare un magnifico pezzo di costa sarda, in uno dei tanti villaggi vacanza che rendono persino il tempo libero umano, monetizzabile, standardizzabile, vendibile.

Ed è significativo che il regista inquadri il luogo dove la ragazza, che all’inizio del film conosciamo liceale, consegue la sua laurea in Economia. Ed è l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, peraltro nell’aula dove io assistetti alla mia prima lezione di “Economia politica”, quando il professore ci spiegò che, per il programma di esame in Economia Politica, noi studenti avremmo dovuto saltare tutta la parte riguardante Karl Marx.

Perchè sia chiaro, che una certa idea del capitale, che dinanzi a nulla deve fermarsi per innalzare piramidi al dio del profitto, non è indifferente a chi insegna in una Università dedicata al dio dei cristiani, anzi, dei cattolici.

La storia racconta gli impercettibili mutamenti, nel tempo, dei pensieri dei protagonisti; l’oscillare continuo, in tutti i personaggi, tra egoismo, giuste rivendicazioni, e sensazione di essere tutti impegnati in un gioco sbagliato; proprio mentre il connubio tra economia, e politica in cerca di consenso prova a convincere che si tratti invece, di un gioco in cui tutti vincono.

Eppure, la terra dà frutti; il cemento no. Il mare profuma, e i soldi no. L’aria pulita, si respira, i gas di scarico delle automobili, no.

Trovano un equilibrio, le persone che riconoscono un limite: quello del pari godimento di tutti, al bene comune. Ma i problemi occupazionali restano.

Non spetta ad un regista cinematografico risolvere le contraddizioni del nostro tempo. Però Milani ci segnala l’esistenza di una contraddizione divenuta ormai decisiva; e ci segnala che dentro questo sistema capitalistico, quella contraddizione non si risolve, perché non può risolverla, chi l’ha creata; sia nel film girato in Abruzzo, che in quello girato in Sardegna, sembra voler proporre atti di resistenza civile, che segnalano l’ostinazione di una parte d’Italia, a voler cercare un equilibrio, con la propria storia, con la bellezza del proprio territorio, con il tentativo di vivere una vita gratificante, perché in armonia con i propri più profondi principi di giustizia e di riconoscimento dell’altro.

Virginia Raffaele, che interpreta la figlia del vecchio protagonista della storia, offre una bellissima prova d’attrice, procedendo per sottrazione. Tutta la capacità, fin qui dimostrata nella sua carriera, d’imitazione e di sovraesposizione di un carattere, per trarne un effetto comico, diviene in questo film un concentrato di sguardi, intonazioni, posture, che la rendono quasi muta, ma perfettamente in grado di raccontare l’evolversi dello sguardo di una figlia sul proprio padre. Uno sguardo dapprima quasi di commiserazione, per la distanza tra il suo vivere contemporaneo, e la vita senza tempo del padre, sfiorando l’incomprensione, ma che poi diviene di stupore, via via più rispettoso, quando ascolta il padre rifiutare offerte di ricchezza sempre più ampia, che pure risolverebbe anche suoi personali problemi; fino a diventarne difesa da tutti quelli che vogliono fargli cambiare idea, vescovo incluso, e fino a sentirne, nel proprio profondo, le ragioni, comprese quelle più apparentemente inesplicabili, che fanno rinunciare alla fortuna materiale, in cambio di un tramonto libero.

E’ un bel cibo per la mente, questo film, ispirato peraltro ad una storia vera, e non conclusa. E dovrebbe essere usato per aumentare le riflessioni di ciascuno, ogni volta che guarda il Gran Sasso.

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