La città di Aquila, il 6 aprile del 2009, viene colpita da un devastante sisma.
Nel 2009, viene pubblicato un piccolo libro, da Mark Fischer, un intellettuale inglese: “Realismo capitalista”, si chiama.
In Italia, questo libro verrà pubblicato per la prima volta, nel 2017.
Il 2017 fu un anno importante, per la città di Aquila, poiché in quell’anno si tennero le elezioni amministrative che sancirono il cambiamento politico del governo territoriale, passato in quell’occasione, dal centro sinistra, alla destra.
Questo libro veniva pubblicato all’indomani della grande crisi economica del 2008, che segnò pesantemente il tempo a venire, soprattutto perché fu affrontata, in tutto il mondo, ricorrendo massicciamente a capitali pubblici, utilizzati per salvare la finanza privata, senza chiederle né di assumersi la responsabilità, per il cinismo, la codardia e l’avidità che avevano contraddistinto la sua azione e provocato la crisi; né ricorrendo a rimedi giuridici tali da scongiurare, per il futuro, il ripetersi di simili fenomeni di insolvenza, ma, anzi, allargando ancor di più le maglie dei controlli, e continuando ad ignorare lo scandaloso conflitto di interessi endemico, che avviluppa società controllanti e società controllate; che mette sotto la stessa proprietà, aziende che dovrebbero controllare la solidità finanziaria del mercato e dei suoi strumenti e quelli che erogano il credito e lo gestiscono: le banche, cui sotto la presidenza Clinton circa dieci anni prima, era stata concessa una libertà di movimento senza precedenti ma dalle pesantissime conseguenze.
Aquila, fu colpita dal sisma, contemporaneamente, si può dire, agli effetti della crisi economica globale, ma anche agli effetti di una crisi di legalità, sancita dall’arresto dell’allora Presidente della Giunta Regionale di centro sinistra Ottaviano del Turco, a seguito di una inchiesta sulla sanità privata, che coinvolgeva anche esponenti di spicco della destra abruzzese.
Queste singolari coincidenze temporali stimolano a leggere il libro di Mark Fisher, per molti versi anticipatore delle odierne tendenze del capitale, intrecciandolo con la concreta vicenda storica che Aquila ha vissuto dal 2009 in poi, e provando a comprendere la declinazione, che, sul nostro territorio, hanno assunto le analisi dello scrittore.
Nel libro di Fisher si analizza la capacità del Capitale di costruire una tale presa sulle coscienze delle persone, da non consentire neanche di pensare ad una società “altra”. Il mercato, i suoi meccanismi, e le sue storture, sono considerati, quasi da chiunque, “naturali”.
“Molto semplice. Non ci penso.”
Risponde così, il personaggio di un film che accumula nella propria abitazione ogni bene e ogni opera d’arte, anche se sa che l’umanità si sta estinguendo ( nel film senza alcuna possibilità che questo non accada ), e nessuno perciò, avrà beneficio della sua opera.
Non ci penso: alle conseguenze delle mie azioni, non attribuisco valore.
Dopo la ricostruzione, ancora incompiuta, ad esempio, la città, che ha speso ingentissime risorse pubbliche, ha pensato al sisma ?
Forse in parte; forse solo per il desiderio di ciascun privato di ricostruire una sua abitazione il più possibile sicura. Ma non per la sua dimensione “pubblica”. Le scuole, solo parzialmente, restano adeguate alla vigente normativa antisismica. Quanti sono gli esercizi pubblici del centro della città, dotati di uscite di sicurezza, o di percorsi protetti in caso di emergenza ? Le aree di raccolta per la popolazione, sono state rese efficienti ed efficaci ? Sono sufficienti ? Sono stati previsti percorsi nella città, magari assistiti da semafori intelligenti che si accendono solo in caso di emergenza, per esempio addirittura sincronizzati col passaggio delle ambulanze, per avere corridoi veloci verso l’Ospedale ? E non si può dire che l’Ospedale, e le strutture della medicina territoriale abbiano trovato completa e proficua ristrutturazione dopo il sisma, quando persino l’asfalto della strada di ingresso al Pronto Soccorso, reca tuttora le vestigia della cosiddetta “metropolitana di superficie”.
Infrastrutture strategiche, sono state poste in sicurezza ? La sede fisica di amministrazioni essenziali in caso di emergenza, è stata messa in condizione di reggere ad eventuali nuovi eventi traumatici ?
L’intera città, conserva ancora una struttura urbanistica piena di strozzature e di situazioni che, in caso di grave emergenza, potrebbero divenire ingovernabili. Le strade, anche nelle loro direttrici principali, sono state ingolfate di attrattori di traffico ed il passaggio di mezzi di soccorso, è sempre problematico. Prevenzione ed educazione alla prevenzione, formazione, esercitazioni, latitano.
La possibilità di trasformare il nostro tessuto produttivo nell’edilizia – sperimentato sul campo, e accompagnato da conoscenze tecniche preziose, maturate dai professionisti nella concreta progettazione ed esecuzione – per renderlo competitivo a livello nazionale nella ristrutturazione edilizia, nel consolidamento, nell’intervento post emergenziale, si è trasformata in larga parte in una occasione perduta, relegando le imprese aquilane, soprattutto per gli interventi più complessi ed impegnativi, a puri subappaltatori.
Non c’è stata una visione. Chi ci ha pensato, non è stato messo in condizioni di operare, crescere e acquisire massa critica.
“Non c’è alternativa”.
Era l’affermazione di Margaret Thatcher per ribadire quanto fosse giusto assecondare gli spiriti del capitale, senza porre loro alcun limite, men che meno, quello del rispetto del lavoro umano.
Molte volte, ad Aquila, ci siamo sentiti dire che non c’era alternativa.
Quando si è trattato di accettare la decisione di altri riguardo la necessità di edificare una “New Town”, senza per nulla analizzarne l’impatto di medio e lungo periodo sulla struttura urbana; sulla sua socialità; sui servizi; sui propri costi di gestione e sulla manutenzione; sulla sua sostenibilità finanziaria ( soprattutto quando l’intero patrimonio edificato è divenuto proprietà comunale durante il governo locale di centro sinistra ); sul rischio che possano trasformarsi i quartieri del Progetto C.A.S.E. in luoghi di raccolta del disagio economico-sociale, oltre che divenire a loro volta causa di disagio, anche psichico; di estraneità, separatezza.
Quando una pacifica manifestazione di aquilani a Roma, che chiedevano risorse sufficienti per la ricostruzione della città, venne picchiata dalle Forze dell’Ordine, perché non c’era alternativa a certi vincoli di Bilancio.
Il capitale preferisce la repressione, alla messa in discussione delle sue priorità.
Quando fondi per lo sviluppo sono stati buttati via in strumenti inutili ( qualcuno ricorda la “Zona Franca Urbana” ? ); o quando sono stati dirottati nel pagamento del debito del Centro Turistico Gran Sasso da parte del governo di centro sinistra; o quando sono stati investiti per mantenere artificialmente alto il mercato degli affitti di locali nel centro storico.
Non c’era alternativa ad una gestione militare dell’emergenza, e non c’è alternativa all’usare i fondi del PNRR, invece che per investimenti strutturali sullo sviluppo, per ripavimentare in modo ampiamente discutibile parte del centro storico, per il quale, a sua volta, non c’è alternativa alla trasformazione in una sorta di vetrina del consumo e degli affitti brevi: senza uffici; senza scuole; senza artigiani; senza abitanti residenti; senza studenti; senza luoghi di cultura, perché non ancora restaurati, ma solo eventificio, peraltro di non altissimo livello talora, e comunque dai costi esorbitanti. Essere attrattivi per un turismo consapevole e destagionalizzato, sarebbe ben altra cosa. E non c’era alternativa, per la giunta regionale di destra, al prelevare forzosamente il premio assicurativo che spettava alla ASL aquilana, dopo che il manager dell’epoca, Roberto Marzetti, unico tra i dirigenti pubblici, aveva stipulato una assicurazione per risarcire la ASL di eventuali danni subiti da sisma. Quel premio assicurativo, fu usato dalla giunta regionale, con un artificio di bilancio, per ripianare parzialmente il debito sanitario regionale, fuori controllo e che avrebbe prodotto altrimenti, il commissariamento della Sanità regionale; lasciando la ASL aquilana con un processo di ricostruzione ancora da completare e con spese correnti eccessive per il reperimento di uffici e sedi.
E non c’è alternativa al mercato del lavoro aquilano: “se vuoi lavorare è così; altrimenti quella è la porta”. Caratterizzato da lavoro nero; da elusione ed evasione delle regole contrattuali e di legge, e da assunzioni a tempo determinato. Da un raccomandificio ampiamente diffuso.
La precarizzazione del lavoro, e l’impoverimento di larghe fasce di lavoro dipendente e autonomo, hanno prodotto una recrudescenza delle chiusure sociali, degli egoismi, della paura; hanno favorito la concorrenza al ribasso; hanno indebolito gli anticorpi alla criminalità anche organizzata, hanno aumentato i tentativi di scorciatoie.
Tutto questo sta sintetizzando, si potrebbe dire, un tipo umano perfetto, che confonde la pluralità di offerta di prodotti al consumo, con la libertà anche politica; che è rassegnato, perché a questo mondo, a questa modalità di funzionamento del capitale, non c’è alternativa.
“ Ultrautoritarismo e capitale, non sono incompatibili; conservatori religiosi e tradizionalisti e capitalisti radicali, convengono, nonostante le contraddizioni che tra loro potrebbero esservi, nell’attaccare ogni spazio pubblico, che deve restare abbandonato, popolato da immondizia e animali in libertà”.
Viviamo un tempo di attacco generalizzato alla Democrazia, da più parti proveniente.
Un attacco iniziato, non a caso, dal linguaggio, e da temi che, un tempo impronunciabili, come il proprio razzismo, o sessismo, o disprezzo per gli altri e per le regole, o come l’esibizione sfrontata di ricchezza e di potere anche arbitrario, oggi trovano accoglienza e diffusione. L’attacco inizia dal linguaggio, perché è quello che definisce il modo in cui pensiamo qualcosa, e la valutazione, positiva o negativa, che noi formuliamo su quel che pensiamo. L’attacco al linguaggio, è un attacco al principio di realtà, che si vuole far scolorare sempre in pura interpretazione. L’unico spazio pubblico che interessa, è quello dell’esito elettorale che, di per sé, definisce una autorità che non può e non deve essere controllata e limitata. Non dalla magistratura o dal dissenso; non dall’informazione o dai corpi intermedi della Società; non dai parlamenti o dalle assemblee elettive; non dai poteri istituzionali locali, non dalle comunità.
Solo il dominio, sembra essere accettabile a questa santa alleanza tra speculatori e finti baciapile.
Il dominio è legittimato dal colore della pelle; dal sesso maschile ( o dalla mascolinizzazione del comportamento femminile ), dalla ricchezza personale e da fantasiose ricostruzioni di successi personali; dalla discendenza e dalla contiguità con una economia grigia, venata di criminalità organizzata. Dal disconoscimento di ogni finalità che non sia legata ad un consenso facile ed immediato; proprio come, in economia, s’è passati dai piani quinquennali, all’analisi delle trimestrali di Bilancio in Borsa, per decidere del futuro di un’azienda, o di decine di migliaia di posti di lavoro; proprio come la dimensione temporale sembra essere divenuta quella del tempo impiegato a guardare una pagina su un social: una manciata di attimi.
Gli spazi pubblici della nostra città, sia sul piano delle destinazioni d’uso e delle prospettive ( totale assenza di Piano Regolatore Generale, dal 2009 ad oggi ), sia sul piano della manutenzione e valorizzazione, e ristrutturazione, pesano, per l’assenza nei loro confronti di ogni vero intervento.
E’ sterminato l’elenco di luoghi, e terreni abusati, sul piano del loro uso corrente anche quando in contrasto con norme generali; è sterminato l’elenco di beni pubblici, a vario titolo, la cui ristrutturazione è ancora in corso o mai iniziata, e nessuna discussione pubblica attiene a nuove configurazioni della città, avendo un occhio complessivo ed equilibrato, quanto a funzioni e destinazioni d’uso dei vari complessi pubblici, per i quali, ogni singola amministrazione, si sente di agire in modo del tutto scoordinato e slegato da una idea organica di città.
E’ sterminato l’elenco delle infrastrutture e dei servizi, materiali e immateriali, rispetto ai quali si procede episodicamente, in modo scoordinato, e lontanissimo dalle reali esigenze di un agglomerato urbano che si stende per oltre trenta chilometri lungo la Statale 17, dal confine di Scoppito, alla rotonda che instrada verso Pescara o San Demetrio; o non si procede affatto.
Se la giunta di centro sinistra alla guida della città fino al 2017, con grande fatica, e anche essendo vittima di molte strumentalità, aveva lasciato una porta aperta alla partecipazione popolare nella discussione sulla gestione della cosa pubblica, anche riconoscendo un ruolo di interlocuzione ai movimenti cittadini di protesta del post sisma, la giunta di destra, dal 2017 ad oggi, ha chiuso ogni spazio di confronto pubblico.
L’attività comunale si sostanzia in programmazione ( magari sempre da rivedere ), di inaugurazioni di ogni opera possibile, a prescindere dal suo integrarsi con la realtà territoriale, e solo perché resa cantierabile da uno straordinario flusso di risorse pubbliche, ancora legato formalmente alla gestione dell’emergenza successiva al terremoto del 2009, ed in via di esaurimento, senza che sia mai stato possibile volgere quelle risorse ad uso di investimento, piuttosto che di copertura delle spese correnti.
Ad Aquila, la prima domanda da farsi, riguarderebbe proprio una nuova definizione e ruolo di tutti gli spazi pubblici degradati ed abbandonati, compreso il Parco del Gran Sasso.
“Senza il nuovo, quanto può durare una cultura ?”
Fisher sostiene che una cultura che si limiti a preservare sé stessa, non è una cultura.
La cultura si trova in quello spazio in cui il nuovo mette in discussione il passato, e il passato si modifica in rapporto col nuovo.
Ma quando in una città, peraltro in perfetta consonanza con quanto avviene nel resto del cosiddetto “mondo occidentale”, acquisisce importanza solo la tradizione ( magari ricostruita per finalità meramente attrattive ), e la sua conservazione, la cultura finisce col ridursi a immagine facilmente memorizzabile; a citazione, da utilizzare per confermare le proprie abitudinarie convinzioni. E nulla si muove nello stagno.
Volevamo Aquila “come era e dove era”.
Assume, prima ancora di una veste di legittimità economica, politica e sociale, una pura veste di sentimento nostalgico, che cancella ogni lettura critica della città pre-sisma; si disinteressa, sul piano delle prospettive, degli effetti che la gestione emergenziale e tutto l’apparato regolatorio della ricostruzione hanno prodotto e producono, e finisce con l’ignorare o reprimere ogni conflitto che parta da una idea diversa di città, e che proponga visioni nuove e critiche rispetto alla situazione reale.
Quando l’unico avanzamento oggettivo ( a parte la distribuzione della ricchezza fortemente sperequata verso l’alto ), rispetto al passato, che può registrarsi da un processo di ricostruzione è il restauro pregevole, con risorse pubbliche, di beni privati, occorre ammettere che la strada seguita dal 2009 al 2017, non ha prodotto i necessari cambi di direzione rispetto al passato, e che la strada intrapresa dal 2017 si caratterizza per una pura visione estetizzante della città, vagamente fascisteggiante sul piano architettonico, intesa al maquillage, più che alle fondamenta. Fortunata, per la quantità di risorse spendibili, e non soggette a controlli di merito.
Per mettere in crisi la città come è oggi, basterebbe assumere nuovi punti di vista.
Come dovrebbe essere la città per le donne. Come dovrebbe essere la città per fragili, bambini ed anziani. Come dovrebbe essere una città dove prioritario, per la mobilità, diviene il servizio pubblico e quello privato leggero e non impattante. Come dovrebbe essere una città luogo di sperimentazione e confronto tra culture. Come dovrebbe essere una città che favorisce lo sviluppo di iniziative artistiche e scientifiche, anche fuori dai canali istituzionali. Come dovrebbe essere una città che ripensa divertimento, consumo e intrattenimento. Come dovrebbe essere una città in cui la pratica di tutti gli sport sia incentivata, sostenuta e praticata in impianti degni e dalla gestione economicamente sostenibile.
Come dovrebbe essere la città dei volontari e degli amatori che si spendono in iniziative di aggregazione locale e di fruizione di teatro, musica, etc.
Come dovrebbe essere la città che recupera e riutilizza spazi vuoti o dismessi, e apre nuove vie, a partire dalla praticabilità dei lungofiumi.
Come dovrebbe essere la città che si decentra verso le frazioni e le valorizza, mentre toglie ogni rendita di posizione a chi gode di vantaggi privati, per l’uso di beni pubblici.
Come dovrebbe essere la città che favorisce l’impegno, la creatività, la libertà giovanile. E che considera prioritaria l’istruzione ad ogni livello e la ricerca.
Come dovrebbe essere la città che si libera dalle proprie stesse pastoie burocratiche; dai poteri ricattatori, dalle diseconomie ed inefficienze della macchina pubblica, mentre si dota degli strumenti tecnici e culturali per porre Aquila in diretta relazione con l’Europa.
Come dovrebbe essere una città che integra, nel proprio funzionamento democratico e di servizi, tutte le potenzialità semplificatorie e di diffusione della conoscenza e delle relazioni, offerte da un uso trasparente della tecnologia dell’informazione.
Se non si rompono gli schemi consolidati, vi sarà solo decadenza culturale, che nessun evento da “Capitale della Cultura” potrà colmare; e senza possibilità di far nascere nuovi e inediti terreni di intervento, saremo condannati a render vera l’affermazione di Padre Jorge da Burgos ( dal romanzo di Umberto Eco – Il nome della rosa – ), che sembrava aver visto lontano fino alla cultura capitalistica decadente da “social” innamorati di nostalgie e autorappresentazione, quando diceva che “il sapere non consiste in altro che in una costante e sublime ricapitolazione”.
“ L’unica maniera per mettere in discussione il realismo capitalista, è mostrare, in qualche modo, quanto sia inconsistente, ed indifendibile: insomma ribadire che di – realista – il capitalismo non ha nulla “.
Qui, l’analisi di Fisher non ha saputo valutare fino in fondo, per quanto ne mostri qualche prodromo, l’impatto della comunicazione “social” sul mercato capitalistico, e sulle coscienze.
Un impatto che è andato esattamente al nocciolo del concetto di realtà.
La realtà, non sembra essere più leggibile, a partire da numeri, dati, sviluppo del pensiero scientifico, discipline che studiano la società e la sua evoluzione: non sembra più leggibile dalla “ragione”.
La realtà è divenuta, essenzialmente, rappresentazione e autorappresentazione, e quindi, interpretazione. E l’interpretazione, pur se contraddetta da dati fattuali, diviene a sua volta realtà se acquisisca un simulacro di visibilità, misurato quantitativamente dal numero di apprezzamenti conseguiti, e qualitativamente dal numero ( che però è sempre una quantità ), delle interazioni che ha generato ( commenti, condivisioni, etc. ). Affermandosi, per questa via, in concorrenza dentro un mercato della comunicazione, sulla proposta di interpretazioni altre.
La realtà, è divenuta consenso, e il consenso sempre più si fonda sulla paura.
Tutto questo, è regolato, quanto alle frequenze e preferenze di visibilità, da algoritmi matematici di esclusiva proprietà, e discrezione, delle grandi piattaforme social, che li regolano a piacimento e secondo loro priorità. Noi andiamo sui social, pensando di entrare in un mondo che abbia le stesse regole della realtà che viviamo sensibilmente, mentre invece il mondo che frequentiamo ha degli dei intangibili, che decidono per noi, cosa guardare, come, e quali stimoli possiamo ricevere, senza che a noi sia dato sapere nulla del perché possiamo accedere a certe cose, e non ad altre ( che, a questo punto, acquisiscono uno status di “assenza” dalla realtà ).
Per di più, a livello globale, tutti sembrano aver imparato la lezione che l’Italia di Berlusconi ha dato al mondo: il politico è solo un altro prodotto di mercato, e come tale, va raccontato e venduto. Non esiste più il principio di non-contraddizione, e la comunicazione, e le tecniche di persuasione pubblicitarie, e il ricorso a sentimenti ed emozioni che generano identificazione e conferma apparente delle proprie convinzioni a livello pre-politico, sono il vero grimaldello per ottenere ed estendere il consenso, a prescindere dai dati fattuali.
La realtà, diviene quella cosa che chi ha potere, dice che è la realtà.
E questa realtà ha la seduzione delle rassicurazioni; della semplificazione; della ricerca di un capro espiatorio ( sempre mutevole e utile all’uso ), della continua conferma delle proprie scelte, che sono quelle della maggioranza della “bolla” social che frequentiamo.
Fisher, propone di attaccare il capitale svelandone, su alcuni crinali, la sua assenza di realismo, o meglio, la sua impossibilità a far finta che certe cose non esistano, e non ne mettano in discussione l’esistenza stessa.
Ma Fisher non avrebbe potuto prevedere l’epidemia di COVID, e la conseguente doppia epidemia di irrazionalità e di burocratizzazione forzosa di ogni atto umano.
Le conseguenze, nelle coscienze del mondo, di quell’epidemia, saranno studiate dagli storici, ma noi, oggi, possiamo dire che quelle conseguenze, insieme alla trasformazione della realtà in “comunicazione”, hanno contribuito moltissimo all’attuale scenario, anche politico e militare.
L’aver assoggettato, più o meno in tutto il mondo, ed in Italia per primi, ad autorizzazione, ogni atto e fattispecie della giornata, considerando alcune cose necessarie, tra cui la produzione capitalistica, ed altre pericolose, funerali compresi, ha fatto sperimentare al mondo, e ai potenti, la possibilità di irregimentare, materialmente, una intera società: ha diffuso i software di controllo e tracciamento delle persone, e delle loro attività, e generato l’idea che la Libertà, piegata verso un concetto anche paternalistico di “sicurezza”, consista essenzialmente nella liceità di dire qualunque cosa, anche la più orrenda e violenta, in primo luogo contro costrizioni che, in teoria, avrebbero dovuto difendere il bene comune, ma che proprio per talora irrazionali ed ingiuste determinazioni, hanno finito con l’incentivare una pura, ed irrazionale opposizione ad ogni idea regolatoria che promani dalla pubblica autorità. E la libertà di dire, preferita oggi dal capitale, consiste nel magnificare e legittimare le forme del proprio dominio; nello schernire, colpevolizzare ( e per questa via aprire la strada alla punizione materiale, sia essa sociale, economica, politica, o , semplicemente alla punizione mortale ) e attaccare frontalmente, ogni forma di dissenso, di controllo o di esercizio del pensiero critico e persino scientifico.
Proprio la burocrazia, è indicata da Fisher, come uno di quei nodi che il realismo capitalista non può sciogliere e, rispetto al quale è costretto a disvelare che la propria natura, e il proprio comportamento, non sono vantaggiosi per la specie umana.
Fisher racconta il progressivo burocratizzato autocontrollo, nel quale si è mutata la funzione produttiva, o di erogazione dei servizi – l’istruzione persino – e lo smarrimento che prenda qualcuno alle prese con una risposta da call center ( oggi, spesso, si tratta di risposte automatizzate fornite da intelligenza artificiale ), la cui funzione è nascondere ogni responsabilità nelle disfunzioni che il cittadino-cliente deve subire. La burocrazia racconta come il sistema funziona davvero ( una entità deterritorializzata e depersonalizzata decide e tutti eseguono senza discutere ), e prolifera, incessantemente.
Basti pensare ad oggi, che per accedere ad un sito istituzionale, bisogna avere lo SPID; e per avere la propria identità digitale, bisogna avere tutti i documenti in ordine, ed un indirizzo mail, e bisogna pagare, per poter scaricare l’applicazione sul proprio cellulare, e bisogna avere le risorse, per avere un cellulare, e sottoporsi poi ad una serie di ulteriori pratiche di identificazione, che saranno poi protette da codici che dovremo imparare a memoria per poter accedere ad una funzionalità a noi utile o necessaria. E questo, ancora prima di poter chiedere qualcosa.
Mentre prima, bastava recarsi in un ufficio.
Pensiamo a cosa abbia significato, sul piano burocratico, il processo di ricostruzione della nostra città, e le sue sostanziali e permanenti lacune. Sempre più energie vengono spese per tranquillizzare le responsabilità legali di chi debba fare o chiedere qualcosa, e sempre meno energie sono spese per materialmente ricevere o erogare un servizio, produrre qualcosa e controllare che tutto sia fatto bene e secondo il livello di spesa previsto.
Il secondo nodo che Fisher ritiene inestricabile, per il realismo capitalista, attiene alla salute mentale.
Di fronte al diffondersi, sempre più largo, di disturbi della salute mentale, quali ad esempio stress, disagio, dipendenze, etc., occorrerebbe chiedersi se vi sia un problema di sistema, che direttamente, o indirettamente produce questi stati di alterazione. La narrazione secondo la quale ogni problema avrebbe origini individuali, non è più sufficiente, se mai lo sia stata; forse non è al mercato capitalista delle pillole antidepressive che dobbiamo affidare la salute mentale di ciascuno; ma ad un cambiamento del contesto.
Quanto grande, è il disagio che possiamo misurare in una città come Aquila ?
Sarebbe interessante svolgere uno studio, ove vi siano dati disponibili che è possibile sovrapporre in serie storica, confrontando, ad esempio, il livello, e la tipologia di utenze, per gioco, stupefacenti, alcool e altro, nel Servizio Dipendenze della ASL, prima e dopo il sisma. O il numero di ricoveri e di interventi, prima e dopo il sisma, effettuati dal reparto di Psichiatria dell’Ospedale, o gli interventi effettuati per disturbi alimentari. O il numero di professionisti abilitati ( psicologi e psichiatri, ma non solo ), presenti sul territorio, prima e dopo il sisma.
Il livello di consumo dei farmaci che intervengono sul funzionamento del nostro cervello, prima e dopo il sisma. Il numero, e la tipologia di reati, e di chi li abbia commessi, sul territorio, prima e dopo il sisma.
Potremmo ricavarne degli indicatori importanti, e provare a comprendere se e quanto, su questi numeri abbia influito, non solo il sisma, ma anche il contesto vissuto negli anni successivi: un contesto che non è mai solo aquilano, ma globale nelle sue dinamiche, in ogni caso.
Di certo, possiamo dire che il diffondersi, ad ogni livello, di situazioni di disagio richiede interventi che il realismo capitalista non può fornire, visto che ne è il principale responsabile.
Potrebbe essere interessante, anche comprendere la diffusione, e la eventuale progressione storica, di disturbi come l’iperattività e il deficit di attenzione, tipici della relazione con le modalità “social”, di assunzione delle informazioni e dell’intrattenimento, anche tra i minori.
Di certo, potremmo ad esempio confrontare le pagine Facebook aquilane dal 2009, ad oggi, e scoprirne la progressiva trasformazione, da espressione del bisogno di una comunicazione/informazione/riflessione, legata all’esperienza e alle conseguenze del sisma, accentuata dalla iniziale dispersione della popolazione, fino all’odierna collezione di fotografie, spesso di sé stessi, e auguri di compleanno, nella quasi generalità dei casi ( senza contare le accentuate colorazioni propagandistiche assunte in tante occasioni, e la polarizzazione, talvolta violenta, delle opinioni, che è privilegiata e sovraesposta, in quanto generatrice di traffico, interesse, interazione, e quindi profitti per il gestore della piattaforma ), che mostra l’esaurimento delle sue iniziali funzioni di arena collettiva e aperta, di socialità e confronto.
Il terzo e ultimo nodo che Fisher pone, è quello riguardante la catastrofe ambientale.
Il capitalismo, per sua natura, è contrario ad ogni sostenibilità; ad ogni limitazione.
Qual è il livello di prezzo che la specie umana è disponibile a pagare per i danni che sta facendo al proprio pianeta, in cambio del profitto accessibile solo ad una minoranza ?
Dal 2009 ad oggi, nessun osservatore neutrale potrebbe disconoscere ad Aquila, il degrado ambientale, e l’impatto dei cambiamenti climatici sulle nostre montagne, a partire dalla riduzione delle precipitazioni, comprese quelle nevose, e quindi dall’assottigliarsi delle riserve d’acqua. Di cui, insieme alle perdite della rete, nessuno si occupa seriamente e fattivamente.
Aquila soffre certamente di problemi che hanno origine globale, ma non si è data alcuna strategia di mitigazione locale del riscaldamento. Anzi, ha proseguito e prosegue la sua corsa al consumo di suolo, all’abbattimento di patrimonio forestale; all’incuria delle proprie aree verdi anche protette, alla cementificazione dei propri fiumi e rivi, quasi tutti ormai secchi dieci mesi l’anno.
Questo confligge con le possibilità di sopravvivenza degli aquilani.
Purtroppo però, scongiurare il male che certamente sta colpendo noi, ma che ancor più colpirà i nostri figli e nipoti, non riesce a divenire una nuova strategia di progresso per il futuro.
Anzi, diviene uno spauracchio agitato dal capitale che non intende rinunciare neanche ad una goccia di quel che può spremere, e fino a quando potrà spremere senza impegnarsi in altro, da questo modello di sviluppo fondato sulla morte del futuro.
E per agitare questo spauracchio, si serve di tutte le condizioni di dominio, paura, falsa informazione, propaganda e rassegnazione cui può attingere.
C’è qui un intero campo di riflessione e visione e di iniziativa che può dare corpo ad una idea di città europea, a misura d’umano; bella da vivere, e non dannosa per la salute, anche mentale.
E naturalmente contribuire, anche per questa via, a svelare quanto male faccia all’umano, e al vivente non umano, questo realismo capitalista cui sembriamo essere condannati per l’eternità.
Forse, sarebbe il caso di aggiungere una notazione, potrei dire “organizzativa”, a questo tentativo di svelare le contraddizioni tra capitale e umanità.
Le forme di comunicazione hanno assunto un peso, e delle specificità che, sino ad ora, hanno accentuato e velocizzato i processi più deteriori legati al “realismo capitalista”. E’ necessario immaginare, per affermare diverse possibilità ad ogni livello e anche ad Aquila, agire lungo due direttrici: da una parte, usare ogni potenzialità, per quanto possibile, delle attuali forme comunicative, e secondo le specificità di ciascuna di esse, per proporre una comunicazione diversa e alternativa; una comunicazione che, dall’interno si potrebbe dire, dell’attuale sistema informativo e di comunicazione, provi a modificare l’ordine del giorno della discussione, costantemente; e, dall’altra, provare a strutturare forme e canali, anche inediti, di comunicazione, invece, del tutto intesi e finalizzati al cambiamento della situazione presente. Occorre qui uno sforzo vero di riflessione, ed è una urgenza, se si voglia ad ogni livello, proporre con successo percorsi di cambiamento. Percorsi che, innanzitutto, trasferiscano l’accento dell’attenzione, dall’”io”, al “noi”.
Visto che:
“ coloro i quali si affidano solo a quanto vedono di persona; le persone che non si lasciano raggirare dall’inganno e dalla funzione del simbolico, sono le persone che sbagliano di più”.
La domanda vera diviene allora, quella che indaga su quale sia la realtà, ad Aquila. Una realtà divenuta plastica, e nella quale, dimenticare, è una delle forme di adattamento. E come sia possibile comunicarne, per cambiarla, poiché, come scrive Fisher “ il realismo capitalista ha sedimentato una cultura che privilegia il presente, e l’immediato e rimuove il pensiero a lungo termine; non solo “in avanti”, ma anche “indietro”; è una cultura piegata da accesso di nostalgia, e incapace di dar vita a novità autentica”.
Possiamo riconoscere molti tratti della situazione aquilana.
La discussione pubblica, e le sue forme di comunicazione/rappresentazione, sono tutte, o quasi, concentrate sull’esegesi della tradizione o della storia; ad esempio, per comprendere se un intervento edilizio abbia senso o meno, per prima cosa, si fa riferimento a come fosse quel luogo nel passato. Le forme di comunicazione social, alimentano costantemente una ricordistica agiografica che fa diventare meravigliose merci, o situazioni locali, solo perché sia trascorso qualche decennio.
Diviene tradizione cittadina, il riferimento ad uno scherzo telefonico, decisamente pesante e compiuto ai danni di una persona più debole, in mancanza di ricordi migliori.
La realtà locale è costantemente ridefinita secondo l’inaugurazione in corso; e, ad ogni inaugurazione, o avvenimento di una qualche importanza, “Aquila torna a volare”.
Quasi tutti, probabilmente, sono consapevoli che il processo di trasferimento verso Aquila di importanti risorse nazionali, per supportare l’emergenza post-sisma e la successiva ricostruzione, sia entrato nella sua fase discendente. Ma quasi tutti fanno i conti come se la situazione attuale, con le sue risorse straordinarie, sia destinata a permanere, e pertanto si prosegue ad usare quanto disponibile, per episodici interventi quando immediatamente cantierabili, e non per costruire in modo organico, un territorio adatto a sfidare, con successo per i suoi abitanti, i prossimi anni.
Il “realismo capitalista” aquilano, supportato da una politica priva di qualsiasi idea di futuro, che non sia il lasciar fare a chi abbia le risorse per farlo, sta conducendo la città verso una sua irreversibile marginalizzazione, anche per la sua composizione demografica, e per l’assenza di investimento nelle aree interne, in Scuola e Sanità e Assistenza.
“L’effetto dell’instabilità strutturale permanente, della fine della visione di ‘lungo corso’, non può che essere stagnazione e conservazione, altro che innovazione… i sentimenti predominanti nel tardo capitalismo, sono paura e cinismo. Emozioni del genere, non ispirano né ragionamenti coraggiosi né stimoli all’impresa: coltivano semmai il conformismo, il culto delle variazioni minime, l’eterna riproposizione di prodotti-copia di quelli che già hanno avuto successo”.
E se volessimo rapportare questa affermazione di Fisher, alla nostra esperienza aquilana, dovremmo provare ad immaginare di produrre una rottura esattamente lungo il crinale della contraddizione tra l’apparente continuo movimento amministrativo delle inaugurazioni, e l’insostenibilità di una serie di situazioni strutturali rispetto alle quali non si interviene, o si lascia ogni intervento nelle mani di privati che abbiano risorse ( anche quando di provenienza non trasparente ); tra l’apparente continuo intervento ( magari solo per nomine e prebende ) su strutture amministrative cittadine, come per esempio le aziende municipalizzate, e la necessità invece, di un totale ripensamento della macchina amministrativa e degli strumenti con i quali vengono erogati servizi ai cittadini.
La contraddizione tra un mondo che, a parole, è tutto teso al domani, mentre invece è totalmente ripiegato, nei fatti, su ieri e dimentica la realtà del presente.
Non si dovrebbe pensare ed agire in reazione a questo stato di cose; ma si dovrebbe delineare, e praticare per quanto possibile, uno stato di cose diverso, che diventi rivale dello stato presente.
E questo dovrebbe riguardare anche la costruzione di nuove classi dirigenti cittadine.
Questo processo, è possibile, perché, come scrive Fisher: “ non esiste niente, che sia innatamente politico: la politicizzazione richiede un agente politico che trasformi il ‘dato per scontato’ in una ‘messa in palio’. “
E occorrerebbe iniziare in particolare, dai desideri che il “realismo capitalista” suscita, ma non è in grado di soddisfare, e nulla più di una distribuzione equa di beni e risorse, contraddice l’imperativo di una fittizia crescita consumistica e quantitativa continua. Vale a dire cioè che, forse, porre, attraverso l’azione redistributiva, dei limiti, può stimolare il desiderio stesso di migliorare ed innovare, mentre l’assenza di limiti, produce infelicità e disaffezione.
Sembra, il libro di Mark Fisher, costruire lo scheletro di una trama, attraverso cui tessere una realtà con le sue specificità locali; vale a dire cioè che questo testo può essere utilizzato, anche in futuro, come una griglia di esame per decodificare la realtà, e per cercare risposte nuove a domande antiche, ma anche a domande inedite.
Questo libro, infine, “Realismo capitalista”, l’ho incontrato ascoltando le parole di Roberto Saviano: un intellettuale, cui non è stato permesso di parlare in pubblico ad Aquila, dall’attuale amministrazione comunale. E questa ultima coincidenza chiude, per me, il legame di questo libro con la nostra città, anche per quello che sottende: neoconservatori tradizionalisti ( il fascismo come tradizione, neanche come ideologia ), finti baciapile e capitalisti radicali temono tantissimo il pensiero critico, e proprio per questo, bisognerebbe riempire la città di pensiero libero, e di liberi pensatori.









