logo-studio-medico-multispecialistico-lasermillennium-dr-franco-muzi
logo-studio-medico-multispecialistico-lasermillennium-dr-franco-muzi

Recensioni

Home / Rubriche / Recensioni

“Rental family – Nelle vite degli altri -“. Un film sulla possibilità di rompere la solitudine.

Mar 11, 2026 | 2026, Recensioni

Le persone, sono mondi complessi; per di più, mutano, e si adattano, nell’incontro con altre circostanze; con altri mondi, e con le loro complessità.

Talvolta, però, l’adattamento, non è possibile.

Allora subentra il conflitto; talora con tutta la cultura circostante. Allora, magari, pur di restare nell’alveo della presunta “normalità”, si sceglie di interpretare il ruolo, o i ruoli, che quella cultura ci imporrebbe di essere. E però, possono arrivare dei momenti, in cui persino recitare un ruolo, potrebbe non essere sufficiente.

Per conservare il proprio status, o per corrispondere a quel che gli altri si attendono da noi, servirebbe “qualcosa in più”.

Il film “Rental family – Nelle vite degli altri”, parte da questo assunto, sia pure sottinteso: che è possibile trovare soluzioni a situazioni apparentemente senza uscita; basta comprarle, meglio, prenderle a noleggio.

Quando costruiamo il nostro ruolo sociale, e pubblico; quando ci rappresentiamo agli altri, forse, in realtà, non stiamo mettendo in scena il nostro “essere”; ma come gli altri prescrivono dovrebbe essere, il nostro “essere”; o come noi immaginiamo che gli altri pensino dovremmo essere.

Cerchiamo cioè, di conformarci alle attese.

E spesso, conformarsi alle attese, vuol dire rinunciare a sé stessi: alla propria più vera e nascosta intimità; persino quando questa sia un amore. Persino l’amore, può essere proibito per gli occhi di chi ignori quanto il proprio pre-giudizio, la propria proibizione, possa farci male.

E cosa siamo disposti a fare, per conformarci alle aspettative degli altri ?

Ci si può costruire su un’azienda: un lavoro.

C’è da raggiungere un obiettivo per il quale sia necessario mostrare la propria uniformità alla regola ? Si affitta una persona, e su di essa, si costruisce la storia che gli altri vorrebbero ascoltare.

Brendan Fraser (davvero splendida interpretazione), impersona un attore statunitense, naufragato in Giappone, dove aveva cercato fortuna, senza peraltro trovarla, cui accade, per un caso fortuito, d’entrare in contatto con una speciale agenzia.

Persone, d’ogni età e sesso, vengono pagate per impersonare, temporaneamente, qualcuno che sia necessario mostrare agli altri per confermare una storia raccontata; per chiedere scusa; per illudere un vecchio attore, che ancora qualcuno s’interessi a lui…

La difficoltà nel trovare un lavoro all’altezza delle proprie aspettative, si muta nello sconcerto di ritrovarsi ad interpretare vite non proprie, eppure a sentire, e sentire davvero nello stesso tempo, che l’interpretazione che si è disponibili a tentare, in realtà, mette in contatto profondo con le fragilità più nascoste delle persone; ciascuna delle quali, in modo diverso, viene messa radicalmente alla prova nella finzione, e finisce per entrare in relazione a sua volta, non con un pupazzo di carne che, svolto il suo ruolo sia pronto a svuotare la testa d’ogni memoria e ricominciare da capo; bensì con la sensibilità più vera e nuda di una persona che, mancando forse d’una vita propria, indossa vite che non sono sue e che però, gli restano addosso, come capita talvolta a taluni attori che, entrati in una “parte”, non sanno più uscirne e ne restano prigionieri.

Hikari, lo pseudonimo scelto dalla regista di questo film, dipana la sua storia, come una sorta di spirale, che s’avvolge su sé stessa sempre di più, mettendo in luce, volta per volta, la complessità delle relazioni umane, trattenendo tutto al proprio interno, e arricchendo di sempre nuove sfumature le possibilità d’incontro reale, tra umanità ciascuna a suo modo manchevole e ferita.

Mentre si raccontano quelle vite, forse, si racconta anche la funzione del cinema: prendere per mano qualcuno, e condurlo dentro una storia immaginata, che finirà, certo, che è finta, certo, ma che lascerà in noi emozioni; sensibilità; visione di altri possibili vissuti, magari dal finale desiderato.

La persona, quasi invisibile, nonostante la sua evidente “diversità” di straniero, al luogo che abita, scopre che i contatti umani significativi, sono quelli che sperimenta mentre non è sé stessa, ma un altro soggetto, a servizio di una finzione. E dalla finzione, l’umanità più profonda sua, sembra espandersi in quella sua vita vera, vissuta sin lì, senza l’attenzione degli altri.

La rappresentazione quindi, a sua volta, espande i suoi limiti sino al possibile che comunque salvaguardi la finzione; e può oltrepassare quei limiti, solo tornando nell’alveo della realtà. Quando cioè rinuncia a sé stessa e mette in contatto tra loro, le umanità che da ruolo, divengono persone, magari meno semplici e proiettivamente ideali rispetto a quel che ci si aspetterebbe, ma vere; capaci di reali relazioni umane, in un mondo che, invece ormai, è quasi solo rappresentazione e propaganda.

Esistono, nella vita, i gesti “gratuiti”.

Quei gesti; quelle azioni; quelle parole, che non si propongono un fine, ma, semplicemente, rivelano col loro farsi. Perchè sono davvero in contatto col nostro più profondo modo di essere, e di entrare in relazione con gli altri.

Sono gesti che non s’aspettano un riscontro, o una risposta all’altezza; ma, semplicemente, prorompono da noi senza curarsi delle conseguenze e ci lasciano esposti e nudi; che forse è il solo modo che abbiamo per dare reale valore, e rispetto, alla relazione reciproca.

Accettare di bere una birra con un quasi sconosciuto, e parlarci, e poi proseguire ciascuno per la propria strada, magari arricchiti. Amare, senza pensare alla ricompensa. Allungare la mano per aiutare, persino quando non richiesto. Decidere di forzare i limiti che la società impone, e far uscire la propria vita alla luce del giorno.

E sono proprio questi gesti, che, alla fine, fanno andare le storie oltre i confini di quella che potrebbe essere una fine prevista e prevedibile. L’umanità più profonda e arresa, ma decisa a non accettare più limitazioni poste dagli altri, che, persino inaspettatamente, trova il modo di illuminare di sé relazioni finalmente sincere e senza rappresentazioni.

Quindi aspre, ruvide; capaci di ferire, ma anche di guarire: di accompagnare per un ultimo tratto, pieno di rimpianto, forse, per quello che non è stato, ma che, finalmente, può diventare parte di sé stessi, riconciliandoci, dandoci la possibilità di far scaturire nuovi inizi.

Ancora un film ambientato in un Giappone dove convivono tecnologia, antiche ipocrisie e moderne solitudini e templi antichi, in cui il raccoglimento permette di ritrovare il filo che ci lega ad altri esseri viventi e a noi stessi; Giappone esplorato (stavolta dall’interno), come accade nell’ultimo lavoro di Wim Wenders.

Ma qui, alla rassicurante continuità dei giorni sempre eguali in cui annullarsi, si sostituisce la confusione ingenua di un uomo che, invece di puntare al profitto indifferente, e alla salvaguardia della propria sensibilità che dovrebbe essere protetta da una spessa coltre d’egoismo isolazionista, lascia che la propria complessità interiore, travolga le fortezze armate di una realtà che imporrebbe chiusure; conformismo; competizione ad ogni livello, e finzione, per celare i sentimenti più belli che una persona, uomo o donna, possa provare.

Dal film si esce con una domanda bruciante.

Quanto siamo disposti a pagare, per poter vivere una vita che ci consenta di essere pienamente, e pienamente di cercare felicità nella relazione con l’altro, senza dover temere di non essere conformi ad un modello imposto da tradizioni, economia, poteri, ruoli, famiglia… ?

Ma forse il film offre anche una risposta, altrettanto bruciante, riguardo il vivere quotidiano: solo la relazione che non resti intrappolata nel ruolo, nelle prescrizioni sociali, consente di sfiorare davvero la ricchezza delle passioni e del vissuto degli altri.

E questo può provocare dolore, ma anche verità e bellezza.

Amore, persino.

Se hai trovato l’articolo interessante e vuoi discuterne con me compila il form sottostante o contattami all’indirizzo email:
messaggio@luigifiammataq.it

Consenso trattamento dati personali

10 + 5 =