Sono stato a vedere il film “Odissea”, di Cristopher Nolan; quasi due mesi fa.
Sono andato al cinema, cercando di cancellare, dentro di me, tutte le mie precedenti versioni del poema omerico.
Quello che rileggo, almeno una volta l’anno; per cercare di ricordare come si scrive una parola in greco antico, o quale sia la sua traduzione in italiano, e per scoprire, ogni volta, che ogni frase ha una sua rispondenza in altre parti del racconto, e che il racconto è fatto di molteplici strati tra loro sovrapposti, e che il racconto è sostenuto anche dalle mille cose non scritte, e da quelle che si è scelto di non scrivere, oltre che, da fili invisibili che collegano tra loro, ferreamente, ogni singolo movimento del pensiero, ed ogni singolo accadimento.
Quello della versione televisiva della RAI, pieno dei miei ricordi di ragazzino in bianco e nero. O quello di Kirk Douglas al cinema. O quello di Joyce, che mai ho pienamente affrontato e compreso. Quello del ricchissimo testo del Professor Piero Boitani (“Il grande racconto di Ulisse”: che ritrova Odisseo in ogni angolo della produzione culturale mondiale, di quasi ogni tempo), e quello su cui si richiuse il mare di Dante.
Quello che Primo Levi racconta di sé stesso, nel libro “La tregua”, e poi nel film che Francesco Rosi ne ha tratto.
Quello arioso e sensualissimo, del fumetto “Ulysse”, di Lob e Pichard.
E quello di mille altri Ulisse, citati, o incontrati.
Forse, ognuno di noi, ha in testa una versione “personalizzata”, di singoli episodi, o dell’intera Odissea: ispirata dalla versione “originale”; anche se non ne siamo sicurissimi. Magari lievemente difforme, ma che si sia adattata al nostro più generale sentire.
Una versione che risponda alle nostre domande, o ai nostri desideri; che sazi la nostra fame di ritrovare l’amore, e che si interroghi, sull’idea di giustizia, e di vendetta, e di relazioni sociali che quel mondo proponeva, e che ancora oggi, per tanti versi, compresi quelli più scomodi, contraddittori e pesantemente retrivi, ritroviamo tra noi. Nelle nostre città.
Una versione capace ogni volta di meravigliarci e turbarci coi suoi aspetti favolistici, e di farci confrontare nel contempo, con l’umana capacità di adattamento: potente motore di conoscenza e progresso, quando riesca ad emanciparsi dalle sue scorciatoie egoistiche, rozze e violente, e quando vinca l’arroganza nell’esercizio del potere e nella definizione della propria individualità.
Una versione che sappia interrogarsi e fino in fondo rispondere alla rinuncia che Odisseo compie, rispetto alla possibilità dell’immortalità offertagli da Calipso, per tornare dalla donna cui è unito dal vincolo primordiale dell’amore (rappresentato dal loro letto, scavato in un ulivo piantato ancora nella terra, e attorno al quale, l’intera casa di legno e pietre è stata costruita); come se, insieme a lei, fosse un unico essere capace di completare ciascuno il mancante dell’altro: per questo, scopra, quasi sgomento, quanto sia più profondo, ed umano e più desiderabile, essere sé stessi, ed esserlo pienamente “solo” perché c’è l’altro, piuttosto che perdersi in una eternità incomprensibile, senza ricordi, e senza progetti o sogni da realizzare.
Il racconto omerico, che, probabilmente, ha preso la sua forma scritta, ed attuale, circa 2700 anni fa, si è trasformato, nel tempo, in una sorta di primigenio neurone generatore: capace di far nascere da sé, pressochè infinite connessioni e sinapsi; pressochè infinite repliche e variazioni; ciascuna di esse, dialogante con ciascuna delle polimorfe identità del suo nucleo originario. Fino a non poter quasi più distinguere, nel nostro pensiero, cosa sia stata la storia degli originari aedi, e come si sia di seguito trasformata nel tempo, con ogni nuova accessione e conquista; con ogni nuovo sguardo che si sia su di essa poggiato.
Ero consapevole che, da tutto questo (e molto altro), non sarebbe stato possibile liberarsi del tutto: io volevo solo ordinarne la consapevolezza, e tenere, per il tempo del film, questa consapevolezza sullo sfondo: e conservare in me, comunque, uno spazio capace di arricchirsi di una nuova voce.
Di una visione nuova.
E’ nelle libertà dell’autore, trarre una nuova opera, e nuovi significati, da una storia che ci raccontiamo, in forme diverse, da lunghissimo tempo, pur mantenendo con essa un dialogo interiore continuo (persino necessitato quanto spontaneo, credo, nei pensieri dell’autore e, in forme diverse, nei pensieri di ciascun spettatore e ciascuna spettatrice), come pure allo stesso modo, con tutti i riferimenti culturali che il regista di questa Odissea, ha scelto di porre in luce.
E con tutti quelli che ha deciso di modificare o ignorare.
Ed in questo caso, la libertà dell’autore, rispetto alle molteplici possibili letture della storia iniziale, e di tutte le storie che sono venute dopo, è stata fino in fondo assunta, con l’obiettivo di farne un’opera che parlasse pienamente alle persone del nostro tempo. E parla, quest’opera, esponendo le contraddizioni dell’uomo Odisseo, e dell’umano più in generale, come ferite aperte, con una profondità ed una onestà intellettuale, che è raro riscontrare nel discorso pubblico, sia esso artistico, politico, economico o filosofico.
E persino nel discorso tra persone.
La vera Odissea omerica, comincia col V Libro.
Immediatamente dopo la cosiddetta “Telemachia” (il racconto della minaccia mortale che su Telemaco pende, e del suo viaggio alla ricerca di notizie del padre), i primi quattro libri del poema, che qualcuno pensa siano stati aggiunti in una fase posteriore alla redazione del testo principale.
E l’inizio dell’Odissea è un supremo consiglio di dei, che stabilisce la sorte dei mortali, e nel quale Zeus acconsente a far tornare Ulisse ad Itaca; sia pure dopo una ulteriore tremenda prova.
Il naufragio nell’isola dei Feaci; dove Ulisse troverà accoglienza, e dove, in realtà, sarà egli stesso a raccontare quel che accadde dopo la caduta di Troia, e fino a quel momento.
E proprio dal meccanismo narrativo, “ad anello” dell’Odissea omerica, Cristopher Nolan trae lo spunto, e la legittimità formale, per incrociare i piani temporali del suo racconto. E’ il nucleo originario della storia, oralmente tramandata, che funziona esattamente nello stesso modo: con un continuo sovrapporsi di eventi presenti e ricordi; con un riferimento, ideale e costante, ad una “storia originaria”, che tutti conoscono, e che si richiama per accenni, senza bisogno di precisare; e che assume sempre la forma di una profezia che avvera sé stessa, fino a riunire tutti i fili narrativi e temporali del racconto nella vendetta finale, e nel disvelamento operato dalla memoria.
Perchè è attraverso la memoria del cane Argo; della nutrice Euriclea; del porcaro Eumeo; di Penelope nel riconoscimento finale, che Odisseo può riconquistare la propria identità, che può condurre però ad una nuova guerra (“civile” ora, per quanto apparentemente necessitata da un malinteso senso dell’onore, e dalla necessità di una vendetta reciproca, senza fine), fermata invece da Athena che, nella versione originaria del poema, impone la Pace.
Un uomo, privato della memoria che gli altri di lui possono avere, non esiste; privato dell’amore che altri prova per lui, non può sentire amore per null’altro.
Del resto, è la vita nostra, ad intrecciare giornalmente il tempo, in ogni istante di pensiero. In una atemporalità che attinge, contemporaneamente, all’infanzia; all’infelicità; all’amore e al sesso e ai desideri di futuro; ai nostri più terribili lutti e alle nostre più spaventose paure. Alla nostra capacità di reagire e ritrovare la strada che ci porti verso la casa che consideriamo nostra.
Nel medesimo tempo, rivivono in noi, sempre, tutti i nostri tempi. E talora sono un peso che, forse, solo le braccia di un amore invincibile può reggere. Consapevole del dolore vissuto.
Ammonisce Omero all’inizio della vicenda di Ulisse, che a dispensare le sorti umane, sono gli dei.
E l’unica responsabilità umana dovrebbe essere quella di riconoscerne il volere e seguirne la direzione. Non ci si può opporre, alla volontà degli dei. Non ci si può opporre al destino assegnato. Opporsi, significa decretare la propria rovina. Peccare.
Quello che accade è giusto, e accade solo perché è giusto che accada; ed è giusto che accada, perché così gli dei hanno disposto.
E’ questo il nucleo profondo, e profondamente contraddittorio, del poema omerico.
Perchè mutevole è in realtà la volontà degli dei, e per questo riconoscibile solo dopo che ogni accadimento sia intervenuto. Il destino diviene allora solo la spiegazione tremante, e giustificatoria, che riusciamo a dare ai nostri accadimenti, di cui invece non riusciamo ad accettare l’insondabile casualità.
Chi ha vinto, anche nelle relazioni umane, scrive la storia e la piega: quel che serve per arrivare fino a giustificare il proprio operato mascherandolo per necessità; per volontaria necessità da altri posta.
Dove sarebbe, la libertà umana, in questo ? Il libero arbitrio, dove sarebbe ?
Come l’età del bronzo prevedeva il rigido rispetto del potere e del comando, nella sua incarnazione micenea, allo stesso modo subordinato, l’uomo, e la donna avrebbero dovuto accettare la volontà del dio, nel mondo raccontato da Omero.
E forse per questo, senza che l’opera lo espliciti, Odisseo, diviene uomo capace di sfidare il destino, ed il potere degli dei. Di lottare contro tutto quello che appare già dato, e considerato acquisito, e vincere. Un Prometeo senza supplizio. Nolan invece rende chiarissimo questo passaggio, ed è questo, che dà al suo Ulisse una grandezza autentica, perché umanissima.
Odisseo è guidato da qualcosa di profondamente rivoluzionario, e che contribuisce a fondare il tempo futuro:
“Povero me ! Nella terra di quali mortali mi trovo ?/Forse prepotenti e selvaggi e non giusti/oppure ospitali e che temono nella mente gli dei ?/O sono tra gli uomini che hanno un linguaggio ?/
Ma voglio tentare e vedere io stesso”.
Sono le sue parole, secondo Omero, al risveglio dal naufragio nell’isola dei Feaci.
Io, voglio cercare di comprendere.
L’umana intelligenza; l’umana curiosità; l’umana opposizione alla furia della Natura; le umane contraddizioni e debolezze, e incostanti volontà; l’umana capacità di sentire sentimento, e amore; la nostra volontà di conoscere, e andare oltre: sono le uniche risorse cui possiamo fare affidamento nel nostro viaggio dall’essere al non essere. Vivere con la consapevolezza di morire, come Ulisse sceglie, come suprema virtù, conoscenza ultima e vera umana essenza, è l’unico modo per resistere al volere degli dei, e scegliere una propria strada. Anche erronea. L’unico modo per affrontare i prossimi passi della nostra vicenda.
Da uomini liberi; da donne libere.
Ulisse, diviene quello che l’uomo dovrebbe sempre essere. Un uomo che sceglie la propria finitezza, la propria fallibilità, la propria ricerca, e il proprio amore, con orgoglio consapevole del proprio limite e della propria necessità ad andare avanti.
E forse è per questo, che Cristopher Nolan toglie gli dei dal suo film: il loro consiglio supremo, le loro decisioni (ed è per questo, che scompare la terra dei Feaci, nella sua Odissea cinematografica).
Per restituire all’uomo, la libertà che ha. Compresa quella di creare gli dei.
Nolan vuole rendere il moderno umano, consapevole che ogni azione è sua responsabilità, e che ogni sua azione ha conseguenze, delle quali è chiamato a rispondere. Sempre.
Se non nella concreta realtà del mondo, certo nella realtà della propria coscienza consapevole.
Gli dei di Nolan sono allora, pure proiezioni del dialogo interiore umano. L’unico dialogo cui forse non possiamo mentire. La libertà umana che Nolan racconta quindi, è la libertà incomprimibile del conflitto interiore: tra il rispetto per la Legge Morale e le molteplici risposte concrete che, nonostante questa, o secondo questa, diamo agli accadimenti, compresi quelli che abbiamo contribuito a rendere reali, e che, pertanto, a loro volta, possono cambiare quella Legge Morale. Rendendola migliore, talvolta. O rendendo più doloroso il confronto con essa, che va affrontato però, e non fuggito. Una Libertà, consapevole della provvisorietà della Legge Morale, quanto del suo valore.
Ed è qui; in questo nodo, che Nolan fonda la sua libera nuova Odissea.
L’Odisseo di Nolan, come in altre forme quello di Omero, scarnifica sempre più la propria esperienza, fino alla solitudine. Fino anche a compiere quella vendetta terribile richiesta da una Legge Morale antica, (“costoro [i Pretendenti] li ha vinti la sorte divina e le azioni malvage/non rispettavano infatti nessuno degli uomini in terra/nè vile né egregio che fosse venuto tra loro/e così per le loro insolenze han subito un indegno destino” – Odissea Libro XXII -), che però ora Nolan pone di fronte al proprio superamento, travolta come è stata dalla violazione della fiducia umana; anzi della sua trasformazione in un’arma tremenda e decisiva: sconvolgente nei suoi effetti di violenza primordiale e furiosa. Annientatrice.
Grazie alla poliforme mente di Odisseo.
Restituire responsabilità all’umano, è il fondamento della sua libertà dal destino. Una Libertà solitaria e severa, e che dovrebbe essere rigorosa quanto capace di muoversi per amore.
Non può esserci futuro umano nell’inazione, nell’assenza di scelte; nel seppellimento di emozioni e sensazioni; nella negazione della curiosità come fondamento della scienza moderna, e della nostra capacità di vincere il divieto delle tradizioni per fondare nuove possibilità.
Nè può esservi futuro umano, distruggendo la fiducia tra gli uomini, e l’unica Legge che consente di non essere preda, nel cammino e nella ricerca. La Legge di Zeus. La Legge dell’Ospitalità.
E il culmine, della responsabilità restituita all’umano, attiene alla possibilità di sopprimere la vita.
Quella vita, da servo di un contadino povero che Achille preferirebbe, all’essere considerato re dell’Ade, nel poema omerico.
Ulisse distruttore di città.
Uno degli attributi, anzi, l’attributo col quale Odisseo svela la propria identità: al ciclope prima, e ai Feaci poi, cui racconta la propria storia, nel poema omerico.
Ecco allora che Nolan, pone nella guerra; ed in particolare nel suo atto finale – col suo esito di morte e distruzione di tutto l’universo, compreso il proprio – il punto di rottura della propria coscienza, persino prima che della storia: “abbiamo lasciato loro un regalo, un’offerta di pace che hanno portato a casa loro. Abbiamo violato tutto ciò che c’è di sacro tra le persone. Abbiamo trasformato la guerra in una caccia. Bruciare le mura di Troia, significava bruciare il mondo intero, compresa la propria casa”.
Pronuncia Matt Damon-Odisseo.
Ulisse ha vinto la guerra col suo trucco, (evocato dal cantore all’inizio del film: un cantore rap, perché il rap di oggi svolge la stessa funzione di cronaca poetica ed epica – talora – agìta dagli aedi, e sulla quale si costruiscono nuove mitologie e nuovi eroi), che ha mandato in frantumi il mondo come era, creandone uno nuovo. Non migliore: solo nuovo.
Come Oppenheimer, distruttore di mondi.
Senza alibi, del destino o degli dei, Ulisse, l’umano, si lacera, confrontandosi con le conseguenze delle proprie azioni. Trasforma una sacerdotessa di Athena, violentata e uccisa nel saccheggio di Troia, nella Dea dalla quale cerca risposte.
Ulisse; l’Ulisse stesso che la invoca dal ciclope, ha distrutto la Legge dell’Ospitalità, e con essa la fiducia che si può riporre negli altri; nel loro rispetto per la Legge Morale. Ed ha così forgiato nel fuoco della violenza, del saccheggio e della morte un mondo in cui noi stessi, siamo “popoli del mare”, predoni, saccheggiatori, distruttori di città.
Abbiamo noi la responsabilità delle nostre azioni.
E oggi, abbiamo noi, la responsabilità della distruzione dei faticosi tentativi di Diritto Internazionale. Abbiamo noi, oggi, la responsabilità della distruzione della fiducia tra popoli. Abbiamo noi la responsabilità, oggi, di non considerare un dio, l’ospite che bussa alla nostra porta.
Abbiamo noi, oggi, la responsabilità che discende dal potere di portare nell’Ade atomica tutto il nostro mondo. Abbiamo noi oggi la responsabilità di avere guerrieri che uccidono quasi solo inermi civili. Abbiamo noi la responsabilità, per tutti quelli che pensano non sia possibile convivere tra diversi. Abbiamo noi, la responsabilità di fare in modo che la Giustizia mai sia identificabile col numero di cannoni posseduti.
Non ci sono dei. Il destino non esiste. Esiste la nostra Libertà, e la responsabilità che ne deriva.
Ed in questo senso, l’Odissea di Nolan, guadagna in concisione, in compattezza. Non consente di sfuggire, per tutta la durata del film, alla domanda sulla interpretazione da dare, del cavallo di Troia.
Il cavallo è l’inganno spietato. Il cavallo è la soluzione di un problema: il grimaldello che consente di aprire le porte. Qualcosa che sia capace di darci quel che cerchiamo; non importa il costo.
Da piccoli, a scuola, ci hanno insegnato ad ammirare l’ingegno di Ulisse, perché era “giusto”.
E Nolan ci dice che il cavallo è tutto questo insieme, e nel contempo, può essere anche la notte incendiata che cala sanguinosa su tutto l’umano. E per Nolan, l’uomo che ha ideato tutto questo, era insieme sia il pensiero che l’ignoranza delle conseguenze del proprio pensiero divenuto azione. E forse era anche l’egoismo necessario a compiere quelle azioni.
E non c’è soluzione in Odisseo, se non il dolore, all’interno del proprio dialogo interiore, riguardo la scelta decisiva dell’inganno.
Ma quell’uomo, era anche amore; un amore che doveva meritare Penelope. E la sua attesa.
“…quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. E’ quello che avevi già, e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto.”
Così Nolan riempie uno dei vuoti dell’Odissea omerica; che non racconta, cosa fosse davvero il canto delle sirene. Se non che esso fosse mortalmente attraente.
Odisseo è uscito dall’incontro con una donna, la maga Circe, che gli ha svelato (operando con le proprie mani un mutamento/rivelazione), quanto vi sia una originaria essenza animale, nella forma umana dei suoi compagni, e degli uomini, in generale, e si volge verso nuove prove durissime.
Le sirene, che l’antichità classica raffigura come uccelli con la testa di donna, col loro canto, attraggono l’umano, ma lo conducono a morte.
L’Odisseo di Matt Damon racconta il suo incontro con quel canto, che ha voluto egualmente conoscere, nonostante il mortale rischio, e però, seguendo il consiglio ricevuto da Circe, agisce in modo da preservare/escludere il proprio equipaggio, da questo incontro, per tanti altri prima, funesto.
Odisseo si confronta con un non-detto, che per ciascuno di noi ha voce diversa; che sempre però, ci racconta la bellezza di quel che di più forte e libero, ed intenso abbiamo vissuto, proprio mentre ce ne priva, e ce ne rende insostenibile il desiderio. Ed è anche il confronto con l’altezza delle nostre azioni che non raggiunge quella delle promesse che a noi stessi abbiamo fatto.
Avremmo sempre potuto fare di più, e meglio. Questo canto ce lo ricorda con la stessa dilaniante rudezza, di un bisogno impossibile che non trova realizzazione.
Odisseo si è fatto legare all’albero maestro della sua nave, e scampa il pericolo lasciando senza risposta le sue domande: egli guarda come fosse a sé esterna, la potentissima attrazione per quanto considera la propria felicità più piena e vera, e che sente/teme di non poter più conoscere e toccare.
Mantiene in sé il conflitto e le molteplici possibilità di sua soluzione, perché sa che, di fronte a questo groviglio che accomuna la felicità al suo mortale e falso simulacro, l’uomo ha bisogno dell’altro, per poter scegliere; e sa che il simulacro della felicità, per quanto allettante, è nulla se paragonato all’origine stessa della felicità: quel che si è avuto, e da chi lo si è avuto.
Odisseo deve anche liberarsi infine dei propri nodi.
Per scegliere.
E Ulisse sceglie la propria mortalità, perché è l’unica che può restituirgli Penelope.
E’ questa vita: l’amore che si vive in questa vita, l’unica forma di immortalità cui abbiamo accesso, e che consente di considerarci pienamente umani.
Il lungo tempo vissuto da Odisseo nell’isola di Calipso è un tempo che Nolan fa giustificare solo dal loto che cancella la memoria, e quindi la più profonda identità umana (modificando qui il racconto omerico). Non vi è amore, verso Calipso nel racconto di Nolan, e neppure appare il desiderio sessuale, in quel tempo di oblio.
Solo la droga è posta in primo piano, come un farmaco che cancella il vissuto di Ulisse, il cui peso è troppo grande da sostenere.
Ed è qui, prima ancora del suo ritorno ad Itaca, che Odisseo, ritrovando memoria di sé, ritrova le ragioni del vivere, ed il tempo. Il tempo che per ben sette anni, pareva essersi fermato.
Pur nello scorrere degli anni, Odisseo così si esprime: “…anche così, desidero e voglio ogni giorno/giungere a casa e vedere il dì del ritorno…”, da Penelope; nonostante ella sia mortale e non possa paragonarsi, in bellezza o statura, alla ninfa Calipso di divina origine.
La memoria sconfigge l’eterno presente dell’immortalità; l’amore è consapevole del tempo che scorre, e per questo esiste, e dell’immortalità non si cura. La memoria, di quello che si è vissuto, e di chi si sia stati l’uno per l’altra, restituisce individualità ed umanità ad Odisseo non più prigioniero. La memoria, fonda la speranza del futuro. Un futuro insieme.
L’immensa forza, e l’immensa vulnerabilità dell’umano.
E anche di fronte a Penelope, Nolan trova il coraggio di esplicitare il non detto dell’Odissea omerica.
Perchè Anne Hataway/Penelope, resta nelle sue stanze, com’era il ruolo delle donne; ma regna davvero. E’ una vera regina. D’altra parte, ha esercitato questo ruolo, certamente e pienamente, almeno fin quando suo figlio Telemaco non abbia raggiunto una età che gli avrebbe consentito d’avere un minimo di voce in capitolo.
Ma Penelope è una donna: “un uomo fa quello che sceglie di fare, io faccio quello che posso…” pronuncia ella, mentre si sente la sua rabbia: perché Penelope è stata re, ma nessuno glielo ha riconosciuto. L’ingiustizia di una condizione.
Lei può solo continuare ad attendere il ritorno di Ulisse (il suo “io voglio Odisseo!” ha una forza espressiva potente, e che concentra in sé, in una sola frase, tutto il dolore di venti anni trascorsi senza nulla sapere di lui, eppure continuando ad amarlo), o scegliere qualcuno che lo sostituisca.
La forza del suo amore rompe le barriere del tempo e dello spazio, e quelle del ruolo cui il destino l’avrebbe consegnata.
Di questo amore vissuto troppo brevemente, lei si è nutrita, e del suo uomo ha assunto le caratteristiche d’ingegno e inganno (il sudario per Laerte, tessuto di giorno e disfatto di notte, le domande per svelare se la presenza di Ulisse sia reale o il frutto di un ulteriore inganno ordito dagli dei), come accade di umani che a lungo si nutrano una dell’altro, e l’altro dell’una.
“L’amore non è un sacrificio.” Dice Penelope. Orgogliosa anche del proprio soffrire.
Mai dovrebbe esserlo, un sacrificio.
La Penelope di Nolan è la donna indipendente che prenderà decisioni a prescindere dal ricordo di Ulisse. Quello che Omero nascondeva, perché troppo perturbatore del suo mondo, è la piena personalità della donna. Non subordinata. Perchè non può essere subordinato chi regga un regno per venti anni e tenga testa ad ogni pretendente. E conservi in sé la scintilla capace di salvare, infine, il suo uomo e sottrarlo ad una nuova scelta di guerra.
Perchè è Penelope a sciogliere il grumo della colpa di Ulisse, cambiando il finale del poema, e del mondo, forse.
Penelope accompagna Ulisse ritornato, alla rinuncia nell’esercizio del potere. Gli uomini che hanno violato il patto di fiducia tra i popoli, dovrebbero scegliere la via dell’esilio, e lasciare il potere ad altri. Mettiamo nella testa di ciascuno di noi, quanti potenti di oggi, che hanno violato la fiducia tra popoli, dovrebbero scegliere l’esilio. Un elenco troppo ricco di governanti. Un elenco troppo pieno di Agamennone, che per cercare buoni auspici ed aiuto per la sua guerra, sacrifica su un altare, sua figlia.
Ma l’esilio scelto da Nolan, ha in sé anche la poesia di Dante.
Penelope e Ulisse, insieme, verso l’estremo Occidente, nel loro viaggio oltre le colonne d’Ercole. L’Ulisse di Dante viaggiava col suo equipaggio e la sua furia di conoscere e violare divieti ed interdetti, e viene punito, e il mare sopra loro si chiude.
Ulisse e Penelope, non viaggiano per oltrepassare i limiti della umana conoscenza, ma per espiare le proprie colpe, però insieme. In un dolcissimo quanto consapevole tramonto di sé.
Il potere lasciato alle nuove generazioni, che possano rifondarlo nella pace e nella fiducia reciproca.
Dopo la guerra, e il dolore, l’amore che solo a sé deve bastare. Che non ha bisogno di giustificazioni.
Io non so, se Nolan, con questa sua scelta abbia voluto indicare una possibile via d’uscita dal pericolo del nostro tempo. E non so neanche se questa scelta sia possibile e praticabile e quali altre scelte possano essere possibili, per ripristinare la legge dell’ospitalità.
Quella legge che riconosce dignità ad ogni umano e la protegge.
Però credo che il suo film , la sua lettura dell’Odissea, sia densissima e capace di dare nuove parole ad un canto di 2700 anni fa.
Sinone, lasciato dagli Achei sulla spiaggia di Troia, secondo il racconto di Virgilio per ingannare i Troiani con un falso racconto che li spinga a portare entro le mura della città, il cavallo lasciato sulla spiaggia (ed è potentissima, la raffigurazione che Nolan ne fornisce, attingendo anche al proprio immaginario cinematografico -Il pianeta delle scimmie-), chiede ad Odisseo di raccontare la sua storia, ma lo autorizza anche a sentirsi libero d’aggiungere altro.
Il racconto di una storia umana non sarà mai una pura replica di quanto effettivamente sia accaduto; sarà sempre una interpretazione di quella storia. E quella interpretazione nasce dalla libertà e responsabilità che ciascuno di noi porta con sé, e che consente anche di provare a scorgere un senso, nella storia raccontata; o, magari, che consente di scorgere nuovi suggerimenti di senso, se si scavi nei vuoti di un racconto che parlava ad uomini e donne di 2700 anni fa, e cui deve essere reso possibile parlare a donne e uomini di oggi, e nel contempo offrire una nuova visione ad altri, perché ci sia ancora futuro, in quella storia, che parla alle radici profonde della nostra cultura.
L’Odissea di Nolan è un avvertimento all’umano, perché assuma su di sé la responsabilità del proprio futuro, e non si trasformi nel distruttore di sé stesso.
L’Odissea di Nolan, che scava nell’umano, chiede di essere capaci di parlare all’altro, e di ascoltarlo, e di costruire fiducia.
L’Odissea di Nolan ci spiega che se, al fondo di ogni nostra azione, possiamo conservare l’amore, questo ci rende degni della nostra finitezza e della nostra rivolta all’unico destino che ci aspetta, che è quello della morte; e ci salva.
Quante altre cose, potrebbero scriversi su questo film; e quante altre ne possono essere pensate, mettendolo in relazione con l’intera storia culturale della nostra parte di mondo.
La storia di Odisseo è viva. Ed è viva la storia dell’amore di Penelope. Ed è viva la storia dell’umano, che deve sottrarsi alla logica della guerra; dei vinti e vincitori.
Basta, dolore.









