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“La grazia”. Un cinema, in stato di grazia.

Gen 16, 2026 | 2026, Recensioni

“La grazia”, di Paolo Sorrentino, è un gran film. E Toni Servillo è il suo Profeta.

E’, soprattutto, un film scritto benissimo. Dialoghi densi ed essenziali.

E un cambio di registro, forte, rispetto al suo precedente lavoro.

Tanto “Parthenope” era aperto, ed espanso, nei suoi luoghi, nei suoi paesaggi, tanto “La grazia”, è invece compresso, dentro pareti, cortili chiusi, stanze ovattate. Tanto “Parthenope” era ritmico e incalzante, come una età giovane che vuole bruciarsi, tanto “La grazia” è invece perennemente sospeso, in attesa; circolarmente claustrofobico quasi, nel suo continuo rimando tra doveri istituzionali, e privati pensieri inchiodati nell’anima.

Nella sua apparente staticità, “La grazia” esplora, in ogni dimensione, il rapporto tra personali e private inclinazioni e dignità del potere istituzionale e costituzionale (rivelando, anche solo per questo, una feroce critica alla sguaiatezza dell’attuale potere, che ha perso ogni sua caratteristica istituzionale, e quindi di garanzia per tutte e per tutti); approfondisce la continua, e mai pienamente corrispondente, relazione tra Verità e Diritto, indaga, senza scorciatoie, la relazione tra responsabilità istituzionale, e individuali convincimenti morali; spiazza, ogni volta che mostra gli individuali vezzi dei potenti, suggerendo, anche per questa via, una complessità e multidimensionalità umana (magari anche leggermente ridicola), che fa a pugni con la autorappresentazione monocorde che il potere oggi dà di sé: spesso in forma vuotamente retorica e altisonante; decisionista e sbrigativa; incapace di dubbio o di accettazione delle domande; caricaturalmente militaresca ed enfatica.

Sorrentino, grazie a Servillo, riesce nel miracolo di dare corpo, materia fisica, ad una rappresentazione del potere istituzionale, “auspicabile”, persino nelle sue imperfezioni; nei suoi tentennamenti; nella sua alta autoconsiderazione di sé, che non diventa mai arbitrio ed esibizione; nella sua fissità per un antico dolore subito; nella sua scoperta capacità, mai del tutto considerata, di ascoltare gli altri, e le altre: in particolare sua figlia, che è la sua principale collaboratrice: una perfetta Anna Ferzetti.

“Di chi sono, i nostri giorni ?”

E’ la domanda che la figlia, pone al padre. E la pone per la sua responsabilità istituzionale, ma con gli accenti di una figlia che chieda al padre qualcosa di estremamente grande, e gravoso.

Il Governo ha proposto una Legge sull’eutanasia e attende che la Legge venga promulgata dalla firma del Presidente della Repubblica. Un atto formale che interroga il Presidente se, una volta firmatolo, verrà considerato un assassino, o se, al contrario, non firmandolo, verrà considerato un torturatore.

Di chi sono, i giorni ?

Il nostro paese, nonostante i richiami della Corte Costituzionale a legiferare sul tema, non ha una Legge che affronti i nodi del cosiddetto “Fine Vita”. Giuridicamente, esiste una differenza, con il concetto di “Eutanasia”.

Si può accompagnare, alleviandolo, il fine vita di una persona; e si può invece, direttamente agire, su esplicita e formale richiesta dell’interessato, per condurlo a morte, quando la vita presenti, a giudizio dell’interessato, l’impossibilità ad essere vissuta nelle condizioni in cui ci si trovi.

La Legge di cui parla il film, non c’è, in Italia.

Pietro Germi fu il regista di “Divorzio all’italiana”: un film che mise in burla quella orrenda Legge italiana, che concedeva sostanziose attenuanti di pena, quando il delitto potesse essere considerato “d’onore”, e lo fece vent’anni prima che quelle disposizioni di legge fossero abolite; e lo fece raccontando un protagonista che rendeva sé stesso vagamente ridicolo, attraverso un curioso tic che l’attore Marcello Mastroianni inventò per il personaggio.

Forse questo film, “ La grazia”, precederà di venti anni una legge italiana che intervenga su un nodo etico estremamente intricato, e nel quale sono importanti le ragioni di tutti; forse lo sta facendo raccontando un protagonista che rende sé stesso vagamente fuori fuoco, rispetto alla propria caratura politica ed istituzionale ( mentre invece la sua caratterizzazione si arricchisce, anche d’inconsapevole e straniante umorismo ), quando ascolta musica rap italiana, o fuma di nascosto, o coltiva antichi e forse non del tutto mal riposti rancori.

Di chi sono, i giorni ?

Credo che rispondere a questa domanda, sia molto difficile.

Credo esista, e debba esistere, una insopprimibile libertà umana su sé stessi, e che questa libertà debba essere coniugata, con tutte le cautele possibili, anche riguardo alle determinazioni che vorremmo dare in merito alla nostra medesima fine.

Ma credo anche che il valore della vita, e del vivere, sia inestimabile, e vada protetto: talora persino contro sé stessi. Per questo, sarebbe bello se, in Italia, si svolgesse un serio dibattito sul tema, che interroghi in profondità, e che da questo dibattito nascesse un testo legislativo capace di fornire un orientamento, e delle regole precise che garantiscano a ciascuno e a ciascuna, di decidere per sé, sino all’ultimo momento, liberamente e consapevolmente. Rispettando, il dolore di chi debba scegliere per sé stesso la propria fine. Ma anche evitando che questo diventi un altro puro affare economico.

Ma per un Presidente della Repubblica, di formazione cattolica, la domanda della propria figlia, e che la Società, per il tramite del Governo che ha scelto, gli pone, è una domanda che travalica il confine delle umane cose, e impatta con le proprie credenze religiose.

Sorrentino fa confrontare il Presidente della Repubblica, con un papa, di origine africana, che, sotto lo zucchetto bianco, sfoggia una capigliatura esuberante, ma che, contrariamente ad un aspetto esteriore che, magari, autorizzerebbe ad immaginare una apertura su questo tema, ribadisce invece la condanna cattolica ad una legge che consenta di por termine alla propria vita.

Sorrentino, che evidentemente ha una certa dimestichezza con la figura del papa ( anche per le serie televisive che gli ha dedicato ), sceglie, costantemente, di rappresentare nei suoi personaggi, la separatezza tra scelte estetico/private e pubblica rappresentazione; in un mondo in cui, invece, soprattutto i personaggi pubblici, d’ogni settore, cercano di dimostrare, costantemente, d’essere come si rappresentano. E’ come se volesse assicurarsi un tasso di realtà del proprio racconto, e, nel contempo, svolgesse una sua funzione smitizzante, che pare raccontarci come sia effettivamente vero, che la Storia, si svolge per momenti successivi, ciascuno dei quali può essere decisivo, ma anche che ciascuno di quei momenti può essere determinato da ragioni futili, o comunque non comparabili con le scelte che si sia chiamati a fare.

In fondo, un elogio del caso. E della libertà.

Un Presidente della Repubblica che compie scelte irrituali, per cercare di avvicinare la Verità al Diritto; un Presidente della Repubblica che, con apparente freddezza, e cinismo, si pone di fronte alla sofferenza e chiede che sia prolungata. Come se, il sacrificio estremo di uno, possa consentire di aprire lo sguardo a tutti gli altri, sé compreso. Una funzione tremenda, eppure essenziale, del potere: che può essere chiamato a stabilire il sacrificio supremo di qualcuno, per il bene di tutti. Un momento terribile, in cui si chieda al mezzo, per quanto osceno, di non determinare il fine.

Sorrentino non ambisce ad esaurire in un film un dibattito che abbia al centro l’eutanasia, e il diritto di interrompere una pena, per ragioni di giustizia, più profonde della Legge. Ma ce ne mostra una materialità paradossale ed estremizzata, che restituisce però la lacerazione umana che, ciascuno di noi, potrebbe provare di fronte a scelte radicali. E, per questa via, rende tutta intera la pavidità vile di un intero personale politico odierno, che non ha il coraggio di discutere di scelte valoriali, per trovare magari un terreno comune, ma si limita a concepire sé stesso come un prodotto di mercato da vendere a più persone possibile.

Sin dalle scene iniziali, che, in occasione della visita di un altro Capo di Stato, mutano un incontro di Alte Cariche in una specie di drammatica comica del muto, Sorrentino, grazie alla straordinaria espressività di Servillo, mostra la fragilità del potere di fronte alla natura; ne mostra il lato vulnerabile, quando si pone in forma di rappresentazione e cerimoniale, ma ne mostra anche la possibile consapevolezza di questa condizione che, per quanto altissima, è comunque subordinata al fluire del tempo che tutto conduce a fine. E proprio il tempo, dilata il racconto del film. Lo ferma; lo porta indietro; lo spinge avanti; lo usa per scegliere con il massimo possibile di consapevolezza e di analisi delle opposte opinioni. Il tempo del film, si muove guidato dal tempo dei pensieri del Presidente. Talora ferreamente incardinati nella sua funzione istituzionale; spesso, indagatori di una fragilità umana che solo di rado, e solo ad alcune persone, scegliamo di mostrare e rivelare.

Il film, l’ho visto in una anteprima di domenica mattina alla fine di dicembre scorso. E, devo dire, che forse vado anche a rivedermelo, ora che è entrato ufficialmente nella distribuzione al pubblico.

Quando ero studente, talvolta, si riusciva a convertire le nostre ore di Assemblea d’Istituto, in proiezioni a noi dedicate in un cinema della città, al mattino. Penso che, se visto insieme, questo film, tra studenti, studentesse ed insegnanti, possa essere un bel momento di crescita collettiva.

Ci rivediamo tra vent’anni, per vedere se avrò il diritto di morire, quando penserò di non poter più vivere.

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