Come era, come è.
Alla fine degli anni ‘80, dello scorso secolo, il circolo provinciale ARCI ( protagonista il compianto Walter Vittorini, insieme ad un gruppo di giovani attivisti culturali ), organizzò ad Aquila, in Piazza del Teatro, e al Ridotto del Teatro Comunale, un festival d’arte indipendente.
Musica, arte grafica, teatro, ed altro, alla ricerca di un linguaggio nuovo; proprio di giovani generazioni che sperimentavano percorsi alternativi e diversi, da quello dell’intrattenimento di massa.
Tra gli altri, si esibì sul palco del Ridotto del Teatro Comunale, l’attore francese e giocoliere Leo Bassi, con uno spettacolo dissacrante e tagliente, e provocatorio. Fortissimo.
Questo tipo di attività era possibile, anche grazie alla consolidata presenza in città, di Istituzioni Artistiche d’eccellenza: nella musica, nel teatro, nel cinema, oltre che di numerose espressioni nel campo del teatro e della musica amatoriali, che, evidentemente, avevano fecondato il territorio, spingendo tanti giovani ad addentrarsi in campi della cultura, innovativi ed aperti ai tempi che si approssimavano.
Oggi siamo in una città che ha vietato i suoi spazi a Roberto Saviano e Zerocalcare.
In una città in cui gli eventi definiti culturali, e promossi dalle varie amministrazioni di destra, alcuni dei quali mascherati anche da eventi ludici, propagandano una opinione reazionaria e prefascista, nel silenzio culturale e di iniziative, peraltro, di tutti gli altri.
Prima del sisma, L’Aquila soffriva un assetto urbanistico che concentrava nel suo centro storico, ogni funzione prevalente: da quella direzionale, a quella commerciale; da quella artigiana a quella delle professioni; da quella istituzionale e politica, a quella amministrativa e finanziaria; da quella scolastica, a quella universitaria; da quella ludica – cinema compresi -, a quella artistica; persino a quella sanitaria, religiosa etc.
Alla concentrazione, corrispondeva una dispersione, speculativa spesso, dei manufatti abitativi ed industriali, costruiti senza spazi pubblici: fino a dare ad interi quartieri l’unica funzione di dormitorio. Le frazioni, per lo più prive di una propria identità e dotate di servizi scarsi, erano in larga parte lasciate a sé stesse.
Dopo il sisma, gli squilibri precedenti, sono stati estremizzati, dalla realizzazione degli insediamenti del Progetto C.A.S.E.; dalla collocazione, del tutto episodica e priva di programmazione, di funzioni commerciali, scolastiche, universitarie, direzionali, amministrative, etc. su un territorio ben più vasto dell’esperienza urbana precedente.
La collina di Collemaggio era sede di uffici direzionali e servizi territoriali della ASL, oltre che di una importante istituzione di alta formazione in campo artistico.
Oggi, è un quasi deserto personaggio da sedici anni in cerca di autore: le uniche presenze stabili, sono quelle di un’area occupata, centro di elaborazione sociale, politica, ed artistica dal basso, e del Servizio Dipendenze della ASL.
Prima del sisma, Aquila, aveva ancora, importanti insediamenti industriali e di ricerca, anche se fiaccati da una lunga e drammatica fase di ristrutturazione, durata per tutti gli anni ‘90 dello scorso secolo; importanti aziende nel settore edile; un impiego nell’artigianato ancora importante, oltre che tutte le funzioni amministrative e istituzionali di un capoluogo di regione; importanti industrie nel settore farmaceutico.
Un patrimonio ambientale, monumentale, storico ed artistico, di tutto rilievo.
Dopo il sisma, la città conosce un profondo rimescolamento della sua economia e della sua composizione sociale.
Diviene prevalente l’economia, legata alla filiera della ricostruzione, ivi compresi i settori della ricettività e della ristorazione. L’impiego nell’industria perde peso in favore di quello dei servizi, in particolare quelli legati al settore dei call center, sempre sottoposti però a precarietà occupazionale e salari bassi che, come in altri settori, pesano su un personale spesso altamente scolarizzato, e spesso femminile, causando anche per questa via, risentimento, per un lavoro che si fa sempre più povero, e socialmente marginale, a fronte di generalizzati aumenti di ogni servizio e di ogni fornitura, e di progressiva restrizione degli strumenti di protezione del Welfare.
I flussi di denaro, nel complesso legati alla ricostruzione, favoriscono la concentrazione del potere finanziario, ed allargano gli spazi della rendita finanziaria, anche grazie ai trattamenti di favore concessi alle attività del centro storico, che per un lungo periodo, hanno potuto pagare affitti molto più alti di quel che il mercato avrebbe consentito, grazie a consistenti provvidenze pubbliche.
Il settore del commercio subisce una profonda torsione a danno delle attività locali e di prossimità, slegate dai grandi circuiti distributivi, che si concentrano invece in luoghi periferici, grazie al proliferare di centri commerciali che hanno, tra gli altri elementi competitivi, anche quello della facilità di parcheggio. E tale riorganizzazione, anche urbanistica, contribuisce a modificare profondamente la mobilità urbana e la stessa socializzazione delle persone che non passeggiano più per vetrine, ma si incolonnano in file d’auto per raggiungere i grandi poli commerciali ai margini della città.
Il lavoro nella ricostruzione attira in città persone da tutta Italia, e anche un numero importante di cittadini e cittadine stranieri, il cui insediamento nel territorio però, troppo spesso avviene sotto il segno dello sfruttamento economico, anche per quel che riguarda gli affitti di abitazione, e nell’indifferenza di ogni criterio di integrazione e scambio, scaricando spesso, sulla sola scuola, il compito di avviare un dialogo con i nuovi residenti.
Interi quartieri della città; interi insediamenti del Progetto C.A.S.E., ed intere frazioni o parti esse, oltre che dei paesi immediatamente esterni alla cinta urbana, concentrano negli stessi luoghi la residenzialità e le presenze di famiglie e cittadini stranieri, magari raggruppati per omogeneità d’origine o religiosa, producendo, anche per questa via, separatezza e diffidenza reciproca.
Dopo il sisma, le scuole sono state del tutto espulse dal centro storico, e la quasi totalità degli edifici, che prima del sisma avevano uso scolastico, ma anche universitario, resta ancora non ristrutturato e inagibile. Analoga condizione per molti edifici e sedi istituzionali e amministrative, oltre che per la quasi totalità dei luoghi di culto, e di quelli destinati all’arte e alla cultura, cinema compresi.
Aquila, appare essere una città senza direzione, alle prese ancora con una parte assai importante della propria ricostruzione, soprattutto nel centro storico, e con la necessità di reinventare, radicalmente, un organico e vivo tessuto cittadino.
Le ingenti e straordinarie risorse poste a disposizione dei governi comunali che dal 2009 ad oggi si sono succeduti al governo della città, e soprattutto quelle dell’ultimo periodo, derivanti dal PNNR, nella quasi totalità dei casi, non sono state impegnate nell’adeguamento a nuove esigenze della macchina amministrativa comunale, e nemmeno in investimenti strutturali ed innovativi; bensì invece, in spese correnti, talora anche marchianamente inadeguate.
Il suo ruolo di Capoluogo di Regione è, in larga parte, simbolico.
In Abruzzo, l’area costiera, e tra le aree interne la Marsica, vivono dinamiche ormai in larga misura distanti e separate da quelle del Capoluogo di Regione, oltre che economicamente e demograficamente, di ben maggiore impatto quanti/qualitativo: nessuna azione concreta di sostegno alle aree interne del territorio è posta in essere, soprattutto sul piano del mantenimento, ed allargamento dei presidi scolastici, e della copertura dei bisogni sanitari, soprattutto di emergenza.
La città, un tempo, aveva tre giornali, che ne raccontavano le vicende, e varie televisioni, espressione di intraprese locali. Oggi, sono molti i periodici on line, che troppo spesso però, data la scarsità di risorse loro disponibili, si limitano ad essere una eco che ripropone i comunicati stampa di enti o amministrazioni o forze politiche o singole figure istituzionali o socialmente rilevanti; lo spazio sulla carta stampata si è enormemente ridotto ( anche per la crisi di sistema dell’informazione cartacea ); le televisioni presenti sul territorio sono figlie di capitali non locali, e hanno tutte profilo regionale, e quindi inevitabilmente sbilanciato su altre aree della nostra Regione.
La RAI, non ha mai ritenuto, nonostante importanti battaglie anche sindacali del passato lo chiedessero, di avere una sua sede degna ad Aquila.
Una città, è anche la narrazione di sé stessa.
Le lotte operaie e per lo sviluppo del territorio; la presenza ad Aquila di eccellenze artistiche di valore mondiale, nella musica, nel teatro, e anche nelle attività tecniche del cinema; i centri di ricerca nelle telecomunicazioni, uniti alla scuola di Alta Formazione della REISS ROMOLI; la presenza ad Aquila, e in provincia, di Importantissimi Parchi Nazionali a salvaguardia della Natura, e di rilevanti emergenze storico-artistiche; il lavoro di una importante Università, non ancora diplomificio, e anche il raggiungimento della vittoria in vari campionati d’Italia per la squadra aquilana di rugby, hanno lasciato il passo, nella narrazione cittadina, a fenomeni prevalentemente problematici e disgregativi.
Il tema della sicurezza sociale declinato più sul piano del controllo, che non su quello della creazione di condizioni di vivibilità sicura per tutte e per tutti.
Credo sia più importante che una donna non venga molestata, piuttosto che l’arresto ( comunque fondamentale quando il fatto avvenga ), di un uomo individuato dalle telecamere.
La generale decadenza dello sport professionistico e dilettantistico del territorio, anche per l’assenza di corretti ed economicamente sostenibili piani di gestione degli impianti sportivi, una parte dei quali chiusi, inutilizzati, o oggetto di dissidi tra diverse società, e nonostante la presenza, comunque, di un largo tessuto di base di praticanti, anche giovanissimi, talora impegnati in competizioni nazionali di categoria.
La precarizzazione di ogni tessuto produttivo e di servizio; il largo ricorso ad evasione ed elusione contributiva e salariale in interi settori; la decadenza e distruzione di tessuti solidaristici, pur in presenza di importanti esperienze nel volontariato di Protezione Civile e nell’associazionismo diffuso che, talora, svolge anche funzioni vicarie, ad esempio nella Sanità.
Il conflitto, da alcuni agitato, tra economia e ambiente, che, mentre non tutela il patrimonio che siamo chiamati a custodire, neppure produce quelle risorse necessarie ad uscire da una dimensione dell’offerta turistica troppo spesso legata al puro consumo e alla dissipazione di risorse, e comunque bisognosa di consistenti interventi pubblici, dei quali occorrerebbe mettere in discussione l’utilità e la congruità, a partire dalla Funivia del Gran Sasso, e di tutti i suoi apparati di direzione politica.
Ma la narrazione che la città fornisce di sé stessa, non è solo quella delle emergenze socio-economiche. Vi è un largo tessuto di intraprese in campo artistico: di persone che hanno scommesso sulla propria vita per progetti culturali di rilievo. Esiste e resiste un circuito solidaristico, che meriterebbe forse d’essere messo in rete e magari posto in dialogo con le migliori esperienze del Terzo Settore. Esiste una vivacità di esperienze che chiedono una città capace di includere tutte le sue fragilità, e d’essere loro amichevole ( anche perché questo significherebbe essere amichevoli con tutte e tutti ). Esistono intraprese, nel campo della ricettività, del turismo, dell’accoglienza, che si sforzano di produrre una offerta nuova e qualitativamente adeguata, ma che operano senza il supporto di un coordinamento unificante che consenta di liberare energie e rendere realmente fruibili tutti i percorsi di conoscenza e turismo responsabile che potrebbero essere offerti.
Meriterebbe la Perdonanza un discorso a parte, che dovrebbe condurre ad un profondo ripensamento dell’identità cittadina e della sua proiezione mondiale, anche a partire dal riconoscimento UNESCO, prima ancora che una discussione sul programma di festeggiamenti e celebrazioni che, francamente, ha ormai assunto una sanremizzazione, magari piacevole sul piano dell’intrattenimento, ma che nulla aggiunge alla storia della città.
E molti altri sono i campi, in cui le energie provano a liberarsi, a partire dal già citato sport, ma sulle quali pesano le concorrenze sleali; le storture burocratiche e amministrative; l’elusione ed evasione delle norme e dei contratti, le chiusure corporative a difesa di insostenibili privilegi o primazie.
Il prossimo anno, Aquila, sarà Capitale della Cultura.
Credo sia facile immaginare un profluvio di eventi e di più o meno illustri presenze, e magari il tentativo di costruire un percorso culturale della destra nel Paese, più o meno a partire dalla sua eredità fascista. Potrebbe trasformarsi in un evento di regime, anche sotto la pressione degli avvenimenti internazionali.
Dovrebbe esserci il coraggio di immaginare e realizzare un autonomo percorso culturale, per il 2026. Capace di coinvolgere figure di rilievo nazionale, cui magari si chieda di indagare e di provare a ricucire il nesso che dovrebbe esistere tra Scuola, Formazione, Lavoro, Cultura e Diritti di Cittadinanza, in Italia, in Europa, nel Mondo. Perchè oggi esiste una separatezza assai pesante, tra quella che si definisce, e talora autodefinisce “Cultura”, e la Cultura Popolare, ed è urgente costruire ponti, dialogo, ascolto reciproco. Con coraggio, e fuori da schemi usurati.
Non è troppo tardi, per provarci. Ed è necessario farlo, se non si vuole solo continuare a rispondere alle iniziative di altri, ma se si voglia finalmente invece, costruire una Agenda nuova, attrattiva per i giovani e per quelli che sono impegnati nella costruzione di un futuro degno della città, e della sua capacità di avere voce, nel panorama nazionale ed europeo.
Aquila del 2008 non tornerà più, e non era tutta rose e fiori: è di Aquila del 2030, che dovremmo occuparci.
Come era; come è; come sarà.









