Un tempo, si sarebbe potuto scrivere che l’Italia contava quasi 59 milioni di Commissari Tecnici della nazionale di calcio: tanti, quanto è il numero dei cittadini italiani; neonati e ultracentenari compresi.
Oggi, non si può dire più.
Eric J. Hobsbawm, uno dei più grandi storici del Novecento, si chiedeva come fosse possibile che l’umanità avesse scelto, a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 dello scorso secolo, una strada di politica economica, radicalmente diversa da quella percorsa nei trenta anni precedenti, che aveva prodotto un complessivo ed imponente progresso per l’umanità, ed uno sviluppo enorme.
Nel trentennio, tra l’immediato Secondo Dopoguerra, e la metà degli anni ‘70 dello scorso secolo, l’intera umanità, era cresciuta in numeri assoluti; al suo interno, la disparità di risorse, tra i più ricchi ed i più poveri, s’era progressivamente assottigliata in favore di una maggiore eguaglianza; la vita media, e la salute delle persone, erano progressivamente aumentate e migliorate; l’indice di mortalità infantile s’era ridotto enormemente e nei paesi più sviluppati, s’era quasi azzerato. Erano migliorate la scolarità e l’accesso all’istruzione anche superiore. La ricchezza del mondo, era complessivamente cresciuta.
In tutto questo, avevano avuto un ruolo decisivo, certamente il prolungato periodo di sostanziale Pace, ma anche l’intervento dello Stato nell’economia; la tassazione progressiva, anche dei capitali; il diffondersi di forme di governo democratico e il compromesso socialdemocratico; i processi di decolonizzazione; lo sviluppo degli istituti di controllo del potere (tribunali, mass-media, etc.); l’innovazione tecnologica e le scoperte scientifiche; un corpo sempre maggiore e articolato di pattuizioni internazionali che configuravano un vero e proprio “Diritto Internazionale”, sia pure sottoposto a continue tensioni da parte degli Stati, comunque tutti ricompresi nella Organizzazione delle Nazioni Unite.
Hobsbawm si chiedeva, come fosse possibile che un sistema geopolitico ed economico, che aveva prodotto risultati materiali così positivi per le persone del mondo (pur nel permanere di profonde diseguaglianze, conflitti e sacche di vero e proprio sottosviluppo, oltre che di un numero elevato di governi dittatoriali e autoritari), fosse stato abbandonato, in favore di un capitalismo finanziarizzato, che, sul piano globale, distrugge ambienti, regole e sicurezza; produce diseguaglianze profondissime e profondissime disparità di accesso ai più elementari servizi pubblici – sanità e scuola, in particolare – ; delocalizza produzioni e servizi dove il lavoro è puro sfruttamento e assenza di diritti, e costruisce per sé, ovunque, forme di governo autoritario che erodono gli spazi democratici, e li cancellano appena possibile.
Non si dovrebbe scegliere, qualcosa che peggiori la nostra condizione.
Prendiamo ad esempio la Stagione calcistica 1978/79: un calciatore italiano che avesse militato in uno dei club italiani più importanti, e fosse convocato dalla propria nazionale, avrebbe giocato teoricamente, poco meno di 50 partite ufficiali ( contando tra queste, l’intero campionato, la partecipazione alla Coppa dei Campioni fino alla finale; una finale di Coppa Intercontinentale; la partecipazione alla Coppa Italia fino alla finale, cui andrebbero sommate poi, tutte le partite giocate dalla nazionale italiana). Va da sé, che, siccome è ben difficilmente pensabile che in una stagione si vinca tutto, ma proprio tutto, e che non vi siano infortuni o scelte tecniche che limitano la partecipazione ad una competizione, è realistico pensare che uno dei migliori giocatori italiani del periodo, abbia disputato, in realtà in quella Stagione, un numero di gare ufficiali, compreso tra le 30 e le 35.
Nella stagione calcistica 2025/2026 un giocatore che avesse le stesse caratteristiche del giocatore precedentemente ipotizzato, potenzialmente, tra tutte le competizioni cui oggi sia chiamato a partecipare, potrebbe disputare circa 70 partite ufficiali; applicando le stesse percentuali prima ipotizzate di assenze e mancato arrivo in finale in qualche competizione, è realistico pensare che l’atleta che stiamo usando come esempio, disputerà, in 47 settimane, poco meno di 50 gare ufficiali (e per lunghi periodi, anche tre partite a settimana).
Se immaginiamo che la stagione inizi a metà agosto, (oggi; a settembre inoltrato, ieri), e termini a metà luglio (quando vi siano campionati mondiali di calcio da disputare), dobbiamo considerare quindi, circa 11 mesi di impegno, cui se ne aggiunge uno ancora per arrivare a considerare un intero anno; periodo in cui non è raro veder disputare amichevoli, o tornei pre-stagionali, spesso spiegabili solo con il soddisfacimento di interessi globali di trasmissione televisiva, più che con un effettivo valore tecnico.
Pur considerando i miglioramenti tecnici, atletici e sanitari, intervenuti nell’arco di quarantotto anni, credo sia lecito dire che è divenuto incredibilmente difficile, per atleti di quei livelli, confermare la qualità delle proprie prestazioni, da un anno all’altro; si pongono anzi, sempre più questioni legate al logoramento psico/fisico, in età via via più giovani; complice anche un “mercato calcistico” frenetico che consente presenze nello stesso club, per periodi di tempo, raramente superiori ai 5-6 anni, particolarmente in alcuni ruoli specifici.
L’incremento assolutamente rilevante del numero di partite giocate, è dovuto alla trasformazione di sistema del calcio, sul piano globale.
Il calcio è divenuto uno dei vari settori dell’economia globalizzata, e di una globalizzazione consegnata alla feroce competizione per il profitto; alla oscurità dei capitali finanziari che la governano; essa è disegnata per consentire ad un gruppo ristretto di club calcistici, di avere un seguito mondiale, e una corrispondente capacità di attirare talenti dal mondo, ma in un’ottica di pura “colonizzazione sportiva”, e di mantenere, anche perciò, una supremazia tecnica, grazie a risorse finanziarie disponibili, talvolta in quantità assolutamente rilevanti. Il calcio, in realtà, è divenuto uno degli spettacoli televisivi più seguiti al mondo, e sono le televisioni, oggi, in larga misura, ad essere preminenti finanziatori di questi club, e quindi a dettare tempi, ritmi e quantità di esposizione, che, a sua volta, genera introiti pubblicitari, tanto più alti, quanto più alto il richiamo vero o presunto, delle singole partite trasmesse.
I suoi protagonisti, non sono più, soltanto degli atleti; ma impresari transnazionali di sé stessi, spesso circondati da intere squadre di collaboratori personali: dalla comunicazione alla cura medica; dai procuratori, ai gestori delle ricchezze acquisite; dalla sicurezza personale e familiare, ai preparatori etc.
Le squadre Nazionali, hanno perso spazio e importanza (salvo che per il Campionato Mondiale, o per i campionati continentali, anche se in minore misura), e le loro gare sono collocate sempre come riempitivo di Stagioni senza più soste e respiro.
Gli organi di governo del calcio mondiale, rispecchiano una condizione di radicale sudditanza al profitto ad ogni costo; di specializzazione nel mantenimento di situazioni di consolidato potere, e, da ultimo, si consegnano, in cambio di lucrosi finanziamenti, a poteri autoritari (vd. le sedi dove si sono giocati gli ultimi due campionati del mondo, e dove si giocherà il prossimo mondiale).
Il calcio, quindi, ha assunto l’integrale fisionomia (pur con sue peculiarità), di un settore economico globalizzato e integrato nelle logiche di una competizione per il profitto che travolge ogni confine nazionale e a sé piega ogni residua passione e tradizione storica.
Il calcio ha abbandonato le forme di uno sport popolare, proprie del primo trentennio post secondo Conflitto Mondiale.
Sono rimaste, anche se hanno cambiato proporzione e sfera d’influenza, le valenze politiche (ed economiche), locali e globali, legate al calcio e al suo seguito di massa: nelle curve, come nelle poltrone presidenziali; così anche sono in parte operanti ancora le valenze nazionalistiche, legate a competizioni internazionali, in particolare a livello di squadra nazionale maschile.
Possiamo porci la domanda se sia stato, e sia giusto, aver seguito, per il calcio, pressochè le medesime traiettorie geopolitiche ed economiche che il mondo ha intrapreso in questi anni.
Allo stesso modo in cui Hobsbawm si chiedeva come fosse stato possibile, per i popoli e gli Stati, lasciare la via intrapresa nei primi trent’anni del Secondo Dopoguerra, per seguire successivamente, dottrine che hanno prodotto radicali peggioramenti della condizione umana, giungendo a metterne in discussione la sopravvivenza stessa, per le conseguenze della crisi climatica, e per possibili avventuristiche guerre nucleari.
Mi pare oziosa la domanda, ora, se fosse stato realmente possibile imprimere direzioni diverse; mentre invece un bilancio, almeno italiano di questi anni, pare possibile da tracciare.
Alla fine degli anni ‘70 dello scorso secolo, il nostro Paese aveva un ricco e avanzato tessuto industriale e nei servizi, sia pubblico che privato. Telecomunicazioni, elettronica di consumo, informatica, auto, acciaio, chimica, alimentare, meccanica di precisione, aeronautica e spazio, difesa; cultura arte e design, moda, cinema. Energia ed elettricità. Banche. Tutti settori in cui l’Italia poteva vantare eccellenze mondiali.
E aveva un sistema di tassazione, anche dei capitali, molto progressivo.
Oggi, l’Italia, mantiene nelle sue mani, e in proprietà privata prevalentemente, pochissime imprese di livello internazionale: tutto il tessuto industriale e di servizi è stato privatizzato e in larga parte chiuso; smontato in catene di appalti e subappalti; delocalizzato o sottoposto ad enormi pressioni di costo. La legislazione a tutela di lavoratrici e lavoratori, è stata in massima parte convertita in legislazione che autorizza le imprese a scaricare sul lavoro umano la competizione globale.
La tassazione è divenuta quasi piatta, privilegiando per questa via gli alti e altissimi redditi, e il capitale, divenuto transnazionale, spesso sfugge ad ogni tassazione, o è tassato solo in quote residuali.
Negli ultimi 48 anni, gli impieghi italiani di risorse, hanno in larga parte abbandonato gli investimenti produttivi; la Ricerca e l’Innovazione; l’apertura di nuovi mercati, e si sono concentrati invece sull’arricchimento personale, sulla finanza e sulla rendita fondiaria in rapporto incestuoso con la politica (e troppo spesso con la criminalità organizzata), privilegiando l’ottenimento di posizioni di monopolio improduttivo, attraverso l’acquisizione di beni e servizi, prima di proprietà statale.
Nel calcio, e in particolare nel calcio italiano, le vittorie di club, e quelle della Nazionale, sembrano ricalcare in modo diretto ed immediatamente evidente, il percorso di trasformazione intrapreso nel medesimo arco di tempo dal nostro Paese.
Le affermazioni della nazionale ai mondiali di calcio sono state il frutto di quanto e come seminato nelle generazioni precedenti. Gli atleti che hanno vinto il Campionato del Mondo del 2006, erano nati nell’arco degli anni ‘70 in larga parte, e sono stati forse gli ultimi figli di un calcio che si giocava per strada; nei cortili e nei campetti delle periferie sterrate; negli oratori.
Le generazioni successive hanno conosciuto un mondo sportivo profondamente diverso, sin dalla prima pratica sportiva, spesso compiuta in scuole a pagamento, o nelle selezioni giovanili di club ad ogni livello; tutti permeati dall’idea che il calcio non sia uno sport, ma, prevalentemente, un affare economico e di affermazione individuale; latamente politico.
Non desidero in alcun modo legittimare l’idea di un puro ritorno al passato come soluzione per tutti i problemi esistenti nel calcio italiano. Ma desidero evidenziare come, il prevalere di un indistinto capitale finanziario, interessato solo alla propria remunerazione, in assenza di regole, che immaginino un altro modo di far sport e competere, ha prodotto e produce un complessivo calo di risultati, tanto a livello di club, quanto a livello di compagini nazionali.
Si tratta di un dato oggettivo (anche se è vero che certi risultati internazionali dei club italiani, sono divenuti rilevanti, in particolare negli anni ‘80 e ‘90, quando l’apporto finanziario immesso, è stato spesso superiore a quello di club competitori sul piano europeo e mondiale).
Ventuno trofei internazionali per club, tra il 1978 e il 2006; cinque trofei internazionali per club, tra il 2007 e il 2026. Due titoli mondiali per la nazionale di calcio maschile, tra il 1978 e il 2006; zero, tra il 2007 e il 2026.
I numeri, dovrebbero avere dalla loro parte, una certa dose di razionalità, ed indicare dei risultati precisi: delle conseguenze non discutibili di un certo modo di agire di un certo sistema.
Paradossalmente, anche nel calcio esiste una discussione che ha che fare con i connotati di xenofobia e razzismo che sempre più caratterizzano i temi della discussione pubblica italiana degli ultimi quasi quarant’anni.
Una parte consistente di persone ritiene che il problema del nostro calcio, e forse del calcio più in generale, sia l’eccessiva presenza nei nostri campionati, ad ogni livello, di calciatori di origine straniera; ed è certamente un dato, anch’esso oggettivo, che l’apporto di calciatori stranieri ai nostri club, nel ventennio ‘80-’90, sia stato minoritario, in termini quantitativi, pur se spesso di assoluto rilievo in termini qualitativi; mentre invece nel ventennio successivo, diremmo di decadenza, l’apporto di calciatori stranieri ai nostri club, ad ogni livello, è aumentato esponenzialmente, in corrispondenza di deludenti risultati dei club, e, soprattutto, della Nazionale maschile.
Da qui, il periodico richiamo alla “chiusura delle frontiere”, che riecheggia altre e ben più drammatiche e velleitarie “chiusure delle frontiere”.
Strumentalmente però, chi grida, dimentica come sia nato effettivamente il mutamento.
Nel 1995, un calciatore belga, Jean Marc Bosman, si appellò alla Corte di Giustizia Europea, chiedendo che venissero aboliti i limiti nazionalmente posti, alla presenza di giocatori stranieri, nei singoli club di tutta l’Unione Europea. Lo fece in nome della “libertà di mercato”, per ciascun attore all’interno del Mercato Comune; lo fece in nome della “libera concorrenza”, principio cardine delle istituzioni europee.
La Corte gli diede ragione; e quella sentenza assunse carattere generale e generali ricadute spesso negative; ma che in alcuni casi avrebbero però potuto essere utili in Italia, per infrangere certi monopoli pesantissimi, custoditi da concessionari pubblici di ogni genere, che spesso depredano risorse comuni, grazie ad oscene complicità politiche (si pensi alle frequenze radiotelevisive, alle spiagge, all’acqua o alle autostrade, ad esempio).
Fu un mercato che si voleva ispirato al solo limite della “libera concorrenza”, deregolato quindi, a travolgere gli argini di una storia italiana (e non solo), di passione popolare e di assoluto livello tecnico-sportivo.
Nessuna autorità competente, dopo, ha voluto e saputo costruire equilibrate regole di mercato.
Che ognuno faccia tutto quello, lecito e meno lecito, che le risorse finanziarie disponibili, gli consentono: questa è l’unica regola; quella di un potere finanziario che vuole solo perpetuare sé stesso, e, addirittura, mangiare ancora e di più.
Fu una squadra italiana importante, anche sul piano internazionale, come il Parma, a simboleggiare perfettamente la parabola di un capitale finanziario opaco ed indebitato, che non investiva più nel prodotto, ma solo nella pubblicità, nella comunicazione e nella complicità con le istituzioni bancarie; e che dal tetto di rilevanti risultati sportivi ottenuti, precipitò nel fallimento di una intera società, e di un intero modello che veniva propagandato come vincente.
I nazionalisti moderni, vigliaccamente mentono, poichè pretendono di aderire integralmente a regole (o meglio, alla assenza di regole e vincoli per il denaro e i suoi impieghi), di mercati globali che abbattono sistematicamente ogni legge e tutela nazionale, mentre fanno finta di mettersi a guardia di confini ormai inesistenti, e additano in altri, i colpevoli di ogni processo degenerativo.
Allora, forse, per provare a ragionare sul futuro del calcio italiano, occorrerebbe interrogarsi se quella trasformazione delle società calcistiche, in Società per Azioni, voluta nel 1996 dall’allora Ministro Walter Veltroni, sia stata funzionale a qualcosa di diverso dal personale arricchimento degli azionisti, e dal pervertimento di un intero sistema, in nome del tentativo di dare una risposta al problema, peraltro vero, della sottocapitalizzazione delle società di calcio italiane, nella competizione mondiale. Problema, in verità, di quasi tutto il tessuto industriale e di servizi del nostro paese. Una risposta sbagliata, forse, o, quanto meno incompleta, ad un problema reale, che si è aggiunta a condizioni di contesto che umiliano il senso stesso del gioco del calcio, e la cultura sportiva della competizione leale.
In fondo, l’ex Presidente della Federcalcio Gravina, commentando l’esclusione della nostra Nazionale maschile dal Campionato del Mondo, per la terza volta consecutiva, aveva ragione, quando ha contrapposto il mondo calcistico (professionista), a quello di tutti gli altri sport (definiti dilettantistici).
Il professionista deve occuparsi dei valori di Bilancio e ottenere profitti dalla sua attività: e non importa in alcun modo, se vinca, o perda una competizione sportiva ( se non in quanto eventualmente capace di generare maggiori profitti).
Ed è ovvio, che nel processo degenerativo, sia intervenuta anche una componente soggettiva riguardante i calciatori, e i loro allenatori. Ciascun calciatore o tecnico, sa che avrà a disposizione, più o meno venti anni, per massimizzare ogni suo introito finanziario, e questa bussola, in prevalenza, segue. Nello scegliere, per quanto possibile, i club in cui militare; nel dosare il proprio impegno, a secondo delle circostanze.
E, devo dire, nel quasi mai sentirsi parte di una qualche comunità che, sia pure da avversari, compete secondo un principio di reciproco rispetto. Le furbizie, grandi e piccole; le scorciatoie e le scorrettezze, sono il tessuto connettivo di una partita e di un atteggiamento generale.
L’arbitro, è quasi sempre il grande colpevole, sul quale scaricare le proprie manchevolezze, e mai va aiutato a dirigere, con atteggiamento in campo corretto e rispettoso. I gesti antisportivi sono mitologgizzati e godono di ampio consenso popolare.
Persino l’idea di un vero “Sindacato calciatori”, e allenatori, è nei fatti tramontata. Calciatori e Allenatori, nella loro generalità, e certo nelle loro espressioni di massimo rilievo, cercano di tutelare la propria storia sportiva, ed economica, individualmente; senza nessuna reale solidarietà di categoria. Men che meno, a livello internazionale.
Anche ai calciatori e agli allenatori, almeno in termini di immediato riscontro economico, lo smisurato allargarsi di competizioni e partite ha fruttato un rilevante incremento degli introiti, che ha inoltre prodotto un importante effetto secondario: l’ampliarsi di ogni spesa (emersa e sommersa), legata al mantenimento di una squadra di calcio, a qualsiasi livello, compreso quello dilettantistico.
Tale aumento esponenziale di ogni voce di bilancio di una squadra, ha prodotto, e produce, in realtà, in primo luogo rilevanti sofferenze finanziarie per le società esistenti; ed in secondo luogo, la quasi totale assenza di risorse, ad ogni livello, da dedicare ad investimenti sul Settore e da parte delle singole Società.
In un quadro in cui le strutture sportive sono quasi totalmente di proprietà pubblica (e allo Stato con rilevanti costi ne è affidata la sicurezza), e nella maggior parte dei casi vetuste o addirittura fatiscenti; e in un quadro nel quale le strutture formative, a servizio del gioco del calcio, non sono certo prioritarie in termini di risorse finanziare complessivamente impiegate.
Lo spettacolo, pur se divenuto mediocre, tuttavia continua a vendersi.
La passione, sui divani, o sugli spalti di uno stadio, non sembra conoscere rilevanti crisi (al diminuire del numero di spettatori, si supplisce in parte con l’aumento dei prezzi, semplicemente). Tutto il sistema comunicativo che ruota intorno al calcio, e che in Italia è enorme e grandemente ramificato, non serve a controllare, pungolare, o semplicemente raccontare il sistema e le sue competizioni, ma funge quasi esclusivamente da cassa di risonanza utile a gonfiare l’attesa dell’evento, ed il suo consumo. Consapevole che solo in questo modo, può continuare a tenere viva la propria funzione accessoria, ornamentale bisognerebbe dire, e che il sistema non consente alcuno spazio ad un racconto critico, o anche solo appassionato.
Sarebbe il caso forse, di provare a riflettere, su questo percorso, e sui suoi risultati.
Non mi sembra dirimente, in questo momento, individuare colpevoli nelle persone, o nelle procedure, pur se responsabilità, anche soggettive, e certamente di contesto e di sistema, esistono.
Mi sembra più importante provare a comprendere se vi sia una strategia globale che intervenga in modo coordinato ed unitario, su ogni singolo pezzo dell’intero mondo calcistico, sia sul lato tecnico-sportivo, che economico-societario, che delle regole, oltre che di tutti quei mondi (dal tifo, agli sponsor, alle scommesse, alla comunicazione…), che intorno al calcio si muovono e prosperano; consapevoli che questo significherà, ad ogni livello, smuovere incrostazioni e più o meno grandi sistemi di potere che faranno di tutto per frenare ogni processo riformatore.
Il punto centrale di qualunque strategia globale di intervento, è, a mio giudizio, la volontà di regolamentare – subito e giocoforza solo per quanto di competenza, in Italia, ma necessariamente almeno a livello europeo – questo mercato troppo a misura di ingordigia, sopraffazione e brutale subordinazione di tanti; troppo a misura di poteri che vogliono conservare sé stessi e non esercitarsi per il bene comune; troppo senza visione del futuro, che non sia consumo, finanche delle persone.
Allora, dovrebbero essere poste in vigore moderne norme che costruiscano un tetto agli ingaggi (in diretto rapporto con gli organismi europei di regolazione), anche avuto riguardo ad ogni tipo di sponsorizzazione, per avere maggiore equilibrio e contendibilità in ogni competizione. Dovrebbe essere costruito un sistema fiscale incentivante, che promuova la formazione tecnico-sportiva e una politica di investimento sui giovani. Dovrebbe essere aperta una stagione di ammodernamento degli impianti, e di diffusione locale, soprattutto nelle aree più svantaggiate, di campi da gioco a gestione popolare. Dovrebbe essere reinventata la forma delle società sportive, in direzione di una specchiata trasparenza dei bilanci e delle proprietà; di vistosi vantaggi fiscali per l’azionariato popolare e cooperativo; di sgravi per investimenti privati nelle società sportive, e per le eventuali fusioni che si rendessero necessarie in una riforma dei campionati ad ogni livello, che abbia l’obiettivo di restringere la partecipazione ai livelli più alti, magari temporaneamente, in attesa che si formino nuove realtà competitive sul piano tecnico-finanziario.
Dovrebbero essere contrattate risorse fisse, che consentano la copertura mediatica gratuita degli eventi e delle competizioni più importanti.
Per tutti i campionati dal livello semiprofessionistico in su, dovrebbero essere resi obbligatori i vivai per ciascuna squadra, per i quali organizzare specifiche competizioni regionali e nazionali, privilegiando, fiscalmente, gli ingressi in prima squadra di atleti provenienti dai vivai societari.
Dovrebbe essere costruita, ed inizialmente in una certa misura imposta, una nuova etica tecnico-sportiva che valorizzi la competizione leale e rispettosa, e penalizzi pesantemente ogni forma di antisportività, di uso del doping, di violenza, di collusione con la criminalità, di criminalità finanziaria.
Queste sono solo alcune possibilità di intervento, pensate senza immaginare rivoluzioni di sistema. Altri sport, hanno forme di perequazione degli equilibri sportivi, e il risultato è che tali forme (pur con i loro limiti e magari storture), producono enorme giro d’affari e persino una quasi continua imbattibilità sportiva (si pensi ai sistemi posti in essere dalla NBA statunitense, il cui basket gode di livelli di supremazia quasi assoluta nel mondo).
Naturalmente ve ne saranno altre. Pur se sarebbe necessario un contemporaneo cambiamento di contesto geopolitico, economico e informativo-comunicativo.
Verrà, immagino, il momento di discutere di tecniche, di tattiche, di persone o di stili di gioco; o magari di gioire per una improvvisa e meravigliosa fioritura di talenti che risolvano ogni problema in ogni campo. Ma io non sono uno dei quasi sessanta milioni di Commissari Tecnici della Nazionale italiana maschile di calcio.
Però ora, bisognerebbe prima di tutto, mettere in campo una complessa e unitaria attività di sistema, e forse non sarebbe neanche un cattivo argomento di cui discutere nelle campagne elettorali.









