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Istantanee

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La progressiva trasformazione di Cittadine e Cittadini, in Lavoratrici e Lavoratori senza salario.

Mar 5, 2026 | 2026, Istantanee

Ho detto al mattino, di svegliarmi.

Caffè, colazione, doccia. Sacra vestizione. Esco di casa.

Sono in attesa del bus che mi porta a lavoro. In tasca, ho il biglietto. Salgo, vado alla macchinetta, e lo timbro. Un tempo, c’era un altro addetto della linea di trasporti. Dietro un banchetto. S’entrava, si pagava il biglietto, e s’arrivava al lavoro.

Oggi, timbro io, e il bigliettaio, non c’è più. E non c’è più neanche la sua funzione moderatrice all’interno del bus.

La faccia di Aldo Fabrizi che stacca i biglietti del tram, e ti guarda con l’espressione di uno che ti tollera pochissimo, se per caso, fai troppo il pappagallo con la studentessa seduta vicino all’uscita centrale, ad esempio.

Le volte che, invece, al lavoro ci vado con l’auto, perché devo uscire fuori città, arrivo alla barriera del casello, e, da solo, mi prendo il biglietto d’ingresso.

Poi mi fermo alla stazione di servizio, e vado a fare benzina. Da solo all’iperself, così risparmio tre centesimi di euro al litro. E pago da solo, col mio bancomat, all’apposito robot di Guerre Stellari. E se voglio il vetro pulito; c’è lo spazzolone insaponato da una parte, infilato dentro un secchio vagamente melmoso, e faccio solo.

Il benzinaio, non c’è più. Le telecamere sorvegliano tutto. Se non pago, la targa della mia auto, diventa il mio biglietto da visita per una foto di fronte, e una di profilo, nell’apposito ufficio di Sicurezza Pubblica. Se rompo qualcosa, le più potenti multinazionali del petrolio, verranno a cercarmi fino a Timbuctù, per farsi rifondere le mie maldestrerie.

All’uscita dell’autostrada, vado alla cassa automatica, dove c’è meno fila, in genere. E pago da solo. Io, e la telecamera di sorveglianza. Visto che mi guarda, l’ho invitata a cena.

Ma ha detto che è impegnata.

Sempre se sono in un’altra città, cercherò un parcheggio.

E il parcometro, aspetterà di essere pagato solo da me, prima di emettere il suo lasciapassare per la sosta, e per la dogana, da dove uscirò, pagando sempre da solo, dopo aver infilato il mio biglietto, in un robot della serie R2-D2, che mi saluta alzando, ed abbassando la sbarra di un ponte levatoio.

Arrivo ad una mia postazione di lavoro, e mi ricordo che ho bisogno di un certificato. Sono un po’ in anticipo sull’inizio del mio turno, e vado sul sito ministeriale apposito: certifico di essere proprio io, grazie al mio SPID (che ho ottenuto scaricando da solo l’App apposita sul mio cellulare – e autorizzandola a frugare dentro tutti i miei cassetti elettronici altrimenti non funziona -; pagando il dovuto con una transazione elettronica che ho fatto da solo, perché prima, da solo sempre, ho scaricato l’App dell’Istituto di Credito che custodisce i miei debiti, e ho collegato alla carta prepagata un po’ del denaro virtuale di cui posso ancora disporre, con una operazione bancaria di versamento che ho fatto tutto da solo senza inciampare, e senza cassiere di banca, ma che pago egualmente), e, invece di chiedere al preposto addetto del Comune, faccio tutto da solo, e mi stampo il mio certificato, gratuitamente (a carico del mio datore di lavoro, in realtà, ma quel foglio di carta, lo ripago facendo straordinari gratuiti).

Giacchè mi trovo, uso la Carta d’Identità Elettronica di mio padre (le cui procedure per consentirne il funzionamento, ho messo in moto tutto da solo), per autenticarmi sul sito dell’INPS, e fare un controllo sulla sua pensione; senza parlare con nessun addetto allo sportello. Verifico, e se ho da dire qualcosa, scrivo. Qualcuno mi risponderà. Magari un’Intelligenza Artificiale. Che non ha orario.

Poi lavoro.

Ad ora di pranzo, ho voglia di un panino al pomodoro. Ma fatto come dico io: per la precisione, condito con l’olio che mi porto da casa, insieme all’origano essiccato, che ho comprato quest’estate ad una bancarella. Quindi, vado al supermercato, a comprare il pane, e il pomodoro.

Non prenderò il carrello, che dovrei prima staccare dalla rastrelliera con un euro infilato in una leva meccanica, e poi riportare a posto, sempre da solo e senza indicazioni, per recuperare la mia preziosa moneta da mettere nel dindarolo per le vacanze estive ai Bagni Stella di Mare.

Al reparto ortofrutta, scelgo il pomodoro che forse avrà ancora un sapore, e lo imbusto. Poi lo peso, da solo, senza nessuno che trucchi la bilancia, o ci poggi un dito, per far risultare più pesante quello che ho preso e farmi spendere di più. Poi mi approprio di un pane da tagliare in due, e vado alla cassa automatica. Scansiono i miei pacchetti dal lato del loro codice a barre, e viene calcolato un conto dalla macchina, che pago col bancomat, stavolta dentro un robot rimodernato della serie C-3PO. Non ho visto una cassiera. Ho fatto un po’ di fila, rimpiangendo l’assenza di diffusa educazione elettronica e manuale in questo Paese, e sono uscito dalle porte automatiche con un soffio.

Torno in città. Torno con l’auto. Torno col bus.

Stesse scene già viste, stessa assenza di vario personale, che sostituisco col mio incerto fare, ma in direzione stradale contraria.

Ed è stata una giornata tranquilla. Perchè non sono andato, sulla rete, in giro per negozi senza commesse, e senza cassiere, a fare siopping ineducato.

Cronaca semiseria e molto, molto parziale, di come l’attuale forma del capitale finanziario, con l’aiuto dello Stato (degli Stati, si potrebbe dire), abbia trasformato, e quotidianamente trasformi, ciascun cittadino, e ciascuna cittadina, in un Lavoratore, in una Lavoratrice, senza salario.

Progressivamente, il nostro lavoro gratuito, è stato inglobato, come parte costituente, nei processi produttivi di settori pubblici, e privati che, con le nostre assunzioni, risparmiano posti di lavoro (denaro), e in parecchi casi si deresponsabilizzano da possibili cause legali: queste operazioni svolte gratuitamente, aumentano il fatturato, e anche i dividendi delle aziende (in particolare quelli delle cosiddette “commodities”, cioè le aziende, in larga parte privatizzate, che offrono servizi un tempo pubblici, o cui obbligatoriamente ci si debba rivolgere); nessuno dei quali redistribuito ai lavoranti e alle lavoranti senza salario, e riducono ruolo e responsabilità della Pubblica Amministrazione, consentendo di restringere al minimo intere funzioni statuali, e di tagliare le spese di Bilancio, cancellando servizi.

Per non parlare del fatto che, ogni volta che noi entriamo in rete, e compiamo una qualsiasi operazione elettronica, non solo siamo una materia prima/mercato (una preziosa fonte di informazione che i siti da noi consultati o nei quali svolgiamo operazioni, rivendono, col nostro consenso obbligato – altrimenti nulla potrebbe farsi – a cinque o sei aziende statunitensi di profilazione e sicurezza); ma siamo anche costantemente tracciati: si sa cosa facciamo, e per quanto tempo; da dove lo facciamo e cosa cerchiamo, e questo aiuta chi vorrebbe controllarci (aziende e Stati, soprattutto quelli meno democratici).

Questo processo è avvenuto progressivamente, ed in silenzio.

Il velo della presunta comodità/ubiquità; l’ampliamento indefinito delle possibilità orarie; la convinzione/illusione di poter far prima e meglio, senza intermediari, nel rapporto con l’azienda/ente e il fondamentale supporto tecnologico, hanno reso attraente quello che, semplicemente, è un carico di lavoro, prima svolto da altri, e ora, obbligatoriamente trasferito su ogni utente, compresi quelli che non hanno dimestichezza con i supporti informatici; quelli che per disagiate condizioni economiche non vi hanno accesso; quelli che hanno una diversa madrelingua; quelli che sono troppo anziani per potersi districare da soli dentro certi labirinti, quelli che hanno una scarsa alfabetizzazione: costoro interessano poco. Probabilmente sono in grado di muovere scarsissime risorse economiche, e quindi possono essere tranquillamente lasciati indietro.

Questo processo ha eroso il nostro tempo.

Il nostro tempo delle relazioni; dell’amore; dello studio; del divertimento; della curiosità; dello sport…

Questo processo si può anche giustificare affermando che quelli cancellati, sono lavori di basso profilo; mentre sono aumentati i lavori, e la professionalità richiesta per svolgerli, di più alto profilo ( quelli cioè che costruiscono le architetture di questo sistema). Ma si tratta di affermazioni non dimostrabili e che, comunque, scontano almeno due fattori che rendono particolarmente problematica la transizione.

Il primo fattore, riguarda la totale eterodirezione delle architetture informatiche, il cui cuore funzionante, e pensante, è nelle mani di pochissime aziende statunitensi, nei confronti delle quali non abbiamo alcuna difesa, ma solo la possibilità di adeguare le nostre esigenze alle loro architetture (senza sapere peraltro, se esse non contengano in sé strumenti di controllo e manipolazione occulti).

Il secondo fattore racconta l’impossibilità di sostituire il vecchio lavoro col nuovo, per le stesse persone colpite da ristrutturazioni aziendali, o da disimpegno statuale. Nessuno ha immaginato percorsi di recupero e reinserimento, per le persone cancellate dal risparmio di lavoro dipendente, trasferito sul lavoro gratuito dei cittadini e delle cittadine. Nessuno ha immaginato che le funzioni svolte un tempo da un certo tipo di lavoro dipendente, potessero avere un futuro, magari diverso, ma un futuro; quanto a numero di occupati e occupate, ad esempio, da altri, e altre, sostituibili nel tempo senza far perdere alla Società opportunità di lavoro, magari arricchite di funzioni e dopo opportuna formazione, e non, semplicemente, cancellate.

E questo processo, che ha avviato la sostituzione di lavoro dipendente, col lavoro gratuito di cittadine e cittadini, è alla vigilia del possibile pesantissimo impatto delle cosiddette Intelligenze Artificiali, che promette di cancellare milioni di posti di lavoro nel mondo. Anche e forse soprattutto, tra quelle che oggi sono considerate alte e altissime professionalità.

C’è una resistenza possibile, a questi esiti ?

In prima battuta, mi vengono in mente due possibilità, da percorrere.

La prima, attiene alla necessità di costruire reti comunitarie, che proteggano, ed estendano il ruolo dei soggetti intermedi della Società. Questi soggetti devono avere ruolo nella mediazione sociale. Possono veicolare esigenze collettive ed incanalarne gli esiti. Consentono di spezzare la solitudine che l’attuale sistema dei poteri autoritari e finanziario globale, vuole imporre a ciascuno e a ciascuna, di fronte al Mercato.

La seconda, di più lungo periodo ancora, consiste nell’investire, per costruire architetture comunicativo/informative e relazionali, che non abbiano il profitto di pochissimi, quale loro unico scopo.

Nel frattempo, i lavoranti e le lavoranti senza salario, potrebbero iniziare a chiedere che siano meglio tutelati i loro diritti, anche come consumatori e consumatrici, e contro i cartelli oligarchici delle imprese; contro gli abusi del potere statuale ad ogni livello; contro i monopoli di fatto.

Di esempi concreti, se ne potrebbero fare moltissimi, ma io mi limito qui, a chiedere perché, nonostante io da solo svolga pressochè ogni operazione bancaria mi sia necessaria, debba continuare a pagare cifre improponibili al sistema creditizio.

Oppure perché, io debba continuare a produrre certificazione, quando ogni Ente Pubblico, comunque, provvederà a controllare le informazioni contenute nella certificazione che esibisco.

Penso non esista, una neutralità della Tecnica, e nemmeno della sua Innovazione, e neanche dei processi produttivi, e di quelli che sono alla base della erogazione di servizi. Penso solo sia ora, che le infrastrutture essenziali della comunicazione/informazione/relazione, debbano essere pensate con priorità diverse.

Ed è questa, una fondamentale battaglia di Libertà.

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