Ad Aquila, prima del terremoto del 2009, si vedevano gli strati di tempo.
Muoversi, significava anche guardare il tempo scorrere avanti, o indietro, sui muri; e riconoscere i luoghi; sentirne la comunicazione reciproca.
C’era una città vecchia.
Edifici di pregio, storici; ma quasi mai manutenuti dai proprietari. Chiese; alcune abbandonate e chiuse, a testimoniare la perdita di vocazioni e di fedeli. Molte case di popolo e d’artigiani; e molti interventi degli anni ‘60-’70 dello scorso secolo, che inserivano modernità, talora abbastanza oscene, dentro un tessuto di case basse, che certe volte erano dignitosa povertà, e altre, riuso quotidiano di luoghi che avevano avuto storia; illustre magari.
Qualche pezzo, era stato grandiosizzato nel ventennio fascista; prepotentemente, come certi edifici che hanno totalmente oscurato i fianchi e le facciate delle chiese, finendo col sembrare un palo di confine nel tempo: da una parte il Seicento, o prima; dall’altra il palazzinaro di regime, che sotto i travertini di rivestimento, aveva edificato con la stessa muratura a sacco delle case povere e crollate.
All’ingresso del Centro, un vero edificio da stagione di speculazione edilizia, col distributore di benzina a piano terra, e un serbatoio di carburante interrato non so dove.
Quasi tutta, era aperta al traffico automobilistico, e parcheggiare era un paziente esercizio di Tetris. Possibile, però.
C’era il centro direzionale della città; pubblico, di un capoluogo di Regione dotato di importanti istituzioni culturali; e privato (dalla finanza alle professioni); le sedi di istituzioni, partiti, associazioni, e mezzi d’informazione. C’erano scuole, Università, un mercato ambulante giornaliero, il Vescovado, alberghi e locali d’intrattenimento e ristorazione e negozi e attività d’ogni genere. Banche. Uffici di ogni tipo. C’erano botteghe artigiane.
C’erano chiese, conventi, musei, cinema, sale convegni.
Una parte importante del patrimonio immobiliare era affittato a studenti e studentesse dell’Università.
Una parte importante del territorio era sottoposta a servitù militare.
La cinta immediatamente esterna alla città, testimoniava una espansione irregolare: non pensata, ma frutto solo del tentativo di rispondere, volta per volta, ad esigenze di crescita e ai processi di inurbamento. Ma senza immaginare una percorribilità trasversale, nord-sud; solo assecondando le proprietà private lungo l’asse est-ovest della città, e immaginando sempre un traffico da strada provinciale a sole due corsie: una, per ogni senso di marcia. E senza collegamenti ferroviari verso Roma, o Pescara; ma solo lungo un Appennino, sempre più abbandonato.
L’area di via XX Settembre; l’intervento architettonicamente unitario ed interessante delle case popolari di Santa Barbara, che ancora prevedeva spazi comuni e sociali; il quartiere del Torrione, che giungeva a circondare l’ampia servitù militare della Caserma Rossi; il terribile assalto alle mura storiche, dal lato di via Strinella, cui però viene donato un marciapiede da entrambe i lati e un campo da basket pubblico, sempre a rischio di distruzione; tutta l’area oltre viale della Croce Rossa e fino a piazza d’Armi.
E poi il Quartiere di Pettino, che, a partire dagli anni ‘70, cresce smisurato ed estende le sue propaggini lungo via Antica Arischia, nonostante l’antica paura ad edificare sopra una faglia sismica attiva e responsabile di precedenti disastri; la trasformazione dell’area artigianale nei pressi della Stazione, in un’area residenziale, sfruttando le ambiguità della legislazione italiana, e il quieto vivere degli organi di controllo.
Il reticolo di frazioni intorno alla città, registrava, nel medesimo tempo, una estensione della edificazione su terreni ad altra vocazione; fenomeni di degrado e di abbandono; una spesso immotivata proliferazione di capannoni industriali (a partire dagli anni ‘80); molti dei quali poi divenuti insediamenti commerciali e sempre più inseriti fin dentro il tessuto urbano anche delle frazioni; una crescente difficoltà nella risposta dei servizi pubblici locali (trasporti, gestione rifiuti, scuole, presidi sanitari etc.), e una significativa polarizzazione degli insediamenti e delle relazioni, che facevano perno su Paganica a Est e su Preturo-Coppito a Ovest.
Sempre in via di definizione, e mai pienamente risolto, il rapporto tra città, e reticolo del territorio, fino ad includere l’intera provincia che, da sola, s’estende territorialmente per oltre metà dell’intera Regione Abruzzo.
La città s’era sviluppata dunque, lungo direttrici assegnatele dal soddisfacimento d’interessi privati e finanziari via via emergenti; governati spesso paternalisticamente dalla politica, che costruiva relazioni e reperiva risorse nazionali (talora anche cogliendo importanti intuizioni) col precipuo scopo di perpetuare sé stessa e gli equilibri di potere in una città che, nelle sue parti più recenti, era quasi del tutto priva di spazi pubblici e pubbliche funzioni.
Il patrimonio ambientale e naturalistico, era interessante solo in quanto attrattore di flussi turistici, sia pure in una situazione di già chiaro cambiamento climatico, e di pesante ipoteca su qualsiasi prospettiva futura, derivante dai costi complessivi (anche politici e delle infrastrutture), del Centro Turistico Gran Sasso.
Appena prima del terremoto, dopo una vicenda giudiziaria durata anni, arriva l’ultimo avviso del tempo: un preludio di mondo nuovo: il centro commerciale nell’area di Pile, all’epoca, quasi una cattedrale nel deserto.
Oggi, gli strati di tempo, tra loro affiancati e comunicanti, si sono evoluti in una bancarella monodimensionale che, confusamente, ammucchia merci in esposizione; ove la regola sembra essere l’affollamento degli stimoli; l’accumulazione delle peculiarità vere o presunte da ovunque presenti e prive tra loro di legami che non siano il consumo: i processi di ricomposizione post sisma ci hanno consegnato il costruito e le spaziature precedenti, come fossero, ciascuno e ciascuna, un modello teorico di “bella edificazione” (magari anche sismicamente il più sicura possibile), senza però più nessuna delle precedenti relazioni con la cittadinanza e senza risolvere nessuna delle acclarate storture precedenti; inoltre, sono spesso in precarissima relazione con l’ambiente e le infrastrutture circostanti, a loro volta caratterizzate, post sisma, da una scelta estetico/materiale per la pavimentazione dei luoghi più rilevanti del Centro, totalmente eccentrica, rispetto agli edifici che lì si affacciano e alla loro storia (basterebbe guardare l’effetto che fa, il lungo verme bianco dell’asse centrale, contornato di edifici riverniciati di molti colori e raggiunto, a destra e sinistra, dai rivoli neri delle vie laterali, il cui asfalto corroso dal tempo e dall’incuria, pare un dimenticato scolo bituminoso ). Senza pensare ai progetti, e a tutto il non fatto, dei cosiddetti “tunnel intelligenti”, che avrebbero potuto e dovuto offrire servizi e infrastrutture di altissimo livello.
Il restauro di ciascun edificio storico e di pregio, non restituisce luoghi che abbiano una origine temporale ed una vicenda materiale (magari con qualche inciampo), ma figurine tridimensionali, luccicanti; tanto tecnicamente impeccabili, quanto senza relazioni e comunicazione; astratte e volutamente isolate quasi, nel loro tentativo di raggiungere perfezioni formali e conservazione di emergenze storico-artistiche.
S’ha paura a toccarli; o indifferenza.
Il tempo delle periferie e delle frazioni, s’è invece appiattito, mutandosi in un continuo tempo presente, funzionale; segnato dai flussi degli orari di lavoro e di scuola, e dalla chiusura dietro i cancelli e le porte delle proprie abitazioni, a sera. E’ un tempo dell’andare e tornare nella tana, utilizzando esclusivamente la propria automobile privata. Circondati da segni esteriori di edifici e capannoni, sempre più tra loro indistinguibili; tra attività commerciali sparse, e irraggiungibili a piedi, per totale assenza di marciapiedi, su strade che erano provinciali, o statali addirittura, divenute ora pienamente urbane. Gli abitanti di frazioni e periferie, in larga parte, hanno un tempo di vita nell’area urbana, concretizzando una separatezza tra il tempo degli affetti, vissuto solo entro mura domestiche (che sempre più, per reali e/o percepite questioni di sicurezza, diventano però fortezze chiuse e sorvegliate), e tempo di lavoro/cura/servizi etc. vissuto in proiezione esterna e in separato contesto.
Nevrosi, e disagio, e consumo di stupefacenti e alcool e ludopatia, sono divenute patologie troppo ordinarie.
La sensazione, forse più acuta, nel rapporto quotidiano con la città, per chi abbia vissuto parte importante della propria vita prima del sisma, è di diffusa estraneità; disorientamento, perché le vecchie gerarchie urbane sono saltate. La sensazione più diffusa forse, per chi invece abbia trascorso parte importante, e magari la parte più formativa della propria vita, dopo il sisma, è quella di una continua ridefinizione della propria identità (il che non è necessariamente negativo…), e però anche la sensazione di vivere quotidianamente uno scenario (scenario, cioè etimologicamente una tenda, in realtà, che dalla realtà ci separa), pieno di vuoti. Vuoti perché ancora non restaurati; vuoti perché privi dell’uso pubblico precedente; vuoti perché non più abitati; vuoti perché non più sedi di attività; vuoti, perché la loro funzione urbana e sociale resta indefinita; vuoti, soprattutto gli edifici scolastici, privati di ogni funzione, e lasciati a marcire, nella quasi totalità dei casi, sin dal 7 aprile 2009. Vuoti che, quindi, non hanno più i “tempi” del passato, ma solo il tempo dell’attesa; di un provvisorio in perenne transizione verso il definitivo.
Aquila, sta uscendo dai processi di ricostruzione post sisma, profondamente modificata, rispetto al pre-terremoto, anche per l’inserimento nel proprio tessuto urbano e sociale, di nuove contraddizioni, sul tessuto delle precedenti e non risolte.
Naturalmente, Aquila partecipa delle dinamiche e delle modificazioni del mondo, quand’anche esse arrivino in ritardo, ed attenuate. E quindi, ogni questione di carattere generale, ha qui una sua declinazione particolare. Si pensi ad esempio all’impatto del commercio on line sulle reti commerciali indipendenti; o all’impatto sul commercio di prossimità, dato dalla realizzazione di centri commerciali più o meno grandi e diffusi che, possono vantare, quale elemento competitivo, anche la facilità di parcheggio, in una città che, nel suo Centro cittadino, sperimenta, contemporaneamente, il processo di spopolamento connesso a fenomeni di turistificazione e uso solo temporaneo delle residenze e dell’intrattenimento; oltre a soffrire di una incapacità strutturale ad ospitare la sosta dei mezzi di trasporto che conducono i flussi di persone, per vario motivo presenti nel Centro, durante l’arco della giornata e della serata.
O si pensi all’impatto che la legislazione lavoristica e i processi di deindustrializzazione di questi ultimi decenni hanno avuto sul lavoro dipendente del territorio, e sulle sue capacità produttive e di ricerca; all’attuale prevalenza occupazionale nel settore dei servizi (vd. per esempio tutti i call center nati dopo il sisma), che porrà inediti problemi occupazionali, nell’impatto con le Intelligenze Artificiali.
O si pensi agli stravolgimenti che il cambiamento climatico, produce sul nostro ambiente; sul suo turismo; sulla sua sostenibilità.
Naturalmente, non si può pensare, da Aquila, di influire in modo decisivo su dinamiche di natura globale; ma occorre tenerle presenti, nell’immaginare una possibile visione di tempo futuro.
Un tempo futuro, in cui divenga possibile ricomporre, e connettere – tra loro e col contesto – gli spazi e le funzioni della città, in nome di una riconquistata dimensione attenta al bene pubblico di ogni scelta urbanistica e sociale.
Restituire storia e tempo ai luoghi fisici, e capacità di tessere relazioni, anche inedite, tra le persone e i luoghi; oltre la logica delle foto da social; oltre la monetizzazione d’ogni angolo e d’ogni possibile attività. Costruire nuove identità di relazione, per gli interventi post sisma.
Oltre l’idea che ogni singolo manufatto, restaurato o ricostruito, di per sé e da solo, possa riconquistare la fitta trama di relazioni personali, sociali, politiche, economiche, ambientali, produttive, storiche, che connota lo specifico della vita di una città di medio-piccole dimensioni, in questo tempo, ed in questa parte dell’Europa.
Meno risorse.
L’ingente quantità di risorse in beneficio del territorio per la ricostruzione post sisma, andrà riducendosi. In particolare, si ridurrà quella gran massa finanziaria assegnata al Comune, a vario titolo, per ristori dai danni del sisma, e sostegno al processo di recupero della città. Una ingente massa di risorse non utilizzata sin qui per veri investimenti (utili magari anche a cambiare la macchina amministrativa comunale, in senso programmatorio e di controllo, mentre tanti adempimenti sempre più si svolgeranno on line, e per il tramite di intelligenze artificiali); ma quasi solo per spesa corrente, senza con questo, riformare ad esempio, il sistema delle società comunali, partecipate etc., e soprattutto, senza una vera idea riguardo l’ingente patrimonio edilizio disponibile al Comune, e la dislocazione delle sue funzioni.
Per essere realistici, bisognerebbe immaginare interventi ed azioni che tengano conto di questa condizione.
Aquila potrebbe chiedere di riconvertire, almeno una parte dei finanziamenti straordinari fin qui erogati, in fondi specificamente vocati ad elaborare e realizzare nuovi strumenti di pianificazione territoriale, che possano magari essere utili anche per altre città, o addirittura costituire un modello nazionale di intervento, per una “stabilizzazione post-traumatica”.
Aquila città aperta.
La demografia della città è mutata, in questi anni; e muterà ancora, forse più velocemente di quanto è sino ad ora avvenuto. Vanno invertiti i processi di invecchiamento e di spopolamento. Sapendo che, una quota di cittadini e cittadine che oggi sono ad Aquila impegnati nei processi di ricostruzione, domani dovrà essere riconvertita in professionalità e occupabilità diverse; ed una quota di loro, lascerà il nostro territorio, magari con le proprie famiglie, in cerca di migliori opportunità.
Occorre proporre un tessuto, quanto più articolato possibile, di presidi sanitari territoriali di primo intervento ed indirizzo (non si intasa il Pronto Soccorso, se si possa avere una prima risposta sul territorio, riguardo problematiche che non siano l’immediato pericolo di vita); ed occorre altresì modificare gli standard per la presenza diffusa di scuole primarie e secondarie di primo grado. Rispondere al problema della casa per le giovani coppie, intervenendo ad esempio sul patrimonio edilizio non più abitato e costruendo politiche insediative favorevoli e diffuse sul territorio, utili anche ai processi di integrazione dei flussi migratori, che possono, anche per questa via, essere sempre più coinvolti in una politica di comunità.
Immaginare una mobilità pubblica che recuperi efficienza, efficacia ed utenza, attraverso la costruzione di percorsi dedicati; la chiusura al traffico veicolare privato di zone nevralgiche per la velocizzazione dei percorsi, anche di carattere emergenziale; l’individuazione di aree di parcheggio, anche con modalità di interscambio a navetta; il recupero del parcheggio di Collemaggio e del collegamento con piazza del Duomo, inserendoli pienamente nel tessuto cittadino, anche in termini di servizi e di sicurezza; l’idea di abbinare ai parcheggi limitrofi al Centro, la gestione di parchi veicoli elettrici a noleggio, anche coperti, per la mobilità nel centro storico.
L’attraversamento ferroviario da est a ovest della città e dei centri viciniori, non è stato dotato di mezzi che utilizzassero il tracciato, come una moderna metropolitana; né è stata costruita una rete di trasporto pubblico, connessa con i vari scali (chi compri il biglietto ferroviario, ad esempio, può aver diritto al noleggio gratuito di un mezzo elettrico, alla stazione di destinazione). Forse può essere possibile farlo.
La città ospita rilevanti istituzioni culturali; istituti di ricerca, facoltà universitarie, e un numero imprecisato di dottorati; il Laboratorio del Gran Sasso; l’Ospedale e la Facoltà di Medicina; il Conservatorio: ci sarebbe bisogno di una residenzialità comune, anche a carattere temporaneo, che consenta di costruire e intrecciare relazioni, di immaginare nuove intraprese; in forma di campus, magari, ma non per studenti. In questo senso, alcune delle aree ancora disponibili al demanio militare potrebbero offrire una risposta sufficientemente veloce ed economicamente sostenibile.
Occorre introdurre corridoi riservati alla mobilità privata leggera; dotandoli poi, nei loro punti di partenza, e di arrivo, della possibilità di cambiare il proprio mezzo di locomozione, tramite percorsi per bus ad esempio ( in questo senso, un attraversamento sostenibile e curato dei lungofiumi, potrebbe consentire agevoli attraversamenti della città tra Est e Ovest, oltre a costituire una rilevante possibilità per il benessere pubblico ).
Se un senso ha la Perdonanza, dovrebbe essere quello di facilitare il dialogo tra popoli per una convivenza pacifica, e occorrerebbe strutturare, per un verso ogni forma possibile di coinvolgimento e dialogo nelle politiche locali con le comunità straniere presenti in città; e per altro, realizzare forme di continuità nell’iniziativa artistico-culturale-geopolitica, nel corso dell’anno, che preparino all’evento di Agosto, e ne siano una alta cornice.
Aquila città della ricucitura.
La città ha bisogno di immaginare e realizzare raccordi e ricongiunzioni, tra spazi tra loro separati, o non comunicanti nelle loro varie articolazioni: dalle Frazioni ai Quartieri, all’edificazione diffusa e sparsa in tutti gli interstizi del territorio; al ripensamento e riuso o abbattimento dei vari quartieri del Progetto C.A.S.E.; fino al dialogo con la cintura dei comuni viciniori. Devono essere attribuite eminenti funzioni pubbliche a numerose aree di comunicazione tra luoghi ed insediamenti, decentrando anche funzioni amministrative, in qualche caso, ma sempre nell’ottica di una sostenibilità urbana; di una diffusione di corridoi verdi; di un rimboschimento rinnovato e diffuso; di aree vocate a sport popolare o autogestito dalle comunità.
In questo senso, è prioritario il recupero e il riuso di aree ed edifici ad oggi abbandonati, deserti, sottoutilizzati, o ancora sottoposti a processi di ricostruzione. L’elenco è sterminato: dal centro di formazione professionale e dall’asilo di Santa Barbara, all’ex Distretto Militare nell’area di San Bernardino; all’area dell’ex Ospedale psichiatrico di Collemaggio; al chiosco della pineta di Roio; le aree dell’ex Ospedale San Salvatore non acquisite dall’Università; l’area della cosiddetta stazione della “metropolitana di superficie”; scuole d’ogni ordine e grado e sedi amministrative e didattiche dell’Università non ricostruite; sedi militari; sedi di enti ed istituzioni pubbliche ancora in macerie o abbandonate, come nei pressi della Stazione Ferroviaria, l’area di Piazza d’Armi, etc.
Ed in questo senso, e a partire dalla sicurezza e da elevati standard di dotazioni complessive, può essere restituita la funzione scolastica ad alcuni degli edifici che, nel Centro della città, già avevano questa destinazione d’uso.
Occorre poi procedere al censimento e alla bonifica di tutte le aree (un numero veramente insopportabile), oggi più o meno abusivamente, destinate a stoccaggio di inerti a servizio di aziende o di cantieri, spesso abbandonate da anni, e custodi magari, di rifiuti tossici o nocivi. Può essere possibile immaginarne un parziale riuso, ove funzionale, verso aree di raccolta attrezzate per eventuali emergenze.
Particolare attenzione, nel ripensamento della viabilità urbana, andrebbe posto nell’immaginare attraversamenti nord-sud veloci, efficaci, poco impattanti, e realizzati anche con l’idea di predeterminare percorsi per l’eventuale emergenzialità, modulando eventualmente nuovi sensi unici di percorrenza.
Sarebbe opportuno affrontare criticamente la situazione dell’intera Strada Statale 17, tra il confine con Scoppito, e quello con San Demetrio, e, in special modo nel suo tratto di attraversamento urbano.
Una efficace ricostruzione dell’unitarietà cittadina, passa anche dalla ridefinizione delle tratte di trasporto pubblico, che va reso prioritario nell’immaginare il traffico urbano e periurbano, con l’obiettivo di rendere percorribile e fruibile tutto il territorio comunale, per il maggior nastro orario possibile; anche prevedendo il divieto di ingresso per i mezzi pesanti in città in determinate fasce orarie, i cui disagi per gli operatori potrebbero essere attenuati immaginando due poli logistici ( ad est e a ovest della città ), dove operare lo scambio di vettori tra trasporto dei tir, e quello dei furgoni ai luoghi di destinazione, fermo restando che anche le operazioni di approvvigionamento delle attività in Centro ed altrove, andrebbero vincolate a fasce orarie ( la mattina tra le 6 e le 7 ad esempio, e/o il pomeriggio tra le 14 e le 15 ).
Naturalmente, ogni intervento caratterizza la sua finalizzazione all’apertura della Città, col tener conto per la sua piena fruibilità, dei soggetti fragili, e delle persone con disabilità.
Aquila città della Cultura.
Le risorse straordinarie destinate alla nostra città, a titolo di intervento sulla “Cultura”, in generale, sono anch’esse destinate ad assottigliarsi, magari sensibilmente.
Penso possa dirsi, molto serenamente, che affollare di eventi una città, al solo fine di farne una vetrina con luccicanti merci da esporre, forse, può seminare qualche sogno o ispirazione, mentre diverte e intrattiene, ma ben difficilmente riuscirà a costruire nuove idee e possibilità. Il puro consumo di eventi, anche di spessore culturale, non significa necessariamente che si sedimentino competenze, aspirazioni, nuove idee e proposte ed elaborazioni. E soprattutto, non significa caratterizzare la città, anche in proiezione europea, come luogo in cui la Cultura, libera e critica, abbia piena cittadinanza e capacità di dialogo, innanzitutto con la popolazione del proprio territorio, ma, potenzialmente, col mondo.
La presenza, per un verso, di rilevanti istituzioni culturali (dagli ampi costi politici di gestione e dal funzionamento troppo spesso legato solo alle opportunità proposte da Agenzie di riferimento, piuttosto che a credibili progetti e chiari obiettivi; con un evidente scadimento della qualità dell’offerta), e per altro verso di molti contenitori “vuoti” – privi cioè di una proposta praticabile, di gestione economicamente e socialmente sostenibile ed utile, e senza un complessivo disegno programmatorio di apertura, valorizzazione unitaria e ricerca di sinergie e relazioni con l’esterno – confina le possibilità espressive di tante potenzialità, pure presenti ad Aquila, a percorsi (però meritori) irti di difficoltà e occasioni mancate; ostacolati da piccole gestioni di potere locale che pretenda inaccettabili servitù.
La città ha inesplorate riserve di competenze in ogni ambito della Cultura, compresa quella scientifica. Si tratta di dotarsi di un disegno che faccia divenire la Cultura, un tratto identitario, libero, caratteristico e fecondo del territorio: cifra essenziale della sua capacità di dialogo e relazione. Magari scegliendo terreni di approfondimento ed iniziativa, sino ad ora non percorsi, o percorsi solo da coraggiose iniziative private o associative, che però lavorano senza una cornice sufficientemente solida, di riferimento, supporto e collaborazione con l’esterno.
La città, può attrarre investimenti culturali, ma dovrebbe puntare soprattutto sulla costruzione delle condizioni perché emergano nuove possibilità ed opportunità per i suoi studenti e le sue studentesse; per i suoi talenti; perché i suoi Enti ed Istituzioni, puntino all’eccellenza; perché si aprano sì, nuovi mercati, ma anche, e soprattutto, nuove possibilità di crescita umana.
Aquila città dei lavori.
Se ieri Aquila poteva vantare un tessuto importante di imprese di produzione, ma anche di ricerca, oggi, pur permanendo importanti insediamenti industriali, il lavoro privato è frammentato e indebolito da dinamiche che vedono prevalere tra gli elementi della competizione, la pressione sul costo del lavoro, piuttosto che l’innovazione, la ricerca, o l’apertura di nuovi mercati. Imprese, di produzione e servizi del territorio, corrono molti rischi di sopravvivenza, a fronte di una quasi generalizzata presenza di imprese che hanno altrove, i loro centri direzionali; a fronte di dimensioni, anche finanziarie, troppo piccole per le evoluzioni del loro mercato di riferimento; a fronte di rilevanti innovazioni di carattere tecnologico, che abbiano la potenzialità di sostituire lavoro umano.
Ecco perché, sarebbe necessario, per quanto oneroso e difficile, partecipare al processo auspicabile di qualificazione dell’intero tessuto produttivo e di servizi del territorio, per esempio attraverso una norma comunale di carattere generale che inserisca per l’impresa aggiudicataria, quale elemento imprescindibile in ogni Bando Pubblico di Appalto, il controllo del pieno rispetto dei Contratti Collettivi di ogni livello, ivi compreso ogni grado di subappalto consentito, sottoscritti dalle Organizzazioni Sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale.
Aquila, avrà il problema di riconvertire in parte, il lavoro dell’edilizia, in altri lavori, e il primo terreno di intervento, è l’ampliamento delle politiche di sicurezza idrogeologica del territorio; delle politiche di riforestazione e cura e sistemazione del verde; l’intervento nel campo del restauro delle aree con essenze originarie, per le quali magari attivare i vivai pubblici che una volta esistevano.
Aquila, dovrebbe immaginare il suo futuro sviluppo, anche guardando a tutti i finanziamenti europei rivolti alla transizione ecologica; allo sviluppo urbano sostenibile e innovativo; alla costruzione di reti transeuropee di relazioni e scambi. La quota italiana di co-finanziamento a simili programmi, potrebbbe essere implementata aggiungendovi le quote destinate, dal totale dei fondi per la ricostruzione, allo sviluppo della città, rendendo così potenzialmente attrattivo anche l’investimento privato.
Aquila ha bisogno di restituire ordine, funzionalità e infrastrutturazione; decoro urbano e vivibilità a quelle che erano le sue aree di sviluppo industriale, la cui titolarità oggi dovrebbe essere in capo, attraverso enti strumentali, alla Regione Abruzzo, che deve restituirne la piena disponibilità, in ogni senso, alla città.
Ha bisogno soprattutto di immaginare un riuso credibile di tante strutture oggi deserte o abbandonate che, al limite, potrebbero essere ri-naturalizzate.
Si potrebbero immaginare facilitazioni insediative specifiche, per soggetti che operino nel campo dell’informatica/telecomunicazioni/applicazioni software e intelligenze artificiali, utilizzando in questo senso, anche aree ricomprese nel perimetro di ex-Italtel.
Aquila città dello Stato Sociale
Si può immaginare una generalizzata attenzione alle coppie cui nasca la prima figlia, o il primo figlio, che andrebbero favorite nella politica tariffaria e insediativa, arrivando anche a stabilire l’obiettivo di soddisfare interamente con risorse pubbliche, il fabbisogno, ogni anno emergente, di servizi pubblici per i primi figli, o figlie, fino all’età scolare.
Vanno sostenute con risorse pubbliche (anche nella forma dell’affidamento di sedi su bando), tutte quelle esperienze educative, di sviluppo personale, di assistenza e di cura, costruite con il lavoro dell’associazionismo e del volontariato, per l’intervento sulle situazioni di vita post scolastica dei soggetti fragili e delle persone con disabilità.
Aquila è una città dotata di molte strutture e aree ricreative e destinate alla pratica sportiva o a quella di cura del benessere personale attraverso l’attività fisica in varie forme.
Potrebbero essere stipulate delle convenzioni comunali, con le proprietà di diverse strutture accreditate tramite un protocollo territoriale (che certifichi competenze, sicurezza dei luoghi e applicazione dei vigenti contratti e Leggi per il personale lì impiegato), per consentire l’avvio e l’esercizio di programmi di attività fisica, gratuiti, o a costi molto bassi, per ultra sessantasettenni, volti a conservare e rafforzare l’integrità psico-fisica delle persone (ed in questo quadro, predisporre equi e finanziariamente sostenibili bandi, per l’affidamento delle tante strutture sportive, coperte e scoperte, di proprietà comunale, a società ed associazioni che le facciano vivere e fruire alla popolazione).
Gli edifici scolastici, di proprietà comunale, tramite apposite convenzioni comunali, potrebbero essere aperti in orario non scolastico, per la partecipazione a corsi complementari d’istruzione extracurriculare, o ad attività ricreativo-culturali aperte al territorio e ai quartieri, puntando, in particolare, all’interscambio culturale e alla conoscenza delle lingue.
Ma anche alla possibilità di ampliare, rafforzare e verificare l’insegnamento curriculare.
Potrebbe essere strutturato, anche con la collaborazione dei comuni viciniori, un sistema di trasporto locale, individuale e/o di piccoli numeri, per persone anziane o non autosufficienti, su richiesta e prenotazione.
La presenza di Biblioteche Pubbliche, e Archivi, nel Centro della città, va collegata con reticoli di attività e proposta, ivi compresa l’estensione delle sedi in località decentrate, anche privilegiandone la fruizione in forme nuove dei giovani (club di lettura; conferenze; presentazioni; aule di studio; aree di ristoro, cicli di lezioni, etc. ).
L’acqua pubblica, è un Bene Comune. Andrebbe predisposto un piano complessivo di salvaguardia delle risorse idriche; di razionalizzazione del consumo; di manutenzione delle condotte; di ammodernamento e rinaturalizzazione della depurazione; e anche un piano di gestione naturalistica e di fruizione sostenibile delle risorse fluviali, sorgenti e corsi d’acqua anche temporanei, di cui va naturalizzato e manutenuto il corso; un piano per le fontane, monumentali e non, e per eventuali abbeveratoi. Occorrerebbe ridefinire i contorni di Gran Sasso Acqua, diminuirne all’indispensabile i costi politici, e recuperare tutte le evasioni tariffarie, connotandone la gestione in senso spiccatamente attento al diritto fondamentale all’acqua pubblica, dei cittadini; anche con l’obiettivo, misurabile, della riduzione delle tariffe.
Sarebbe opportuno pensare ad un piano di riduzioni tariffarie, per i servizi comunali (oltre alla previsione di specifiche facilitazioni di parcheggio nell’area del Centro cittadino), dedicato alle persone titolari di partita IVA individuale, per il periodo in cui sia loro concesso il regime fiscale forfettario conseguente all’avvio di attività.
Forse, ci sono cose, e processi, che sono fuori, dallo scorrere del tempo. O meglio; forse, ci sono cose e processi il cui esplicarsi non è proprio di uno specifico tempo presente; bensì costituiscono il tessuto stesso con il quale la nostra specie pensa il tempo.
Ad esempio, noi tendiamo a costruire progressivamente, con la realtà che ci circonda, livelli di relazione e comunicazione, sempre più profondi, con l’andare avanti del nostro vivere. Inevitabilmente, questo processo genera strati di tempo, nel modo in cui incontriamo e comunichiamo coi muri che fanno ala ai nostri passi. E se questo è vero, significa semplicemente, e forse persino inconsapevolmente, per tante e tanti, che, per una percentuale molto alta di cittadine e di cittadini della nostra città, il trauma del sisma non è stato affatto superato; costituendo invece uno spartiacque, soprattutto sul piano psicologico, che divide la vita in un “prima”, e in un “dopo”. Le condizioni individuali, la storia o le storie di ciascuna e ciascuno, diranno se, in questa divisione temporale, vi sia anche una connotazione qualitativa che definisca cosa fosse, o sia, meglio, e cosa peggio.
Questo determina che la maggioranza dei cittadini e delle cittadine, per pure ragioni anagrafiche, ha, probabilmente, in sé uno strato di tempo bloccato dal sisma, che non riesce ad evolvere, sopraffatto da quel che è venuto dopo, percepito essenzialmente come estraneo e peggiorativo (il che spesso, purtroppo, è un dato reale): e questa non è una colpa, ma genera una reale difficoltà ad immaginare una città futura.
Si pensi alla drammatica assenza di qualunque prospettiva della destra al governo, se, per il più importante intervento di arredo urbano e ristrutturazione della città (asse centrale dalla Villa Comunale alla Fontana Luminosa, comprendendo Piazza del Duomo e Piazza Palazzo), si è limitata a guardarsi acriticamente indietro e al tentativo di riprodurre, nel nostro piccolo provinciale, le ambizioni dell’EUR di Roma; con un effetto di estranea tetraggine che ridimensiona pesantemente ogni tentativo di cifra unitaria del Centro Storico della città.
Ed è forse per questa ragione molto profonda, che è più che mai necessario chiedere ad una nuova e giovane generazione di donne e di uomini, che abbiano costruito i propri percorsi individuali, e la propria maturazione dopo il sisma, ed in modo capace di confrontarsi con le peculiarità dell’attuale mondo del lavoro, di assumere il profilo di una nuova classe dirigente; quando dimostri d’avere visione, analisi, capacità di relazione anche nella realtà social, e profondità di studi e connessioni.









