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L’esito del Referendum sulle modifiche costituzionali, richiede nuove responsabilità.

Mar 24, 2026 | 2026, Istantanee

Al Referendum del 2 giugno 1946, quello che decise la forma istituzionale dei nostro Paese e nel quale per la prima volta su base nazionale votarono le donne, presero parte quasi venticinque milioni di italiani, e di italiane (allora, circa l’89% del corpo elettorale).

La Repubblica, ottenne, più o meno, dodici milioni e settecentomila voti (circa il 54% dei votanti); la Monarchia, ottenne circa dieci milioni e settecentomila voti (poco meno del 46% dei votanti).

Al Referendum del 22 e 23 marzo 2026, riguardante l’ordinamento costituzionale della Magistratura, hanno votato quasi ventisette milioni di italiani ed italiane (circa il 59% del corpo elettorale); di questi, dodici milioni e mezzo, hanno espresso consenso alle modifiche costituzionali proposte (circa il 46% dei votanti), e quasi quattordici milioni e mezzo, si sono opposti alle modifiche costituzionali proposte (poco meno del 54% dei votanti).

Sono numeri simili, nell’uno e nell’altro Referendum, nelle loro grandezze assolute, e nei distacchi tra le opzioni, anche se il corpo elettorale si è ingrandito, dopo 80 anni di Repubblica; ed anche se la distribuzione geografica del voto è molto cambiata dal 1946 ai risultati odierni. Moltissime, sono le cose cambiate in verità, da allora: l’Italia del 1946 era un Paese appena uscito da una dittatura e devastato dalla Guerra, e, in questo tempo trascorso, molta strada è stata compiuta: l’Italia è un altro Paese, dentro un altro mondo.

Vale la pena rilevare che, ai Referendum abrogativi del 2025, riguardanti i diritti del lavoro e i tempi di concessione della cittadinanza italiana, votarono circa 15 milioni e trecentomila aventi diritto (poco meno del 30% del corpo elettorale). A significare, direi, che esiste una certa quantità di italiane e di italiani, che, nonostante le convenienze del momento (una parte significativa e maggioritaria delle forze politiche, allora, invitò elettori ed elettrici a non recarsi alle urne), ritiene comunque importanti i processi democratici garantiti dalla Costituzione della Repubblica, ed esercita i propri diritti, in essi compresi, liberamente esprimendo e differenziando la propria opinione nel merito: tanto che, nel quesito riguardante l’abbreviazione dei tempi necessari per l’ottenimento della cittadinanza italiana, fu importante il risultato del “No” all’abrogazione delle norme vigenti, che risultò essere quasi tre volte più alto del risultato invece ottenuto da chi voleva conservare l’ordinamento in vigore riguardante i diritti del lavoro.

Per cogliere alcune suggestioni, tra quelle che possono suscitare questi numeri posti a confronto, e fatte salve specificità ed epoche storiche diverse, verrebbe da dire che il tempo abbia sedimentato, dalla radice che diede vita all’Assemblea Costituente, una parte maggioritaria (sebbene forse non in senso assoluto, ma solo relativamente al merito di alcune questioni di fondo), di italiane e di italiani che hanno consapevolezza di quanto sia preziosa la Libertà che la Costituzione della nostra Repubblica, protegge e definisce. E che sono disponibili, attraverso l’esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti, a mobilitarsi e a difenderla. Dentro questa parte maggioritaria, le opinioni sono tra loro diverse, e talora confliggenti, ma unite, se non in una visione comune, almeno nella risolutezza con cui si percepiscono i pericoli che possono mettere in discussione l’ordinamento democratico, e di conseguenza si agisce e ci si mobilita.

D’altra parte, esiste una continuità storica, nei numeri assoluti persino in crescita, tra chi nel 1946 s’oppose alla forma repubblicana dello Stato, e chi oggi, avrebbe voluto modificare l’equilibrio tra i poteri fondamentali dello Stato. E se nel 1946, la percentuale di coloro che non espressero un voto fu, grosso modo una sorta di “astensionismo fisiologico”; oggi, invece, ci sono oltre diciannove milioni di italiane, e di italiani, che non hanno ritenuto di doversi pronunciare nel merito delle modificazioni costituzionali proposte.

E che attendono che qualcuno parli loro.

E tuttavia occorre prendere atto che in tutte le occasioni in cui, negli ultimi trenta anni, italiane ed italiani sono stati chiamati e chiamate ad esprimersi col voto su modifiche alla nostra Carta Costituzionale, essi ed esse hanno sempre respinto le proposte loro sottoposte. Unica eccezione, è quella riguardante le modifiche al Titolo V della Costituzione, proposto dal Centrosinistra dopo una lunga ricerca di mediazioni col Centrodestra, finite in un compromesso senza padri, e successivamente approvate da un Referendum ove si recò a votare solo il 34% circa degli aventi diritto.

Italiane ed italiani sono complessivamente grate e grati alla nostra Costituzione, per le Libertà che ci consente di esercitare; per i diritti di cui ci ha dotato; perché ci permette di immaginare futuri diversi dall’oggi e di impegnarci per costruirli, entro regole comunemente condivise.

Ed ecco, il punto politico.

Quello che manca, in Italia, è un patrimonio di regole pubbliche, condivise, perché una parte del Paese si fa rappresentare da chi non si è mai riconosciuto nella Costituzione della Repubblica italiana. Non si può far finta che non esistano i suoi Principi Fondamentali, cui l’architettura istituzionale e l’equilibrio dei poteri dovrebbero esser coerenti, e il tentativo, ormai trentennale, di sterilizzare quei Principi attraverso marchingegni che, sempre più, privilegino il potere esecutivo, rispetto al potere legislativo e a quello giudiziario.

Dovremmo sempre ricordare, in questo senso, l’intervento, del tutto irrituale ed intrusivo, della più grande banca d’affari statunitense, la JP Morgan, alla vigilia del voto, nel 2016, in favore della riforma costituzionale (che andava nello stesso verso di uno squilibrio terribile tra i poteri dello Stato), proposta da Renzi, e, anche allora, bocciata.

Il mondo della finanza capitalistica, senza regole sul piano globale, è molto interessato a tutti gli esiti politici che producano una minor partecipazione alla Democrazia, e ad un esercizio del potere esecutivo, il più possibile sottratto a controlli e contrappesi.

In Italia, una “destra costituzionale”, esiste, ed è trasversale a tutti gli schieramenti politici: ma è fortemente minoritaria, ed incapace di affrancarsi dalla rappresentanza della destra erede del fascismo: l’unica che pare capace di parlare alle paure, e agli istinti di conservazione ed egoismo di una larga parte del Paese, spesso purtroppo, non dotata di sufficiente formazione ed informazione e sempre più, di questi tempi, ubriacata da un rumore di fondo, proveniente dai social, utile quasi solo a confermare orrendi luoghi comuni, pregiudizi, semplificazioni incoscienti, e irrazionalismi di vario genere e gravità. E anche in questo aspetto, vi è una continuità storica, visto che, nel Secondo Dopoguerra, quella che potremmo definire “destra costituzionale”, ha preferito farsi lungamente rappresentare da un partito di massa che si autodefiniva cristiano (capace di dare al Paese alcuni grandi statisti, ma anche capace di usare ogni strumento, a partire dal proprio interclassismo, per il mantenimento del potere, ivi compresa la collusione con la criminalità organizzata e con il terrorismo stragista), e che dalla pratica religiosa aveva mutuato organizzazione e codici linguistici e rapporto privilegiato con quella larga fetta di popolazione contemporaneamente sensibile al richiamo di una rassicurante tradizione di riti e significati, e alla paura di una presa del potere da parte dei “rossi”, che li avrebbero privati delle loro piccole proprietà.

Occorre chiedere, alla “destra costituzionale” di questo Paese, di affrancarsi dagli eredi legittimi e convinti del fascismo. Ed occorre, in questo senso, prepararsi e favorire la scomposizione degli schieramenti politici, in vista e nell’auspicio, del sorgere di una destra italiana conservatrice, ma repubblicana e costituzionale, dotata di senso dello Stato.

E’ questo un obiettivo storico-politico della Sinistra e del Centrosinistra, che dovrebbe essere tra le priorità dell’azione quotidiana.

L’esito referendario, dentro una temperie geopolitica internazionale, caratterizzata da guerre terribili e asimmetriche; da tentativi continui di azzerare il Diritto Internazionale (certo imperfetto ma essenziale alla convivenza pacifica dei popoli) e, soprattutto, da un generalizzato attacco interno a ciascun singolo paese, ed esterno, per la pressione delle grandi potenze e di grandi conglomerati finanziario/tecnologici, alla Democrazia e alle sue istituzioni fondamentali, è un primo e fortissimo segnale, anche a livello internazionale, che una parte del mondo, non è disponibile a consentire che la Democrazia sia svuotata, attraverso lo strumento comune a tutti gli autoritarismi, dell’attacco, sul piano “tecnico” innanzitutto, ad ogni strumento di controllo del potere, in vista di un progressivo ma inesorabile asservimento al potere esecutivo. Nello specifico, l’esito referendario, è stato anche in grado di rovesciare una martellante campagna, condotta in ogni anfratto televisivo del giorno e della notte; da quasi tutti i sopravvissuti quotidiani e periodici di caratura nazionale; su ogni social attraverso agguerrite compagini di consulenti della comunicazione e strutture specializzate; una campagna che ha usato tutte le leve disponibili al potere: dal pervertimento e dalla strumentalizzazione di casi di cronaca giudiziaria che nulla avevano a che vedere con le modifiche costituzionali proposte; fino alla misera mancia destinata a calmierare in modo del tutto insufficiente i rincari sui prezzi delle fonti energetiche, derivanti dalle guerre in corso, e senza intaccarne minimamente il loro impatto inflattivo, sull’economia in generale, e sull’impoverimento ulteriore delle disponibilità delle famiglie, già in difficoltà da anni.

L’esito referendario, è anche il frutto di una valutazione di carattere generale sull’operato del Governo. Ed in particolare sulle sue ambiguità di fronte alle guerre in corso. Ambiguità che hanno portato l’Italia pericolosamente vicino agli Stati Uniti di Trump, e all’Israele di Netanyhau e alle sue pratiche di sterminio di massa; e quindi vicino alla guerra, peraltro su vari fronti.

Il richiamo della Pace, e del “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, resta forte per le italiane e per gli italiani: un elemento identitario, per molti versi, sul quale non si è disponibili ai compromessi che il nostro Governo ha posto in essere in questi anni, peraltro sempre cercando di non assumere responsabilità o determinazioni rigorose, e persino mentre sue componenti significative si pongono anche volontariamente a servizio del tiranno Putin.

In un mondo che calpesta quotidianamente, le faticose conquiste civili, nate con i Lumi della Rivoluzione Francese, codificate dalle democrazie liberali, vivificate dal compromesso socialdemocratico, una parte importante degli italiani e delle italiane (maggioritaria in questa competizione elettorale), ha voluto tenere alto l’argine opposto dalla nostra Costituzione, e noi non finiremo mai di ringraziare abbastanza lo sguardo lungimirante ed equilibrato dei Costituenti, cui forse bisognerebbe cominciare ad accostarsi, per pensare di intervenire, nella nostra Costituzione, su questioni che la modernità impone all’attenzione, a partire dalle nuove tecnologie informative e delle comunicazione; alla vigilia dell’avvento massivo di strumenti di Intelligenza Artificiale, che possono divenire potentissimi strumenti coercitivi; e non certo per appesantirla di orpelli senza significato alcuno, come l’obbligo del pareggio di Bilancio, inserito nella Carta Costituzionale da un consenso parlamentare amplissimo, da destra a sinistra, e francamente deprimente.

Sarebbe il caso anche, di aprire una riflessione seria, e capace di comprendere cosa chiedano, i milioni di italiani e di italiane che il il 22 e 23 marzo scorsi, si sono recati a votare, e hanno bocciato le modifiche proposte alla nostra Costituzione.

Quegli italiani, e quelle italiane, hanno inteso con nettezza il richiamo di allarme, lanciato dal Presidente della Repubblica Mattarella, quando ha scelto di presenziare e presiedere proprio quel Consiglio Superiore della Magistratura che le modifiche proposte alla Costituzione, intendevano abolire, diminuendo per questa via, anche il potere del Presidente della Repubblica, delicatissima istituzione garante dell’equilibrio democratico nel nostro Paese.

La Democrazia, non è comando. E tutti se lo devono mettere in testa.

Non è questa la sede, per azzardare teorie sul compito politico che attende l’Opposizione, per provare ad andare al governo dell’Italia. Una cosa però, forse si può dire, e con grande chiarezza.

Le italiane e gli italiani, che si sono recati alle urne, e che hanno difeso l’impianto formale e sostanziale delle istituzioni e delle Leggi del nostro Paese, chiedono più Democrazia; non meno Democrazia. E la chiedono in ogni campo del vivere civile.

Forse, più Democrazia, e non meno; e neanche una furbesca conservazione dell’esistente, potrebbero iniziare ad essere un discrimine, che consenta di scegliere davvero, nel merito, con chi obbligarsi per un patto di governo.

Penso che al prossimo “giro”, qualunque sia il sistema elettorale, chiunque scelga di privilegiare la propria identità, in contrasto ad una visione comune, andrebbe emarginato, e nessuna alleanza bisognerebbe fare con costoro, perché non è la somma di presunti voti e sigle, che fa vincere, bensì la credibilità della proposta e di chi se ne deve fare interprete.

Infine, il numero assoluto di aquilani e di aquilane che si sono recati a votare, e che hanno bocciato le proposte di modifica della Costituzione, è incredibilmente simile al numero di consensi che, nelle elezioni amministrative del 2012, al secondo turno, segnarono la vittoria del Centrosinistra, conferendo il secondo mandato a Massimo Cialente: 20495 voti che lo elessero al Ballottaggio, contro i 19173 che hanno respinto i quesiti referendari.

Che la città di Aquila, nonostante la concentrazione di poteri che la Destra qui può sfoggiare ad ogni livello, abbia dato una prova elettorale in forte controtendenza rispetto a tutti gli ultimi appuntamenti elettorali locali e nazionali, è certamente un segnale incoraggiante, per il futuro; ma occorre essere consapevoli che quel perimetro di voti è animato da sensibilità diverse e da attese anch’esse diverse. Certo forse di maggiore Democrazia sul piano locale, ma soprattutto dal desiderio di confrontarsi con una nuova classe dirigente: responsabile e competente, libera da condizionamenti, e da eredità del passato, e capace di disegnare la traiettoria europea di una città che, inevitabilmente, vedrà ridursi drasticamente la quantità di risorse disponibili, in gran parte oggi sprecate dall’attuale amministrazione di Destra.

Il percorso per una Amministrazione comunale di diverso segno, non è per nulla agevole, popolato com’è da ambizioni personali, prima ancora che da esigenze di un reale salto di qualità di fronte ad un mondo che corre troppo velocemente, per una città che “Immota Manet”.

E’ il momento di mettersi a servizio di un cambiamento reale della nostra città. Valorizzando le diverse sensibilità in un disegno comune di costruzione, libero da ogni cascame del passato.

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