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Certe volte, si vede il sole anche in difficili vicende di vita aquilana.

Ott 24, 2026 | 2026, Storie

Ci sono scelte particolarmente impegnative che le famiglie decidono di fare; talvolta anche molto difficili, riguardanti magari il futuro dei figli, e che comportano “sacrifici”.

Scelte che richiedono che tutti i componenti della famiglia siano orientati al raggiungimento di un medesimo obiettivo comune: chi si adopera nel reperimento delle risorse necessarie al raggiungimento di quel traguardo; e chi quelle risorse ha il compito di usarle ai fini prefissi.

Si pensi ad esempio ad una famiglia aquilana, monoreddito magari, i cui due figli abbiano concluso il ciclo delle loro scuole superiori, e vogliano studiare in una prestigiosa Università del Nord Italia, perché sentono di poter conseguire un importante titolo di studio che consenta loro di trovare un impiego capace di migliorarne le condizioni materiali e le prospettive.

Si tratta di pagare le tasse universitarie; di trovare un alloggio; di pagare i libri e il modo di spostarsi dentro una città; di avere il denaro sufficiente per mangiare, bere, vestirsi, pagare le bollette e qualche volta il ritorno a casa. Se necessario, devono esserci le risorse per curarsi.

Adesso proviamo a pensare ad una famiglia africana, in cui ci siano due sorelle capaci, a scuola. Immaginiamo che il paese africano dove sono nate, pochi anni fa, sia stato sconvolto da un feroce conflitto interetnico, causato, finanziato ed armato magari da potenze ed aziende straniere che vogliono appropriarsi delle risorse naturali di quel Paese; ed immaginiamo che i genitori di questa famiglia appartengano ciascuno, ad una delle etnie in conflitto.

Dovrebbe esserci una guerra civile, in casa. Per di più, ciascuna delle etnie in guerra, considera nemica una famiglia “mista”, nella quale i diversi convivano.

Quando sulla propria strada di casa gli edifici siano distrutti; quando procurarsi cibo e vestiti è una impresa, andare a scuola diviene forse l’unica possibilità cui aggrapparsi per non avere più intorno morte e distruzione, e perciò ogni cura è posta perché alle figlie sia possibile studiare, migliorarsi. Avere un futuro.

Penso sia possibile solo immaginare. Certo, difficile poter raccontare la sensazione che si prova ad essere ogni giorno in pericolo; a sentire il rumore delle armi che, da lontano, si faccia sempre più vicino.

Una delle due sorelle, si laurea in informatica. Dovrebbe essere il sapere del futuro.

Allora inizia l’iter necessario a chiedere di poter conseguire una Laurea Magistrale presso l’Università di Aquila.

E si pongono tutti i problemi materiali che si pongono per la famiglia aquilana monoreddito, i cui figli vorrebbero iscriversi in una Università del Nord Italia, di cui s’invitava ad immaginare; però, moltiplicati. Dalla lontananza; dalle differenze linguistiche; dalle difficoltà burocratiche.

L’iter per venire a studiare in Italia, è molto complesso e prevede, tra l’altro, una serie di passaggi, tra loro conseguenziali, da compiere di seguito, e senza sbagliarne nessuno.

Nell’anno precedente l’inizio delle lezioni, ci si deve registrare ad una piattaforma dedicata, di raccolta delle candidature, allegando una documentazione specifica e precisa, riguardante il proprio corso di studi sin lì seguito, e i propri dati anagrafici, specificando la lingua in cui s’intenderebbe seguire i corsi e pagando per questa pre-iscrizione.

L’Università di Aquila, valuterà questa candidatura e, se lo ritiene, rilascerà un attestato di ammissione, che consente di registrarsi ad un portale elettronico per completare una preiscrizione. L’Università poi, provvederà a contattare l’ambasciata italiana competente, che magari si trova in un altro Paese africano, rispetto a quello in cui vive chi si è candidato, e che dovrà essere obbligatoriamente raggiunto per poter ritirare il Visto necessario all’ingresso nel nostro Paese.

Ma, per ottenere il Visto, bisogna dimostrare d’avere sufficienti risorse economiche a mantenersi in Italia; bisogna dimostrare di avere la disponibilità di un alloggio, e bisogna stipulare una assicurazione che copra eventuali spese sanitarie. Il titolo di studio conseguito nel proprio Paese d’origine, dovrà essere tradotto, legalizzato e valutato, nella sua congruità con gli standard italiani.

Una volta entrata in Italia, la persona ha otto giorni di tempo, per recarsi all’Agenzia delle Entrate, e richiedere un proprio Codice Fiscale; poi dovrà richiedere alla Questura un Permesso di Soggiorno per motivi di Studio, ed infine dovrà perfezionare la propria iscrizione all’Università.

Per una persona che voglia venire dall’estero in Italia, a studiare, è davvero necessaria una determinazione senza ripensamenti o incertezze, cui devono seguire tutta una serie di scelte coerenti, soprattutto sul piano materiale, da parte almeno di tutta una famiglia, affinché certi sogni, certe speranze, possano diventare realtà.

Le due sorelle arrivano in Italia nel 2020, e quella di cui raccontiamo la storia, viene a studiare ad Aquila, per conseguire la Laurea magistrale in Informatica, dopo aver conseguito la Laurea triennale, nel proprio Paese d’origine.

Non è esattamente un momento facile per l’Italia: a gennaio 2020 inizia la pandemia di COVID 19 che, inevitabilmente, influisce sul corso di studi che è stato intrapreso.

La persona, comunque, nel 2024, consegue la propria Laurea Magistrale in Informatica presso l’Università di Aquila.

Nel frattempo, ha conosciuto ogni possibile difficoltà, nel cercare alloggio ad Aquila, forse anche per il colore della sua pelle, ed ha iniziato, nel 2023, a lavorare per aiutare la propria permanenza in Italia, e gravare meno sulla famiglia.

Naturalmente, si tratta di lavori temporanei, nei quali spesso, la concreta prestazione lavorativa, differisce, da quel che è scritto sui contratti applicati. La legislazione attuale relativa ai permessi di soggiorno, consente a chi abbia un permesso per studi, di lavorare; ma per un massimo di 20 ore settimanali. Nessuno controlla davvero che questo limite sia rispettato.

Terminato il suo percorso di studi italiano, e conseguita quindi la Laurea Magistrale in informatica, con una Tesi sostenuta in inglese, inizia ad inviare, in tutt’Italia, il proprio curriculum ad aziende che possono essere interessate al suo profilo di competenze.

Quando un cittadino straniero, titolare di permesso di soggiorno per studio, abbia conseguito il titolo di studio per il quale era in Italia, può richiedere un permesso di soggiorno per “Attesa Occupazione”: la persona di cui raccontiamo la storia, quindi, cambia il proprio permesso di soggiorno, da “Studio”, ad “Attesa Occupazione”.

La normativa, in questo caso specifico però, non chiarisce alcune circostanze che, nella normalità del vivere, si presentano frequentemente. Accade spesso che uno studente abbia in corso un rapporto di lavoro part time; ed accade che, conseguito il permesso di soggiorno per attesa occupazione, la persona, immediatamente, ne chieda la trasformazione in permesso di soggiorno per Lavoro Subordinato, perché, magari, la stessa azienda presso la quale era impiegato a tempo parziale, gli abbia offerto un rapporto di lavoro a tempo pieno. Il datore di lavoro, segnalando l’esistenza di un permesso di soggiorno per Attesa Occupazione, invia al Centro per l’Impiego una Comunicazione Obbligatoria di Assunzione, nella quale è tenuto a specificare se il rapporto di lavoro, a tempo pieno, sia a tempo determinato, o indeterminato, secondo le necessità aziendali.

Il Centro per l’Impiego, di fronte a questa comunicazione, non può che constatarne la regolarità formale, e procede all’avviamento al lavoro della persona interessata.

La norma prevederebbe però, che il rapporto di lavoro debba essere ricercato in un ambito “coerente con il percorso formativo completato”.

Ed ecco che si crea il problema.

E’ il permesso di soggiorno per Attesa Occupazione, a dover essere rilasciato per una ricerca di lavoro, nell’ambito del proprio percorso formativo. Non è il permesso di soggiorno per Lavoro Subordinato, che può essere rilasciato solo se il rapporto di lavoro si svolga nell’ambito del proprio percorso formativo. Senza tener conto del fatto che, anche a volerne assumere una validità oltre il suo valore indicativo, tale congruenza potrebbe prestarsi a molte questioni di carattere interpretativo, oltre che, a molte distorsioni, purtroppo.

La giovane donna della nostra storia, si vede rifiutata la richiesta di avere un permesso di soggiorno per Lavoro Subordinato, perché il lavoro che era stato attivato, a tempo pieno, e che è il lavoro che prima svolgeva a tempo parziale, non era coerente con il proprio percorso di studi.

Lei continua ancora oggi, ad inviare curriculum ad aziende cui potrebbe interessare una persona che abbia conseguito una Laurea Magistrale in Informatica, ma non è stata mai chiamata a nessun colloquio. Forse perché leggendo il suo nome, può venire il dubbio che di algoritmi capisca poco.

A questo punto, per restare con regolare Permesso di Soggiorno in Italia, e non essere espulsa, visto che il suo permesso di soggiorno era in scadenza, non le resta che tentare una procedura molto complessa e difficile che potrebbe consentire la “conversione” del suo permesso di soggiorno.

Si tratta di una procedura assimilabile a quella che viene posta in essere in dipendenza del cosiddetto “Decreto Flussi”, che è immaginato, nella sua promulgazione annuale da parte del Governo, per una situazione in cui una impresa offra un rapporto di lavoro ad un cittadino straniero, mentre egli è ancora nel suo Paese di origine.

Questa particolare procedura richiede che il datore di lavoro formalizzi una proposta di contratto, e fornisca una serie di informazioni, riservate e delicate, riguardo la propria impresa.

Il datore di lavoro si dimostra disponibile, e fornisce tutte le informazioni richieste, compresa l’indicazione che riguarda il Contratto di Lavoro applicato: senonchè questo, è uno dei tanti contratti “pirata”.

La persona, può essere regolarizzata; però deve accettare un contratto di lavoro firmato da organizzazioni sindacali (sia datoriali che delle lavoratrici e dei lavoratori), rappresentative di nulla, ma capaci, per le lacune giuridiche italiane in materia, di offrire una presunta patente di legittimità a condizioni lavorative peggiorative, sia sul piano della retribuzione/contribuzione che sul piano dei diritti, rispetto a quanto previsto nei contratti nazionali, firmati invece da organizzazioni sindacali, (datoriali e delle lavoratrici e dei lavoratori), maggiormente rappresentative sul piano nazionale.

Un bel paradosso; forse tipicamente italiano.

Per regolarizzare una persona, si usa un contratto illegittimo ed irregolare.

Ma questa è la condizione del nostro Paese, in cui la furbizia è ammessa; in cui lo sfruttamento è regolarizzato; e nel quale, il Lavoratore, o la Lavoratrice, quando siano correttamente inquadrati e retribuiti, debbano considerare questa circostanza un regalo, una concessione, e non un diritto.

E se si tratti di Lavoratrici, o Lavoratori stranieri, è ammesso il ricatto nei loro confronti, quanto alle condizioni di lavoro, quando il rinnovo di un contratto a tempo determinato, è la condizione per ottenere un permesso di soggiorno, e quando l’assenza di lavoro significhi la possibilità di perdere il diritto a soggiornare regolarmente nel nostro Paese.

E questa è la condizione della nostra città, in cui le imprese sono autorizzate a competere solo sulla compressione dei diritti e delle condizioni di chi lavora.

E questa è la condizione della nostra città, in cui le associazioni degli imprenditori tollerano che la concorrenza sia sleale e truccata, e non proteggono l’impresa che scelga di comportarsi correttamente.

E questa è la condizione della nostra città, in cui gli organismi deputati al controllo, negli anni depotenziati da una legislazione nazionale sempre più permissiva e debole, e dal taglio delle risorse, di fatto assicurano la loro quasi totale assenza, alle imprese che eludono ed evadono gli obblighi contrattuali e di Legge.

La protagonista della nostra storia si ritrova quindi, ad un certo punto, con un permesso di soggiorno scaduto, ed il cui rinnovo è stato rifiutato; con una difficile procedura di conversione del suo permesso di soggiorno, aperta, ma dall’esito incerto; con un rapporto di lavoro, regolato da un contratto che la paga poco, e la tratta male.

Tutto sembra avviarsi all’esito peggiore: quello dell’impossibilità ad avere un titolo di soggiorno regolare per restare in Italia, dove ha conseguito una Laurea magistrale in Informatica, di cui però, a nessuno, sembra importare qualcosa.

Credo sia difficile raccontare da un punto di vista umano, come ci si debba sentire in una situazione simile. Credo che il pensiero più terribile che attraversi la propria mente, possa essere quello di sentire rifiutata, respinta, la propria intera esistenza, per ragioni, per di più, incomprensibili.

E, nel contempo, non vedere vie d’uscita.

Credo che sia una condizione, umanamente, molto, molto difficile. Di continua tensione e vulnerabilità.

Invece, ad un certo punto, qualcuno riconosce che il percorso che lei aveva inizialmente intrapreso (quello di un semplice rinnovo del suo permesso di soggiorno per Attesa Occupazione), era quello corretto. E finalmente, le viene concesso un permesso di soggiorno per Lavoro Subordinato.

Oggi, lei vive in coabitazione con altre tre persone in un appartamento ad Aquila, e per la stanza dove dorme, paga 250 euro al mese. Continua ad inviare curricula in tutta Italia, e se trovasse una occasione che valorizzi le sue competenze, sarebbe pronta a lasciare la nostra città che, ancora una volta, sarebbe solo il luogo dove viene effettuato un investimento in alta formazione, che però darà i suoi frutti altrove, o che la nostra città sprecherà, perché il suo tessuto economico e sociale non è in grado di offrire risposte a chi abbia competenze in un settore nodale per il futuro.

Sua sorella è andata a vivere e lavorare in Francia.

Lei lavora per bisogno economico spiega; e spiega che, nel suo Paese d’origine, se avesse un lavoro coerente col proprio titolo di studio, forse potrebbe aspirare ad uno stipendio di 500 euro al mese.

Ma spiega anche che il razzismo, in Italia, si nasconde nelle pieghe di una cortesia ipocrita, che le chiede comunque di faticare più degli altri, nonostante si sia assunti con un contratto irregolare, e sia sottopagata.

La storia di questa persona, è un esempio molto chiaro di cosa stia accadendo nel mondo.

Nel mondo si stanno stringendo, in modo inesorabile, le catene su interi popoli e stati, considerati solo per il valore economico delle risorse di cui ci si voglia appropriare; o solo per il loro valore come manodopera a costi bassissimi.

A strozzare le persone, in ogni parte del mondo, è la dittatura dell’impresa capitalistico-finanziaria, che a sua volta condiziona il governo di interi Stati, superpotenze comprese. E sembra che ad essa non sia possibile opporre una risposta collettiva, che la costringa a compiere mediazioni, nel senso di una maggiore giustizia distributiva; cui sono indissolubilmente legati i diritti di Eguaglianza, e l’esercizio della Democrazia, oltre che un materiale benessere delle persone, che possono sperare di vivere in pace ed in sicurezza.

E per questo, sempre più, in ogni parte del mondo, sembra che l’unica risposta possibile a questa dittatura, sia una risposta di carattere adattativo ed individuale: chi può, cerca una strada.

La realtà è che, per quanto si fugga, o per quanto ci si impegni, in fondo, da quella dittatura sembra non potersi sottrarre nessuno; al massimo, ci si può star dentro in modo un po’ più confortevole.

Ed in un quadro simile, qualcuno è in grado di alzare sufficienti muri per impedire che l’umano possa e voglia vivere in una condizione migliore, secondo le proprie aspirazioni, e le proprie necessità ?

Auguri.

Ogni tanto, sarebbe necessario guardare le persone negli occhi, e cogliere nella loro umanità, e nel loro desiderio di migliorare la propria condizione, la possibilità di costruire un dialogo che a tutte e a tutti porti beneficio; invece di continuare a ragionare secondo schemi mentali ampiamente travolti dalla realtà.

Sarebbe necessaria forse, in sede europea, una profonda discussione che ponga al centro un nuovo diritto di cittadinanza, capace di confrontarsi con la mobilità globale delle persone, ma capace anche di porre al centro le condizioni della partecipazione dei cittadini stranieri, alla vita del Paese ospitante, secondo regole chiare, non vessatorie, e di reciprocità nei doveri e nelle responsabilità.

L’attuale situazione, serve solo ad identificare un gruppo di residenti, per la loro debolezza, vulnerabilità, e ricattabilità. A disposizione di imprenditori furbi, o senza scrupoli, e, in qualche caso, criminali; e serve solo a rendere, questa specifica categoria di residenti, stranieri (compresi quelli che, nel frattempo, hanno superato ogni sorta di ostacolo e sono divenuti cittadini italiani), i perfetti capri espiatori, per ogni cosa che vada male.

La nostra politica, nei confronti degli stranieri, è talmente miope, che non ce ne frega nulla delle loro competenze, e nemmeno di aver partecipato, come Paese, attraverso le nostre Università e anche con le nostre risorse economiche, ad un investimento in loro favore, in alta formazione, rispetto al quale ci comportiamo come se lo considerassimo, sin dalla partenza, perduto. Siamo indifferenti persino ai soldi che usiamo.

Di questa storia, l’unico elemento positivo, è che questa persona ora, ha un Permesso di Soggiorno regolare, e può provare a costruire il proprio futuro con maggiore tranquillità.

Auguri. Auguri veri, stavolta.

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