A partire dalla metà degli anni ‘80 dello scorso secolo, iniziarono i tagli ai trasferimenti verso gli Enti Locali.
Ogni governo dell’epoca, in occasione della presentazione alle Camere della Legge Finanziaria, provvedeva a quantificare il numero di miliardi di lire ( allora ), che lo Stato avrebbe smesso di trasferire a Comuni, Province, Regioni.
I tagli erano giustificati da una presunta lotta agli sprechi ( che pure erano presenti ), e ai privilegi ( che pure vi erano ), riservati al personale di quegli Enti. S’avvertivano anche gli echi della nuova egemonia culturale proveniente dalle destre capitaliste, di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher, secondo la quale, la funzione statuale doveva essere ridotta al minimo, e delegato quanto più possibile al privato, cancellando servizi sociali e politiche, anche fiscali, che promuovessero l’Eguaglianza.
Da allora, ogni tentativo di riorganizzazione delle macchine pubbliche degli Enti Locali, è sempre stato operato nel segno della riduzione delle risorse disponibili. Sempre più si è ristretta l’area dei servizi erogati ed erogabili; sempre più l’organizzazione del lavoro si è destrutturata, tramite il sistema degli appalti, delle società miste, o pubbliche ma di natura privatistica, cui era, ed è, concesso ogni uso possibile della precarizzazione del lavoro, posto sempre più sotto ricatto occupazionale e politico. Sempre più il servizio pubblico, e la funzione di governo pubblico, sono divenuti sinonimi di inefficienza, di spreco, di clientelismo, di corruzione e opacità ( tutte questioni reali ).
Il venir meno di risorse di provenienza statale, si è accentuato nel periodo in cui l’Italia ha operato pesanti tagli di Bilancio, per poter rientrare, almeno parzialmente, nei parametri macro-economici previsti dai trattati, per l’adesione alla Moneta Unica; e proprio in quella fase, per l’aumentato peso politico della Lega, si sono poste le basi ( poi santificate in una pessima riforma costituzionale frutto in larga parte del governo di Centrosinistra dell’epoca ), perché sempre minore fosse la solidarietà esercitata dalle regioni ricche verso le realtà più povere del Paese, operando nel contempo, una fallace eguaglianza col dotare gli Enti Locali di propria capacità impositiva, che si traduceva, in realtà, in maggiori risorse a disposizione dei territori più ricchi e popolosi.
Questa fase della vita del Paese, s’è intrecciata con la stagione delle inchieste sul malaffare pubblico, che, sul piano sociale e politico, ha prodotto nella realtà del Paese, due fenomeni nuovi: da una parte, la convinzione diffusa che l’impegno pubblico nasconda sempre ( o quasi ), un interesse privato, per sé, per la propria cerchia di parenti e sodali, producendo anche per questa via un allontanamento delle persone dalla partecipazione alla Democrazia; dall’altra, la trasformazione del governo, in special modo locale, in pura tecnica amministrativa in un quadro di risorse minime, e per questo, strutturalmente attenta e attirata dai capitali privati, e ad essi, in larga parte, subordinata.
Da decenni, in Italia, è tramontata la stagione del governo del territorio attraverso disposizioni di pianificazione e risorse loro dedicate; e da decenni, in Italia, tutto, o quasi, si edifica, o si cambia nella destinazione d’uso, attraverso vari strumenti derogatori.
Da decenni, in Italia, viene smontata la legislazione che prevede obbligo di trasparenza per le imprese ( basti pensare alle depenalizzazionI del Falso in Bilancio operate dai governi il cui Presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi ), e si sono moltiplicati gli strumenti che consentono di eludere gli obblighi fiscali, che saranno poi, comunque, in un qualche modo, condonati.
Il limite di due mandati, posto alle massime cariche di governo degli Enti Locali, dalle vigenti leggi elettorali, ha indubbiamente favorito una azione politico-amministrativa che cerchi effetti il più immediati possibile, per il proprio operato, piuttosto che progettazione e investimenti di lungo periodo.
Il concorso di tutti questi fattori, ci restituisce il quadro di una amministrazione pubblica, sul piano locale, spesso del tutto ed esclusivamente funzionale al governo politico del territorio, ed espropriata della propria funzione terza; il quadro di un governo con sempre minori risorse disponibili; con la necessità di capitalizzare, quanto più possibile il consenso attraverso interventi immediati, piuttosto che attraverso investimenti sulle questioni fondamentali del governo della città ( pianificazione del territorio e delle sue infrastrutture materiali e immateriali; risorse disponibili per investimenti diretti al bene comune… ).
Se a questo quadro aggiungiamo incompetenze amministrative ( anche perché, a forza di blocchi nelle assunzioni pubbliche, s’è selezionato un personale spesso anziano e poco formato, in particolare sulle nuove tecnologie – quest’ultime, appaltate spesso all’esterno degli Enti, anche in barba a necessarie precauzioni per la salvaguardia dei dati – ); e se aggiungiamo magari anche qualche propensione ad approfittare, manifestata da amministratori locali, o da qualche dirigente di strutture pubbliche; e magari aggiungiamo anche la pressione, crescente, di una economia opaca, contigua o complice talora con la criminalità, anche organizzata, ci ritroveremmo di fronte a molti dei vincoli strutturali che attanagliano l’azione politica locale da anni, e la sclerotizzano.
A prescindere, dal colore politico delle amministrazioni.
Quando si tagliano fonti finanziarie agli Enti Locali, gli Enti Locali ascoltano con troppa attenzione forse, proposte urbanistico-finanziarie, che magari contengano qualche simulacro di pubblica utilità ( un marciapiede, o una rotonda, o un parcheggio… ), formulate dai soggetti più diversi e che troverebbero spazio nei meandri di una normativa urbanistica, costruita per giustificare tutto, e il contrario di tutto: e se si abbiano spalle finanziarie forti, diviene possibile anche proporre interventi stravolgenti le realtà urbane, ed affrontarne le conseguenze in termini di contenzioso di varia natura, tanto, l’investimento sulla rendita fondiaria, resta sempre più lo strumento principe, su cui italiane e italiani sembrano far leva, per reperire risorse che non sono più offerte dalla produzione, dal settore primario, o da quello dei servizi.
Questo processo, riguarda sì i grandi conglomerati finanziari, che nelle realtà metropolitane più importanti, possono permettersi interventi anche per miliardi di euro; ma la stessa dinamica interessa anche il piccolo proprietario di un immobile in centro, magari ereditato dai genitori, che diviene immediatamente un locale adatto per le formule di affitti brevi, che oggi svuotano i centri storici delle città, e li privano di un’anima vivente, trasformandoli in puro scenario per il consumo.
L’investimento produttivo, o in servizi, o in innovazione o in ricerca, è di gran lunga meno redditizio e sicuro di un investimento immobiliare; soprattutto se si abbia dimestichezza di uffici bancari ben disposti ( o partner finanziari anche opachi ), e di entrature politiche che garantiscano certi percorsi autorizzativi, sempre più formali, e sempre meno di merito.
E’ qui una delle ragioni del declino economico del nostro Paese: l’interesse a ricavare profitti senza fare quasi nulla; ed è qui una delle ragioni per cui, anche a livello locale, dilaga l’assenza di partecipazione alla vita politica del paese e il bene comune, troppo spesso, lo si identifica solo con la somma di interventi privati che capiti di poter porre in essere.
Mi interessa mettere in luce questi nodi di fondo nel governo locale, per due ragioni.
La prima, è che quasi nessuno, a destra, come a sinistra, sembra avere una visione del governo del territorio, che affronti tutte le condizioni per cui si sono costretti Sindaci, o Presidenti di Provincia, o di Regione, ad operare quasi esclusivamente come mediatori di interessi finanziari ( ognuno poi, lo fa secondo indole o propensione criminale, o vicinanze clientelari, o buona volontà e illusioni, nonostante tutto, e magari anche in nome del Bene Comune ): e verrebbe da chiedersi se non sia ormai metabolizzata la rassegnazione a far decidere a poteri economici, e talvolta criminali, come tutti viviamo e dobbiamo vivere, e non invece alla libera volontà di elettori ed elettrici.
E sarebbe gravissimo, oltre che triste.
La seconda, è che nell’Italia che ha immaginato i Comuni, e dalla loro vitalità ha saputo trarre una potente egemonia culturale, in Europa, prima, e in larga parte del mondo poi, è drammatico non accorgersi che proprio nel mancato governo dei territori risiede il declino ideale, culturale, politico, sociale ed economico del nostro Paese.
E mi interessa anche porre una questione che riguarda il nostro Territorio.
Al contrario di altri territori, dal sisma del 2009, Aquila gode di una quantità di risorse pubbliche disponibili, che, se non in termini assoluti, certamente in termini percentuali, non ha l’eguale in Italia.
La politica, ad ogni livello locale, ma anche nazionale, e l’amministrazione, hanno utilizzato queste risorse per investimenti di lungo periodo, capaci di delineare una programmazione del territorio, ed una sua visione, in termini di sviluppo futuro ?
La risposta, credo sia sotto gli occhi di tutti.
Salvo rarissime eccezioni, Aquila, oggi, è, semplicemente, il risultato di tutto quello che è stato possibile spendere, col massimo della velocità consentita ( per gli interventi privati ), e col peggio possibile del sistema di appalti pubblici ( aggravato dalla foga bulimica di spesa irresponsabile perché a carico dello Stato, quasi a piè di lista, e nemmeno a budget ), che consente, in tempi brevissimi, di ripavimentare l’intero asse centrale del centro storico, e piazze adiacenti, e non è capace di portare a termine quasi nessun recupero di strutture di proprietà pubblica ( scuole, ex distretto militare e caserme, sedi di Enti Locali, Università, chiese etc. ).
La somma di quanto è accaduto, e di quello che è stato lasciato accadere, e di quello che si è fatto in modo che non accadesse, viene oggi presentata come una “città”.
Solo che questa idea di città, non possiamo leggerla in nessun documento pianificatorio dei governi che ad Aquila si sono succeduti: noi possiamo solo guardarla, e convincerci che la città di oggi, dovremmo imparare a guardarla con gli occhi di oggi, e non con quelli di ieri. E tanti dovrebbero smettere di guardarla con gli occhi di quello che avrebbe potuto essere.
La politica, e l’amministrazione, di questi ultimi sedici anni, con responsabilità tra loro profondamente diverse ( e molto più gravi per l’attuale governo di centrodestra, visto che quello del centrosinistra, per larga parte della sua durata s’è dovuto cimentare con la gestione dell’Emergenza e con l’assenza di risorse davvero stanziate almeno fino al 2014-2015 ), pur nell’abbondanza di risorse disponibili, non sono state, per larga parte, in grado di perseguire una idea coerente di nuovo vivere urbano, capace di adattarsi alle proprie strutturali fragilità, mutandole in forza propulsiva per il futuro.
L’assenza di interventi pianificatori di respiro adeguato, ha prodotto, e produce una città che ha largamente peggiorato la qualità del proprio vivere quotidiano, ormai unicamente legato all’uso di una automobile privata ( non disponibile alle fasce più deboli della società e neanche alle persone fragili di ogni età ). Una città sempre più chiusa in micro territori ( frazioni e quartieri ), tra loro sconnessi e confliggenti, e, nel contempo, dai confini sempre più larghi, in una conurbazione unica che, da Scoppito a Pizzoli, per un verso, e sino a San Demetrio e Barisciano per altro verso, pone inediti problemi di mobilità, servizi e pianificazione etc.
Gli esempi possibili, in ciascun campo del vivere quotidiano ( lavoro, sicurezza, inclusione, socialità, cultura, sanità, economia, ricerca, etc. ) potrebbe essere davvero lungo, per illustrare lo scarto esistente tra una qualche coerente elaborazione di una moderna città europea, e l’illusione che quanto abbiamo oggi intorno sia il migliore dei mondi possibili, e l’unico per noi raggiungibile.
Questo significa che la politica, in larga parte, si è ormai rassegnata all’idea che avere degli obiettivi credibili da perseguire è possibile solo nella misura in cui ci si convinca che i movimenti bruti di mercato, di per sé, producono sviluppo e identità urbana.
E, magari, è esattamente così, che va il mondo.
Però, se oggi, un po’ ovunque e anche da noi, hanno maggiore rappresentazione e peso anche reale, il disagio, la paura, l’indifferenza e l’egoismo, l’esasperata competitività, il progressivo degrado degli ambienti urbani, e la progressiva separatezza – in forza di livelli di ricchezza crescenti – tra le varie aree urbane, vuol dire che questa forma di adattamento subordinato alle ragioni della rendita, persino parassitaria, non è una risposta all’altezza della dignità e della bellezza del vivere.
Forse, soprattutto a Sinistra, si dovrebbe comprendere che elaborare idee, che consentano di ricucire, e riconnettere tra loro i diversi ambiti urbani, in modo armonico e sostenibile; capace di rispondere in modo qualitativamente alto al bisogno di servizi oggi esistente, significherebbe forse, innanzitutto, restituire il senso ad una partecipazione popolare reale agli strumenti della Democrazia, e poi, significherebbe forse, offrire una possibile strada da percorrere, a tutti quanti s’accorgano finalmente, che non è cercando capri espiatori, che si risolvono i problemi.
A Milano, per quel poco che io ne possa comprendere, va in scena esattamente lo scontro tra una idea normativa che consente di seguire il mercato nella sua continua ricerca di ulteriore profitto e ulteriore rendita, e con ciò stesso consente di chiamare questa ricerca “bene comune”; e una idea di normativa che invece, sia pure spesso solo per enunciati generici, e magari contraddicibili dalle sottostanti norme tecniche di esecuzione, pone comunque, dei principi generali, riguardanti il “bene comune”, che meritano d’essere tutelati.
E tutto questo, a prescindere dai possibili profili di reato che la Magistratura individuerà, e se del caso – purtroppo con tempi spesso troppo lunghi – sanzionerà.
E ad Aquila, in altre forme, va in scena esattamente il medesimo scontro.
Tra chi utilizza qualsiasi strumento normativo, più o meno applicabile o inventabile, per fare qualsiasi cosa, purché si faccia e senza pensare alla sua integrazione/rapporto col tessuto esistente; e chi pensa che invece sia necessaria una radicale revisione di tutti gli strumenti pianificatori del territorio; che sia necessaria una relazione diversa con i comuni a noi vicini; che sia necessario avere una propria idea di città, e ricucirne i pezzi oggi sparsi, e da quella far discendere ogni intervento, e non esattamente il contrario.
A differenza di Milano, è evidente che, ad Aquila, la Magistratura non ritiene di dover intervenire per comprendere se certi limiti siano stati superati.
Io penso che la sfida nei territori, sia tra le sfide decisive per il futuro del Paese.









