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Autunno. Tempo di Scuola. Una vecchia storia moderna.

Set 24, 2026 | 2026, Istantanee

“La scuola che cambia” – “I diversi”.

Entrò in vigore una Riforma della Scuola, nel 1977. Aboliva lo studio del Latino, per le Scuole Medie Inferiori, ma, soprattutto, aboliva le cosiddette “classi differenziali”.

La mia famiglia arrivò a Lecce, a novembre del 1973. Dovevo fare la IV elementare, nell’anno della epidemia di colera, a Napoli. Al Sud, le scuole, invece che dal primo ottobre, come di consueto, iniziarono alla fine del mese.

La scuola che io frequentavo, era in un vecchio edificio di tufo, costruito alla fine degli anni ‘20 dello scorso secolo, dall’architettura tanto fintamente severa da risultare tronfia (per essere in linea col recente potere fascista), ma che restava imbevuta di Ottocento umbertino, piccolo borghese e paludato. Codino. Suddito.

Il primo giorno di scuola, mi accorsi di qualcosa che non avevo sino ad allora conosciuto. Al suono della campanella di fine lezioni, la nostra insegnante, ci avvisò di uscire ordinatamente dalla classe, e di attendere nel corridoio, in fila, che ci fosse dato il permesso di uscire.

C’erano delle classi però, i cui alunni restavano in piedi nel corridoio in attesa che tutti gli altri fossero fuori. Capii subito che loro dovevano uscire per ultimi, anche se non sapevo perché. Come tutte le cose di quell’età – di quel tempo forse – quel che accadeva era regolato da leggi indiscutibili, cui era necessario solo adeguarsi.

Col tempo, imparai che quelli erano i ragazzi delle classi differenziali.

I poveri, gli agitati, le persone disabili, i pluri-ripetenti, i delinquenti. Quelli da cui bisognava star lontani. Una specie di ombra scura capace di far male al solo contatto.

In quel tempo, le persone disabili potevano frequentare solo istituti specializzati, per quelli che, tra loro, avessero una famiglia che poteva permetterselo; ma il loro destino più comune, era di restare chiusi in casa, spesso senza vere cure o educazione o riabilitazione; nascosti agli occhi degli altri. La malattia, soprattutto al Sud, era uno stigma sociale. La testimonianza che, in quella famiglia, il sangue non era buono. La condanna, per le donne di quella casa, a restare, a vita, tutrici e responsabili integralmente, della cura e della vita “dell’infelice”.

Le classi differenziali, erano la porta sbarrata alla “normalità”; il pozzo in cui si poteva cadere, e da cui rialzarsi era quasi impossibile; erano il luogo cui erano destinati tutti quelli cui, a vario titolo, non si riuscivano ad applicare le regole di una disciplina che era ancora quella di Giovanni Gentile e del Ventennio.

Le classi differenziali, realizzavano il pensiero di chi riteneva che solo ad alcuni, dovesse essere concesso il privilegio di imparare e migliorare la propria condizione; e che a costoro, dovesse essere risparmiata la vista degli “sfortunati”; la presenza disonorevole e malcerta della povertà; il confronto con le visioni diverse degli scomodi, e con una diversa difficoltà nell’apprendere.

Ad una parte dell’umanità, era offerta la possibilità di apprendere ed entrare a far parte di una più ampia comunità di cittadini; ad altri, era assegnato un destino fin dall’inizio della loro vita: un destino di esclusione; di marginalizzazione sociale; di devianza. Di permanenza nell’ignoranza.

Loro, dovevano restare nascosti, e alla brava gente, invisibili.

La mia insegnante di Italiano delle Scuole Medie, aveva una sorella che collaborava con la RAI.

Proprio nel 1973, la RAI trasmetteva, per la prima volta, uno sceneggiato televisivo, intitolato “Diario di un maestro”, del regista Vittorio De Seta, noto soprattutto per la sua produzione documentaristica.

Una storia in bianco e nero, in cui, ad un maestro, viene affidata una classe “difficile”; in una scuola alla periferia di Roma, ed il maestro, contro le convenzioni dell’epoca ed una visione tradizionalista e burocratica del lavoro scolastico, riesce, nella sua missione impossibile di fare della Scuola, il luogo in cui si forma la coscienza civile del cittadino.

Dopo la Riforma della Scuola del 1977, Vittorio De Seta, decide di realizzare una serie di documentari, girati in larghissima parte in presa diretta; dedicati ad indagare la Scuola che cambia.

Un giorno, nella mia classe di II Media, a Lecce, si presentò un ragazzo, poco più grande di noi: aveva già un accenno di peluria sul volto. Era seduto su una sedia a rotelle. Non parlava, e portava un apparecchio acustico. Tetraplegico, forse autistico, anche se, all’epoca, questo tipo di diagnosi ancora non era stata formalizzata. Era accompagnato da una giovane donna dal volto deciso: la sua insegnante di sostegno. Non ricordo che qualcuno ci spiegasse cosa stesse accadendo. Era solo il primo anno di una scuola che aveva cambiato le sue regole di funzionamento.

Avevamo un nuovo compagno di classe. Difficile, come avremmo qualche volta sperimentato, ma, semplicemente, un nuovo compagno di classe. Nella nostra classe, tutti, e tutte, bambini e bambine, in forma diversa, erano in relazione con lui. Comunicavano; vivevano, per quanto possibile, le dinamiche che possono crearsi tra persone diverse, e che percepiscano come “normale”, la convivenza reciproca, e i reciproci sforzi di adattamento. Si vivevano, per quanto possibile, le dinamiche tipiche di un percorso di apprendimento.

Non so per quale ragione, ma tra me e lui, si sviluppò una amicizia. Non potrei definirla in altro modo, per quanto differenti fossero le rispettive possibilità comunicative. Io ero molto contento, della sua capacità di disegno artistico, una materia nella quale io eccellevo in approssimazione e goffaggine.

Una mattina, la nostra professoressa di Italiano, informò che, nei giorni successivi, la nostra classe sarebbe stata oggetto di riprese televisive, per un programma della RAI; ci chiese di rispondere tranquillamente alle domande che qualcuno avrebbe potuto farci, e di seguire comunque le lezioni che si sarebbero, nel frattempo, regolarmente tenute, sia pure con la presenza di alcuni “spettatori”.

Vittorio De Seta aveva deciso di raccontare l’inserimento degli “handicappati” (si diceva così, allora), nella scuola dei “normali”, ed aveva deciso di farlo, raccontando una serie di esperienze concrete nelle scuole di Lecce, e della sua Provincia.

Da piccolo, non ebbi mai modo di vedere in televisione il documentario realizzato nella mia classe. E quell’episodio, rimase solo nella mia memoria, scolorendo sempre di più.

Una sera di una ventina d’anni fa, circa, un mio amico venne a trovarmi a casa, portando con sé, una videocassetta. Su quella videocassetta, aveva registrato lo spezzone di un programma televisivo, trasmesso in notturna su RAI 3, e nel quale, nonostante la distanza di tre decenni dai fatti, più o meno, mi aveva riconosciuto rispondere alle domande che per quel documentario, mi vennero fatte.

Dopo il 2009, ritrovandomi quella videocassetta tra le mani, decisi che avrei voluto avere una registrazione di tutto il documentario in questione.

Inviai una mail alla RAI, raccontando brevemente la mia esperienza, ma senza poter fornire alcun altro elemento di identificazione di quel programma televisivo, se non, l’argomento e, approssimativamente il periodo in cui fu realizzato, desumendo da questo, che la sua messa in onda, potesse essere solo successiva.

Ebbi fortuna, e la mia richiesta venne presa in carico da una gentilissima funzionaria RAI, che mi rispose, precisando però, che spettava a me, trovare un autore (che io in quel momento ignoravo), ed un titolo a quel documentario che cercavo; e che c’era un unico modo di farlo.

La RAI (la più grande azienda culturale italiana), allora (non so se oggi sia cambiato qualcosa), conosceva i programmi che aveva trasmesso, solo perché erano riportati nelle varie annate del settimanale cartaceo di cui la stessa RAI era all’epoca editrice: il “Radiocorriere TV”.

In sostanza, per consultare l’archivio della RAI, senza conoscere la data di messa in onda ed il titolo di quel che si stava cercando, si doveva sfogliare, ogni esemplare settimanale di quel periodico, che, nelle ultime pagine di ciascun suo numero riportava, per i canali RAI, orari e titolo delle trasmissioni. Le informazioni di quel giornale, non erano state digitalizzate: non era possibile cioè, ad esempio, interrogare un motore di ricerca, ed avere una serie di risposte con vario grado di approssimazione; bisognava bensì, letteralmente, leggere le pagine delle annate del “Radiocorriere TV”, e segnarsi su un foglio di carta, qualche titolo che poteva avere a che fare con quel che si cercava.

Mi vennero inviate via mail, le scansioni di due annate del settimanale: il 1977 e il 1978.

La mia ricerca pagina per pagina, si concluse quando trovai che, nel giugno del 1978, era stato trasmesso un programma il cui titolo sembrava avere a che fare con la mia esperienza. Come avrei mai potuto vederlo, se nel giugno del 1978, quasi qualunque interesse personale era rivolto al Mondiale di Calcio che si disputava in Argentina ?

Un Mondiale strano, per me, all’epoca, giocato in un luogo che sentivo ostile, in un Paese dove era al potere una dittatura militare. All’epoca, anche ad un quattordicenne, capitava di avere di questi pensieri.

La funzionaria della RAI, informata del mio possibile ritrovamento, mi invitò presso la sede RAI di Roma; quella che sta in Viale Mazzini, e al cui ingresso c’è la statua del cavallo morente.

La sala di consultazione della RAI, è enorme, e a me parve bellissima: silenziosa, dotata di decine di postazioni con un computer a disposizione; intere pareti coperte di scaffalature che contenevano pubblicazioni e documentazione d’ogni tipo. Ebbi a disposizione un computer anche io, sul quale cercare se fosse presente quel programma; venni tuttavia avvertito che la RAI (la più grande azienda culturale italiana, ripeto), non aveva digitalizzato l’infinito patrimonio di immagini trasmesse dal 1954 ad allora; bensì solo alcune, ed in modo più o meno casuale.

Quindi io, avrei dovuto esser fortunato, a scoprire che il titolo cui avevo pensato, fosse effettivamente quello relativo al documentario di Vittorio De Seta; e ancor più fortunato se quello specifico programma fosse stato digitalizzato, e quindi riproducibile.

Mentre scorrevo al computer le immagini dei programmi televisivi digitalizzati, risalenti al giugno 1978, pensavo che la condizione della RAI di quel momento fosse assolutamente inaccettabile.

Immaginavo uno studente che volesse realizzare una sua tesi di laurea; o un professore universitario che volesse, utilizzando filmati che sono un patrimonio storico del nostro Paese, tenere un suo corso di studi; o uno studioso di costume o di comunicazione, che volesse effettuare una ricerca, o cercare riscontri fattuali alle sue teorie. O uno storico.

Tutti costoro, avrebbero dovuto essere fortunati; doppiamente fortunati, come lo fui io.

Pagando i diritti di riproduzione, ottenni la registrazione di quel programma, che ritrovai, su quel computer, perché riconobbi il volto deciso della insegnante di sostegno del mio amico con la sedia a rotelle, sulla quale, ogni tanto, correva per il corridoio della scuola; e la faceva impennare, come una moto veloce, per la paura di tutte e di tutti.

Rivedere quel programma, integralmente, oggi, colpisce molto.

Colpisce la madre che rivendica per il suo figlio, possibilità eguali rispetto agli altri, e non si rassegna alla sola pietà.

Ma colpisce innanzi tutto, l’entusiasmo espresso dagli insegnanti per questa sfida, che affrontavano convinti che fosse la cosa giusta da fare. Alcuni di loro spiegavano, sorridendo, che gli esercizi fisici utili per un “handicappato”, fossero, in realtà, gli esercizi fondamentali per la motricità di chiunque, e che, quindi, avendo cura di far compiere degli esercizi fisici, specifici per una condizione di disabilità, in realtà si faceva il bene di tutte le alunne e di tutti gli alunni.

Il linguaggio dell’epoca stava iniziando a costruire una qualche consapevolezza di sé stesso, e certe parole che oggi possono apparire anche offensive, allora, erano il modo, “neutrale”, col quale si identificava, universalmente, una certa condizione. Il disprezzo, e la connotazione di ossequio al potere, qualunque potere, e alle sue regole di subordinazione, che il linguaggio può consentire di esprimere con una parola, potevano essere manifestati se vi fosse stata una intenzione specifica di chi lo utilizzava in una certa accezione; ma in quel momento storico di transizione, esprimeva, in quel documentario, semplicemente la modalità comunicativa che poteva essere universalmente riconosciuta per designare certe condizioni e certe situazioni; perché quelli erano gli strumenti a disposizione; in attesa di crearne altri, adatti ad altre cognizioni e crescite.

Mi colpì molto, all’epoca, tra le cose che accaddero “lateralmente” all’esperienza del documentario, la risposta che mio padre diede al questionario che la insegnante di sostegno gli sottopose, come propria ricerca sul campo, e che avrebbe costituito parte della sua Tesi di Laurea.

L’insegnante di sostegno chiese a mio padre che significato attribuisse al concetto di “handicap”; e mio padre rispose che ciascuno di noi ha impedimenti, e difficoltà o impossibilità, e ciascuna condizione, può essere, in un certo contesto, o in certe circostanze, considerata un handicap, sia pure a diverse gradazioni.

Fu una risposta che mi costrinse a far diventare più ampio, il mio modo di considerare le cose.

Certe parole, che vogliono descrivere una condizione, non riguardano solo alcuni; guardando meglio, spesso riguardano tutte e tutti. E se ci si confronta con la condizione di una minoranza, il compito primario, è consentirgli di superare, per tutto quanto possibile, i propri limiti, quando ci sono; esattamente come per tutti, e per tutte; poiché tutte, e tutti, in certi contesti, o in determinate situazioni possono avere dei limiti. E si comprende perciò, che tutelare e rispettare la condizione di chi sia più in difficoltà, significa, in realtà, tutelare e rispettare la condizione di tutti e di tutte; perché in tutte, ed in tutti, possono esservi differenti livelli di fragilità, nelle diverse fasi della propria vita.

Talvolta, ci sono delle parole che servono ad indirizzare strumentalmente un rancore sociale in una situazione di crisi dei rapporti politici, economici, tecnologici e sociali precedenti. E diventano pericolose, in un’epoca di trasformazione, quando hanno la dichiarata intenzione di dividere tra loro gli umani, stabilendo, sulla base della definizione loro assegnata dal potere, un grado gerarchico di inferiorità conclamata.

La parola “Ebreo”, ad esempio, come connotazione razziale totalizzante, e non come attributo parziale sul piano culturale, o religioso, o geografico, o sociale, o storico; la parola “Straniero”, intesa solo come insormontabile barriera linguistica, religiosa, di costumi e credenze; come alterità perturbante e pericolosa.

I problemi educativi di una singola classe, o di una singola scuola, o di tutto il sistema formativo ed educativo del Paese, dovrebbero essere materia di riflessione collettiva, attenta e misurata; rispettosa, innanzi tutto del dettato costituzionale, e delle finalità promozionali della Scuola. Responsabilità, in primo luogo, della comunità nazionale e anche della singola comunità scolastica, in dialogo e relazione positiva tra loro. A partire da una dotazione strutturale, organizzativa, tecnologica ed educativa, e di risorse materiali, degna del fondamentale compito affidato alla Scuola Pubblica. E’ nella singola comunità scolastica, a partire da un disegno generale e con dotazioni strutturali dignitose, che dovrebbero discutersi e stabilirsi le modalità migliori per esplicare al massimo delle proprie possibilità, la propria funzione educativa.

Stabilire percentuali di presenza a monte, nella composizione delle classi, significa connotare specifici gruppi di persone; classificarle in base alla loro condizione umana, persino prima ancora che sociale, economica o politica.

Il ricorso a percentuali, per analogia, può essere replicato all’infinito, a partire dalle connotazioni più futili o disgustose.

Quale percentuale di persone incerte sul proprio orientamento sessuale, è tollerabile avere in una singola classe ? Quale percentuale di donne affascinanti è lecito avere in una singola classe per consentire all’attenzione maschile d’essere diretta alle lezioni, almeno per la prevalenza del tempo, piuttosto che agli occhi della propria compagna di banco ?

Quando si cominciano a classificare, e a separare tra loro gruppi di umani, si raggiungono spesso risultati drammatici. Si possono porre le basi per una discriminazione che non sia (per quanto grave), solo fattuale, ma giuridicamente fondata, e fino ad estreme conseguenze; si sollecitano implicitamente, tra coloro i quali sono classificati, comportamenti che possono essere sì, solidaristici, ma anche di eventuale complicità o conflitto collettivo; ed in ogni caso, si accentuano gli elementi di separazione e di difficoltà comunicativa. Ci si può dividere tra “noi” e “loro”, e trovare sempre utili, concrete, ragioni di conflitto, talora violento, o addirittura armato.

Riproporre le classi differenziali oggi, o affrontare il rapporto con lo straniero, solo con la priorità, a parole, della pulizia etnica, mentre invece la presenza dello straniero senza protezione e costretto alla subordinazione al suo datore di lavoro, o a bande della criminalità organizzata, è un preciso interesse economico di chi propaganda l’espulsione di massa di stranieri dall’Italia, produce due effetti fondamentali.

Da un lato, scarica, vilmente, su milioni di differenti condizioni umane di difficoltà e fragilità, la volontà di non agire in alcun modo sul sistema che produce sofferenza (il mercato capitalistico globale senza regole che non siano il proprio profitto); dall’altro prova a cancellare l’idea dell’Eguaglianza tra gli umani.

Neanche nel semplice uso del linguaggio, dovrebbe essere consentita la proposizione di misure che offendano la dignità umana e l’eguaglianza tra esseri umani. Tali proposizioni non meritano in alcun modo di essere discusse o commentate, perché esse sono state e sono la causa di orribili violenze; di sanguinose guerre e persecuzioni; di immense devastazioni. Tali proposizioni dovrebbero scontrarsi con un muro di indifferenza; perché ripropongono strade che l’umanità conosce; che in particolare gli italiani dovrebbero conoscere bene, e sono strade lastricate di indicibili sofferenze. Nessuno. Nessuno vuole violenza o guerre. Tranne quelli che ne ricavano un qualche tipo di profitto.

E’ necessario oggi riconoscere che la situazione culturale del nostro Paese, prima ancora che politica, economica o sociale, richiede una assunzione di responsabilità. E’ necessario chiudere definitivamente una stagione che ha osato, e tuttora osa pensare a forme di governo diverse da una democrazia progressiva e responsabile, che si proponga di essere aperta, equilibrata nei suoi poteri istituzionali e materiali; contendibile, libera, e che si dia l’obiettivo di allargare sempre più i diritti e le possibilità, non solo materiali, dell’umano. Ed ogni azione, a questo dovrebbe essere volta. Tattica, come può essere una alleanza politica temporanea su pochi chiari obiettivi; e strategica, come può essere la necessità di cambiare lo scenario, nel quale ci muoviamo, per migliorare sotto ogni profilo la condizione materiale e spirituale delle persone.

Mettere in sicurezza, anche di fronte alle nuove sfide poste dal progresso tecnologico e scientifico, lo strumento politico, cioè la Democrazia, che consente all’umano di essere libero e di sperare.

Chi, in questo momento, ritenga di far prevalere il proprio particolare interesse, credo debba essere allontanato da ogni possibilità di dialogo e lotta comune.

Mi piacerebbe sapere se qualcuno sarebbe disponibile ad accettare di far frequentare al proprio figlio una scuola, ed una classe, non in base alle scelte della famiglia, del bambino o della bambina, e poi dell’adolescente e del giovane o della giovane, ma in base ad una sua classificazione personale che lo marchi per il resto della propria vita come una “categoria”.

Il primo passo è la distruzione della persona giuridica ( alcune categorie di umani possono essere private di diritti di cittadinanza ); il secondo passo è la distruzione della persona morale, quando si rendono impossibili le scelte morali da compiere, quando cioè l’alternativa è solo tra diverse gradazioni di male; il terzo passo è la distruzione delle specificità individuali, attraverso un processo di totale spersonalizzazione, nel quale ciascuna persona perde ogni unicità, e diviene perfettamente intercambiabile.

Così racconta Hannah Arendt il percorso che conduce ai camini del campo di sterminio, o al gelo dei gulag siberiani.

Forse si stanno mettendo in campo le forze che possono consentire di percorrere, in mutate forme probabilmente, il primo passo verso la distruzione della persona giuridica. Ce ne sono già tutte le avvisaglie tecnologiche (oggi solo alcuni nel mondo, possono dirsi pienamente cittadini della sua infrastruttura tecnologico-comunicativa-informativa, relegando tutti gli altri, e tutte le altre, al puro ruolo di fruitori – di sudditi verrebbe da dire – secondo schemi e dettami decisi dal profitto di pochi potentissimi agglomerati industrial-finanziari); e tutte le avvisaglie sociopolitiche, quando un crescente numero di soggetti politici, esplicitamente, intende riportare indietro la lancetta del progresso e del benessere umano. E trova consenso in chi abbia smarrito la speranza di migliorare la propria condizione materiale.

Quand’anche questo fosse solo un rischio lontano – mentre vediamo invece quanto, mantenendo una parvenza di legalità, vengano torte e stravolte le regole del vivere democratico in favore di un governo autoritario della cosa pubblica, in ogni parte del mondo – sarebbe comunque necessario che tutte, letteralmente tutte le forze che abbiano una simile sensibilità, si uniscano in una battaglia comune che preveda la realizzazione di poche riforme, per riportare poi immediatamente il Paese al voto.

Una riforma elettorale totalmente proporzionale, con preferenza unica e bilanciamento di genere nella composizione delle Liste; che preveda un doppio turno di coalizione, senza indicazione di premier, e che assegni un premio di maggioranza significativo, ma non tale da stravolgere gli assetti istituzionali.

Una riforma fiscale in senso estremamente proporzionale e progressivo; che semplifichi radicalmente gli adempimenti per le partite IVA individuali ed i professionisti; che semplifichi radicalmente gli adempimenti per la piccolissima, piccola e media impresa; che rafforzi radicalmente il sistema di controlli e inasprisca pesantemente le sanzioni per evasori ed elusori.

La predisposizione di un dettato legislativo specifico, corredato da schemi di Statuto-tipo, che assicuri la libertà, la trasparenza e la concreta democrazia nella vita interna di Associazioni, Partiti e Sindacati; ivi compresa una Legge sulla rappresentanza sindacale contrattuale e sulle forme di democrazia nei luoghi di lavoro; oltre che sulla verifica democratica dei mandati a concludere accordi collettivi, attraverso la validazione col voto, dei diretti interessati.

Una riforma che consenta l’accesso alla rete e a qualsiasi sua estensione o applicazione, solo attraverso un profilo individuale, o d’impresa, certificato e verificato coi documenti d’identità, e che tuteli, in questo senso, tutti i dati della persona in maniera reale e non fittizia.

Una coalizione politica che consenta di intervenire su queste materie, efficacemente e rapidamente, spiegando prima agli Elettori e alle Elettrici, quali siano gli obiettivi da cogliere e che realizzi subito queste riforme, può dire di aver esercitato la propria responsabilità di fronte al Paese, al massimo livello possibile, e può nuovamente affidarsi al giudizio degli Elettori e delle Elettrici, restituendo alla dinamica politica una logica che, negli ultimi trenta anni, è stata totalmente stravolta in senso anticostituzionale (tentando con vari strumenti di porre una primazia del Potere Esecutivo su quello Legislativo), e che ha costituito il primo motivo di marginalizzazione del nostro Parlamento.

Mi piacerebbe, nella mia pur breve relazione con lui, aver restituito al mio amico con la sedia a rotelle, almeno una parte degli insegnamenti, che la sua presenza nella mia vita, mi ha consentito di avere.

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