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Impossibilità di carriera.

Set 1, 2026 | 2026, Storie

Aquila; una città i cui giovani, in larga misura, considerano “normale” essere obbligati, a tempo indefinito, ad oscillare tra lavoro sottopagato e inattività; tra contratti strani e indennità di disoccupazione. La normalità però, non dovrebbe essere rassegnazione ad uno stato di cose che mette profondo disagio alle persone.

“Career opportunities”.

Opportunità di carriera; o, magari, solo possibilità di lavoro.

Ci sono lavori che permettono carriere, e lavori che, forse, permettono di vivere.

E’ una canzone dei Clash, pubblicata nel 1977.

Un posto in un negozio, o a fare il thè per qualcuno; si può lavorare, persino, aprendo le buste, ed i pacchi, in un’ambasciata, per vedere se contengano esplosivi.

Oppure, ad Aquila, s’inizia a lavorare a diciotto anni; prima in nero, magari accompagnando le persone ai loro tavoli per un ricevimento matrimoniale, e poi dividendosi tra agenzie interinali, negozi e attività promozionali. S’imbocca un labirinto, del quale non si conosce l’uscita.

Nella Gran Bretagna della Seconda metà degli anni ‘70 dello scorso secolo si cominciano a vedere i risultati di scelte economiche e industriali che badavano solo al profitto, e riducevano le persone a pure appendici della macchina produttiva o finanziaria. Si stavano costruendo le condizioni sociali perché al potere arrivasse Margaret Thatcher. E Margaret Thatcher spiegava che non esiste una società civile, e non esistono corpi intermedi dello Stato, che possano, collettivamente, difendere le persone: le persone devono essere sole. Sole dinanzi al Mercato, che bisogna lasciar fare da solo.

Lo Stato, deve farsi da parte; il più possibile. Non deve intervenire nell’economia, non deve proteggere i deboli. Meno lo Stato esista, meglio è.

Gli artisti, talvolta, percepiscono prima, e meglio, le cose che stiano per accadere. Ma, in genere, non li ascolta quasi nessuno.

Il gruppo musicale dei Clash, in quel momento, aveva addosso l’etichetta “punk”. E semmai l’attenzione verso di loro, era puntata su come erano vestiti; sulla diversità della musica che proponevano. O magari sugli atteggiamenti provocatori e strafottenti.

Il loro sguardo sulla quotidianità, invece, era quello di giovani improvvisamente consapevoli che, per loro, era stata apparecchiata una realtà dove, per bene che potesse andare, avrebbero trovato impieghi spersonalizzanti, dequalificati e temporanei; un mutuo per una casa piccola in sobborghi lontani, e un terribile deserto di senso.

Millenovecentosettantasette; quarantanove anni fa. Potrebbe essere stata scritta appena ieri. E ambientata ad Aquila degli Abruzzi.

Forse nasce lì, quel che viviamo oggi.

In Gran Bretagna prima, e negli Stati Uniti d’America subito dopo, viene scientemente posto in essere un sistema destinato a produrre, rispetto al passato, ancor più profondissime diseguaglianze, e disastri ambientali; un sistema che trasferisce denaro e potere nelle mani di pochi, e che rende lo Stato pressochè impotente di fronte ad un Mercato che – secondo le teorie di ideologi monetaristi del tutto indifferenti alla reale condizione delle persone – se lasciato totalmente libero di muoversi, senza alcuna regolazione, dovrebbe, di per sé, produrre la miglior società possibile. E la miglior distribuzione possibile della ricchezza.

In realtà, basta che il Prodotto Interno Lordo nominale cresca, perché si faccia finta che la ricchezza sia aumentata in un Paese, e, a quel punto, la propaganda s’incaricherà di spiegare che il vero bene è nell’aumento totale della ricchezza, e non nella sua distribuzione tra i vari componenti la società, che può anche essere la più iniqua possibile.

Passa pochissimo tempo, ed una analoga tendenza si sviluppa nel nostro Paese.

Ma il nostro, è un Paese molto particolare. Che negli ultimi 40 anni, ha peggiorato tutte le sue prospettive.

Mentre ritrae lo Stato dall’intervento positivo in economia, e dalla protezione sociale, aumenta spaventosamente il suo debito pubblico. Il carico di obblighi cioè, che graveranno sulle prossime generazioni. Nonostante tutte le affermazioni contrarie, nella realtà dei fatti, a sostenere gli anziani sono e saranno i giovani, costretti ad essere debitori ancor prima di poter pagare alcunchè; costretti ad avere pensioni, forse, ad età molto tarda, appena al di sopra della soglia di sussistenza; e sono gli anziani a spendere ora, senza tenere alcun conto del futuro.

Lo Stato italiano quindi riduce il trasferimento di risorse a tutte le sue articolazioni, a partire dagli Enti Locali, e ciascuna di esse crede di salvarsi, nell’illusione di spendere in misura inferiore – rispetto all’assunzione diretta con proprie risorse direttamente impiegate – solo appaltando il lavoro che dovrebbe invece ordinariamente svolgere: frammentandolo in una miriade di istituti contrattuali a tutele decrescenti, e presso una miriade di imprese, anche criminali, di ogni dimensione, che competono solo sul massimo ribasso; sulla riduzione di sicurezze e tempi di consegna (apparentemente); sulla evasione ed elusione dagli obblighi contrattuali e di Legge, e che, a loro volta subappaltando, scaricano i costi su anelli ancora più deboli della catena e cercano il proprio profitto lucrando sulle condizioni capestro poste ad altre imprese più affamate di loro.

La Pubblica Amministrazione italiana, in ogni sua singola e territoriale articolazione, diviene il maggior creatore di lavoro precario, e di discriminazione nelle retribuzioni e nel riconoscimento delle professionalità, a parità d’impiego.

Lo fa anche il Comune di Aquila, in innumerevoli forme e modi.

Ad esempio per quanto riguarda i servizi di Asilo Nido.

Accade, che una persona desideri, al più presto possibile, di rendersi economicamente indipendente; forse perché dall’indipendenza economica passa quella personale, relativa alle proprie scelte di vita. Soprattutto se si sia donna.

Ma l’affitto di un bilocale, ad Aquila, costa 500 euro al mese. E se si voglia acquistarlo, quel bilocale, che ha solo una finestrella alta da dove entra la luce, costa 100.000 euro.

E con una lunga serie di lavori precari, di cui quelli con contratto regolare dal 2014 ad oggi, quale banca darebbe un mutuo ?

Ad Aquila, città di rilevantissimo patrimonio edilizio inutilizzato e sfitto; città senza reali misure di sostegno per la residenzialità dei giovani e giovanissimi e delle giovani coppie.

Ad Aquila, come in larga parte del Paese, è la famiglia, il vero ammortizzatore sociale. La casa in cui si possa abitare, spesso appartiene ai genitori (che magari, l’hanno a loro volta ereditata); nei periodi di disoccupazione, è spesso la famiglia ad integrare le risorse necessarie, a pagare le bollette. E talora questo avviene persino nei periodi in cui si abbia un impiego, quando questo sia a tempo parziale, o preveda un salario insufficiente.

Eppure, la persona di cui tratteggiamo la storia, decide di entrare comunque, nel labirinto della provvisorietà. E così, dopo il diploma, in nome della possibilità di costruire una propria vita, decide di non proseguire gli studi. Non riesce a conciliare Università e lavoro.

A lavoro bisogna essere veloci ed efficienti.

Per imparare un nuovo lavoro, è sufficiente una settimana di formazione, attraverso l’affiancamento, in realtà. Che significa essere affidati provvisoriamente a qualcuno che mostri quali siano le attività più frequenti da svolgere, ed il modo in cui affrontarle. Naturalmente, si tratta di operazioni per lo più semplici, che non richiedono particolari saperi.

Bisogna sottolineare, sempre, come il mercato del lavoro ad Aquila, ormai preveda una vastissima gamma di impieghi “poveri”, nel salario; nelle tutele; nelle professionalità richieste; nella temporaneità del lavoro.

E sempre bisognerebbe sottolineare quanto, questa vasta fascia di persone, e di imprese che le impiegano, avrebbe invece necessità di specifici sostegni che aiutino ad aumentare la qualità del lavoro e anche il suo riconoscimento economico e professionale.

Altrimenti il territorio sarà sempre più legato ad una economia che gioca la sua sussistenza prevalentemente su ragioni di costo, scaricando per questa via, solo su Lavoratrici e Lavoratori, via via in modo sempre più pesante, tutte le contraddizioni e le asprezze della competizione.

Il mondo iniziato con Margaret Thatcher è intorno a noi. Persone sole e senza tutele di fronte alla competizione nel Mercato.

Le persone in queste condizioni sono deboli; pronte ad accettare condizioni sempre peggiori; pronte a rinunciare alla propria personalità e libertà sul lavoro, convinte che la propria subordinazione si fermi all’orario di lavoro, mentre invece si espande ad ogni ambito della propria vita.

Si tratta di riprodurre anche nel lavoro, un modello sociale in cui pochi hanno ricchezza e potere e determinano le condizioni di tutti gli altri e di tutte le altre, senza reale possibilità di discussione.

Ecco perché la strada per uscire da una situazione di strutturale inferiorità passa per il proprio sapere.

La donna della nostra storia si rimette a studiare, e si laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione, stavolta mentre è a lavoro: superando quegli impedimenti che, nell’immediato post diploma, le sembravano invece impossibili da affrontare.

Ed è qui un altro pesante vuoto del nostro sistema: non esiste alcuna reale politica attiva del lavoro; nessun accompagnamento, soprattutto nei confronti dei giovanissimi e rispetto alle loro conoscenze ed esigenze, né in termini formativi e nemmeno di orientamento. Le persone hanno solo gli strumenti della propria consapevolezza (certo ridotta, a diciotto anni di età), e quelli (quando ve ne siano) che la famiglia può mettere loro a disposizione, grazie ai quali operare scelte fondamentali per determinare il proprio futuro.

E’ oggettivamente diverso, laurearsi a ventitre anni, invece che a trenta. E non è solo la persona a perdere opportunità: ne risente anche la Società, complessivamente, ed il suo grado di sviluppo.

E se in una città come Aquila, il livello di consumi, resta magari sostenuto perché è in corso il processo di ricostruzione post sisma, e perchè si può attingere ancora a risorse patrimoniali familiari accumulate col risparmio in tempi passati, quando era possibile, il tessuto economico complessivo non beneficia invece di nuovi cicli di investimento.

La ricchezza disponibile per la città resta fondata sugli impieghi pubblici, sulle pensioni, sui depositi negli istituti di credito; e poi sugli impieghi di servizio sempre più povero e disperso, che possono esistere solo in quanto totalmente subordinati.

Esistono anche impieghi produttivi, a partire ovviamente da tutto quanto è legato al ciclo della ricostruzione post sisma, ma tutto il contesto sembra favorire la competizione ad un livello sempre più basso.

Il Comune di Aquila, fa la sua parte, in questo senso.

Ad affiancare gli Asili Nido comunali, del tutto insufficienti rispetto alla domanda, vengono poste strutture formalmente autonome, che consentono, contemporaneamente, due vantaggi, per chi governi. Da una parte il controllo del mercato del lavoro (in un ufficio pubblico, dovrebbe entrarsi per concorso: in una struttura, formalmente privata, si può assumere nominalmente chi si ritenga più opportuno); dall’altra, l’abbassamento dei costi (apparentemente), per l’Ente Locale, visto che la struttura non applica il contratto degli Enti Locali, ma quello del settore assistenziale privato.

Non sono stati utilizzati i fondi del PNRR per la costruzione di nuovi asili e nuovi asili nido comunali, e così non si è disturbata più di tanto l’offerta di servizi educativi gestita da ordini religiosi (che diventano indispensabili quando la domanda sia comunque superiore all’offerta disponibile di servizi). Se si consideri poi che, grazie al governo Renzi, da quasi dieci anni, gli asili nido privati possono usufruire di consistenti finanziamenti indiretti (il cosiddetto Bonus Nido erogato dallo Stato, di fatto, consente qualunque aumento di prezzi da parte delle strutture private, visto che il costo del servizio viene poi, di fatto, scaricato sulla collettività), si comprende come, nella realtà, in una situazione di inverno demografico, davvero le conseguenze delle inerzie dell’Ente Locale, sono assorbite sempre, solo da chi rispetti l’obbligo fiscale. E possono quindi tranquillamente esser fatte passare sotto silenzio. Salvo che, ovviamente, per le persone che lì siano direttamente impiegate, e per i loro utenti. E per chi si accorga che, anche per questa via, sono solo alcuni, tra i contribuenti del Fisco, quelli che pagano i servizi di tutti.

E possiamo anche immaginare cosa significhi per un minore in tenerissima età, ritrovarsi spesso a veder cambiare il proprio punto di riferimento, per l’avvicendarsi di adulti cui è concesso solo un impiego temporaneo.

Questa è solo l’ennesima forma attraverso la quale si distrugge la possibilità, per le donne, di conciliare maternità e lavoro, poichè non s’offrono sufficienti servizi flessibili e possibilità di aiuto nel concreto lavoro di cura e di educazione. Soprattutto nei primissimi anni di vita del minore.

Cosa importa, al Comune di Aquila, se poi queste strutture assumono con rapporti di lavoro interinale (che prevedono il pagamento del servizio offerto dalle agenzie di intermediazione di manodopera, e quindi un aggravio di costi a carico della collettività) ? Cosa importa al Comune di Aquila se le Lavoratrici e i Lavoratori di queste strutture, percepiscono uno stipendio più basso dei loro colleghi e delle loro colleghe degli Asili Nido comunali, pur svolgendo lo stesso, delicatissimo, lavoro ?

Può forse importare al Comune di Aquila, se Lavoratrici e Lavoratori di una loro struttura, sapranno se avranno un lavoro, per il nuovo anno scolastico, quasi solo il giorno prima che l’Agenzia di lavoro interinale eventualmente le richiami ?

Per avere un orizzonte meno inquieto la nostra Lavoratrice ha scelto di proseguire ed approfondire i propri studi universitari, conseguendo magari una nuova laurea, che le consenta di concorrere, con maggiori possibilità di riuscita, per impieghi più solidi e qualificati.

Ma si tratta, ancora una volta, di un tentativo individuale di migliorare la propria condizione. Nell’assenza di un complessivo disegno di sviluppo e miglioramento; nell’assenza di un efficiente ed efficace sistema di supporto.

Quando le persone sono lasciate sole, cresce la tentazione della scorciatoia (magari sotto forma di padrinaggio politico); cresce la disponibilità ad adattarsi a condizioni sempre peggiori; cresce la solitudine, e la sfiducia, verso le possibilità di affrancamento, anche attraverso l’azione collettiva, dalla propria strutturale condizione di dipendenza.

E’ la propria libertà, a diminuire.

Con una punta di tristezza, lei sostiene di dover essere la prima a muoversi, per avere una speranza di cambiamento.

Ci si può solo augurare che, lungo la strada del cambiamento, lei incontri tante persone disponibili ad avere una idea praticabile di miglior futuro possibile, da porre in essere con tutta la determinazione necessaria, e per essa, mettersi in gioco.

E con altrettanta determinazione occorrerebbe porre mano ad un complessivo radicale cambiamento nel modo di amministrare la cosa pubblica, da parte del Comune di Aquila. Più chiaro e trasparente; meno soggetto a scelte difformi dai principi di eguaglianza e buona amministrazione.

Dovrebbe essere un tema prioritario, visto che, in questo caso, si tratta del futuro di bambini e bambine, venturi cittadini e cittadine di Aquila.

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